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Due anni di presente-mente suoni e immagini contro lo stigma verso chi soffre disturbi psichici

Fabio Iuliano

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Due anni fa, in occasione del quarantesimo anniversario della legge Basaglia, nasceva presente-mente, la piattaforma libera sulla salute mentale ideata da Stefano Ratini. 

Un contenitore che ha dato voce a persone che, soffrendo di un disagio mentale, hanno dimostrato una sensibilità fuori dal comune; uno per tutti il racconto “Nel sogno di Celestino” di Maurizio Pietropaoli.

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Il sito ha pubblicato testi e video in cui il tema del disagio mentale si sublima in arte, come i contributi di Giuseppe Tomei sulla follia. Un lavoro nella direzione di quello che raccontano canzoni come “Shine on You crazy diamond”.

L’arte è un modo per affrontare lo stigma sulla malattia mentale sempre nel segno degli insegnamenti di Basaglia, il quale diceva: “visto da vicino nessuno è normale”. Lo slogan del blog, preso in prestito da George Orwell, è “la realtà esiste nella mente umana e non altrove“.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Sibilla Aleramo, vita fuori dagli schemi di un’autrice da riscoprire

Erica Ciaccia

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“Io non domando fama, domando ascolto” scriveva Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio detta Rina (Alessandria 1876-Roma 1960), scrittrice, giornalista e poetessa italiana. Incastrata per anni nella narrazione che di lei hanno portato i suoi tanti amori – tra i più importanti la “furibonda storia d’amore” che l’ha legata all’autore Dino Campana – la figura di Sibilla Aleramo ha una storia e una coscienza anticipatrice che premono per essere riscoperte.

All’eta di trent’anni la poetessa si trova a Roma, capitale di cultura, in un’epoca in cui il dibattito sui diritti delle donne e l’emancipazione femminile erano già argomento politico, decidendo così di fare un dono alla letteratura e alle donne delle future generazioni. Dopo quattro anni di lavoro e tre stesure, il 3 novembre 1906 viene pubblicato il suo primo romanzo: “Una donna”, dettagliata autoanalisi di un rapporto di emancipazione.

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Avvicinarsi alla lettura di questo romanzo a distanza di più di un secolo e già a sessant’anni dalla morte di Aleramo, resta un’esperienza particolare perché probabilmente molti degli stigmi sulle donne, che su di lei ricaddero in forma di giudizi e veti durante la sua carriera, non sono ancora del tutto superati. Sibilla sfidò i tempi e le convenzioni, e scrisse di sé e dell’essere donna in un modo in cui nessun libro di donne era ancora riuscito a fare ma soprattutto in un modo che resta assolutamente attuale.

Sibilla Aleramo è stata poetessa ed è stata scrittrice; ebbe una voce forte tanto quanto, e forse pure di più, di molti colleghi uomini eppure resta ancora trascurata e poco conosciuta ai più. Per fortuna, siamo ancora in grado di rileggerla e restituirle lo spazio che da millenni viene spesso sottratto alle donne.

Di seguito una poesia tratta da “Selva D’Amore” poesie 1912-1914” di Sibilla Aleramo

Fumo di sigarette
Fumo di sigarette.
Accenno di sorriso.
E di nuovo fumo,
spire leggere,
dalle mie labbra,
tutte le sere
qualche minuto,
dal suo balcone,
dalla mia finestra,
spire leggere,
sbocciar di sorriso,
e non sa la mia voce
e non so la sua,
solo,
traverso le spire di fumo
i suoi occhi mi piacciono,
gli piacciono i miei occhi,
tutte le sere
qualche minuto,
un saluto
di spire di fumo,
lievità graziosa di gesto,
silenzioso punto di fuoco
alto su l’addormentato
cortile,
e niente più,
così,
mentre presso la lampada
il lavoro attende,
qualche minuto
tutte le sere
per qualche sera,
spire leggere
spire leggere.

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Gabriele D’Annunzio, alla festa della rivoluzione

Federico Rapini

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Gabriele D’Annunzio. Un nome che provoca sempre un brivido.  Poeta, rivoluzionario, donnaiolo, innovatore, soldato.  Nel tentare di descriverne la vita, i suoi amori, le sue guerre, si rischia sempre di scadere nel banale.

Si potrebbe parlare di come riuscì a rendere veramente la sua vita “un’opera d’arte”, delle leggende intorno alla sua figura, dei fantastici versi che ci ha lasciato come eredità.

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E ancora potremmo elencare tutte le sue beffe, da quella di Buccari nella I Guerra Mondiale, al volo su Vienna. Fino ad arrivare alla “festa della Rivoluzione” con l’occupazione della città di Fiume con un manipolo di volontari provenienti da ogni parte d’Europa. Legionari, poeti, artisti, uomini e donne di ogni ceto sociale parteciparono ad una delle più romantiche e folli imprese italiane. Sedici mesi vissuti come un condottiero rinascimentale. 

D’Annunzio, nato a Pescara il 12 marzo del 1863, fu il simbolo del genio italiano. Fu l’esempio dell’italiano nuovo che si andò a costruire nel post Unità. Poeta armato è forse la definizione migliore per ciò che è stato.

Avvezzo a tutti i vizi e pronto a tutti gli ardimenti, capace di impressionare ed esaltare folle con le sue parole ma al contempo dedito alla vita di trincea.

Le vita nelle sue opere

Già a 16 anni pubblica la prima raccolta di versi “Primo vere” che ebbe buone recensioni e ottima pubblicità grazie all’idea del poeta di annunciare la sua morte smentendola solo in seguito.

Cresciuto nella corrente letteraria decadentista in breve tempo carpì la vacuita dello spirito borghese e si fece esteta. L’occasione per lasciare i salotti borghesi francesi gli si presentò a ormai 50 anni, con la Grande Guerra, alla quale parteciperà spronando gli italiani a riscoprire la propria anima da guerrieri. Dalla “pioggia nel pineto” imbracciò le armi rischiando la propria vita sotto una pioggia di proiettili.

Una vita di eccessi, un’esperienza eccezionale e inimitabile, rivestita di un’aura di fantasia e di emozione. Ogni suo gesto, ogni sua parola furono frutto di una scelta portata a compimento con grande forza di volontà. 

Prese dal padre “la potenza, l’impeto, la la sensualità la crudeltà, la prodigalità, l’amore dei cani e dei cavalli, quel dei profumi e delle donne e dei frutti.Il piacere dello sperpero”, portando tutto ciò alla massima potenza.

Con la sua poesia, la prosa e i drammi teatrali volle lasciare un’impronta eterna di sè. Parlano di lui i fatti le imprese, il coraggio, i luoghi che mantengono memoria del suo ego. Roma, Napoli, Firenze, Parigi, Venezia fino al Vittoriale dove si ritirò il 1 febbraio 1921 e in cui è ancora forte la sua presenza.
La sua vita a Roma fu piena di avventure editoriali, amori brevi e travolgenti, teatro di scontri sociali e culturali. Temette sempre la mediocrità nella sua esistenza e nella sua arte, indirizzando il suo percorso verso l’eccellenza.

Nel periodo napoletano cominciò ad approcciarsi a Nietzsche la cui filosofia, seppur filtrata, la ritroviamo nel capolavoro “La vergine delle rocce”. In questi anni iniziò una relazione con

Le donne

Eleonora Duse, stella del teatro italiano che ebbe una predilezione per il poeta abruzzese. 
Dopo aver osato con i versi e con il romanzo volle provare con generi letterari nuovi in cerca di riconoscimento come autore di drammi teatrali.  Nacque così l’idillio che travolse la vita sua e della Duse. La raggiunge a Venezia segnando, per molti critici letterari, l’inizio del loro amore ma ben presto dovettero separarsi.  Lei andò in Europa dell’est lui tornò in Abruzzo a Francavilla al mare, dando così inizio ad un intenso rapporto epistolare.  La Duse, “ghisora” come la chiamava lui, brucerà poi le sue lettere. 

Nessuna, diceva lui, lo amò mai come lei. Addirittura ebbe un suo busto di marmo al Vittoriale, quale unico memoria femminile a sopravvivere nella collezione delle sue conquiste.

A proposito di donne bisogna ricordare il gran rifiuto dell’artista Tamara de Lempicka. La baronessa dell’Art Déco fu forse l’unica donna a rifiutare le avances di D’Annunzio

L’Abruzzo nella poetica dannunziana

L’Abruzzo invece, sua terra natia, è legato indissolubilmente alla sua arte. Fa da sfondo indefinito alle sue opere nella sua semplicità, nella sua bellezza selvaggia a molti suoi amori.

Fu ispirato da Carducci, al quale già da giovane ebbe l’audacia di scrivere alcune lettere, e in parte da Verga anche se il suo sentimento era tutto votato all’esaltazione e a rendere protagonista la natura aspra e selvaggia proprio dell’Abruzzo,

Di D’Annunzio potremmo ricordare tutte le sue opere. Da “Il Piacere” a “Il trionfo della morte” passando per “Il fuoco” e “Le novelle della Pescara”, senza dimenticare “Alcyone”,  “Forse che si forse che no” fino al “Notturno”. Ma bisognerebbe scrivere pagine su pagine, libri su libri.

Un personaggio storico senza eguali. 

Il 1 marzo 1938 D’Annunzio muore al tavolo da lavoro. Scomparve così un uomo che impose i propri sogni agli altri uomini. Un artista che modellò la sua vita a suo piacimento. Cogliendo tutto ciò che poteva essere colto. Forse anche di più.

Proprio come scrisse nelle “Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi” :

“O mondo, sei mio! 

Ti coglierò come un pomo, 

 ti spremerò alla mia sete, 

alla mia sete perenne”.

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”C’era una volta a Hollywood”, in arrivo il primo romanzo di Quentin Tarantino

Luigi Macera Mascitelli

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Uscirà a giugno in contemporanea mondiale il primo romanzo scritto dal celebre regista Quentin Tarantino. Ispirato a C’era una volta a Holliwood, lo scritto di 224 pagine approfondirà maggiormente i personaggi di Rick Dalton e Cliff Booth, interpretati sul grande schermo da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. In Italia uscirà tramite la casa editrice La nave di Teseo.

Elisabetta Sgarbi, publisher della casa editrice, ha così commentato in merito:

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Un vero romanzo che precede il film, e che del film è stato ispirazione. Con forti differenze nei personaggi e nello sviluppo drammaturgo che il lettore italiano scoprirà il prossimo giugno quando il romanzo uscirà in contemporanea mondiale“.

Secondo una dichiarazione dello stesso Tarantino, il celebre film all’inizio sarebbe dovuto essere proprio un romanzo. Soltanto successivamente si è deciso di scrivere una sceneggiatura. Esattamente come la pellicola, la storia mescolerà finzione e realtà, nel tipico stile del regista. Non mancheranno certamente i richiami agli Spaghetti western girati in Italia, di cui Tarantino è un grande fan.

La storia è ambientata nella Los Angeles del 1969. Tutto inizia con una telefonata da Roma che potrebbe far svoltare la carriera dell’attore Rick Dalton, da sempre accompagnato dalla sua controfigura e amico Cliff. Durante la narrazione troveranno posto anche i nomi celebri di Sharon Tate e Charles Manson.

Questo romanzo” prosegue Sgarbi, “che è un grande atto d’amore nei confronti del cinema e della cultura italiana, conferma la convinzione che ho avuto sin dagli anni 90, quando pubblicai la sceneggiatura di Pulp Fiction, che Quentin Tarantino è uno scrittore straordinario, oltre che il regista che conosciamo. La nave di Teseo ha chiuso un accordo con l’agenzia William Morris per il romanzo e un saggio. Contestualmente alla pubblicazione del romanzo, inizieremo a riproporre le sue sceneggiature, a partire da Pulp Fiction, che uscirà in luglio“.

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