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Cinema

Celebrità e sogni, quando Cronenberg descrisse le ossessioni moderne in Antiviral

Antiviral potrebbe essere una visione addirittura più macabra degli incubi di Cronenberg padre, ma risulta confusa e frammentata. Un prisma di varie intelligenze, ispirazioni e discorsi che meritava di essere limato e “selezionato”, per affrontare al meglio, in questa ora e quaranta, almeno alcune delle questioni sollevate

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“La celebrità non è un risultato. È più come una collaborazione a cui noi scegliamo di partecipare. Le celebrità non sono persone, sono allucinazioni di gruppo.”

Film d’esordio di Brandon Cronenberg, vincitore nel 2012 come Miglior opera prima canadese al Toronto International Film Festival. Inquietante e paranoico, Antiviral non ci porta in nessun universo alternativo. Esattamente come i film del genere (body horror), ci trascina al cuore delle ossessioni moderne: quando non basta possedere qualcosa di un personaggio famoso o un suo autografo, tutti vogliono di più, vogliono la sua essenza… e cosa c’è di più intimo e personale dei batteri!?

Al centro, c’è l’illusione di aver avuto un contatto con la celebrità dei propri sogni, scelta alla carta proprio come al fast food, i cui sintomi sono una falsa traccia a cui aggrapparsi per sentirsi appagati. Non importa se è reale o meno, basta avere la tua stessa malattia per convincere me, e gli altri, di questo contatto. Ma il desiderio dell’impossibile resta sempre insoddisfatto, per sua stessa natura, e perciò si è in continua ricerca dell’ultimo “modello”, per essere sempre aggiornato in questa malsana connessione con la star di turno.

Le industrie come la Lucas Clinic si nutrono di desideri assurdi e consumistici: la celebrità contatta l’azienda per vendere la propria malattia e l’azienda renderà non infettivi i prodotti da immettere sul mercato, mantenendo quindi la merce tracciata ed esclusivamente a pagamento. Se i clienti infettassero un altro soggetto, sarebbe come aver fornito una copia gratuita del virus, mandando in perdita l’azienda distributrice.

Ma il commercio è una storia vecchia come il mondo e porta con sé mercato nero e contrabbando, anche in questo caso. Syd è un dipendente della Lucas Clinic, da cui però ruba i virus più richiesti facendo da “corriere umano”, iniettandosi dosi di malattie per poter poi isolare i ceppi e rivenderli. Le cose vanno bene, tra nottate febbricitanti e colazioni di tachipirina per tornare al lavoro bello pimpante (pronto ad infettarsi e rivendere ancora e ancora). Un bel giorno si presenta l’occasione della vita: la star più richiesta vuole vendere il virus definitivo, l’ultimo modello che tutti vorranno e che Syd ha l’opportunità di rivendere come esclusiva. Non ci pensa due volte e se lo spara in vena, sicuro di poterlo esaminare e rendere innocuo nel suo nascondiglio.

Indovinate quale virus fa i capricci e si ribella?

Una spirale di allucinazioni [in realtà poca roba] e colpi di tosse ci trascina verso l’epilogo – aihmé, un po’ prevedibile – sempre in bilico tra resoconto di tossicodipendenza e di spionaggio industriale. Per tutto il film sembra che il punto centrale sia l’annientamento e la mutazione del corpo, nonché della concezione stessa di “umano”. Syd, di fatto, è già più macchina che uomo, poiché vende e poi incuba e rivende ancora. Ma il corpo muta e diventa macchina solo in una visione di Syd, chiaramente in preda ai deliri della febbre; il montaggio non ci lascia dubbi.

E dal prelevare virus spacciabili ai più disperati tossici, si arriva al mercato dei corpi celebri. Quasi letteralmente.

– “Non capisco come mai questo non sia considerato cannibalismo.”

– “Be’, queste sono solo cellule muscolari. Tutto dipende se l’essenza umana si trova nei suoi tessuti. Ma adesso la legge tende verso qualcosa di più religioso […].”

Non c’è il sanguinolento sparpagliarsi di indefinito materiale organico che ci si aspetta accostandosi ad un cognome come Cronenberg. Qui i corpi si elencano, se ne parla come fossero sulla lista della spesa: il fascino e insieme il disgusto per l’organismo umano sono qui raccontati più che mostrati.

“È più che perfetta. Più che umana. Sembra che i suoi occhi ti arrivino sotto pelle e tocchino i tuoi organi. E ti tocchino lo stomaco, i polmoni.”

Questo film ha davvero molto da dire ma, temo, abbia scelto tempistiche sbagliate per raccontare una moltitudine di pensieri interessanti, che solo alla fine, forse, hanno un qualche senso attivo all’interno della trama.

Arriviamo gradualmente a scenari concettualmente più macabri. Syd attraversa un drappo rosso (impossibile non pensare a Lynch!) e si trova davanti uno schermo di reminiscenze videodromiane, dove la strizzata d’occhio alla libido – oltre che a papà David – è offerta per quello che è, senza discorsi sottili sul “mangiare i propri idoli”.

“Com’è morta in realtà? Come sono state davvero le ultime ore della sua vita? […] attraverso te abbiamo una finestra sul passato. Documentando il tuo peggioramento allevieremo la sofferenza di milioni di persone che sono, non per loro colpa, state lasciate nell’oscurità”. Non solo spettacolarizzazione di vita e morte della celebrità quindi, ma sfruttamento senza mezzi termini anche di Syd, “la macchina porta virus”, che deve mostrare ai fan il pezzetto mancante nella storia del loro idolo. Il più lugubre dei reality show che, scopriremo, non ha fine: “La vita dopo la morte sta diventando estremamente perversa.”

Altro discorso etico aperto a fine film e poi mai affrontato: c’è uno scambio di ruoli e di gender perché, a quanto pare, “il portatore originario assume il ruolo del maschio e il nuovo infetto è la femmina e poi l’infettato cambia sesso per infettare gli altri”. Un’idea un po’ buttata lì, troppo tardi rispetto all’andamento del film, ma che comunque offre spunti di dibattito e che forse, se sfruttata meglio e prima (o forse in modo meno didascalico), avrebbe reso più intimo un film tanto distante dall’individuo.

Antiviral potrebbe essere una visione addirittura più macabra degli incubi di Cronenberg padre, ma risulta confusa e frammentata. Un prisma di varie intelligenze, ispirazioni e discorsi che meritava di essere limato e “selezionato”, per affrontare al meglio, in questa ora e quaranta, almeno alcune delle questioni sollevate. Apre, e richiude arbitrariamente, scenari inquietanti e almeno quattro diversi discorsi etici e il tutto viene affrontato con la normalità del sabato mattina al mercato. Non abbiamo quasi mai un senso di disgusto, siamo ancora distaccati da ciò che accade. Troppo lontano dal mondo attuale?

Troppo lontano dal senso comune? Senza dubbio… e per fortuna. In più, l’asetticità delle scene non permette di accorciare tali distanze: è tutto un manicomio e non si perde quasi mai il confine tra schermo e spettatore. Attaccare violentemente questo confine è una cosa che David Cronenberg sapeva fare in modo impressionante, sia disturbando lo spettatore tanto da instillargli dubbi sulla realtà, sia facendo di tali dubbi materia e argomento stesso del film (su tutti, ancora, Videodrome ed Existenz).

Credo sia ingiusto fare paragoni su base genealogica nell’arte, ed essere figlio del padre [perdonate il gioco di parole] del body horror non significa per forza aver assorbito la sua estetica, anche se c’è l’altissima probabilità di essere stato a contatto con visioni pazzesche. Certo è che, se ti butti in questo genere devi per forza fare i conti con David, e si vede chiaramente che nessuno sa essere del tutto immune al virus “Cronenberg”.

Marina Colaiuda

Cinema

D.O.R.I.A.N.A.: l’art movie di Mariano Lamberti nato durante il lockdown

Questa sera la prima nazionale del film all’interno dello storico palazzo di Trastevere WEGIL

Antonella Valente

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Cosa succederebbe se una donna gelida e malata di controllo perdesse il lavoro? Probabilmente cadrebbe in depressione tanto da auto carcerarsi dentro casa.

E se scoprisse che i social network sono un potentissimo mezzo di comunicazione, una porta da attraversare per raccontare e scoprire il suo vero io, distruggere l’idea di se stessa e quindi rinascere?

Si intitola “D.o.r.i.a.n.a.”, l’art-movie nato durante il periodo del lockdown e diretto dal regista Mariano Lamberti, che sarà presentato questa sera a partire dalle 20 presso WEGIL, lo storico palazzo di Trastevere in Largo Ascianghi 5 alla presenza della consigliera regionale del Lazio, Michela Di Biase. Protagonista della pellicola è Doriana, una donna che ha fondato la sua vita sul successo nel mondo della Pubblicità. Ha imparato a venerare la Forma e la Confezione. La creazione autentica, al contrario, la disprezza e la terrorizza. Ad un tratto Doriana perde il lavoro e, per disperazione, si chiude in casa scoprendo, però, che può comunicare con il mondo attraverso i social network. Attraverso il racconto di se stessa in streaming Doriana vivrà un’esperienza esistenziale che la porterà alla distruzione di sé alla ricerca della propria autenticità. La protagonista prenderà, dunque, coscienza del momento catastrofico della sua vita e disinnescherà vecchie ruggini riuscendo finalmente a ricostruirsi e rinascere.

Doriana è una donna come tante donne indipendenti – spiega la protagonista del film Caterina Gramagliaè una donna sola che ha costruito la sua identità nel suo lavoro. Sceglie, poi, di isolarsi, perde il lavoro e si chiude in una forzata reclusione. Si costruisce così in questo isolamento una identità social dove si racconta, racconta chi è vestita da parole e atteggiamenti retrò che ricordano le donne di Fassbinder o le dive dei vecchi tempi“.

L’esperienza della nascita di questo film è già essa stessa una storia tutta da raccontare.

“Doriana Grigio Vana” doveva essere uno spettacolo teatrale a tutti gli effetti, un monologo esistenziale sull’isolamento forzato scritto dall’autrice Roberta Calandra, un preludio di ciò che sarebbe poi avvenuto nella nostra vita reale? Nessuno poteva saperlo eppure la coincidenza è sorprendente.

Come il personaggio interpretato, Caterina Gramaglia condivide l’idea di ritrovare se stessi durante un periodo particolare come l’isolamento “Ci si perde e ci si ritrova. L’isolamento all’interno di noi stessi è un viaggio – afferma – a volte sembra di impazzire non potendo avere contatti umani, ma il silenzio secondo me è un modo di vedere, di osservare tutto ciò di se che con la vita frenetica si confonde. Questo senso di vuoto che tanto spaventa“.

Il regista Lamberti, nonostante tutto, non ha abbandonato il progetto e ha avviato le prove on-line con l’attrice, unica protagonista. Da qui l’illuminazione di fare un film che giorno dopo giorno si è sviluppato come un prodotto sempre più particolare e articolato tanto che le previsioni erano quelle di girare tutto nel giro di 3 o 4 giorni dopo il 4 maggio (data della riapertura) e avere il film pronto dopo la seconda metà del mese. Il progetto è diventato un vero e proprio esperimento bisognoso di essere curato nei minimi dettagli e quindi di essere completato durante l’estate.

Girato completamente con un I-Phone X, “D.o.r.i.a.n.a.”si è trasformato in un art-movie introspettivo, intimo e viscerale.

Attuale ma con continui riferimenti ad un grande classico come Il ritratto di Dorian Gray del celebre Oscar Wilde.

Bisognava fare di necessità virtù e utilizzare i mezzi a disposizione per poter mettere in piedi un progetto simile durante la pandemia. Ma si può fare il cinema online? e il teatro?

Si può fare tutto. Abbiamo una tecnologia che ce lo permette, ma si perde la relazione, l’empatia – conclude l’attrice – Un film, uno spettacolo è fatto di relazioni, dallo stare insieme e dalla condivisione. Il teatro, che io amo particolarmente, è fatto di relazioni umane, di mandarini mentre fai le prove, di caramelle, di “mi passi la matita che me la sono dimenticata a casa”, di contatto, ovviamente di pubblico che è un’altra parte fondamentale di uno spettacolo. A me tutto questo manca moltissimo”.

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Cinema

È morto Enrique Irazoqui, fu il Gesù scelto da Pasolini

Fabio Iuliano

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È morto nella notte, in un ospedale di Barcellona, Enrique Irazoqui. Attivista politico e intellettuale, celebre per aver interpretato il ruolo di Gesù nel ‘Vangelo secondo Matteo’ (1964), capolavoro di Pier Paolo Pasolini, aveva 76 anni. Nato nel 1944 da una famiglia borghese, come ricorda l’agenzia AdnKronos, fu sin da giovane militante antifranchista.

Su mandato del sindacato universitario clandestino di Barcellona, arrivò in Italia per convincere i massimi esponenti della cultura italiani a tenere conferenze nelle università spagnole contro la dittatura. In questa occasione conobbe, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini che, folgorato dal suo volto, gli offrì il ruolo di Gesù ne Il Vangelo secondo Matteo, affascinato anche dal contrasto con la sua ideologia. Irazoqui devolse la paga alla causa del movimento clandestino antifranchista.

Rientrato in Spagna, venne punito dal regime franchista per aver partecipato alla realizzazione di un film ritenuto di propaganda comunista. Laureato in Economia a Parigi, iniziò a lavorare a capo di un’azienda, lasciando il posto dopo cinque mesi per contrasti ideologici. Negli Stati Uniti si laureò in Letteratura spagnola, diventando successivamente docente. Irazoqui fu anche un campione di scacchi.

Leggi anche: “Teorema”, il film di Pasolini sequestrato per “oscenità e rapporti libidinosi”

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Perché guardare il film di Sonic su Amazon Prime Video

Arriva adesso su Prime Video senza noleggio, per tutti gli abbonati

Alberto Mutignani

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Ho recuperato soltanto adesso “Sonic“, il film sull’omonimo personaggio dei videogiochi nato dalla mente di Naoto Oshima e diventato un’icona videoludica – fu la fortuna del Sega mega drive nei primi ’90 e poi di Nintendo.

Le aspettative erano basse, poco più in su di quelle riservate per il film dei “Me Contro Te“, considerate anche le premesse: un teaser di lancio mostruosamente sbagliato, una pessima cgi per il peggior modello possibile di Sonic.

Per fortuna, si è tornati a pagina bianca e il film è stato ricostruito da zero, anche perché una produzione così grande non poteva permettersi di rischiare, sapendo quant’è capricciosa la fanbase dei videogiocatori – motivo per cui i videogiochi non verranno mai considerati un’arte, spiace dirlo.

Il film comunque non è piaciuto lo stesso, agli aficionados del porcospino blu elettrico. E ci dispiace perché una pellicola così piacevole meritava maggiore spazio di quello che ha ottenuto, soprattutto tenendo conto del lungo iter produttivo.

Il film, come dicevamo, è davvero gradevole: una storia semplice, molto derivativa dallo sci-fi per famiglie anni ’80, ma meno stomachevole. È davvero un film per tutti, e questo è il vero merito di ‘Sonic’, perché c’è l’operazione nostalgia per il pubblico più adulto – l’intramontabile Jim Carrey nei panni del Dr. Eggman – assieme a qualche battuta audace, c’è la comicità spicciola e fisica per il pubblico più giovane, c’è Sonic come lo abbiamo sempre sognato sul grande schermo, le sue scariche elettriche, i divertenti rallenty – per fortuna pochi e ben piazzati – durante le scene più concitate, in cui vediamo Sonic sfoggiare la sua celebre super-velocità, e c’è qualche divertente omaggio.

Arriva adesso su Prime Video senza noleggio, per tutti gli abbonati. Un miracolo, visto che negli stessi giorni esce l’ultimo disastro della Disney, ‘Mulan’ in pacchetto famiglia a 25 euro, che è la guida definitiva – dopo Aladdin e Il Re Leone in live action – all’induzione del sonno sullo spettatore.

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