“Una nuova prospettiva”, Emanuela Ponzano racconta il suo nuovo film

Una nuova prospettiva” è un cortometraggio drammatico diretto da Emanuela Ponzano. Il film, selezionato all’interno della 38esima edizione del Torino Film Festival, vuole ricordare come eventi così gravi come l’attualissimo problema dei rifugiati alle porte d’Europa sia legato profondamente e paradossalmente allo stesso motivo per il quale l’Europa è stata costruita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ovvero non ripetere l’orrore dei campi di concentramento e favorire la pace tra gli Stati Uniti di Europa, contrastando il ritorno di nazionalismi e odio razziale. Nel cast, il giovane Zoltan Cservak (“Il figlio di Saul”), Donatella Finocchiaro e Ivan Franek, mentre troviamo la firma di Daniele Ciprì alla fotografia.


1. L’impressione iniziale è che il corto miri a creare un’ambiguità temporale: non è chiaro in che periodo storico ci troviamo, e quando pensiamo di averlo capito, il punto di vista cambia. Qual è l’obiettivo di questa ricerca di straniamento? 

L’obiettivo è proprio quello di creare il dubbio nello spettatore. L’epoca non deve essere facilmente identificabile così da permettere una maggiore riflessione tra passato e presente. Il tempo è protagonista e fare un film sulla memoria mi ha permesso di tornare alla potenza centrale del cinema ovvero: l’illusione. Realizzare un film creando un effetto ottico, un “trompe l’oeil” per lo spettatore usando il Tempo. Il titolo parla appunto di “prospettiva”. L’intento è quello di risvegliare, nella misura del possibile, la coscienza del pubblico, del singolo individuo, il suo senso di responsabilità verso ciò che potrebbe succedere sotto casa sua, senza rendersi neanche conto che sono situazioni già avvenute nel passato, studiate a scuola sui libri. La Prospettiva cinematografica permette la speranza di una prospettiva migliore oppure il ritorno all’eterna ripetizione del passato.

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2. Il film si impegna a portare avanti un messaggio solidale contro concetti come nazionalismo e razzismo. Di fatto, crede che il cinema possa avere un peso in questo dibattito, e in che modo?

Il Cinema nel passato ha già dimostrato di essere un veicolo di emancipazione sociale e umana. Molti grandi film e documentari hanno permesso di gridare, di mettere a fuoco ciò che la politica non riusciva a migliorare. Penso a Platoon, Qualcuno volò sul nido del Cuculo, L’odio (La Haine) solo per citarne alcuni. L’arte a tutti gli effetti costituisce uno specchio della società e il cinema ha quella potenza comunicativa che permette a largo spettro la denuncia e la riflessione. È sempre stato un mio desiderio poter contribuire attraverso la mia arte ad una piccola possibilità di poter migliorare il mondo.

3. Il corto presenta pochissime linee di dialogo, è l’immagine a parlare. Ci racconta com’è nata la collaborazione con Daniele Ciprì e come è stata pensata e costruita la fotografia per il film? 

Non sono una fan dei dialoghi. Preferisco i sensi, le percezioni e i non-detti. Con Daniele volevamo lavorare insieme da molti anni e finalmente quando un giorno al bar gli parlai di questo progetto fu subito rapito dalla difficoltà temporale nel realizzare un passaggio d’epoca. Come facciamo un film sulla memoria? Era già sedotto dalla mia proposta di fare un cambio di formato durante il film. Essendo Daniele Cipri un vero maestro di grande umiltà come ce ne sono pochi, abbiamo cominciato ad inviarci idee di riferimenti cinematografici a vicenda come due bambini. Da Tarkovskij a Truffaut, passando da alcuni film contemporanei che ci avevano fortemente impressionato, abbiamo deciso di andare sui contrasti, sulla ruggine che nel cambio temporale diventava poi colore vivo, quasi sovraesposto. 

4. Questo corto nasce dalla sua visita al confine ungherese. Che cosa l’ha spaventata di quel muro spinato?

Oltre ad essere di origine ungherese, personalmente sono stata molto colpita dalla visione del muro spinato, del confine (Hatar) ungherese dal 2015. Di come l’immagine di lunghe file di adulti e bambini disperati, con in braccio solo un sacco, ammassati contro una rete coperta da filo spinato e umiliati dalla richiesta di spogliarsi dei loro beni una volta accolti nei “campi d’integrazione”, mi ricordasse il lontano – ma forse non troppo – 1942. Poi mi sono documentata in questi anni e ho visto scene violente dove i migranti venivano picchiati o rincorsi nei boschi con i cani e i fucili. Ieri è successo a Parigi in pieno centro a Place de la Republique.

5. “Una nuova prospettiva” è un film di impegno civile, che parla di politica, che parla di uomini, ed è soprattutto un film che riflette sui tempi attuali. Nel fare questo tipo di cinema, così connesso con l’attualità, non si corre il rischio di creare qualcosa troppo dipendente dalla realtà di oggi, che in futuro potrebbe non essere più apprezzata o capita?

Sinceramente no. Se la storia si ripete, un film come il mio non ha appunto date, rimane universale e purtroppo rischia di rimanere sempre molto attuale. Speriamo di no. L’importante è la Memoria, non l’attualità.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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