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Attualità

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”, la magia del Dantedì

Fabio Iuliano

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Oggi si celebra per la prima volta il Dantedì, un’intera giornata dedicata al sommo poeta Dante Alighieri, simbolo della letteratura e della lingua italiana. Il 25 marzo è, secondo gli studiosi, il giorno dell’inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, di questo suo lungo cammino, tortuoso ma salvifico.

Sarebbe ridondante ed arduo tentare di riassumere l’opera nella sua struttura e complessità, con la sua raffinata musicalità e commovente dolcezza, perfezione tecnica e potenza emotiva. Pertanto, qui ci limitiamo ad una sola osservazione, legata all’attualità dei suoi endecasillabi. Infatti, in un momento così complesso quale quello in cui siamo, la lettura di Dante può infondere potenti messaggi di speranza. Perché, a ben guardare, il percorso dell’autore della Commedia non è altro che un procedere dall’oscurità alla luce, da una selva oscura infernale verso la celestiale visione del Paradiso.

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È un itinerario faticoso, durante il quale Dante incontra centinaia di anime cogliendo gli effetti, al cospetto di Dio, delle azioni compiute in vita. Emblematica, in tal senso, è la prima Cantica, la più celebre: l’Inferno. I dannati emergono dai versi danteschi nel loro umano dolore, colti nelle terribili pene assegnate per la legge del contrappasso. Secondo quest’ultima la punizione scontata è modellata per analogia sul peccato, per cui ad esempio i golosi sono condannati a vivere e a mangiare nel fango; gli iracondi si percuotono selvaggiamente a vicenda; i ladri sono nudi e con le mani aggrovigliate dai serpenti, e così via.

Lo scenario è spaventoso e soprattutto terribilmente buio. A dispetto dell’immaginario comune, che vorrebbe l’Inferno come un luogo infuocato, costellato di fiamme, quello dantesco è invece irrimediabilmente oscuro, privo di connotazioni coloristiche e luminose, «aura sanza tempo tinta». Le tenebre rendono l’incedere ancor più difficoltoso e sono naturalmente determinate dall’assenza della luce divina, di cui si potrà godere soltanto nel Paradiso. Così, procedendo in questo luogo fosco, in cui risuonano i pianti inconsolabili dei dannati, Dante arriva fino al centro della terra, nel punto più lontano da Dio, dove è conficcato Lucifero, principio di ogni male.

Avendo visionato la nera voragine nella sua angosciante interezza, il poeta può dunque, finalmente, abbandonare lo spazio infernale, fino a risalire sull’altro emisfero dove si trova il Purgatorio.

Quest’operazione è descritta con celeberrimi endecasillabi: «Salimmo sù, el primo e io secondo, / tanto ch’i’ vidi de le cose belle / che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. / E quindi uscimmo a riveder le stelle» (Inferno XXXIV, 136-139).

In questi eloquenti versi, si coglie un messaggio universale: dopo ogni asperità, torna la luce. Oggi più che mai queste parole si riempiono di fiduciosa speranza: passo dopo passo, tra lacrime e preghiere, la notte oscura terminerà. Torneremo a riassaporare la lucentezza del cielo stellato sopra i nostri occhi, ma per ora restiamo a casa… e leggiamo Dante.

È doveroso precisare, infine, che questa situazione di emergenza che stiamo vivendo ha determinato una riduzione degli eventi previsti per tale prima edizione del Dantedì o, nel migliore dei casi, lo slittamento degli stessi sulle piattaforme digitali.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Attualità

Too fast like Orietta Berti: la fuga dalla polizia è un’ode all’inverosimile

Luigi Macera Mascitelli

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Fulmini e saette, effetti speciali e odi alla follia. Che il Festival di Sanremo abbia inizio. E che l’inizio, per dirla con Jim Carrey in The Mask, sia sfumeggiante. Ma quando la realtà supera la fantasia, si sa, spesso si fatica a crederci. Orietta Berti, colonna portante della musica leggera italiana, amatissima dal pubblico tricolore per la sua simpatia, per la sua dolcezza e per la sua genuinità, è stata protagonista – suo malgrado – di un episodio grottesco e dai connotati tragicomici.

Lo ha raccontato lei stessa, nel salotto de La Vita in Diretta. Ma cosa sarà mai successo all’Orietta nazionale? Domenica notte è stata inseguita da tre volanti della polizia. Orietta Berti come 1727 WorldStar, il fratellino del web, quello che si schianta contro i muri e viene esaltato per le gesta francamente opinabili? No, neanche un po’, perché il sorriso di Orietta è vero, è bello. E ci piace, anche e soprattutto quando racconta le sue disavventure.

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“Tre macchine della polizia mi hanno inseguito e mi hanno fermato. Mi hanno seguito perché non ci credevano” ha dichiarato Orietta durante un’ospitata a La Vita in Diretta. Ma cosa avrà combinato di così grave per meritare le attenzione degli agenti? Semplice, si trovava in strada subito dopo il coprifuoco delle 22:00.

“Mi ha fermato la polizia perché erano le 22.05 e, da Bordighera, sono andata a ritirare gli abiti all’hotel Globo di Sanremo. ‘Dove va lei?’, mi hanno chiesto. Ho spiegato che stavo andando a ritirare gli abiti. ‘A quest’ora?’, mi hanno risposto. E io: ‘Per forza, devo provarli, se non mi vanno bene me li devono aggiustare’. Mi hanno seguito fino al Globo perché non ci credevano… Non mi hanno arrestata, mi hanno accompagnato per vedere dove andassi”

Ora, rileggete tutto l’articolo con in sottofondo i Motley Crue. Tutto avrà un sapore diverso, ribelle ed esuberante. Orietta Berti, too fast for polizia!

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Attualità

“Una stella per Nella”: la graphic novel su Auschwitz realizzata da due studentesse

Riccardo Colella

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Appena Nella arriva nel campo di concentramento viene mandata nelle camere a gas. Abbiamo immaginato che viaggiasse con una bambola, il giocattolo che le dava conforto. Prima di entrare sotto le docce, però, Nella la lascia fuori e le dà un nome: Libertà”. A parlare è Maddalena Stellato, studentessa quattordicenne di Chiavari che, insieme all’amica Marta De Vincenzi, 15 anni per lei, è autrice di “Una stella per Nella”.

Sul finire di novembre le due studentesse liguri hanno visitato il Campo 52 di Coreglia Ligure insieme al direttore della scuola Chiavarese del Fumetto, Enrico Bertozzi, rimanendone profondamente toccate. Il desiderio è stato quello di raccontare graficamente gli orrori dell’olocausto attraverso gli scritti di Maddalena e i disegni di Marta, in occasione del Giorno della Memoria.

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La storia parla di Nella Attias, una bambina ebrea di 5 anni che, assieme alla sua famiglia, viene prelevata dai nazisti dal campo di prigionia alla Piana di Coreglia e, passando per Milano, troverà la morte ad Auschwitz, dopo aver viaggiato sullo stesso treno che trasportò la senatrice a vita Liliana Segre.

Leggi anche: Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

La graphic novel ha riscosso così tanto successo da attirare le attenzioni del Quirinale e la conferma è arrivata dalla stessa Presidente dell’Anpi di Chiavari, Maria Grazia Danieli, committente dell’opera. “Stavo per scoppiare a piangere. Fortuna che ero seduta, quando ho risposto al telefono”. Sono le parole della Danieli dopo aver realizzato che all’altro capo del telefono c’era il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Aveva letto molto bene ‘Una Stella per Nella’ ed è rimasto colpito da come abbiano affrontato la vicenda con dolcezza. Un segnale importante anche per le scuole: un riconoscimento per il lavoro formativo che stanno svolgendo. Per noi è importante tramandare la memoria attraverso i giovani, perché un conto è se lo raccontiamo noi anziani, un conto è se lo fanno loro. Quando mi sono resa conto della grazia e della maturità con le quali le due adolescenti avevano riassunto un momento così drammatico, ho pensato di mandarne qualche copia al capo dello Stato. Ho spedito tutto lunedì. Poi venerdì mi squilla il cellulare alle 16.40, rispondo e sento la sua voce sicura e affettuosa che dice: “Sono il presidente Sergio Mattarella…”. Che onore! Era rimasto impressionato dal lavoro delle ragazze e ha detto che appena il Covid lo permetterà le aspetta a Roma al Quirinale”.

Photo credit: Avvenire.it

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Attualità

Hasel: l’arresto del rapper catalano incendia la Spagna

Federico Rapini

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L’arresto di Pablo Hasél, il rapper catalano, continua ad incendiare le notti spagnole. Barcellona e altre città catalane, fino addirittura a Madrid, sono da quasi una settimana il teatro di violenti scontri.

Pablo Hasél, nome d’arte di Pablo Rivadulla Duró, è un cantante rap spagnolo condannato a 9 mesi di reclusione più una multa da 30 mila euro per alcuni tweet e soprattutto per i testi di alcune canzoni che secondo la legge spagnola esalterebbero il terrorismo e insulterebbero la famiglia reale.

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L’arresto di Hasel

Barricatosi nell’università di Lleida, sua città natale, Hasél è stato inseguito e catturato dai Mossos d’Esquadra, agenti della polizia catalana. Si era barricato nel rettorato dell’università insieme a decine di studenti e attivisti con l’obiettivo di dare risonanza mediatica al suo arresto, che ha definito un “gravissimo attacco” alla libertà d’espressione. “Non ci fermeranno! Non ci piegheranno!”, ha gridato Hasel mentre veniva portato via dagli agenti. 

Il suo arresto ha diviso l’opinione pubblica e la stessa politica che ora deve rispondere alle rivolte popolari che nel nome di Hasél e della libertà di espressione da quasi una settimana tengono in scacco le maggiori città spagnole. Il tentativo di censura ha quindi sortito l’effetto contrario.
Migliaia di giovani hanno dato vita a manifestazioni nate spontaneamente sui social che hanno portato a scene di violenza, culminate con la distruzione della stazione di polizia a Vic, in Catalogna, e la perdita di un occhio per una diciannovenne.

“Si tratta di un amalgama di persone violente e aggressive che, con il pretesto di una legittima manifestazione, causano disordini”, ha dichiarato in conferenza stampa Joan Carles Molinero, capo dei Mossos.

Le frasi incriminate

Trentatrenne, sostenitore dell’indipendenza catalana, Hasél nei suoi testi spiega che non ama essere etichettato ribadendo il suo essere voce degli oppressi schiacciati dal sistema di cui la monarchia spagnola è complice.

Attraverso i social e i suoi video musicali il rapper ha portato avanti per anni la sua lotta contro il “tiranno”. Come nella canzone “Juan Carlos el Bobón”, che senza la “r” fa perdere alla parola tutta la sua regalità trasformandola in “sciocco”. O come l’ultimo video, apparso su YouTube quando Hasél si è barricato all’interno dell’Università, dove si vede l’attuale sovrano Filippo VI inneggiare alla libertà di espressione come fondamento essenziale su cui fondare una democrazia. Un’immagine abbastanza in controtendenza con ciò che sta avvenendo in questi giorni in Spagna. Per questo Hasél canta: Senti tiranno, non ce n’è solo per tuo padre. Che il grido repubblicano trapani il tuo timpano. Amo l’oppresso, odio il regno oppressore”.

Le canzoni sotto processo sono molte di più e sono state pubblicate più di dieci anni fa, dove Hasél inneggiava ai gruppi terroristici del GRAPO e dell’Eta.
La denuncia del rapper riguarda anche la violenza in Spagna soggetta a due pesi e due misure: quella dei prigionieri politici, “trattati peggio degli stupratori”, e quella impunita della monarchia accusando inoltre di ripetute e ingiustificate violenze la polizia.

Al suo fianco si sono schierati personalità di spicco della cultura spagnola. “L’imprigionamento di Pablo Hasél rende ancora più evidente la spada che pende sopra la testa di tutti i personaggi pubblici che osano criticare apertamente le azioni delle istituzioni statali. Siamo consapevoli che se permettiamo a Pablo di essere incarcerato, domani potrebbero venire dietro a chiunque di noi, finché non saranno riusciti a soffocare ogni sussurro di dissidenza”, recita il manifesto firmato da oltre 200 artisti, tra i quali figurano il regista Pedro Almodóvar, l’attore Javier Bardem, il cantautore Joan Manuel Serrat, l’attore Luis Tosar e il rapper Valtony, scappato nel 2018 in Belgio per evitare la fine di Hasel.

La divisione politica

L’arresto del rapper catalano è dunque un elemento di divisione tra le forze politiche. Mentre il ministero della Giustizia non si era ancora mosso per eventuali revisioni della legge sull’anti terrorismo inasprita già nel 2018, la pressione delle piazze ha portato Podemos, appartenente alla minoranza del governo, a dichiarare come stesse completando il proprio “progetto di legge per la protezione della libertà di espressione”. Il ministro della giustizia Juan Carlos Campo ha ammesso la confusione creata da crimini come questo, ma non ha parlato di un’abrogazione totale. “La proposta del ministero considererà che gli eccessi verbali compiuti nell’ambito di manifestazioni artistiche, culturali o intellettuali debbano rimanere al di fuori dell’ambito della punizione penale”, recita una nota del governo. 

Una frattura diventata ancora più profonda dopo che il portavoce di Podemos al Congresso, Pablo Echenique, ha deciso di sostenere apertamente i manifestanti chiedendo di indagare su alcune azioni della polizia, alimentando ancora di più il clima infiammato nelle città spagnole.

Solo pochi giorni fa, nel frattempo, gli indipendentisti hanno trionfato alle elezioni catalane, nel cui parlamento, con 11 seggi si siederanno i radicali di destra del movimento Vox. Un elettorato sempre più distante dal potere centrale di Madrid, cresciuto già dopo il referendum del 2017, che ha portato anche in quell’occasione a scontri cittadini. Un chiaro segno di insofferenza nei confronti della Corona a cui vanno sommate le inchieste di corruzione che riguardano l’ex re Juan Carlos, quello cantato da Pablo Hasél, su cui la magistratura sta indagando e che non possono che aumentare il distacco fra Corona e popolazione.

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