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Interviste

Gran Galà del Teatro a Pescara. L’intervista al regista Milo Vallone

Alberto Mutignani

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Sta ricominciando a prendere forma la stagione teatrale abruzzese, tra spettacoli nazionali e le tantissime iniziative del teatro locale. Il 10 agosto, a Pescara, in occasione della notte di San Lorenzo, andrà in scena la prima del “Gran Galà del Teatro – La sostanza dei sogni”, proposto dall’Ente manifestazioni in collaborazione con gli assessori Maria Rita Paoni Saccone e Alfredo Cremonese.

Tanti i nomi del panorama pescarese che parteciperanno all’evento: Tiziana Di Tonno, Franca Minnucci, Luigi Ciavarelli, Giò di Tonno, Massimiliano Elia, Domenico Glasso, Elia Iezzi, Giampiero Mancini, Mario Massari, ‘Nduccio, Edoardo Oliva, Marco Papa, Silvano Torrieri e Milo Vallone, che firmerà anche la regia. Con Vallone abbiamo chiacchierato proprio di questo grande evento, ma anche di quarantena, letteratura e delle sue esperienze con il cinema.

Durante la quarantena molti artisti si sono reinventati su internet. Ti abbiamo seguito durante la lettura del quaderno dei pensieri e delle parole, ci racconti com’è nata l’idea?

Diciamo che è stata più una necessità. Vivo in campagna e per me è una condizione di privilegi, perché quando mi ritiro a casa mi piace poter respirare il silenzio, il riposo. È accaduta questa sciagura del coronavirus e dopo un paio di settimane ho iniziato a parlare con gli utensili. La solitudine, che è una condizione di privilegio quando la cerchi, quando è forzata apre naturali spazi di dialogo, di esternazione di ciò che la propria interiorità assorbe. Mi sono sentito un po’ come Tom Hanks in Cast Away, infatti giocando ho rinominato il mio pallone “Wilson”. Ho girato il primo video pensando che sarebbe stato un video unico, non l’inizio di una serie. Come sempre le cose nascono perché c’è un feedback, c’è un entusiasmo dall’altra parte. Già al quarto video hanno iniziato a inviarmi poesie o espressioni in prosa. È stata una compagnia per loro ma lo è stata anche per me, perché mi costringeva a dover leggere, a impegnarmi, a rispettare una puntualità.

Se dovessi usare uno soltanto degli estratti presenti nel quaderno, quale sceglieresti per raccontare la quarantena?

Li indicherei tutti, visto che hanno rappresentato delle tappe fondamentali del periodo vissuto. Dovendo proprio scegliere, te ne direi almeno due: un monologo di Marcello Mastroianni, in quel capolavoro che è Otto e mezzo di Fellini. È una bellissima pagina di letteratura cinematografica, sintetizza il lato più importante dal mio punto di vista di tutta la vicenda, che è l’accettazione e nello specifico l’accettazione dell’altro. Ho provato tante volte delle sensazioni di disturbo verso i social, che sono dei supermarket dell’opinione. Trovo sempre violento quando un atteggiamento critico assume una saccenteria castrante verso le libertà dell’altro; il secondo brano è più sociale, è una poesia di Trilussa che avevo già presentato sul mio diario personale e che raccontava alla perfezione, in tempi non sospetti, certe forme ben precise di ipocrisia, per cui stringendo il campo non potevano che essere almeno queste due.

Come sta andando la ripresa degli spettacoli in Abruzzo? C’è la risposta del pubblico in cui speravate?

In primavera temevo che fosse compromessa seriamente la stagione estiva, in termini non solo economici ma anche di lavoro. Chi fa questo mestiere ha bisogno di tenersi allenato, quindi c’era la necessità di tornare in scena, di affrontare il pubblico. Per fortuna quella stagione che sembrava molto compromessa in realtà è particolarmente intensa, con le ovvie differenze rispetto al passato per via del distanziamento: uno spettacolo che stiamo portando avanti, itinerante nei vari borghi, prevede la presenza di 10 spettatori alla volta, che poi si danno il cambio con gli altri, per cui spesso replichiamo anche decine di volte. È una sorta di termometro per capire cose che in una normale routine legata al mondo dello spettacolo, un modo di rimettersi in gioco e chiedersi se il pubblico ha davvero bisogno di quello che proponiamo.

Il 10 agosto ci sarà il Gran Galà del teatro che vedrà la tua regia e la partecipazione di numerosi attori abruzzesi. Com’è nata questa collaborazione?

Noi del mondo dello spettacolo ci siamo sentiti un po’ abbandonati, soprattutto essendo consci della necessità dell’arte e vedendo che attorno a noi si parlava di tutte le categorie da aiutare eccetto quella teatrale. Scrissi una lettera aperta al ministro Franceschini e come me tanti altri colleghi in Italia. Da lì è nata una sinergia che ha portato ad ECUA (Enti Culturali Autonomi) con l’hashtag #NessunChiuda, mettendo insieme tanti allestitori, produttori e protagonisti dello spettacolo, cercando una linea comune che è stata abbracciata da tutti. Da questo confronto sono nate diverse amicizie e alcuni progetti: uno è lo spettacolo itinerante di cui parlavo prima, e poi questo spettacolo del 10 agosto.

Di che si tratta?

È una union, più che una reunion, visto che non siamo mai stati tutti insieme prima d’ora. Il criterio è stato quello di scegliere i volti più rappresentativi per i vari generi che andavamo ad affrontare: c’è il doppiaggio, il musical, ci sono gli attori in prosa e i comici locali. Lo spettacolo sarà sostanzialmente un avvicendarsi sul palco di nostre performance raccontando il territorio su due fronti: da un lato attraverso la serata dedicata ai desideri per eccellenza, la notte di San Lorenzo, per cui una parte dei contenuti saranno volti alle speranze, ai desideri. Un’altra parte di scelta dei testi invece è volta alla riscossa, alla resilienza, che è un termine abusatissimo però serve per raccontare lo scatto che è giusto fare sia per il peridio storico che stiamo vivendo sia perché ci troviamo questo tatuaggio che vede in noi abruzzesi non solo la gentilezza ma anche la forza.

Pensi che agire a livello locale con il proprio teatro possa aiutare la comunità a sollevarsi dal clima teso di questi mesi?

Assolutamente sì. Il teatro, che a me piace definire il “cugino della vita”, ha delle magie che mettono in condizione per forza l’essere umano a delle forme reattive, non solo in senso liberatorio ma anche come forme costruttive. Molti terapeuti consigliano il teatro: è una grande riscoperta di sé, oltre ad essere, come il cinema, un’arte complessa. Quando si costruisce anche un semplice dialogo si è costretti a doversi relazionare. Si è costretti a dover dare il meglio di sé all’altro e all’altro si chiede di fare lo stesso. Questo si riflette chiaramente anche sulla platea, ma è così dall’alba dei tempi. Non a caso dicevo che il teatro è “cugino della vita”, perché ha la capacità di solleticare, schiaffeggiare, stimolare certe parti di una persona, da sempre, quindi figuriamoci in un periodo come questo.

Negli anni ti sei occupato anche di cinema. Ci sono progetti in cantiere su quel fronte?

Io dico sempre che il teatro è mia moglie e il cinema è l’amante. E l’amante richiede particolari attenzioni, bisogna frequentarla ma con una certa segretezza. Tra le mie esperienze cinematografiche c’è una creatura che ha fatto appena in tempo a vedere la luce e che poi è stata portata subito in incubatrice: “Nemici”. È una commedia che già dal titolo fa il verso a quell’Amici condotto da Maria De Filippi, e riflette proprio su come questi reality e talent show siano entrati nella nostra vita e in qualche modo la condizionino. L’abbiamo girato e ambientato interamente in Abruzzo, per questo ho voluto che l’anteprima fosse qui. L’idea era quella di presentarlo col vestito da festa il 2 aprile a Roma, per una prima nazionale, e poi da lì far prendere al film la sua strada, cosa che è stata impossibile per il virus. Speriamo in autunno. Nel frattempo ho altri progetti: c’è il mio “Cineprosa” che è l’incastro tra i linguaggi cinematografici e teatrali, per cui in alcuni miei spettacoli la narrazione è un ping-pong tra palco e schermo. E un paio di progetti per il cinema, oltra ad una webserie, ma so che non riuscirò a concentrarmi su nulla di tutto questo finché non chiuderò l’avventura di “Nemici”. 

L’appuntamento è quindi per la Notte di San Lorenzo, il 10 agosto alle 21,15 al Teatro d’Annunzio (Lungomare Colombo 122). I biglietti per il “Gran Galà del Teatro” sono disponibili sul sito di CiaoTickets e in biglietteria al Teatro d’Annunzio.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Interviste

Altarboy e Levante insieme su Netflix: intervista al duo romano

Antonella Valente

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Gli Altarboy muovono i loro primi passi in una Roma anni ’80, fatta di riscoperte ed esplorazioni musicali dall’hip hop all’elettronica fino alla musica house. Al tempo però il progetto non era ancora nato. C’era solo una forte amicizia – che dura ancora ora – tra Attilio Tucci e Sergio Picciaredda, due ragazzi sedicenni che passavano i loro pomeriggi a registrare nastri dentro le cantine dei Parioli.

Oggi quei ragazzi sono cresciuti e nel corso della loro carriera a partire dal 2010 – anno della fondazione degli Altarboy – hanno sfornato una decina di dischi tra cui “Way beyond” contenente “Blow” e “You on me”, scelti per la colonna sonora della serie “Baby” prodotta da Netflix. A questi, però, si è aggiunto anche “Vertigine” il brano realizzato insieme a Levante, permettendo loro di consolidare la collaborazione con la produzione della serie Netflix.

“Vertigine” è il vostro ultimo singolo realizzato insieme a Levante per la serie Netflix “Baby”. Come è nata questa collaborazione?

L’idea di “Vertigine” è nata negli studi di Fabula Pictures insieme al produttore della serie di “Baby” Marco De Angelis. Noi eravamo già parte della colonna sonora delle prime due stagioni con quattro singoli (“Blow -You on Me” – “Keep it on Your Mind” – “Tonight”) e per la terza, quella finale, Marco aveva bisogno di qualcosa di eccezionale, così ha pensato che avrebbe potuto funzionare e unire un duo indie dal suono internazionale come noi con una artista italiana già molto affermata come Levante. Come dargli torto! La colonna sonora di “Baby” resta una delle più riuscite in assoluto.

Levante è una delle cantautrici più seguite nel panorama musicale attuale, com’è stato lavorare con lei?

Il brano è stato praticamente prodotto durante il lockdown per cui non ci siamo mai incontrati fisicamente. Lavorare con lei comunque è stato molto stimolante poiché abbiamo avuto la prova di quello che abbiamo sempre pensato cioè che Levante è un’artista che arriva direttamente alle persone ma in modo assolutamente originale, mai scontato e sapevamo che questo connubio avrebbe funzionato e il successo che sta riscuotendo “Vertigine” ne è una conferma.

Gli Altarboy nascono ufficialmente nel 2010, ma l’amicizia tra Attilio e Sergio va oltre questa data. Quando vi incontrate per la prima volta?

Siamo amici dai tempi della scuola e abbiamo sempre condiviso una grande passione per la musica poi siamo stati bravi a farlo diventare un lavoro realizzando il nostro sogno.

YouTube Music vi considera tra i 50 artisti che hanno dettato il suono del 2019, è così?

A quanto pare sì. Il nostro suono è come il nostro marchio di fabbrica ciò che ci identifica, quello che quando qualcuno sente un brano senza sapere chi è dice: “Altarboy”. Il 2020 ne è stata la conferma.

Cosa vi aspettate per il vostro futuro musicale? Durante il lockdown avete avuto modo di pensare ad altri progetti?

Stiamo lavorando ad un secondo album e a nuove collaborazioni sulla scia di “Vertigine”, quindi mettete l’orecchio sul binario che arriverà tanta nuova bella musica!

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Interviste

L’Avvocato Dei Santi: “essere me stesso è la mia più grande ambizione”

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana

Michela Moramarco

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L'Avvocato Dei Santi

L’Avvocato Dei Santi racconta il suo nuovo singolo “Luci Accese”

L’Avvocato Dei Santi, al secolo Mattia Mari, è un musicista romano eclettico e innovativo.

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana. Difficile definirlo in un genere. Potremmo azzardarci a dire che la sua musica è un genere a sé.

L’Avvocato dei Santi. Questo nome rende la domanda obbligatoria: a cosa si deve questa scelta?

L’Avvocato Dei Santi è una figura del mondo ecclesiastico, si occupa delle pratiche di canonizzazione. È un personaggio che ho incontrato davvero quando avevo diciotto anni. Lavoravo in un ristorante vicino Città del Vaticano e spesso arrivavano personalità legate a questo mondo, tra cui una figura che mi era apparsa sin da subito molto rispettabile. Chiesi a un mio collega chi fosse. “E’ l’avvocato dei Santi”, disse. Mi rimase impresso e pensai che sarebbe potuto diventare il nome di un mio progetto musicale. Inoltre penso che sia adatto come nome a rappresentare quello che faccio: un po’ misterioso, mistico, oscuro.

L’Avvocato Dei Santi è un genere musicale a sé. Un po’underground, un po’ cantautorale. Quali sono le tue influenze musicali?

Essere me stesso è la mia più grande ambizione, quindi grazie. Tra le mie influenze c’è molto dei miei ascolti del passato: dai Led Zeppelin a Battisti, per parlare di classici. Ad oggi ci sono cose alla “Arcade Fire” e simili.

“Luci accese” è il nuovo singolo

“Luci accese” è un brano che inizia un po’ cupo, poi si accende. Com’è nato? Cosa vuoi raccontare?

Si, a me piace dire che il brano si apre, come le braccia che si allargano per prendere un pezzo di vita. Credo di aver portato all’estremo l’elemento che caratterizza le mie canzoni, l’esperimento tra ombre e luce. Sono contento del risultato. L’ho scritto durante il lockdown. Volevo fare qualcosa che potesse rimanere nel tempo. Cesare mi ha mandato la base di batteria e in circa due giorni avevo chiuso il pezzo. Mi sono confrontato con Enrico Lupi (fiati; La Rappesentante di Lista, ndr) e con Carmine Iuvone (archi; Tosca, Motta, ndr); ognuno ha registrato le sue parti ed è nato “Luci Accese”.

Questo brano anticipa qualcosa?

In realtà penso che tutti i miei brani anticipino qualcosa. È un percorso. Sto indicando la strada a chi vuole seguirmi, per arrivare a qualcosa di più ampio. Sono un po’ perfezionista e questo disco uscirà quando sarò del tutto soddisfatto. Ho tante ipotesi. La situazione del mercato musicale non è delle migliori. Non poter promuovere un album dal vivo sarebbe un buco nell’acqua. Quest’inverno non uscirà il mio disco. Qualche singolo forse sì.

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Interviste

Gianni De Feo apre la stagione del teatro lo Spazio con “La Venere in Pelliccia”

Lo spettacolo, interpretato dallo stesso De Feo con Patrizia Bellucci, traspone in scena il celebre romanzo di David Ives e il confine sottile tra realtà e finzione

Domenico Paris

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Sarà la “Venere in Pelliccia” di David Ives ad aprire la nuova, ricca stagione del teatro Lo Spazio (Via Locri 42). A portarla in scena, insieme a Patrizia Bellucci, ci sarà, anche nei panni di regista, Gianni De Feo con il quale abbiamo parlato non soltanto dello spettacolo, ma anche del celebre adattamento cinematografico di Roman Polanski e di Leopold von Sacher-Masoch, autore del romanzo al quale la pièce si ispira.

In che modo ha rielaborato la materia narrativa di partenza? Si è tenuto più vicino al testo di Ives o ha scelto di ispirarsi di più alla versione cinematografica di Polanski?

Ho scoperto il testo teatrale solo dopo aver visto il film di Polanski e francamente non conoscevo David Ives. Ho trovato magnifica quella versione cinematografica dalla quale sono stato immediatamente sedotto. L’idea di una mia messa in scena è rimasta qualche tempo in cassetto, o in memoria, in attesa che il caso si attivasse. Ho rivisto il film un paio di volte per poi volontariamente accantonarlo e tuffarmi nell’intrigante e complessa drammaturgia dell’autore americano. Lavoro molto su un progetto ma cerco al contempo di non lasciarmi troppo intrappolare da elucubrazioni di natura intellettuale. Seguo e studio piuttosto l’istinto del teatrante “sperimentale”. Il testo certo non è facile e si articola su diversi livelli di lettura. Il film ha un impatto diverso e i toni recitativi sono più calmi, adatti a inquadrature ferme, mentre il teatro ha necessariamente slanci emotivi più diretti. E poi la colonna sonora di Polanski è quasi monotematica, ossessiva seppure fortemente sensuale, mentre per scelta personale io amo sottolineare alcuni momenti scenici con musiche molto contrastanti, tra il classico, il contemporaneo, il pop. No, decisamente un film non si può imitare. Sarebbe una lotta impari, una battaglia persa.

La metateatralità del testo sembra essere uno dei suoi aspetti più interessanti a livello di sviluppo spettacolare. Come ha lavorato in termini di allestimento per sottolinearne l’importanza e qual è, secondo lei, il significato più profondo che “la Venere in pelliccia” vuole suggerire?

Finzione e realtà si rincorrono continuamente in questo testo ed è l’aspetto che trovo maggiormente interessante all’interno di un percorso artistico. Il passaggio emotivo, linguistico, fisico addirittura, l’altalenarsi dall’epoca attuale a quella ottocentesca, il ritmo diverso, l’ambiguità delle parole, l’atteggiamento del corpo, la metamorfosi dei personaggi che diventano altro e poi altro ancora, tutto questo intrigo pretende senz’altro una forte concentrazione. In termini di allestimento non ho voluto sottolineare certi passaggi con segni troppo marcati o definiti. La scenografia è scarna, i costumi sobri. Tutto è avvolto nel nero, come in una notte. Una notte ambigua dove maggiormente si confonde il sogno dal reale. Il teatro nel teatro converge in un tutt’uno. Quali sono i significati profondi che può suggerire un testo come questo? Ne ho intuito alcuni e ne conoscerò di certo altri durante le repliche. Un lavoro teatrale non si riesce mai a definire. E’ un viaggio continuo di sorprese inattese. Ma tra i tanti significati, al momento ne potrei definire uno, uno solo: forse in tutti noi si nasconde una natura sconosciuta che attende di essere esplorata per incontrare infine il proprio doppio col quale unirsi in un essere scintillante. “Il grande amore nasce dagli opposti, non dalle uguaglianze.”

Chi è il suo Thomas? Come lo ha costruito in scena e quanto le sembra attuale oggi rispetto al personaggio partorito dalla penna di von Masoch oltre due secoli fa?

Entrambi i personaggi dell’opera di Ives hanno a mio avviso carattere ambiguo, ambivalente. Thomas, in una prima parte dell’azione è il regista/autore confuso, non esattamente a suo agio rispetto alla realizzazione della messa in scena di “Venere in pelliccia”. E’ tormentato, convinto di non riuscire a trovare un’attrice capace di interpretare il raffinato ruolo di Wanda von Dunayev, protagonista del romanzo di Sacher-Masoch. Ha una scarsa considerazione delle attrici contemporanee, poco femminili, per niente capaci di approfondire un personaggio, metà vestite da veline e l’altra metà da maschi. Ecco un’evidente critica a una contemporaneità troppo superficiale, distratta e volgare. Ma proprio questo suo atteggiamento sarà presto spiazzato dalla femminilità sicura e dominante dell’attrice, anche lei di nome Wanda, presentatasi per il provino. La situazione presto si ribalta. La tensione vibra, i ruoli si confondono. Thomas si lascia irretire, si abbandona, si trasforma, si identifica, passando da un atteggiamento prima insicuro, poi dominatore, infine vittima volontaria, come sotto effetto ipnotico, fino all’estremo atto in cui lui stesso diventa Wanda von Dunayev traballante sui tacchi a spillo. Teatralissimo colpo di scena finale, partorito dall’abile penna di David Ives in contrapposizione al finale del romanzo di Sacher- Masoch, dove il protagonista rimane solo a rivivere i ricordi di una passione senza limiti. La costruzione di questo personaggio è lenta, respira piano per meglio aderire in tutte le sue pieghe. Thomas è critico rispetto a tutto un sistema attuale fatto di luoghi comuni, di frasi fatte, di ansie da prestazione, di autoanalisi infinite come fossimo tutti dimostrazioni di Freud o esempi di qualche cosa. E’ invece a suo agio quando entra nei panni del personaggio del romanzo ottocentesco. E proprio da questo personaggio che si lascia maggiormente sedurre. Un viaggio a ritroso dove il contemporaneo si annulla. Non penso a Thomas come a uno sconfitto, una vittima dell’alter ego femminile. Penso invece a un personaggio che ha scoperto un’altra identità, fino allora nascosta, e che sperimenta con coraggio una forte passione fino a toccare il fondo. Il “mio” Thomas è una creatura affascinante, ricca, complessa, ammanettata nelle sue molteplici sfaccettature.

L’opera pone forse il suo accento più marcato sull’ineluttabilità dialettica nel rapporto tra uomo e donna, che sembra potersi risolvere soltanto in un drammatico gioco di potere mai pacifico. Davvero non c’è altra soluzione dopo la seduzione (soprattutto ai giorni nostri e nella società in cui stiamo vivendo)?

“Questo è il futuro degli uomini e delle donne. Chi vuole inginocchiarsi si inginocchi, chi vuole sottomettersi lo faccia. In amore come in politica uno dei partner deve comandare. Uno è il martello, l’altro l’incudine”. Lo dice Thomas nel testo. Ma è davvero solo un gioco di potere il rapporto tra uomo e donna, tra individuo e società? E’ forse mai esistita un’epoca in cui questo gioco di potere ha avuto toni più pacati? Nel caso dell’opera di Leopold von Sacher-Masoch, datata 1870, il gioco di seduzione viene spinto fino all’estremo, “fino al superamento dei limiti della natura umana”, fino alla degradazione, al dolore fisico attraverso il piacere sensuale. Non a caso da quest’opera nasce il termine “masochismo”. La seduzione si ammanta, il più delle volte, di un fascino tutto particolare, addirittura inquietante quando arriva a far vibrare corde non ancora esplorate. La seduzione esercita un sottile potere insinuante, pericoloso, irrazionale. Probabilmente la parità, l’equilibrio intellettivo, etico, verbale, non scava e rimane su un piano elevato. Allora dobbiamo sperimentarci su altri piani, inoltrarci nelle grotte più profonde del nostro essere per trovare l’irrazionale e abbandonarci al bisogno naturale di sedurre e lasciarsi sedurre, disposti a correre ogni rischio. Fino al dolore come espiazione. Attenzione però, è solo un gioco. Un gioco di seduzione. Il potere, inteso come prevaricazione del più forte sul più debole nella nostra società come in quella di ieri, non può essere abuso.

Quali sfumature appartengono alla sua Wanda? In che modo l’ha dimensionata insieme a Patrizia Bellucci e quale delle sue (di lei) peculiarità attoriali le è risultata più funzionale rispetto a come la voleva plasmare in partenza?

Ho avuto l’idea di affrontare questo testo proprio dopo aver diretto Patrizia Bellucci ne “Le serve” di Jean Genet la scorsa stagione. C’era qualcosa nel suo sguardo, malinconico, smarrito, lucido ma con una punta di perversione o anche di rancore e di rabbia, qualcosa insomma di poeticamente maledetto, che mi ha subito riportato alla profonda e intensa staticità espressiva di Emmanuelle Seigner. E poi, sembrerà strano, la luce del biondo dei capelli, accende un’aura misteriosa di cui lei sicuramente ne è inconsapevole. E’ ovvio che tutto questo non basta per “plasmare” un personaggio, anche perché da subito ho voluto scongiurare ogni paragone con gli interpreti del film. Nessuna imitazione, per carità. Lo sguardo è stato solo un punto iniziale di ispirazione, come spesso accade quando affronto un nuovo progetto. Mi soffermo sul primo elemento istintivo che mi viene suggerito, ci giro intorno, lo sviluppo, e il mandala si disegna. Dentro questo disegno si muove il progetto. La Bellucci ha saputo aderire con grande attenzione alle molteplici sfaccettature caratteriali ed emotive che un personaggio così complesso come questa Wanda presenta ad ogni respiro di battuta. Ammetto che non è stato facile, anche per la mia ossessiva maniacalità nella ricerca della gestualità, del linguaggio del corpo, del possesso dello spazio scenico. A ogni battuta corrisponde un gesto. Un rigore apparentemente limitante ma che scatena paradossalmente una sfrenata libertà espressiva.

Cautamente, le stagioni a teatro stanno ripartendo. Quali sono le sue aspettative per questo spettacolo?

Arrivare al traguardo, ossia alla realizzazione di una messa in scena dopo un lungo lavoro di studio e di prove fino al raggiungimento catartico della rappresentazione davanti a un pubblico che sceglie di partecipare all’evento, soddisfa già, a mio parere, gran parte delle aspettative che di solito accompagnano il lento processo di costruzione. Il teatro ha, e forse deve avere, e a maggior ragione in questo momento storico, breve durata. Come un fiore, espande il suo profumo, se ne ha, e poi muore.

Dopo le repliche di “Venere in pelliccia” a Lo spazio, quali saranno i suoi impegni più prossimi sulla scena?

Si può parlare di futuro, oggi? Nonostante tutto, mi sto preparando, pur rimanendo ancorato al “qui e ora”, a una stagione ricca e articolata tra ruoli e generi molto diversi. In febbraio, sempre a Lo Spazio, riprenderemo un divertente e ironico testo di un autore francese, Jean Marboeuf, “Che fine hanno fatto Bette Davis e Joan Crawford” portato in scena lo scorso anno all’OFF/OFF Theatre con una entusiasmante risposta di pubblico. Io sarò Bette Davis, al mio fianco Riccardo Castagnari nel ruolo della Crawford e la regia di Fabrizio Bancale. Tra Napoli, la Toscana e la Puglia porterò in scena una pièce di Roberto Russo, “La fine del mondo”, dove, intersecate al racconto, canterò alcune canzoni di Charles Aznavour. Nell’immediato, sarò impegnato nella preparazione di un nuovo spettacolo musicale “Bambola” di Paolo Vanacore con la direzione musicale di Alessandro Panatteri. Il debutto romano è programmato il prossimo aprile all’OFF/OFF Theatre. I tempi evidentemente non sono facili e le difficoltà sembrano trattenerci a terra. Tuttavia, i progetti non possono morire e l’impegno creativo deve permetterci ancora di volare in alto, ad ali sempre spiegate. Ce la faranno i nostri eroi?

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