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Cinema

Favolacce è un film “molto italiano”

Alberto Mutignani

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La terra dell’abbastanza” era una prima prova un po’ caciottara. Una trama esile e già sentita, personaggi mal scritti, un brutto finale da cinema delle buone intenzioni. Tanto è bastato, comunque, per dare il via a quella lunga serie di abbracci che ha coinvolto la critica specializzata italiana e gli stessi fratelli D’Innocenzo, registi dell’opera, da un anno a lavoro su una sceneggiatura con Paul Thomas Anderson e recentemente tornati nelle sale (in streaming, ma abbiamo già detto che è la stessa cosa) con il loro nuovo film: “Favolacce”.

Trionfo alla Berlinale e ai Nastri di quest’anno, dove si è accaparrato, tra le altre cose, la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. Dimenticato il Tolo Tolo di Zalone – il miglior film italiano di quest’anno – colpevole di essere una commedia senza personaggi bidimensionali, il cinema nostrano segue la via della cattiveria esibita. Il film dei D’Innocenzo piace perché è duro, perché è sporco, perché “La sensualità percorre tutte le scene”, come ha scritto la Mancuso sul Foglio. Insomma, fa vedere tette e culi, come Lars Von Trier.

Certo che registi come loro non ce ne sono in Italia, e questo potrebbe attirare la curiosità e forse l’attenzione di un certo pubblico narcisista, la famosa intellighenzia che vuole la grande parabola della volgarità periferica e l’occhio vispo dei registi crudi e arrabbiati, senza badare allo stato di salute della sceneggiatura o della recitazione, con un occhio bovino verso la morale. Li perdoniamo perché il film si chiama “Favolacce” e forse la morale è proprio l’escamotage che i registi e i loro aficionados della prima ora cercavano per non dover giustificare scelte di scrittura discutibili, a voler essere diplomatici. Certo è anche che all’estero, di registi così, ce ne sono eccome: Haneke, Solondz, i fratelli Coen.

Il caso D’Innocenzo, quindi, più che un trionfo del risveglio Italiano, sembra l’ennesima coccola nostrana al cinema che fa quel che può, che copia, ricalca e spera – ed è sempre così – che in un mare di fessi i mediocri sembrino dei giganti e che nessuno, qui da noi, conosca i registi suddetti. Quando Adelphi scelse di pubblicare le fetecchie rurali di Omar Di Monopoli, sperando che nessuno in Italia avesse mai letto Faulkner o McCarthy, il meccanismo fu proprio lo stesso, con lo stesso risultato vincente.

Poco importano le scelte di casting – un Elio Germano completamente fuori ruolo, Max Tortora narratore esterno inespressivo – e nemmeno conta una sceneggiatura claudicante: i genitori parlano in romanesco, i figli un italiano accademico. L’importante è il cinema duro. In coppia con quel Guadagnino che si diverte a fare il Dolan del Cremasco, i D’Innocenzo – che non perdono occasione per posare in modalità busti del pincio – portano avanti la nuova formula vincente del cinema italiano: copiare a basso costo, senza idee. Altrove, non la critica ben pagata ma il pubblico dall’amore disinteressato vede già in questo processo una fucina di cineserie tuttalpiù risibili, ma se a voi basta, a noi c’avanza.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

Beyoncé gira “Black is king” e noi non sappiamo che farcene

Alberto Mutignani

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Accade spesso nel corso delle epoche che si inneschino sotto i nostri occhi dei processi, artistici o politici o sociali, che viviamo in presa diretta ma di cui ci sfugge l’origine. Quando sono iniziati? Ricordiamo le polemiche femministe che sono tutt’ora una parte rilevante del dibattito pubblico internazionale, ma sapremmo dire con certezza qual è stata la miccia?

Succede lo stesso con le battaglie afroamericane. Esistono da sempre ma ogni volta sembra che riciclino se stesse. Si spengono, si riaccendono. Sempre per motivi diversi, però accomunate da slogan pressoché simili ed esiti non sempre felici. Su George Floyd si è scritto ormai di tutto, inutile aggiungere una parola.

Però i risultati di queste battaglie secolari e che allo stesso tempo ci appaiono sempre contemporanee esistono e si riciclano perché una causa per essere rumorosa dev’essere collettiva, e per essere collettiva dev’essere tanto commerciale da diventare inattendibile. Così si possono ottenere dei risultati politici, qualche nuova legge più progressista, ma è un risultato incerto.

È certo invece che allargare il target porta a una deriva mainstream della protesta, e quanto possa essere nocivo è presto spiegato: su Disney + è disponibile l’album visivo di Beyoncé, intitolato “Black is King”, che racconta a una generazione molto giovane e spesso impreparata cosa significa essere neri, quale civiltà culla la cultura afroamericana.

Il progetto era iniziato un anno fa, quando con “The Gift”, l’album di Beyoncé dedicato al live action Disney de Il Re Leone – di cui Black is King è una rilettura in carne ed ossa – la stella di Houston ci aveva spiattellato in faccia 50 minuti di afrobeat, mentre la Disney chiamava a raccolta un po’ di afroamericani a cantare qualche canzoncina, come dei baluba. Gente che non ha mai visto l’Africa probabilmente, ma i bonghi li saprà suonare, si saranno detti. Con “Black is king” arriviamo a un livello successivo.

Se questo fosse un post su Twitter potremmo dire in due parole: una compagnia neonazista ha prodotto un film sul potere afroamericano. Avremmo superato le soglie del postmodernismo e saremmo probabilmente di fronte alla nascita di un’avanguardia. Invece la Disney si deve solo allentare la cravatta per mandare giù il boccone indigesto, perché se non si adegua non vende – un po’ di potere ce l’ha ancora su Star Wars, dove i neri stanno con i neri e i bianchi con i bianchi –, serve un ritorno d’immagine e sa che quello del black-power è un tema caldissimo.

Nel visual album c’è un giovane re, nato in Africa ma strappato alla propria terra quando è ancora un poppante per ritrovarsi in un mondo di corruzione, ma è sempre guidato dal candore della propria terra madre e dalla luce degli antenati. Insomma, Il Re Leone. Questa però non è animazione: voglio credere che tra leoni le cose accadano con una linearità più semplice, ma la storia dei popoli africani è leggermente diversa. Per esempio: che fine ha fatto quella complessa pluralità di villaggi, tribù, culture radicalmente distinte presenti in tutto il continente africano?

C’è una comunità, un piccolo villaggio di gente indistinta che si spreca per portare in scena tutti gli stereotipi legati a un immaginifico passato regale e austero. La diaspora africana qui è un passaggio di impoverimento: si lascia un continente glorioso per raggiungere una terra blasfema che ha dimenticato i valori degli ancestrali antenati. Difficile non pensare a quelle pagine di storia in cui gli stessi sovrani africani vendevano per pochi soldi i propri sudditi e cittadini ai conquistatori.

Beyoncé si carica da sola del significato centrale dell’epopea: la sua bellezza esaltata dai movimenti sinuosi della danza e dai costumi elegantissimi curati da Zerina Acker sono uno sfoggio di ricchezza e un’esaltazione dell’estetica occidentale, ma applicata al contesto africano sembrano uno strumento per conferire una raffinata dignità a un continente che non può essere tinteggiato, per ragioni commerciali e ideologiche, nella sua forma reale.

Insomma, l’Africa sì, ma che resti Disney. Il risultato è simile a quello di Black Panther, dove si ipotizzava che il massimo miracolo tecnologico raggiungibile da una popolazione africana – il Wakanda – avesse avuto in ogni caso la paglia come tetto degli edifici e un sistema di successione al trono a colpi di mazze e pietre. Qui siamo a un livello successivo: c’è l’invito a riscoprire certi canoni estetici e un sistema di valori che però viene sostituito dall’omologazione estetica del glamour che mette tutti d’accordo e dall’omissione di fatti storici rilevanti, se si vuole raccontare una realtà per quella che è.

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Cinema

Toni Servillo, l’unico viveur a essere stato sia Andreotti che Berlusconi

Antonella Valente

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Toni Servillo, tra gli attori italiani viventi più talentuosi, compie oggi sessanta anni. La sua classe, unita alla straordinaria capacità di indossare i panni di personaggi tanto affascinanti quanto complessi lo ha reso popolare e amato anche oltre i confini nazionali. Vincitore di quattro David di Donatello (su dieci candidature) ha sdoganato in tutto il mondo l’immagine di Jep Gambardella, protagonista de “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, come antonomasia di quella del viveur tricolore.

Nel capolavoro del regista napoletano incarna in maniera esemplare lo spirito umano che ambisce alla costante ricerca della vacuità, della superficialità ricercata nella facile vita mondana e nell’indissolubile esemplificazione dell’appagamento autoreferenziale. La società dell’apparenza, della forma, dell’ostentazione, scricchiola sotto le necessità – pur sempre umane – di avere qualcuno o qualcosa di concreto su cui contare e su cui fare riferimento.

“Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”

Servillo è l’unico a poter dire di essere stato sia Giulio Andreotti che Silvio Berlusconi

Ovviamente sul set. Nel 2008, sempre diretto da Sorrentino, veste i panni dell’ex esponente della Democrazia Cristiana ne “Il Divo“, film che porta a casa sette David di Donatello (fra cui quello per il Miglior Attore Protagonista) su sedici candidature. Vince, fra le altre cose, anche il premio della Giuria al Festival di Cannes.

Anche Andreotti vide il film, il proiezione privata. Un’esclusiva che gli concessa. Al termine della visione, affermò:”E’ un film molto cattivo, è una mascalzonata. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto“. C’era da credergli?

Esattamente dieci anni dopo, nel 2018, il sodalizio con Sorrentino si rinnova con “Loro“, film ispirato alle vicende politiche e personali dell’ex premier Silvio Berlusconi. L’accoglienza, complice la grande curiosità nel vedere trasposto sul grande schermo uno tra gli uomini più influenti della storia italiana degli ultimi quaranta anni, è incredibile.

Per Servillo la standing ovation ci fu fin dalla prima proiezione

Servillo è perfetto: è una maschera, è argilla nelle mani di un artigiano; la sua faccia si trasforma, si piega, si tira“, Gianmaria Tammaro, La Stampa. E’ un film d’autore, nessuno poteva aspettarsi una realistica descrizione. Di un personaggio politico con giudizi e condanne, un autore di cinema deve procedere in un racconto con metafore e allegorie per accompagnare lo spettatore, in un percorso immaginario e anche fantasioso, e vederlo giungere a proprie conclusioni, ponendo alcune questioni. Anche il questa circostanza Servillo fu perfetto.

Paolo Sorrentino, come nel  suo precedente film “Il Divo” imperniato sulla figura di  Giulio Andreotti, in “Loro 1” ritrae quella di Silvio Berlusconi e del suo entourage di politici e di giovani e belle donne che sempre lo hanno contornato e lo contornano. Il ritratto che il regista napoletano fa di Berlusconi , almeno in questa prima parte, è quello del suo lato umano e del suo stile di vita, altamente sopra le righe,  più che della sua attività professionale e strettamente legata alla politica.

Toni Servillo – Paolo Sorrentino: una coppia pronta a sorprenderci a ogni occasione

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Cinema

Jared Leto sarà Andy Warhol: “Manca il suo genio”

Federico Falcone

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Ennesima trasformazione per Jared Leto. L’attore statunitense, noto anche per il suo ruolo di cantante – chitarrista nei 30 Seconds To Mars, vestirà i panni di Andy Warhol in quello che, stando ai rumors e alle prime informazioni in nostro possesso, dovrebbe essere un biopic vero e proprio sul creatore della pop art.

A svelarlo è lo stesso attore protagonista di pellicole come “Fight Club”, “American Psycho”, “Requiem For a Dream”, anche premio Oscar come Migliore Attore per la straordinaria interpretazione in “Dallas Buyers Club”. In occasione del compleanno di Warhol, Leto ha affidato a Instagram le sue parole per comunicare la notizi: “Sono così grato ed emozionato per l’opportunità. Ci manchi tu e il tuo genio”.

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