“Il collezionista di carte”, il delitto e castigo di Paul Schrader

The Card Counter” (Il collezionista di carte) è una delle pellicole in gara per il Leone d’Oro in questa 78esima mostra cinematografica del Festival di Venezia. Presentato durante la seconda serata, lo scorso 2 settembre, l’ultima fatica di Paul Schrader ha raccolto un giudizio positivo pressoché unanime, posizionandosi nella lista dei lavori più interessanti proposti, fino ad ora, in questa edizione 2021.

Si sa, Paul Schrader è un mostro sacro del cinema. Non solo perché è il braccio destro di Martin Scorsese, per il quale ha scritto capolavori come “Taxy Driver” (1976), “Toro scatenato” (1980) o, ancora, “L’ultima tentazione di Cristo” (1987), ma soprattutto perché quello che era nato come un critico cinematografico, divenne un punto cardine della Nuova Hollywood, periodo di rinnovamento avvenuto in un lasso di tempo che va dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’80.

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Un cinema carico di tematiche potenti e struggenti quello del regista statunitense, quali la solitudine, il senso di colpa, ma soprattutto la redenzione. Quest’ultima, difatti, è la parola che gira intorno a “Il collezionista di carte”, unica via d’uscita per sopperire ad un’esistenza scandita da brutti ricordi e sensi di colpa.

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Una storia di perdono e vendetta, di demoni che non mollano il colpo, nascosti sotto una facciata di calma, freddezza ed apatia portate in scena magistralmente da Oscar Isaac (A propositivo di Davis, Ex Machina), nei panni del tormentato protagonista.

William Tell (Oscar Isaac) è un giocatore d’azzardo, un fuoriclasse per l’esattezza, capace di memorizzare ogni singola carta. Nonostante la dote eccezionale, il protagonista non si sbilancia mai, non si mette a strafare e si accontenta perlopiù di “piccole” cifre, cercando di dare sempre il meno possibile nell’occhio e rimanere nell’ombra.

Dopo aver passato parecchi anni in galera, luogo in cui imparò a giocare a carte, con l’accusa di violazione dei diritti umani mentre era un brutale carceriere e torturatore ad Abu Ghraib, William tenta di soffocare i sensi di colpa concentrandosi esclusivamente sulle carte.

Ma un giorno il passato in qualche modo torna nella vita del giocatore. Mentre è impegnato a seguire una conferenza tenuta dal suo ex superiore di Abu Ghraib, John Gordo (Willem Defoe), il quale non venne mai processato, William incontra un ragazzo di nome Cirk (Tye Sheridan) che cerca di avere un contatto con lui.

Questo si rivela essere il figlio di un altro torturatore che non fu così “fortunato” come William.  L’uomo difatti, dopo essere uscito di senno per i sensi di colpa a causa delle atrocità commesse, si uccise. Cirk rivela al protagonista la sete di vendetta che lo perseguita nei confronti di quell’uomo che non pagò mai per le sue azioni, ma lasciò che pagassero solo i subordinati, John Gordo.

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I due si trovano ad avere, dunque, un nemico in comune. Ma se Cirk è incapace di trovare pace, William vede in questo incontro la possibilità di una qualche forma di redenzione e di perdono. Decide quindi di prenderlo sotto la propria ala e di aiutarlo.

Ma non a compiere la personale vendetta, ma cercando di dissuaderlo da una scelta che potrebbe rovinargli per sempre la vita, saldando i suoi debiti per regalargli una vita nuova, diversa, migliore. Insomma, una seconda possibilità per entrambi.

Con l’aiuto della finanziatrice La Linda (Tiffany Haddish), il protagonista decide di iscriversi al torneo mondiale di pocker, in modo da guadagnare una cifra sostanziosa da donare a Cirk per costruirsi un futuro.

Un film che porta con sé tematiche potenti e dolorose “Il collezionista di carte”, in cui nonostante il protagonista mantenga costantemente un’immagine distaccata e fredda, attraverso un linguaggio non verbale, riesce a far arrivare forte e chiaro il conflitto interiore che lo consuma. Un dolore che manifesta, ad esempio ricoprendo con lenzuola ogni centimetro quadro delle stanze d’albergo dove alloggia, come a dire niente deve essere più contaminato dal mio tocco.

Un dolore che sottolinea, ancora una volta, gli orrori che l’essere umano è in grado di compiere. Ma anche il dopo, tutto quello che arriva dopo. L’enorme zavorra e la punizione derivante dalle azioni, che, per scelta, sono state commesse. Il “Delitto e castigo”, per citare Dostoevskij.

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Attraverso la voce fuori campo del protagonista, che funge da vero e proprio flusso di coscienza, questo si confessa con il pubblico, senza far trapelare mai la minima emozione. E forse questo è proprio il punto su cui, sotto certi aspetti, pecca la pellicola. Volendo enfatizzare un personaggio così talmente chiuso e all’apparenza apatico, la sceneggiatura appare, in alcuni punti, non particolarmente approfondita, ermetica come il suo protagonista.

La bravura del regista è evidente, tuttavia si avverte spesso la sensazione che Paul Schrader abbia messo sul suo tavolo da poker tante situazioni che restano lì, appena accennate e sviluppate in maniera quasi superficiale. Ma forse questo era proprio l’intento del grande artista, il quale da sempre predilige un cinema semplice e raccolto.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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