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Interviste

Greta Zuccoli: vivo la musica senza confini, Sanremo grande opportunità

Federico Falcone

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Greta Zuccoli è tra gli astri nascenti della musica italiana. La sua voce ha conquistato artisti come Damien Rice e Diodato e ora, con il brano “Ogni cosa di te“, mira a fare breccia nel cuore del pubblico e della giuria del Festival di Sanremo, dove parteciperà nella categoria Nuove Proposte. Il brano scritto da Greta stessa, vede la produzione artistica di Diodato e Tommaso Colliva. Una voce che si muove con un certo agio dal brit-folk alla melodia italiana, portando con sé gli echi delle suggestioni musicali che fanno parte del background artistico di Greta Zuccoli: trip hop, cantautorato, brit rock.  

“Mi piace pensare che attraverso la musica io riesca a sciogliere tutti i miei contrasti, mettere insieme le diverse sfumature di quello che sono; tracciare un confine, per poi cancellarlo e spingermi sempre oltre i miei limiti”, dichiara Greta.

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Arrivi al Festival di Sanremo con sound personale e frutto delle tue influenze. Credi che l’Ariston stia spalancando le sue porte a sonorità più moderne e meno tradizionali?

Sicuramente si. Anche vedendo quella che è la proposta artistica di quest’anno, sia tra big che nuove proposte, c’è sicuramente spazio per sonorità non proprio consuetudinarie. Sarà un’edizione particolare, che prende vita all’interno di un anno difficile e delicato per il mondo dello spettacolo. Ci auguriamo tutti che sia un punto di ripartenza per il nostro settore. Ho scelto di presentarmi per l’artista che sono, con le mie influenze e i mondi che sento più vicini a me. Classifico poco i generi musicali, ma ci tengo molto alla mia identità. Ciò che realmente mi interessa è far arrivare la sincerità della mia musica. Ritengo che con mediante essa si possa sperimentare e guardare avanti, anche verso un rinnovamento.

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Il brano con cui gareggi mostra la tua eclettica estrazione musicale. E’ questo il tuo punto di forza?

Amo moltissimo la musica folk, Joni Mitchell, e il cantautorato femminile di artiste come Joan Baez. Mi piace un sound molto essenziale e minimale. Negli anni sono arrivata The National, Bon Iver, e alla scena indie che adesso rappresenta una fetta importante della scena musicale attuale. Adoro le atmosfere di Massive Attack, Bjork, Portished che hanno condizionato il mio modo di intendere l’arte e l’approccio dietro al microfono.

In che modo, l’incontro con Diodato e Tommaso Colliva, ha inciso sul brano? Quanto e quale è stato il loro apporto in sala di produzione?

La produzione è di Diodato e Tommaso Colliva. Insieme abbiamo cercato di far venire fuori le mie influenze e le mie idee creative. Antonio condivide con me le stesse influenze. Durante i tour estivi abbiamo sempre proposto, perché entrambi la amiamo, “Out of time” dei Blur. Apprezziamo gli stessi artisti. Poi ci sono gli archi di Rodrigo D’Erasmo, anch’egli esponente di una scena che adoro. Quando senti dentro qualcosa di forte, poi alla fine si percepisce quando un sound è sincero. E’ il tuo modo di esprimerti. E’ il mio modo di fare arrivare la mia musica.

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L’indie è il nuovo pop?

Da questo punto di vista non mi piace fare classificazioni o dare etichette. La musica la vivo come se non ci fossero confini specifici. La qualità prima di tutto. Penso all’epoca dei nostri nonni, dove la musica jazz era considerata pop. Dipende dall’accezione che uno vuol dare al concetto di popolare.

Cosa ti aspetti dall’esperienza al Festival di Sanremo?

E’ senz’altro un’esperienza importante iniziata diversi mesi fa con le selezioni. Per me, già questo passaggio, rappresentava una dimensione nuova. Non mi era mai capitato di esibirmi in un contesto dove ci fosse una selezione. Vivo la musica con molta serenità e condivisione, anche con gli artisti che hanno preso parte a questo viaggio. Soprattutto per il periodo che stiamo vivendo, c’è bisogno di ritrovare una comunione artistica. Non vedo l’ora di andare lì e immergermi nel contesto musicale per eccellenza. E’ la cosa che adoro di più al mondo. Speriamo che l’arte possa ripartire proprio dall’Ariston.

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Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Beati gli inquieti, il romanzo-reportage scritto da Redaelli nelle stanze della follia

Fabio Iuliano

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Si può costruire sul deserto? Si può abitare la follia per definirne le geometrie? Quella stessa follia che Stefano Redaelli ha scelto di guardare da vicino. Professore di Letteratura italiana alla facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, esce in libreria con Beati gli inquieti. Un libro che arriva dopo un lungo trascorso all’interno di una struttura psichiatrica di Lanciano, in Abruzzo, con il proposito di riuscire a raccontare senza filtri la vita degli ospiti che ha conosciuto, la follia nella sua immediatezza e spontaneità.

Un avvincente romanzo-reportage, dove realtà e finzione si incontrano a restituire un’immagine verosimile delle strutture di cura, che ancora oggi sembrano accogliere qualche “matto” solo per dare alle persone fuori l’impressione di essere sane. Anche i nomi di persone e luoghi sono alterati, ma la trama non si allontana molto da quello che è successo nella realtà: Casa delle Farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge.

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Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente e, nel libro, racconta in prima persona. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. Conosce Marta, Cecilia, Carlo e Simone; ma è anche costretto a conoscere se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura è immediata e senza fronzoli, pur senza rinunciare alla poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e si avvicina «anche se solo per un attimo» alla verità tutta intera. Il dialogo col lettore è diretto e vivace. È Angelo, tra gli ospiti, a introdurre un test di ingresso posto all’inizio del libro: «Se volete leggere questo libro dovete superare un test. Così saprò se mi posso fidare di voi. È il test dell’Fbi, serve per sapere se siete spie».


Beati gli Inquieti è uscito in tutte le librerie e negli store digitali. Edito dalla Neo Edizioni, il romanzo è candidato alla 75ª edizione del Premio Strega e alla 59ª del Premio Campiello. Il volume è anche secondo classificato al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2020. «Leggendo questo libro», ha scritto Remo Rapino, premio Campiello lancianese con il “matto” Bonfiglio Liborio «mi è sembrato di fare un viaggio dall’inquieto alla serenità, grazie alla scoperta di mondi, di anime». Addottorato in Fisica e Letteratura, Redaelli ha approfondito a lungo il rapporto tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. Vive tra Varsavia e l’Abruzzo e nel prossimo semestre sarà visiting professor all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Come è arrivato all’idea di questo libro?
Tredici anni fa, su invito di un’amica, raccolsi dei diari della Comunità di Sant’Egidio, con l’intento di trasformarli in un romanzo. Magari per vincere un premio in denaro a un concorso letterario da devolvere loro in beneficenza. Mi resi conto, però, che quelle parole avevano bisogno di storie in carne e ossa da incontrare. Di qui, iniziai a cercare e frequentare istituti psichiatrici della zona. Col tempo riuscii a fare un’esperienza simile a quella di Beati gli inquieti. Per farlo, ho frequentato una struttura lancianese per anni.

Realtà e finzione sullo stesso piano
Tutto quello che racconto è frutto di un vissuto reale, anche se reinventato in sede di scrittura. Non rinuncio a delle immagini che mi hanno accompagnato nei giorni vissuti nella struttura. Come l’immagine del deserto edificabile, il deserto dove si può costruire.

Genio e disagio, follia e pieghe della razionalità. Difficile trovare un equilibrio nei racconti dei suoi personaggi, alcuni dei quali molto affascinanti. Eppure lei scrive provocatoriamente: “Non andate a trovare i matti”.
I matti non mentono, i matti ci vedono, i matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità. La follia potrebbe sicuramente essere definita come un’enigmatica forma di vita, un’esperienza che vada ben oltre la distinzione tra sano e malato, cela un’importante verità della nostra umanità. Una verità che ci riguarda. Una verità che si può cercare dentro la follia, dentro noi stessi. Eppure, noi preferiamo confinarla in schemi, etichette e strutture psichatriche.

L’AUTORE. Redaelli (Chieti 1970) ha conseguito il dottorato in Fisica e il dottorato in Letteratura all’Università di Varsavia, nonché il master “L’Arte di Scrivere” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Docente di Letteratura italiana alla Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura, e di traduzione letteraria. È autore delle monografie: Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, Roma 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, Roma 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, Varsavia 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha tradotto e curato la poesia di Jan Twardowski, Sullo spillo. Versi scelti – Na szpilce. Wybór wierszy (Ancora, Milano 2012). Tra le sue pubblicazioni anche il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano 2011) e la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, Roma, 2008).

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Interviste

Il ritorno di Chicoria: Servizio Funebre II è la colonna sonora dei tempi che corrono

Antonella Valente

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A distanza di diciassette anni dal suo debutto, Chicoria torna con un nuovo album, pubblicato per Sucream in licenza a Sony Music Entertainment Italy, Servizio Funebre 2: 10 tracce rappate stando in piedi sulle macerie di un paese e di un sistema, che esalta il furbo e la svolta e dimentica di raccontarti come vanno a finire quelli che svoltano facile.

La testimonianza artistica e umana di un percorso musicale di strada, vent’anni di storia vissuta in prima persona. Vent’anni in cui il rap è passato dal ghetto alle classifiche, dai crimini ai capelli colorati, spesso appannaggio dell’ego celebrazione dei rapper, piuttosto che del racconto del quartiere e della città. Il rap è il medium della comunità, Chicoria il conduttore più inadatto a non dire quello che pensa.

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A 17 anni dal tuo debutto come è cambiato il rap?

Il rap negli ultimi 17 anni è passato da essere una manifestazione estremamente di nicchia a diventare fenomeno di massa e genere preponderante nella musica italiana. Davvero pochissimi pionieri che hanno iniziato con questa musica in Italia provengono dal ghetto per come lo si intende.

Il tuo progetto discografico è “Servizio Funebre 2”, spiegaci come nasce questo progetto e perchè scegli questo titolo?

È il seguito del primo capitolo uscito nel 2014 che nacque dal mio incontro con Edoardo Di Fazio aka Depha Beat, produttore romano con cui trovo molta sintonia nel lavoro, ed è colui che oltre a produrre la maggior parte delle melodie anche questa volta, è anche un po’ il regista dei mood dei dischi. Il titolo riflette un po’ il messaggio che voglio veicolare, ossia che a un certo punto quando le cose non vanno, bisogna fargli il funerale che non significa la fine, ma un nuovo inizio.

Il disco affronta tematiche molto forti, quale è il suo messaggio e a chi è rivolto?

È rivolto ai giovani soprattutto. Non bisogna mai smettere di combattere, se c’è un problema bisogna risolverlo, ignorarlo non porterà a nulla. La società fa schifo? No interessandoti alla politica la situazione peggiorerà e basta. Se sei ignorante è facile che cadi vittima di chi ti vuol fregare o che pensi davvero che la vita illegale porti a qualcosa… Non mi sembra nella realtà esistano delinquenti che delinquono perennemente e ce la fanno, non è come in Gomorra che la polizia si fa viva 2 volte in 4 stagioni, quella è una fiction, una finzione appunto…

Quanto è presente l’esperienza personale in questo disco?

Trasuda. Tutto il disco è pervaso delle mie esperienze di vita, non potrebbe che essere altrimenti.

Servizio Funebre 2 è quindi la colonna sonora dei nostri tempi. In che modo però si può risorgere?

Io nella mia vita non volevo fare il rapper, volevo solo essere il miglior cancro della società. Se vendi droga, a meno che non si tratti di droghe leggere, stai avvelenando la società intorno a te per il tuo esclusivo tornaconto. Non puoi dire: “il mondo è una merda e non cambierà mai” perché se il tuo agire è questo anche tu sei causa di questa mondezza. Se io e persone ancora più incancrenite di me, abbiamo capito e siamo cambiati, anche tu puoi riuscirci. Nel momento in cui tu diventerai una persona migliore anche il mondo sarà meglio.

All’anagrafe Armando Sciotto, in arte Chicoria: perchè questo nome e quando ti avvicini al mondo del rap?

Viene dai graffiti perché teggavo ‘Chico’, poi la gente sapeva che fumavo tantissimo… ecc… ecc… e da lì l’hanno storpiato in ‘cicoria’ che è un nomignolo romano con cui chiamano l’erba e da lì a ‘Chicoria’ il passo è breve. Mi sono interessato all’hip hop a 13/14 anni. Già andavo sullo skate ma sono diventato famoso prima per i graffiti. Poi ho vissuto ad Amsterdam per qualche anno e quando sono tornato alcuni miei amici writers avevano iniziato a rappare e io ero preso benissimo. Poi hanno letto quello che scrivevo e mi hanno spronato a registrare e li è nato il mio primo gruppo rap “In the panchine”, il resto è storia.

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Interviste

Mork, Thomas Eriksen svela Katedralen: “Adesso creo con una mente aperta” [ITA/ENG]

“È un fantastico viaggio dell’ego nelle parti più cupe e malinconiche della mia mente e del mio corpo”

Luigi Macera Mascitelli

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La Norvegia è universalmente riconosciuta come una terra di estrema importanza in ambito musicale. Per essere più specifici: è la culla ancestrale del Black Metal. E come la sua patria, si tratta di una musica oscura, introversa, glaciale ma al contempo elegante e carica di una potenza evocativa indescrivibile. I Mork rappresentano ad oggi una delle realtà più importanti del genere, soprattutto per i forti richiami a quel Black Metal primigenio degli anni ’90.

Nato nel 2004 dalla geniale mente di Thomas Eriksen, il progetto Mork giunge in questo 2021 al suo quinto album, Katedralen, in uscita al pubblico il 5 marzo per Peaceville Records. Senza dubbio il lavoro più completo e ambizioso di tutta la discografia dei Mork, ricco di sfumature e derivazioni. Con chiarissime influenze di band leggendarie quali Darkthrone, Burzum e Taake, ed evidenti elementi doom, Thomas si è fatto portavoce di un vero e proprio richiamo al passato. Di quelle sonorità crude, fredde e taglienti che creano un’atmosfera mortifera e velenosa ma maledettamente elegante ed ipnotica.

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Per l’occasione abbiamo avuto il piacere di scambiare con lui qualche parola. Insieme cercheremo di approfondire meglio l’album e cosa voglia dire “Black Metal” oggi. A voi l’intervista a Thomas Eriksen dei Mork. Buona lettura!

[English Version Below]

Ciao Thomas e benvenuto su The Walk Of Fame. Katedralen, il quinto album di Mork, uscirà il 5 marzo. Questo è senza dubbio il tuo lavoro più completo e ambizioso. Puoi dirci qualcosa a riguardo? Quali sono le differenze rispetto ai lavori precedenti?

Ciao! Molte grazie. Devo dire che questo è il mio lavoro migliore, fino ad ora. Quando stavo componendo il primissimo materiale dei Mork, i demo e il primo album, mi trovavo in un sentiero compositivo molto stretto. Stavo creando Black Metal entro confini rigidi e primitivi. Questi tuttavia si sono allentati sempre di più lavoro dopo lavoro fino ai giorni nostri. Lascio tutte le regole e le aspettative preimpostate alla porta oggigiorno. Sento di aver ritrovato me stesso e di aver scoperto cosa sono i Mork. Il che è una sensazione davvero sollevante. Adesso creo con una mente aperta e lascio spazio ad ogni idea rispetto al primo album.

Vuoi parlare del processo di scrittura? Da dove hai tratto ispirazione questa volta?

Come ho detto nella risposta precedente, ho accolto con favore tutto il flusso di ispirazione che è arrivato. Ho incluso riff e ritmi più melodici e diversi. Dal punto di vista dei testi, invece, è tutto rimasto come nel lavoro precedente: scrivere ciò che mi viene in mente in quel momento. I miei testi sono come poesie, quindi raramente vengono scritti per un brano specifico. Quando ho una borsa piena di musica appena composta mi siedo e cerco di capire quale traccia si adatti meglio ad un determinato testo, e così via. Katedralen è in realtà una vecchia idea che è emersa durante gli anni formativi dei Mork. Originariamente era stato pensato come un concept EP, ma non è mai stato finito. Tuttavia nel 2019, mentre volavo verso uno show da qualche parte, mi balenò l’idea di poter riportare quell’idea nel nuovo album, che ho successivamente intitolato così. Ho raccolto poi l’intero concetto in una traccia, ad oggi la mia canzone più lunga ed epica: De Fortapte Sjelers Katedral.

Il tuo sound è chiaramente ispirato al Black Metal norvegese degli anni ’90. In particolare, sento le influenze di Darkthrone, Burzum e Taake. Ci sono anche elementi Doom. Ma nonostante tutto un album di Mork è sempre riconoscibile. Qual è, secondo te, quell’elemento unico che caratterizza tutte le tue produzioni?

Credo di aver trovato la mia strada ormai. Ed è un grande complimento quando dici che c’è un filo rosso che attraversa i miei dischi. Penso che sia più il mio modo di scrivere i brani e i riff a creare l’atmosfera dei Mork che la produzione in sé. C’è chiaramente un sound non levigato nelle mie registrazioni e nel missaggio, quindi probabilmente anche questo ha una parte importante. Alla fine credo che basti essere sempre se stessi e poi la musica seguirà di conseguenza.

In Katedralen ci sono alcuni ospiti molto speciali, come Nocturno Culto (Darkthrone), Dolk (Kampfar) e Eero Pöyry (Skepticism). Come è nata questa collaborazione?

Nocturno e Dolk sono persone e amici con cui mi piace passare il tempo e sono delle personalità di talento del Back Metal. Non è stato difficile trovare un posto per loro nell’album. Abbiamo avuto la scusa per stare insieme e fare festa, oltre che elevare qualitativamente l’album nel processo di scrittura. Collaborare con Eero, poi, è stato speciale. Scoprii gli Skepticism nello stesso momento in cui iniziai ad approcciarmi al Black Metal e da allora li ho sempre avuti in mente. Da quando ho sentito il loro primo album non ho mai trovato quella sensazione di vuoto e solitudine in nessun altro brano musicale. Così, quando ho terminato la title track di Katedralen, ho notato che in realtà mi stavo dilettando proprio nel territorio del Funeral Doom. Di lì a poco mi venne l’idea di cercare di rintracciare l’organista degli Skepticism e di fargli benedire il mio album con quei mitici flauti. Il resto è storia.

Thomas, tu vieni dalla Norvegia, la culla del Black Metal. Sappiamo tutti cosa è successo negli anni ’90 con il cosiddetto Black Metal Inner Circle e gli eventi ad esso correlati. Cosa ne pensi? Si è trattato di eventi storici reali o magari anche di leggende metropolitane esagerate dai media?

Mentre crescevo e scoprivo meglio il Black Metal, mi sono reso conto che quella roba ha ovviamente aiutato tutto a essere molto pericoloso e misterioso. Ma con il passare degli anni devo dire che la parte mistica è sparita. La vedo più come degli adolescenti che fanno cose stupide e criminali. Erano e sono ancora persone normali, sai. Proprio come me e te. Tuttavia la loro musica è fantastica. Questa è la vera eredità.

Cosa significa per te Black Metal? È solo musica ed espressione artistica o è qualcosa di più profondo? Una sorta di filosofia o vera attitudine.

Difficile da dire. Credo sia qualcosa che è dentro di me. Sono davvero contento di averlo scoperto e suonato nella mia vita. Per me si tratta di solitudine. Quindi, ciò che significa per gli altri non ha importanza per me. È un fantastico viaggio dell’ego nelle parti più cupe e malinconiche della mia mente e del mio corpo.

Come hai intenzione di sponsorizzare l’album considerando la pandemia? Hai già un piano?

Dato che il Black Metal è un genere che deve essere ascoltato in pace e non necessariamente dal punto di vista di uno show, sono in un certo senso contento della pandemia. L’ascoltatore è in un certo senso costretto a chiudersi, e si approccerà correttamente al disco. Soprattutto in questi tempi, spero possa colpire ancora di più nel profondo. È vero, la parte del tour va in malora, ma è così per tutti. La musica fortunatamente è un dono ora come ora, e non ci sono quarantene che possano privarcene.

English Version

Norway is universally recognized as a land of extreme importance in the musical field. To be more specific: it is the ancestral cradle of Black Metal. And like his homeland, it is a dark, introverted, glacial music, but at the same time elegant and charged with an indescribable evocative power. Mork represent today one of the most important realities of the genre, especially for the strong references to that primeval Black Metal of the 90s.

Born in 2004 from the brilliant mind of Thomas Eriksen, the Mork project comes in this 2021 to its fifth album, Katedralen, out to the public on March 5 for Peaceville Records. Without doubt the most complete and ambitious work of the entire Mork discography, full of nuances and derivations. With very clear influences of legendary bands such as Darkthrone, Burzum and Taake, and evident doom elements, Thomas has become the spokesperson for a real reference to the past. Those raw, cold and sharp sounds that create a deadly and poisonous but so elegant and hypnotic atmosphere.

For the occasion, we had the pleasure of asking him some questions. Together we will try to deepen the album and what “Black Metal” means today. Here is the interview with Thomas Eriksen of Mork. Enjoy the reading!

Hi Thomas and welcome to The Walk Of Fame Magazine. Katedralen, Mork’s fifth album, will be released on March 5th. This is undoubtedly your most complete and ambitious work. Can you tell us something about it? What are the differences compared to the previous works?

Greetings! Thanks a lot. I have to say that this is my best work, this far. The story goes that when creating the very first Mork stuff, the demos and the first album, I was walking a really narrow path. I was creating Black Metal within a strict and primitive borders. This however has loosened up more and more for each release up to present day. I leave all pre-set rules and expectations at the door when creating Mork nowadays. I feel that I have found myself and found what Mork is, which is a really relieving feeling. I create with an open mind and let every idea count, compared to the first album where I went all in on doing a primitive and nekro album.

Want to talk about the writing process? Where did you get your inspiration this time?

Like I mentioned in the previous answer, I welcomed all inspirational flow that came along. I suppose I am speaking about the music now. Letting myself include more melodic and different riffs and beats. Lyrically it is just like earlier work I’ve done, which is things that comes to mind when writing. I write the lyrics as poems, so they are seldom written for a specific musical piece. When I have a full bag of newly written music, I sit down and try out which track fits with what lyrics etc. Katedralen is actually an old idea that came along sometime during the formative years of Mork. It was originally thought out as a concept EP, but that was never finished. So sometime in 2019, when flying towards a show somewhere, it hit me that I could bring back that Idea for the new album. I decided to name the album after it. However I crammed the whole concept into one track, which became my longest and most epic song to date: De Fortapte Sjelers Katedral.

Your sound is clearly inspired by the Norwegian black metal of the 90s. In particular, I feel the influences of Darkthrone, Burzum and Taake. There are also Doom elements. But despite everything a Mork album is always recognizable. What, in your opinion, is that unique element that characterizes all your productions?

I do believe that I have found my own thing by now. And it’s a big compliment when you say that there’s a red thread going throughout my records. I do think that it’s more my way of writing songs and making riffs that gives it the Mork vibe, more so than the production. But, I do have that “anti-polished” sound going on in my recordings and mixing, so that probably has a big part too. At the end of the day I say that you have to be yourself and the music will follow.

In Katedralen there are some very special guests, such as Nocturno Culto (Darkthrone), Dolk (Kampfar) and Eero Pöyry (Skepticism). How was this collaboration born?

Nocturno and Dolk are people and friends I enjoy spending time with, and they are their own talented personalities within Back Metal. It was not hard finding a place for them on the album. We got to have an excuse to get together and have a bash as well as helping to elevate the album in the process. To have Eero on, is a special one for me. As I found Skepticism at the same time of discovering Black Metal and had the memory of it in my mind ever since. That feeling of emptiness and loneliness has never been reached by any other musical piece, since I heard their first album. So when I made the ending of the title-track of the new album, I noticed that I actually was dabbling in Funeral Doom territory. There and then the idea hit me to try and track down the organist of Skepticism and to have him bless my album with those legendary pipes. The rest is history.

Thomas, you come from Norway, the cradle of Black Metal. We all know what happened in the 90s with the so-called Black Metal Inner Circle and the events related to it. What do you think about it? Were these real historical events or even urban legends exaggerated by the media?

When growing up and discovering Black Metal, that stuff did of course help it all to be very “dangerous” and “mysterious”. But now in later years I must say that the mystical part is gone, as I see it as teenagers and kids doing stupid and criminal things. They were and are still ordinary people, you know. Just like you and me. However their music is fantastic. That’s the real legacy.

What does Black Metal mean for you? Is it just music and artistic expression, or is it something deeper? A kind of philosophy or real attitude.

Hard to say. To me it is something inside of me. I am really glad that I happened to find it and get to exercise it in my own life. To me it is about solitude. So, what it means to others doesn’t matter to me. It is a fantastic ego-trip into the more somber and melancholic parts of my mind and body.

How are you going to sponsor the album considering the pandemic? Do you already have a plan?

As Black Metal is a genre that needs to be listened to in peace and not necessarily party- or live- wise, I am glad that the pandemic is here. Then I do know that the listener is able to stay inside alone and will get to listen to the record properly. Hopefully it will hit even deeper in these times. The touring part goes down the drain, though, but that’s how it is for everyone. Music is a gift in these times, there ain’t no quarantines away from it.

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