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Cinema

Pietro Castellitto, il regista che voleva essere cattivo

La recensione dell’esordio alla regia di Pietro Castellitto, con Giorgio Montanini e Massimo Popolizio

Alberto Mutignani

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Se è vero ciò che abbiamo detto più di una volta, ossia che il cinema è un’industria, è vero quindi che il film è un prodotto, un bene che per essere consumato ha bisogno di ammiccare a una fetta di pubblico. Sono prodotti anche i film d’essai con un macellaio che di notte diventa un cerbiatto e riflette su Dio, perché indipendentemente dalle chiacchiere dei registi, non esiste film che non nasca per guadagnare e non esiste che un film non si rivolga a un pubblico specifico. “I Predatori”, l’esordio alla regia di Pietro Castellitto, è un film che si rivolge a un pubblico ben preciso: la critica.

Potrà sembrare noioso allo spettatore medio, o inconcludente, ma ai critici questo film è piaciuto tantissimo, tanto da ricevere un premio per la miglior sceneggiatura e la nomea di “esordio bomba” e “pellicola feroce”. Non sappiamo che film abbiano visto.

“I Predatori” si articola per strade già battute decine di volte nel cinema italiano, dalla famiglia povera e fascista a quella ricca che pippa cocaina e fa le vacanze in Toscana, dal tradimento coniugale alla riflessione meta-cinematografica. Tutto in un calderone senza capo né coda, che risponde alla sola necessità di raccontare uno spaccato, come si dice oggi, cioè di mostrare quella che secondo Castellitto è l’Italia del nostro tempo.

Ci sono delle scelte coraggiose, una tra tutte la peripezia tragicomica del personaggio interpretato dallo stesso Castellitto, un ricercatore che viene escluso dal team che esaminerà per la prima volta la salma di Nietzsche, e decide di vendicarsi. È una storiella che assomiglia ad alcuni racconti postmoderni di Roberto Bolano, e che con un forzato sistema di incastri riesce anche a sembrare coerente con il resto delle vicende raccontate.

La difficoltà non sta tanto nel far intersecare questo episodio con gli altri ma nel trovare un fil rouge che leghi tutte le trame, essendo questo un film a episodi solo apparentemente accostabili e mai davvero incisivi l’uno nell’altro.

Una regista senza budget, un medico cinico e cocainomane, un figlio colto e intollerante verso le chiacchiere a vuoto – che ricorda molto, forse troppo, il primo Nanni Moretti – e dall’altro lato un’armeria, una vecchia truffata e un padre di famiglia convintamente fascista e senza un soldo bucato – e pare che queste due cose ormai siano collegate.

Se nella forma Castellitto canna quasi tutte le inquadrature, nel tentativo di imitare senza successo Paolo Sorrentino, i suoi zoom lenti e le pause interminabili, ma anche richiamando un certo fascino borghese per i ristoranti lussuosi, le grandi ville perse nella campagna, l’arredamento bianco e asettico, nella sostanza invece c’è un gran chiasso che spiega poco o nulla – della trama, delle intenzioni, dei personaggi.

Non funziona la linea comica – nonostante il cast vanti la presenza di due comici noti, Dario Cassini e Giorgio Montanini – né riescono i tentativi di dare al film un tono provocatorio, da satira spietata. Pietro Castellitto assomiglia a uno studente del liceo classico (e forse è stato studente del classico), o più realisticamente a uno studente di Filosofia che ama Pasolini per le nudità e pensa che l’arte debba schiaffeggiare le coscienze.

Solo che poi, camera alla mano, non ci riesce (non che se ne senta la necessità, parlando da spettatore), e ricorda un bambino che digrigna i denti per farti capire che è arrabbiato. Non è molto chiaro chi siano i predatori del titolo: forse sono i poveri fascisti? O i ricchi boriosi? O forse siamo noi spettatori? Non ho avuto modo di confrontarmi su questo, perché in sala, al cinema, c’ero solo io.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

The Gentlemen, il grande ritorno di Guy Ritchie

La recensione del nuovo film di Guy Ritchi, con Matthew McConaughey, Colin Farrell e Hugh Grant.

Alberto Mutignani

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Era stato annunciato nel 2018, tra l’entusiasmo e la commozione del piccolo-grande pubblico di Guy Ritchie, adesso esce su Prime Video: “The Gentlemen“, il nuovo film d’azione con protagonista Matthew McConaughey, approda sulla piattaforma Amazon e fa il pieno di lodi, tra critica e pubblico.

Non ce la sentiamo di remare contro, il film di Guy Ritchie è davvero una sorpresa. La sorpresa, si capisce, nasce guardando la filmografia recente del regista inglese: King Arthur, poi quei due improbabili capitoli di Sherlock Holmes e infine, colpo di scena, il live action di Aladdin, a riprova che anche il 2019 ha avuto le sue catastrofi. In questo deserto artistico, c’era stata la parentesi ‘U.N.C.L.E.‘, divertente spy-story con Henry Cavill, di cui ‘The Gentlemen’ porta avanti un ampio discorso meta-cinematografico. Torna anche Hugh Grant, ma ha un ruolo più importante: sottoforma di sceneggiatura per il cinema, il suo Fletcher racconta la storia allo spettatore e a Raymond Smith (Charlie Unnam), cercando di vendergli informazioni preziosissime circa il suo boss.

La storia, infatti, ruota attorno a Mickey Pearson (Matthew McConaughey) gangster di origini americane, ma con un impero costruito in Inghilterra grazie al monopolio sulla produzione di cannabis. Sul momento di vendere tutta l’attività per 400 milioni di dollari al miliardario Matthew Berger (Jeremy Strong), deciso a ritirarsi a vita privata, Mickey deve vedersela con una serie di personaggi che vanno dal semplice malavitoso alla definizione più estrema di follia, tra gangster della malavita russa, investitori cinesi, una banda di rapper/youtuber e un allenatore di MMA, noto soltanto come Coach (Colin Farrel).

Follia che, in parte, sarà figlia degli eccessi parossistici della penna di Fletcher, che nel raccontare la storia inventa, esagera, aggiunge. Portando avanti questa idea di cinema che si riflette su stessa, è evidente che ‘The Gentlemen’ deve molto più a ‘Operazione Uncle’ che a pellicole come ‘Snatch’ e ‘Revoler’, dei quali mancano i picchi geniali e le sequenze dal montaggio serrato. Ciò di cui vive il film è un conglomerato di grandi interpretazioni – tra le quali, il ruolo della vita di Hugh Grant –, un ritmo costante, ottime scene d’azione che irrompono inaspettate nella forse eccessiva verbosità del film – in questo ricorda molto il ‘Procuratore’ di Ridley Scott, firmato McCarthy.

Anche qui, la necessità è quella di costruire un puzzle da mille tasselli, ognuno dei quali tornerà a giocare un ruolo importante nel vorticoso finale. Ma a differenza del film di Scott, ‘The Gentleman’ non vuole mai davvero dare l’impressione di essere un film complesso o raffinato, tutt’altro. Allo stesso tempo, cerca di pulirsi di dosso il clima per famiglie delle sue ultime pellicole, e di tornare a parlare di ciò che gli interessa, nel modo migliore che conosce: storie criminali portate fino all’assurdo, un fiume in piena di omaggi, citazioni, rotture della quarta parete. Non è il miglior Ritchie, ma lo amerete.  

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Cinema

Esiste un cinema di serie b? Alle origini della questione, con Vittorio Gassman

Una tavola rotonda del 1985 vide coinvolti alcuni dei più importanti nomi del cinema comico italiano: Bombolo, Alvaro Vitali, Mario Merola e Gassman a dirigere l’orchestra. La domanda era: esiste un cinema italiano di serie b?

Alberto Mutignani

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In questi giorni in cui si è tornati all’attacco dei cinepanettoni, scongelando gli slogan del natale scorso sull’arte, la trascendenza e l’autorialità, è bene farsi trovare pronti. Nascondersi in un bunker e aspettare che tutto finisca, come Walter Chiari in Noi due soli, o partire con il contrattacco. Il discorso l’abbiamo già fatto: prendersela con i cinepanettoni è una pratica fessa, infatti piace molto a Enrico Ghezzi. Inutile partecipare a questa ricorrenza che ogni anno coinvolge nomi eminenti della critica, e che sembra anche stuzzicare una buona fetta di pubblico – è più divertente parlare del cinepanettone che guardare il cinepanettone.

Una visione originale sull’argomento: nel 1985 si tenne a Roma una tavola rotonda presieduta da Vittorio Gassman sul cinema italiano di serie b. L’occasione è di quelle indimenticabili: ci sono Bombolo, Alvaro Vitali, Mario Merola, Marino Girolami, Marco Giusti, Michela Miti, Renato Nicolini e il pluri-rattristato Enrico Ghezzi, che abbiamo già citato. Gassman fa da arbitro, figura neutrale abituata già ai farfugliamenti intellettualistici, essendo il nemico più caro di Carmelo Bene.

La tavola infatti vede contrapposti due macro-schieramenti. Ci sono quelli che il cinema nostro incassa e piace al pubblico, e quelli che il cinema è arte e deve essere impegnato. Si mettono in croce recenti successi come ‘Le vacanze del Cactus’ e qualche pellicola di Castellano e Pipolo, addirittura si spara a zero su Monicelli e Risi. Gassman cerca giocosamente di far dire a tutti quale sia il loro film peggiore, solo un paio rispondono. Vitali propone di ridurre il prezzo dei film italiani in sala, e raddoppiare quello degli stranieri. Vieni fuori un lungo soggetto di ‘Morte a Pomezia’ con Franco e Ciccio. Ma è anche un’occasione per scoprire Bombolo fuori dal set, in uno dei pochissimi filmati in cui appare.

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Cinema

Elliot Page e il privilegio della libertà

Marielisa Serone

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La vicenda di Elliot Page porta con sé diversi spunti e questioni da affrontare, primo fra tutti il tema biografico, che interessa in prima persona Eliott, la sua capacità di stare al mondo, la sua visione del futuro e la idea di sé stesso.

Ma ad interessare c’è anche il fatto preminentemente politico per cui dovremmo ringraziarlo perché le sue vicende biografiche – certo importanti ma tutte sue, se non fosse che in passato si è reso protagonista di film ancora oggi indimenticati come Juno o The Umbrella Accadamy – lo hanno portato a non nascondere la sua omosessualità tanto da arrivare nel 2014 al coming out e oggi a raccontarci, tramite lettera pubblica, di essere transgender – che trovate qui (a questo link la lettera).

Un nuovo passaggio della sua biografia e della sua vita pubblica quindi con cui chiede che si utilizzino, nei suoi confronti, pronomi maschili: scelte e richieste che lo riguardano e che quindi attengono ad una etica della responsabilità, della liberazione, dell’inclusione – tutti punti legati alla cosiddetta questione di genere, alle discriminazioni, al grandissimo mondo LGBTQ+.

Nella sua missiva dice “sono orgoglioso di essere trans e di essere qui”. C’è un ulteriore passaggio che giustifica questa uscita pubblica così importante: i temi di una politica che si sta provando ad adeguare ai vissuti e alle richieste dei e delle cittadinə in quello che è il tema dell’appartenenza di genere e del transessualismo – che portano irrimediabilmente con sé altri temi.

Per cui Elliot Page prende su di sé quella che è una battaglia di sensibilizzazione e coscientizzazione di una tematica che non è affatto secondaria, per i numeri che la vedono protagonista ma anche per la forza con la quale viene osteggiata da alcuni Stati e dalle legge. Pensiamo che in Italia, solo oggi nel 2020, si sta discutendo una legge contro l’odio omotransbilesbofobico e contro la misoginia (Ddl Zan), ad oggi passata alla Camera dei Deputati e in fase di approvazione al Senato. O anche alla Polonia che, con la scusa della pandemia, ha tolto ai transessuali e agli e alle omosessuali lo statuto di ‘esistenti’, cancellandoli come se non esistessero (per non parlare degli attacchi feroci alla libertà di autodeterminazione delle donne che vogliono interrompere una gravidanza).

Ecco perché l’opera di Page è estremamente importante, soprattutto per via della sua popolarità,  potendo quindi raggiungere tante persone, e riuscendo quindi a normalizzare una questione che interessa moltissime persone che vivono tutto ciò con sofferenza in qualsiasi ambito della propria vita, dal lavoro alla vita famigliare.

Prima di lui, ci piace ricordare l’esperienza di Laura Jane Grace che ha raccontato in un suo libro uscito l’anno scorso proprio i momenti, gli anni dell’apice del suo sentirsi disadattato come uomo, dell’outing, del passaggio che oggi è concluso da uomo a donna: era (ed è) la leader degli Against Me, gruppo folk rock – folk punk ancora oggi attivo nato nel 1997 in America fondato da lei quando era ancora Tom Gabel.

Noi di TWoF abbiamo letto “Tranny, confessioni di una punk anarchica venduta” che è appunto il racconto autobiografico, forte ed emozionantissimo insieme della transizioni da Tom a Laura in cui si comprendono la forza e il coraggio di questa presa di posizione, coraggio che anche Elliot esprimeva chiare lettere nella sua ‘confessione pubblica’ assieme alla paura quando dice:

“La mia gioia è reale ma anche fragile, la verità è che nonostante mi senta profondamente felice e sappia quanti privilegi ho, ho anche paura dell’invadenza, dell’odio, degli scherzi e della violenza”

Questa paura accompagna persino lui che sa di essere privilegiato, sapendo di poter vivere un’esperienza straordinaria con meno difficoltà e limiti di altrə. Sa di poter fare suo il tema che in tantə vivono, cioè quello della transizione. Occorre sottolineare come ci si trova di fronte al diritto – come proclamato da Emi Koayma in The Transfeminist Manifesto – «di ciascun individuo ad autodeterminarsi e possedere arbitrio esclusivo sul proprio corpo, vita e felicità», diritto posto all’interno di un movimento di e per le persone trans che vedono la loro liberazione intrinsecamente connessa alla liberazione di tutti e tutte, aperto cioè anche a tutte le soggettività non trans che vedono nell’alleanza una necessità per la liberazione, appunto.

E quindi viva Elliot, benvenuto Elliot.

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