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Cinema

Quando Alberto Sordi bocciò Totò nel film cult di Monicelli e Steno

Due pietre miliari che si sono incontrate una sola volta sul set. Era il 1951 ed il film si chiamava “Totò e i re di Roma” che fu diretto da Steno e Mario Monicelli

Antonella Valente

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Nel giorno in cui Alberto Sordi avrebbe compiuto 100 anni, abbiamo deciso di ricordarlo a fianco di un altro grande del cinema italiano: Totò.

Due pietre miliari che si sono incontrate una sola volta sul set. Era il 1951 ed il film si chiamava “Totò e i re di Roma” che fu diretto da Steno e Mario Monicelli.

Indimenticabile la scena in cui il maestro elementare Palocco (Sordi) interroga e boccia Ercole (Totò) all’esame di prima elementare, necessario per poter mantenere il posto di lavoro. Il maestro ridicolizza Ercole che esplode in un vero e proprio pestaggio ai danni dei membri della commissione. 

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L’incontro tra Alberto Sordi e Totò raccontato dallo stesso attore romano, reso famoso da “Lo sceicco bianco” di Federico Fellini.

“Ho lavorato solo una volta con Totò, nel 1951. Il film era “Totò e i re di Roma” e il mio personaggio, una partecipazione, somigliava a quello di “Mamma mia che impressione!” un maestro di scuola che bocciava Totò alla licenza elementare. Non l’ho molto frequentato, però c’incontrammo dopo, quando io giravo “Un americano a Roma”; lui espresse il desiderio di conoscermi, di stare insieme, e mi invitò a cena nella sua casa ai Parioli”.

“Mi chiese subito di dargli del tu, anche se io gli confessai la mia emozione di trovarmi di fronte all’esempio vivente del comico tradizionale, colui che, al solo apparire, in teatro e sullo schermo, conquistava il pubblico prima di dire “Buonasera”.

“Un attore talmente eccezionale e irripetibile che forse ci vorranno cento anni perché ne nasca un altro. Certo, la mia carriera è stata molto diversa da quella di Totò. Io non facevo ridere di colpo, dovevo studiare per fare emergere quell’ironia che avevo dentro e che rispecchiava la realtà del momento, sulla scia del neorealismo; dovevo creare situazioni, storie, personaggi. A lui tutto questo non serviva, ma era molto interessato a capire come si evolveva il cinema, sentiva che stava nascendo un genere in cui, al contrario del passato, il comico non poteva essere solo “presenza” fisica. Non mi sorprende affatto, quindi, che tra le carte di Totò sia stato ritrovato un foglio di appunti, diviso in due colonne: da una parte c’è scritto “Totò” dall’altra “Sordi”, e sotto alcuni titoli di film suoi e miei con accanto i relativi incassi. Non credo che Totò prendesse questi appunti per raffrontarsi con me, considerandomi magari un antagonista. Credo che volesse confrontare il genere dei film suoi con quelli miei, proprio per studiare quell’evoluzione di tendenza del pubblico cui accennavo prima.

“E credo avesse capito che la nascita della commedia all’italiana facesse emergere altri tipi di personaggi che egualmente potevano far ridere la gente, anche se lui dominava ancora il cinema comico. Insomma, Totò era il massimo allo stato puro, all’altezza di Charlot e Buster Keaton.

Oggi si riconosce che lo si può capire dovunque, mentre noi abbiamo parlato una lingua sconosciuta oltre confine, pur rappresentando, comunque, qualcosa di artisticamente diverso.”

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ph. ANSA

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Cinema

Borat 2, il ritorno (fiacco) di Sacha Baron Cohen

Borat è tornato! La recensione del nuovo film con Sacha Baron Cohen, su Amazon Prime Video.

Alberto Mutignani

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È passato del tempo dal primo incredibile, divertentissimo e fallimentare viaggio negli Stati Uniti di Borat Sagdiyev (Sacha Baron Cohen), a beneficio della gloriosa nazione del Kazakhistan. Condannato ai lavori forzati nella sua terra d’origine, Borat riceve una nuova missione, direzione Casa Bianca, per consegnare a Mike Pence, vicepresidente di (Mc)Donald Trump, un primate come segno di rispetto del Kazakhistan verso gli Stati Uniti, e stringere un accordo di alleanza. Se fallirà, sarà condannato a morte. Da qui prende le mosse Borat 2, il film diretto da Jason Woliner, uscito in esclusiva su Amazon Prime Video a pochi giorni dalle elezioni presidenziali in America.

Le sorprese, per Borat, arrivano dai primi minuti del film: il suo vecchio collaboratore è diventato una squallida poltrona nell’ufficio del presidente kazako, scopre suo malgrado di avere una figlia quindicenne (Maria Bakalova), impertinente e cresciuta come una selvaggia, ed è diventato una celebrità negli Stati Uniti, dove viene fermato dai passanti per una foto o un autografo.

Ecco perché la prima cosa che Borat 2 ci mette in mostra è il marcatissimo abuso di travestimenti, che diventano sempre più eccessivi, macchiettistici, e in definitiva poco divertenti e meno dirompenti di quanto si sperasse – eccezione fatta per un’esilarante sequenza in sinagoga. La giovane Maria Bakalova regge sulle spalle molti dei momenti della seconda parte del film, e la presenza di un contrappeso femminile, che è il pretesto per raccontare il femminismo e l’emancipazione del mondo di oggi, è un elemento aggiunto che svecchia di molto la comicità a volte troppo datata di Cohen, nonostante il tentativo di proporre qualcosa di nuovo e diverso.

Il Borat di questo secondo capitolo è lo stesso personaggio folle e politicamente scorretto del primo film, ma in un mondo che, da quell’apparentemente lontano 2006, è cambiato in maniera velocissima e ci ha mostrato realtà decisamente più complessa – sparatorie nelle sinagoghe, una pandemia globale, il complottismo –, e da ognuna di queste cose Cohen riesce a trarre uno spunto inaspettatamente comico, dissacrante, che funziona nonostante l’eccessiva linearità e un’impronta più documentaristica, che tende a annoiare alla lunga.

Sono discrete le sequenze all’interno della dimora dei complottisti, convinti che Hilary Clinton beva il sangue dei bambini, e decisamente meglio è l’intero dialogo all’interno della sinagoga, dove Borat si rifugia intenzionato a suicidarsi (“Non avendo una pistola con cui uccidermi, mi sono chiuso in una sinagoga in attesa della prossima sparatoria di massa”). E nel melenso finale, pieno di retorica e con un noiosissimo scherzo ai danni di Rudy Giuliani, il film abbassa drasticamente un livello già non all’altezza del primo capitolo, sebbene piacevole.

In definitiva è una commedia di alti e bassi, che fa enorme difficoltà nello svecchiarsi da una comicità datata e fastidiosa, che a volte cade nel ridicolo e nella retorica filo-democratica, e che manca di un obiettivo preciso che non sia questa impresa brancaleonesca di documentare il peggio della società, che tutti già conosciamo, ma che trova una sua dimensione più nitida e piacevole fuori dalla dimensione politica, nelle poche sequenze esterne alla linea narrativa principale, dove il film riesce a regalare più di una risata.

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Cinema

Pietro Castellitto, il regista che voleva essere cattivo

La recensione dell’esordio alla regia di Pietro Castellitto, con Giorgio Montanini e Massimo Popolizio

Alberto Mutignani

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Se è vero ciò che abbiamo detto più di una volta, ossia che il cinema è un’industria, è vero quindi che il film è un prodotto, un bene che per essere consumato ha bisogno di ammiccare a una fetta di pubblico. Sono prodotti anche i film d’essai con un macellaio che di notte diventa un cerbiatto e riflette su Dio, perché indipendentemente dalle chiacchiere dei registi, non esiste film che non nasca per guadagnare e non esiste che un film non si rivolga a un pubblico specifico. “I Predatori”, l’esordio alla regia di Pietro Castellitto, è un film che si rivolge a un pubblico ben preciso: la critica.

Potrà sembrare noioso allo spettatore medio, o inconcludente, ma ai critici questo film è piaciuto tantissimo, tanto da ricevere un premio per la miglior sceneggiatura e la nomea di “esordio bomba” e “pellicola feroce”. Non sappiamo che film abbiano visto.

“I Predatori” si articola per strade già battute decine di volte nel cinema italiano, dalla famiglia povera e fascista a quella ricca che pippa cocaina e fa le vacanze in Toscana, dal tradimento coniugale alla riflessione meta-cinematografica. Tutto in un calderone senza capo né coda, che risponde alla sola necessità di raccontare uno spaccato, come si dice oggi, cioè di mostrare quella che secondo Castellitto è l’Italia del nostro tempo.

Ci sono delle scelte coraggiose, una tra tutte la peripezia tragicomica del personaggio interpretato dallo stesso Castellitto, un ricercatore che viene escluso dal team che esaminerà per la prima volta la salma di Nietzsche, e decide di vendicarsi. È una storiella che assomiglia ad alcuni racconti postmoderni di Roberto Bolano, e che con un forzato sistema di incastri riesce anche a sembrare coerente con il resto delle vicende raccontate.

La difficoltà non sta tanto nel far intersecare questo episodio con gli altri ma nel trovare un fil rouge che leghi tutte le trame, essendo questo un film a episodi solo apparentemente accostabili e mai davvero incisivi l’uno nell’altro.

Una regista senza budget, un medico cinico e cocainomane, un figlio colto e intollerante verso le chiacchiere a vuoto – che ricorda molto, forse troppo, il primo Nanni Moretti – e dall’altro lato un’armeria, una vecchia truffata e un padre di famiglia convintamente fascista e senza un soldo bucato – e pare che queste due cose ormai siano collegate.

Se nella forma Castellitto canna quasi tutte le inquadrature, nel tentativo di imitare senza successo Paolo Sorrentino, i suoi zoom lenti e le pause interminabili, ma anche richiamando un certo fascino borghese per i ristoranti lussuosi, le grandi ville perse nella campagna, l’arredamento bianco e asettico, nella sostanza invece c’è un gran chiasso che spiega poco o nulla – della trama, delle intenzioni, dei personaggi.

Non funziona la linea comica – nonostante il cast vanti la presenza di due comici noti, Dario Cassini e Giorgio Montanini – né riescono i tentativi di dare al film un tono provocatorio, da satira spietata. Pietro Castellitto assomiglia a uno studente del liceo classico (e forse è stato studente del classico), o più realisticamente a uno studente di Filosofia che ama Pasolini per le nudità e pensa che l’arte debba schiaffeggiare le coscienze.

Solo che poi, camera alla mano, non ci riesce (non che se ne senta la necessità, parlando da spettatore), e ricorda un bambino che digrigna i denti per farti capire che è arrabbiato. Non è molto chiaro chi siano i predatori del titolo: forse sono i poveri fascisti? O i ricchi boriosi? O forse siamo noi spettatori? Non ho avuto modo di confrontarmi su questo, perché in sala, al cinema, c’ero solo io.

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Cinema

Contagi sul set, bloccate le riprese di Mission Impossible 7 tra Roma e Venezia

Tamponi a tappeto su tutti coloro che hanno preso parte e set e tutti in albergo in attesa dei risultati

redazione

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Sei casi di contagio sul set e riprese sospese fino a domenica. La gestazione di questo Mission Impossible 7 è più complessa che mai. Dopo lo stop primaverile, inevitabile a causa della prima ondata di contagi da coronavirus in Europa, adesso arriva il blocco momentaneo dell’attività. La seconda ondata è entrata nel pieno della sua forza già da qualche giorno e queste sono le settimane più delicate, sia in termini di innalzamento di contagi che di comprensione delle misure da adottare al fine di fronteggiare la pandemia.

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La pellicola, diretta da Christopher McQuarrie con protagonista il solito Tom Cruise, amatissimo dal pubblico italiano, aveva trasferito il set a Venezia questo lunedì, dopo le scene girate a Roma. Tamponi a tappeto su tutti coloro che hanno preso parte e set e tutti in albergo in attesa dei risultati. Che potrebbero crescere, vista la presenza di più di 150 comparse coinvolte nelle riprese. I primi casi accertati risalgono a venerdì, ne mancano ancora diversi all’appello.

La troupe, adesso ferma al palo, stava girando in laguna da poco più di 72 ore. Campo San Giacomo dell’Orio era la location dove il set allestito stava progredendo, mentre a Palazzo Franchetti avrebbe dovuto girare una scena in particolare. Esattamente come a Palazzo Ducale che, stando ai rumors, costerebbe duecentomila euro di solo affitto.

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