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Gianni Rodari e il sottotesto politico di cui nessuno parla

La dimensione dimenticata del Rodari politico, vera forza motrice delle sue filastrocche infantili

Alberto Mutignani

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Con una pandemia in atto, c’è stato chi ha avuto la temerarietà di uscire, gel e mascherina, rischiare il tutto per tutto e infilarsi in una libreria per comprare una raccolta di Gianni Rodari. È un gesto audace ma per Rodari si può fare, sembra, e le case editrici lo sanno. Ogni tanto lo ripropongono nelle vetrinette, in qualche nuova veste con un’introduzione di quel docente di Milano e una postfazione di quella penna di Repubblica. Ora che sono cent’anni dalla nascita di quell’intellettuale pallido e militante, qualcuno ha deciso di ricordarlo – più di qualcuno, in realtà – intasando le bacheche social di filastrocche. Ma fuori da quella specie di rivoluzione di colore o forma che tutti stanno citando, c’è la componente politica – il vero “colore” di queste storielle:

Bella la bandiera tricolore
sboccia al sole come sboccia un fiore.
Ma le bandiere sono tutte belle,
fatte per sventolare insieme come sorelle…
L’italiana, l’inglese, la francese,
la russa, la cinese
e quella di Maometto:
mille più mille bandiere a braccetto”

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Rimane difficile pensare davvero che “Bandiere” sia stata scritta dai bambini di Vho. La firma è quella di Rodari, che scrive questo inno all’uguaglianza delle bandiere (la russa e la cinese con l’italiana) negli anni in cui si registrano le morti di centinaia di dissidenti nei rispettivi regimi – non me ne vogliano gli ex pci – in cui il Nostro amava fare delle lunghe vacanze di piacere. L’uomo che scriveva della cicala e la formica, e che si faceva amare per la sconclusionata scrittura infantile, era lo stesso che sul “Manuale del Pioniere” (1951) appuntava, a proposito della rivoluzione culturale nelle scuole: “Bisogna sollecitare le organizzazioni democratiche (Partiti, Udi, associazione Italia-Urss, ecc.) perché organizzino spettacoli cinematografici per ragazzi, procurandosi anche qualcuna delle molto belle pellicole per ragazzi prodotte nell’Unione Sovietica e nelle democrazie popolari”.

E fortuna la ebbe con la connivenza trentennale degli amici maestri, di intere classi dirigenti, di un’idea che poi si è insediata, subdola, a spacciare finta moneta sperando nella benevolenza del lettore giovane e ingenuo – che oggi è un lettore adulto e ingenuo. Quando ricordiamo le sue filastrocche, ricordiamo l’autentico baedeker del comunismo, la propaganda verso un mondo che non soltanto dovrebbe esserci estraneo per costituzione, ma che è stato il seme dell’odio e la radice di quel finto spirito di inclusione che oggi coinvolge l’istruzione italiana e i suoi figli della buona dottrina.



Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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Addio a Ferlinghetti, le luci della Beat Generation si spengono sulla città

Fabio Iuliano

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Se n’è andato, all’età di 101 anni, il poeta statunitense Lawrence Ferlinghetti, vecchio proprietario dell’iconica libreria di San Francisco, tempio della generazione della Beat Generation.

A dare la notizia il figlio Lorenzo, spiegando come il decesso è avvenuto ieri nell’abitazione del poeta a San Francisco ed è stato causato da una malattia polmonare. 

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“Little Boy, cresciuto da romantico contestatore, ha conservato la sua giovanile visione di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane, convinto che la sua identità speciale non morrà mai”‘: si conclude così, con una dichiarazione di innocenza mai perduta, ‘Little Boy’, l’autobiografia – uscita per il centenario – di quel fanciullino di Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation, scopritore di Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Corso e tanti altri. L‘Ansa ne fa un ritratto.

Certo, con il suo secolo addosso, pur non sentendolo, a concludere quell’affermazione scrive che tutto ciò lo crede “a dispetto dell’irrefrenabile destino dell’umanità tutta di cui gli scienziati predicono una rapida fine con la Sesta Estinzione della vita su questa terra. Per questo ora il verso degli uccelli non è un grido di gioia, ma di disperazione”. Del resto il poeta “è un funambolo, scala rime / fino all’altissimo filo fatto di sua mano / e in equilibrio sulla trave degli sguardi / al di sopra di una marea di facce / passo passo arriva / all’altro capo del giorno …. perché lui è il super-realista / che deve per forza percepire la verità tesa” nel suo presunto avvicinamento a quella piattaforma più alta “dove Bellezza sta e aspetta / con gravità / di spiccare il salto che sfida la morte“, come si leggeva in una delle poesie della sua raccolta più famosa ‘A Coney Island of the mind’ del 1958, poeta che lì definisce ancora “ometto chapliniano”. Non a caso la sua celebre libreria e casa editrice fondata nel 1953 a San Francisco si chiamava “City Lights” (Luci della città), come il film di Chaplin.

In un gruppo di artisti dalla vita dissoluta e spesso disperata, tra un po’ di fumo e tanto alcol, lui era quello che si vestiva a modo, teneva i capelli corti: “Dovevo essere a posto e in me per mandare avanti tutto e aprire ogni mattina la libreria”. Così vede chiaro quando ascolta Allen Ginsberg recitare ‘Howl’ (Urlo) e gli chiede il testo per stamparlo, cosa che gli costerà un arresto e processo per pubblicazione oscena nel 1956, da cui fu assolto difendendosi da solo davanti al giudice che gli riconobbe libertà di parole e di stampa.

Sono anni di giovinezza e libertà (Ferlinghetti si è sempre proclamato ammiratore dell’ideale anarchico) e in quella scia è sempre vissuto fedele ai suoi principi e alla letteratura, così sono quasi un ritorno alla scrittura di ‘Her’, il suo debutto nella narrativa nel 1960, le pagine di ‘Little Boy’, lungo monologo interiore con pochissima punteggiatura, uno scorrere con momenti impetuosi di parole ora liriche ora razionali, tra sogni, riflessioni, ricordi, confessioni, citazioni da Dante a Flaubert e naturalmente il Joyce di ‘Finnegans wake’ la cui eco si avverte spesso in questo diario visionario e realista.

Nato a New York il 24 marzo 1919, ha subito una vita non facile, col padre morto prima che la madre partorisca e venga, poco dopo, rinchiusa in manicomio, da cui esce dopo sei anni, chiedendo di riaverlo, ma lui sceglie di restare nella famiglia che lo ha accolto. Poi vive alcuni anni a Manhattan facendo lavoretti e studiando sino a quando scoppia la seconda guerra mondiale e viene arruolato in marina, finendo un giorno per trovarsi tra le rovine di Nagasaki un mese e mezzo dopo lo scoppio della bomba atomica: “L’inferno in terra che mi rese all’istante pacifista per tutta la vita”. Dopo andrà a Parigi, studierà alla Sorbona, prima di tornare in America e stabilirsi all’Ovest nell’allora piccola cittadina di San Francisco, dove apre una libreria per poter stare dietro la cassa a leggere e scrivere in pace e comincia a frequentare quelli che saranno definiti Beat, cambiando per sempre la propria vita.

“L’universo trattiene il suo respiro / C’è silenzio nell’aria / La vita pulsa ovunque / La cosa chiamata morte non esiste” e lui continua a scrivere e lavorare, ormai quasi cieco, grazie all’aiuto e l’amicizia di Mario Zanetti.

Poeta di successo, narratore, ma anche pittore, memoria di quegli anni che hanno segnato la cultura americana del dopoguerra, Ferlinghetti è stato un po’ l’imprenditore di tanti amici, l’editore di un gruppo cui letterariamente in fondo non ha mai appartenuto artisticamente, visto che la sua scrittura ha altre origini e va in altra direzione, partendo da Samuel Beckett e “Jimmy Joyce maestro di risate dietro il farfugliare sublime di Finnegans”.

Lo testimoniano ancora le quasi duecento pagine di ‘Little Boy’, in cui si parla anche dell’Italia, dei suoi soggiorni omani, del caffè Greco, paese che ama, l’unico dove abbia dato il permesso di aprire negli anni ’90 una succursale della sua City Lights a Firenze, dove ha esposto i suoi quadri a Roma e, nel 2011, ha partecipato alle celebrazioni del 150 anniversario dell’Unità, durante le quali gli è stata dedicata una grande mostra omaggio a Torino.

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“Disobbedire alla mente errante”, in uscita il nuovo libro di Vincenzo Di Spazio

Luigi Macera Mascitelli

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Uscirà il 10 marzo 2021 in tutte le librerie il nuovo libro di Vincenzo Di Spazio, medico psicosomatico, ed esponente della psicologia energetica italiana: Disobbedire Alla Mente Errante – Defusione Cognitiva a Mediazione Sensoriale. L’editore è Edizioni Spazio Interiore.

Un libro tecnico che spiega in modo chiaro e preciso come uscire dal vortice dei pensieri tossici di eventi traumatici. Questi non ci permettono di vivere serenamente il presente e ci gettano nella paura per ciò che verrà nel nostro futuro. Una descrizione accurata di una tecnica efficace per disinnescare e superare questi traumi. La cosiddetta Defusione Cognitiva a Mediazione Sensoriale (dcms).

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«La Defusione Cognitiva a Mediazione Sensoriale (dcms) è una tecnica ideata, proposta e praticata da Vincenzo Di Spazio, che coniuga parola, voce, principio di causalità, emotività»

Così il professor Alberto Giovanni Biuso rappresenta il metodo descritto in questo libro nelle prime righe della sua prefazione. Di Spazio parte da due quesiti fondamentali: «Chi o cosa genera il dolore dentro di noi? Crediamo che l’esposizione a un evento traumatico sia l’unica ed esclusiva sorgente di questo incontenibile dolore?»

Il libro si rivolge a tutti coloro che si interessano di tecniche psicoterapeutiche. Dai professionisti agli amatori, e a chiunque abbia voglia di indagare all’interno del labirinto della nostra mente ponendo l’accento sul fattore Tempo. Aspetto, quest’ultimo, poco analizzato dalla medicina tradizionale, che spesso trascura la connessione tra esperienze traumatiche e la dimensione temporale.

Leggi anche: “Capone”, il film con Tom Hardy inaugura la settimana dedicata ai gangster movies

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Su Radio Terapia i consigli letterari di Laura Ciresi

Fabio Iuliano

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Dal 18 Febbraio Radio Terapia avvia una nuova collaborazione.  Ogni giovedì la web radio andrà a catturare la voce della  libreria dei Piccoli rimedi di Chieti: sarà proprio Laura Ciresi – fondatrice della libreria assieme al compagno Matteo Verratti – a condurre gli ascoltatori dentro quelle letture che più l’hanno fatta emozionare… il tutto dentro pillole di circa 30 minuti arricchite anche da una selezione musicale e dalle letture affidate alla voce dell’attore Massimiliano Elia. Libri, incontri, musica, il sapore della carta e l’importante suono delle parole.

Ascolta The Walk of Fame Week – il podcast del 17 settembre su Radio Terapia

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