Connect with us

Entertainment

Fight Club al Pincio: sogni e passioni di una gioventù moderna

Federico Rapini

Published

on

Fight Club. Come il film di David Fincher. La riproduzione cinematografica del romanzo di Chuck Palahniuk. “Quanto sai di te stesso se non ti sei mai battuto?” Così Tyler Durden prova a dare qualche indizio sul suo ruolo. Sul suo essere.

La trama del film gira tutta intorno al conoscere il sé stesso nascosto.

Tyler stesso è l’alter ego dell’anonimo protagonista interpretato da Edward Norton. Il personaggio recitato da Brad Pitt, quando ormai si capisce che i due sono in realtà la stessa persona gli dice che “ho l’aspetto che vorresti avere tu, scopo come vorresti fare tu, sono intelligente, capace e soprattutto, sono libero in tutti i modi in cui non lo sei tu”.

E proprio sulla libertà Tyler batte di continuo. La libertà dagli oggetti, dal lavoro, dalle idee imposte dal pensiero comune, dai cliché.

“Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”

E cosa fa per “liberare” il protagonista? Lo porta a perdere tutto. A conoscere sé stesso tramite l’autodistruzione dell’io schiavo del consumismo. Ad avvicinarsi alla violenza. Vi è una sorta di elogio di quest’ultima. Come una moderna lode della guerra, la quale per Eraclito era “comune a tutti gli esseri, è la madre di tutte le cose. Alcuni li fa dei, gli altri li fa schiavi o uomini liberi”.

La guerra è tremenda, ovvio. Soprattutto oggi. Dove bombe atomiche, missili e quant’altro hanno coinvolto sempre di più la parte civile della società. Oggi si ha una guerra, per così dire, poco nobile, senza cavalleria. Anticamente la guerra aveva addirittura un carattere sacro. Per gli aztechi, i romani, per l’antico Perù o per gli assiri, era al re che spettava l’ultima parola sulla guerra. Ma non in quanto capo militare. Ma in veste di supremo sacerdote.

La guerra è stata più volte definita come un atto di violenza collettiva.

Gaston Bouthoul, fondatore della polemologia cioè la scienza che studia la guerra da un punto di vista sociologico, antropologico e psicologico oltre che militare e politico, definì la guerra come “lotta armata e cruenta fra gruppi organizzati”. Stando a questa definizione anche i gruppi di giovani che pochi giorni fa si sono sfidati al Pincio, a Roma, avrebbero partecipato ad una “guerra”. Ovviamente ci sono molte differenze tra una guerra che ha interessi politici e pubblici e una rissa da strada che ha interessi solo privati.

Sabato 5 dicembre al Pincio, colle che si affaccia su Piazza del Popolo a Roma, decine di ragazzi, a quanto pare prevalentemente minorenni, hanno dato luogo ad una rissa che ha coinvolto un numero ancora non definito di partecipanti. Motivo? Sembrerebbero rancori pregressi, nati a quanto pare in altri quartieri della Capitale e sfociati in questa “battaglia” grazie al tam tam sui social. Il condizionale è d’obbligo in quanto le indagini sono ancora in corso e le notizie che si rincorrono parlavano addirittura di un morto (notizia poi smentita).

Quello che sembra essere più certo, da un punto di vista sociologico, è che i ragazzi di Roma, ma come loro centinaia di migliaia di ragazzi e non, hanno dato sfogo a tensioni esplose in un campo di battaglia. Non sono stati i primi e non saranno gli ultimi. Lo stesso Shakespeare tramite re Giovanni disse che “un cielo così tempestoso non si rasserena senza un temporale”.

Lungi da chi sta scrivendo paragonare la rissa di Roma con guerre archetipiche, o cercare una giustificazione tramite autori ed intellettuali che hanno affrontato temi ben più nobili.

Ma è evidente che l’esplosione della violenza di pochi giorni fa non è qualcosa che si è materializzato oggi. L’uomo da sempre ha avuto una propensione a risolvere tensioni e problemi con la violenza, con l’aggressività. Lo si rintraccia anche nel mondo animale dove nei branchi il maschio alpha si elegge tramite l’uccisione di uno o più contendenti. E’ la natura. Sebbene l’essere umano abbia tratti etici, morali e spirituali ben differenti dagli essere animali, queste pulsioni primordiali continuano ad uscire fuori.

E la violenza è ovunque, rappresentata e a volte anche pubblicizzata. E non è il caso delle palestre di boxe, MMA e arti marziali varie, dove si insegna tutt’altro che questo sfogo. Anzi, lì si promuove un controllo di sé.

Il mondo del cinema e della musica, ad esempio, da tempo cercano di fare breccia sfruttando questa “passione” per la violenza, soprattutto tra i più giovani. Film come “Hooligans” con Elijah Wood o serie tv basate su clan criminali hanno fatto leva su questa propensione all’aggressività. Racconti di vite criminali, dove vige la legge del più forte, da sempre incuriosiscono e fomentano generazioni di ragazzi. Non solo quella dei millenials. Per questo non bisogna essere bigotti e giudicarli dall’alto verso il basso.

In un mondo dove chi dovrebbe tracciare una via da seguire, genitori e adulti vari, è invece impegnato a fotografare gatti, piatti da mangiare e quant’altro, i ragazzi, privati in questo momento di molte libertà e di valvole di sfogo, quali sport, discoteche, uscite varie ecc, cercano momenti di vita in azioni che, seppur deprecabili, da sempre sono parte integrante della nostra società.

Perché parliamoci chiaro, a chi non è mai passato per la testa, anche solo per un istante, il pensiero di risolvere con due ceffoni una rivalità nata per caso tra i corridoi di scuola? La colpa non è ovviamente di un film o di un cantante. Non era colpa di Sfera ebbasta per quello che successe al suo concerto di Corinaldo, così come non è stata colpa de “I guerrieri della notte” per le innumerevoli risse e scontri tra gruppi di città o quartieri diversi.

Claudio Caligari, con “Amore Tossico”, cercò di rappresentare la realtà più cruda della società in cui viveva.

L’arte, sia essa un film o una canzone, non sono altro che il frutto di ciò che esiste nella società. Così come determinate situazioni, come quelle delle risse tra giovani, non sono certo attribuibili all’emulazione di personaggi famosi.

Non sono da elogiare, né tantomeno da fomentare.

Sarebbe il caso di dare alternative alla noia. Noia che in molti casi potrebbe essere un volano per l’arte, per far esplodere le proprie passioni, le proprie capacità. La noia stessa potrebbe dare il La alla ricerca propria di un’alternativa.

Come novelli Bansky o poeti di strada. Ma anche moderni Pasquino, il celebre romano artefice di satire e versi beffardi verso personaggi di potere. Forse utopie figlie di una piattezza generale che grazie alla pandemia ha allargato la propria sfera di influenza. Gli sfoghi per le frustrazioni, per la riduzione dei rapporti sociali, diventano perciò fondamentali. E a quanto pare, e la rissa del Pincio ne è un evidente messaggio, non basta ancora un PC o uno smartphone per calmierare le pulsioni giovanili. Bisognerebbe solo riuscire ad indirizzarle in qualcosa di diverso.

Foto: CheNews.it

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

Entertainment

Ricciardi non è Montalbano: la nuova stagione Rai del romanzo poliziesco

Redazione

Published

on

Del resto neanche Maurizio de Giovanni – autore del libro da cui nasce il commissario Ricciardi – è Camilleri e non solo per una manciata di mezzo secolo di differenza, piuttosto per quello straordinario intrigo di passione, misto a calura e mafia, della Sicilia pennellata di fascino e mistero nel giallo che il compianto Andrea Camilleri riuscirà a fondere nel commissario Montalbano; con quel Luca Zingaretti che fu pure suo allievo nell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica.

Facciamo il raffronto, non per rendere più basso il profilo dell’autore napoletano Maurizio de Giovanni, peraltro già presente da tempo in Rai con il suo “I bastardi di Pizzofalcone” giunto alla 3 edizione, ma anche con “Mina Settembre”, il nuovo sceneggiato domenicale con Serena Rossi, piuttosto per rimarcare, nello sceneggiato del commissario Ricciardi, alcune assonanze di ruolo con i vari personaggi di Camilleri.

Leggi anche: Virginia Woolf, forza e sensibilità contro le convenzioni

Intanto i colloqui presso l’ufficio del commissario, che appaiono come confessioni a tutto video, col solerte attendente, più impacciato e anziano di Giuseppe Fazio, che verbalizza, c’è anche il collaboratore sui generis, meno vistoso di Agatino Catarella; il dottore addetto alle autopsie più giovane del Dottor Pasquano, ma ugualmente goloso, e stavolta di sfogliatelle e non di cannoli siciliani come il suo collega siciliano. C’è anche il superiore piantagrane che nel romanzo di Camilleri è il questore Bonetti sempre attento a non finire in pasto ai media, mentre nel romanzo di de Giovanni è un vice questore tutto solerte verso il regime fascista (il Ricciardi si muove negli anni ’30).

Un’annotazione sulla location, stavolta è Napoli, ma molte scene di vita popolare si svolgono nei vicoli della città vecchia di Taranto, ma non si nomina, come nelle storie di Camilleri dove Vigata non esiste e nella realtà è Porto Empedocle.

Mutatis mutandis siamo nell’alveo di una narrazione che tende a somigliarsi. Il tentativo è quello di superare Montalbano nel terzo millennio? Forse, anche perché se andiamo a cercare in rete, troviamo vari titoli dello scrittore napoletano che riguardano il commissario Ricciardi: Il senso del dolore (andato in scena ieri), Per mano mia, La condanna del sangue, Serenata senza nome, Il posto di ognuno, In fondo al tuo cuore, Il giorno dei morti, Il purgatorio dell’angelo, ecc.

Leggi anche: I Mokadelic spiegano l’arte della colonna sonora

Diverso è il contesto narrativo e anche il carattere del personaggio, Ricciardi è più compassato di Montalbano, siamo in una rappresentazione filmica che tende al grigio azzurrognolo, capelli lisciati con la brillantina, donne velate di tristezza, rapporti tra i due sessi gelati dalla tutela delle apparenze. Poi c’è un intuito più esaltato in Ricciardi piuttosto che nel Montalbano di Camilleri, che però fatica di più per arrivare alla conclusione e questo forse è davvero l’elemento narrativo che fa vincere il commissario di Vigata.

Ma cosa vogliamo farci, il mondo va così…però una chicca scopriamo in casa Zingaretti: la moglie, l’attrice Luisa Ranieri sarà “Il Commissario Lolita” che vedremo prossimamente, ed è già detta il Montalbano in gonnella. E allora se di eredità dobbiamo parlare, la Ranieri è il ramo principale della dinastia, c’è l’ha proprio nell’alcova.

Leggi anche: Ma quali assembramenti? In Nuova Zelanda si celebra il rock – e la vita…

di Goffredo Palmerini

Continue Reading

Entertainment

Parte il processo per i falsi di Modigliani: nuovi testimoni e danni per mezzo miliardo di euro

Federico Falcone

Published

on

E’ tra le truffe più note della storia dell’arte, di cui ancora oggi si parla. Era il 1984 e tre ragazzi livornesi sbuggiardarono – perché, siamo sinceri, di questo si trattò – l’autoreferenzialità del sistema artistico e museale italiano, mettendo in atto un raggiro talmente ben confezionato che neanche i più illustri critici riuscirono a riconoscere. Non sul momento, per lo meno. Il 24 luglio del 1894 passerà alla storia come il giorno della “beffa di Livorno” che riguardava il grande Amedeo Modigliani.

Nel fosso reale di Livorno tre studenti ritrovarono, “casualmente uscite fuori dal niente”, tre teste. Non umane, ovviamente. O meglio, non umane in senso biologico ma umane in senso artistico-figurativo. Le opere vennero, con troppa fretta e superficialità, attribuite ad Amedeo Modigliani, pittore e scultore nato a Livorno il 12 luglio del 1884 e morto a Parigi il 24 gennaio del 1920. Celebre per i suoi sensuali nudi femminili e per i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo spesso assente, l’opera di Modigliani ha caratterizzato il periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Leggi anche: Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Quell’anno ricorreva il centenario dalla sua nascita e il ritrovamento di tre opere fino a quel momento non censite venne considerato come un evento nell’evento. Ed effettivamente fu una grande scoperta. Peccato che la storia andò diversamente e che in omaggio al principio del “non è tutto oro ciò che luccica”, l’entusiasmo per la straordinaria scoperta lasciò ben presto il posto a qualcos’altro.

Per circa due mesi si dibatté sulle opere, sulla loro paternità, sulla loro provenienza sulla loro autenticità. Furono scomodati praticamente tutti i più grandi esperti e critici dell’arte, da Argan a Brandi, da Ragghianti a Carli, tutti convinti della originalità delle opere. Anche l’allora restauratore capo della Galleria Nazionale d’arte moderna firmò sull’autenticità. Fino alla scoperta che gettò imbarazzo su quel mondo artistico così autoreferenziale e pieno di sé. I tre ragazzi, in televisione, furono perfettamente in grado di replicare una delle tre teste. Capitolo chiuso.

E’ notizia di questi giorni che si sono costituiti parte civile il Palazzo Ducale di Genova e tre associazioni di consumatori nel processo per i falsi Modigliani, i venti dipinti attribuiti al maestro di Livorno sequestrati nel 2017 mentre erano esposti in una mostra in corso a Genova.

Leggi anche: Quella volta in cui George Orwell incontrò Ignazio Silone

Come riporta il sito Genova24.it “a processo, per truffa, falso e contraffazione di opere, ci sono sei persone: Massimo Zelman, presidente di Mondo Mostre Skira, che organizzò la mostra, Joseph Guttman, mediatore originario dell’Ungheria con base a New York e proprietario di molte delle opere sequestrate, il curatore della mostra Rudy Chiappini, italiano trapiantato in Svizzera, Nicolò Sponzilli, direttore mostre Skira; Rosa Fasan, dipendente Skira, Pietro Pedrazzini, scultore svizzero, proprietario di un “Ritratto di Chaim Soutine” che secondo gli investigatori piazzò come autentico pur sapendolo falso”.

“Secondo gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio, attraverso l’esposizione alla mostra si voleva rendere autentiche delle opere false per acquisire una maggiore quotazione e rivenderle a prezzi stellari nel centenario (caduto lo scorso anno) della morte di Modì. Per i legali degli imputati, invece, le opere sono autentiche. Il processo proseguirà il prossimo cinque marzo”.

Continue Reading

Entertainment

Alda Merini, il “silenzio rumoroso” della poetessa dei Navigli

Redazione

Published

on

Donna fra le donne, personaggio controverso e a volte difficile da comprendere fino in fondo. Il mondo di Alda Merini (1931- 2009) è quello della fantasia, della sensibilità e dei sogni, in cui si colgono cose che chi vive il frenetico quotidiano non riesce a intuire.

Per questo oggi leggiamo “I poeti lavorano di notte”. È tratta da Testamento, raccolta edita da Crocetti nel 1988, nella cui prefazione Giovanni Raboni parlò dei versi della Merini come di “crepe istantanee e terrificanti, bagliori di un altro mondo”. Rappresenta quasi un manifesto poetico.

Leggi anche: Un viaggio nella poesia di Alda Merini insieme ad Alessio Boni: “Lei, l’esclusa che ti colpisce dritta al cuore”

Alda Merini racconta come il ruolo del poeta, durante la notte, diventi un vero e proprio lavoro da portare a termine, reso ancora più dolce e proficuo dall’affascinante e quieta atmosfera notturna. In un tempo senza tempo, in cui tutto tace, in cui la cognizione cessa di esistere e la ragione si china davanti al grido interiore.

In quel tempo senza luci e rumore assordante, lì, l’uomo si fa poeta, prende le vesti di cantore dell’anima, e incomincia a scrivere. La poesia del resto è una forma espressiva che presuppone una condizione di silenzio, per sua natura infatti è in antitesi rispetto allo stress e al caos. Questo quindi ci riporta al ruolo che la poesia dovrebbe avere: fare rumore, esplodere in un “silenzio rumoroso” capace di scuotere gli animi e incantare chi legge.

Ogni poeta può rivedersi in questo componimento della “poetessa dei Navigli”. 

I poeti parlano di notte

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Di Erica Ciaccia

Leggi anche: Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Continue Reading

In evidenza