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“Doctor Doctor” è l’inno di cui abbiamo disperatamente bisogno

Federico Falcone

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Non ci siamo, ma vorremmo esserci. Stanchi e provati da una giornata d’interminabile attesa, sotto il cocente sole estivo, dopo aver tracannato una birra dopo l’altra in compagnia degli amici di sempre, fidati compagni di concerti, e di persone conosciute sul posto, capaci di entrare di diritto nella combriccola del momento dove età, esperienze personali e provenienze geografiche e sociali si annullano. Dove, in fin dei conti, ciò che conta è solamente il perché si è presenti lì, quel giorno, in quel preciso istante.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. Lì, in quell’arena, schiacciati gli uni contro gli altri, sudati, appiccicosi, sporchi. Eccitati, adrenalinici, pronti a lasciarci alle spalle i problemi del momento, le turbe della nostra vita, le preoccupazioni del domani e le ansie del presente. T-shirt e pantaloncini. Un cappello, tutt’al più, o il giubbino di jeans smanicato e con le toppe delle nostre band preferite. Indomabile icona di stile capace di sopravvivere a tempo e mode.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. A vedere il sole tramontare lentamente, che si lascia alle spalle scie rossastre prima di spalancare le porte alle notte, frizzante e carica di passione da scatenare all’unisono come non ci fosse un domani, sperando che una leggera brezza possa rinfrescarci e ripagarci dell’attesa passata sotto il caldo asfissiante. Si parla, si dialoga, si ricordano concerti ed episodi che hanno segnato un amore lungo una vita. Si elevano cori, si getta acqua sulla testa della gente. Si fa casino. Perché si. Ci si intrattiene, ma è tutta una messa in scena per ingannare il tempo prima di vedere Loro fare l’ingresso sul palcoscenico.

Loro, sì,a gli Iron Maiden. Dopo la playlist diffusa dagli altoparlanti finalmente arriva quell’inno, quel brano che riecheggia nell’aria e che separa la realtà dal sogno. Quell’attimo dalla durata di poco più di quattro minuti in cui tutto si ferma e le vibrazioni del cuore e dell’anima sono il perfetto antipasto per un’imminente esplosione di gioia. Pura, sincera, incontenibile. Sono sufficienti le prime note di “Doctor Doctor“, celebre brano degli Ufo che i Maiden utilizzano per aprire i loro concerti, a farci entrare in un universo parallelo. Si accendo le luci sul palco. Manca sempre meno, l’ingresso della band è imminente.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. A provare quella botta di vita chiamata concerto. Il primo coro segue l’iniziale arpeggio di chitarra, il primo urlo all’unisono è con l’ingresso della batteria all’interno del brano e il grande boato, quello che dà il via a tutto e che sancisce l’inizio del countdown prima dell’inizio dello show, arriva quando parte la prima strofa. “Doctor, doctor, please, Oh, the mess I’m in, Doctor, doctor, please, Oh, the mess I’m in“.

Brividi, emozioni, pelle d’oca. Tutto si annulla, tutto viene messo da parte. Che il mondo vada al diavolo. Sudore, stanchezza, fatica, centinaia di chilometri macinati da ogni angolo d’Italia e d’Europa per vedere sua maestà Steve Harris, l’Air Red Siren Bruce Dickinson, Dave Murray, Adrian Smith, Janick Gears e Nicko McBrain. Tutto viene ampiamente ripagato. Ma quali musicisti, quei sei sono eroi, sono i nostri eroi.

Gli occhi delle migliaia di presenti trasudano commozione. Ma come potrebbe essere altrimenti? Come si fa a restare inermi o semplicemente attendisti quando sai che da lì a pochi minuti assisterai all’ennesimo, incredibile, concerto della Vergine di Ferro. E’ lì, a portato di mano. Mancano tre minuti e il pubblico canta, fischia, impreca. Mancano due minuti, le urla si elevano, il coro “Maiden Maiden” ormai sovrasta tutto. Tremano le gambe, sale l’eccitazione. Manca un minuto, il grido “Up The Irons” non lascia scampo. Ci siamo, le casse diffondono l’ultima strofa di “Doctor Doctor”, il pubblico avanza e si accalca sotto al palco. Mancano pochi secondi, si spengono le casse, si spengono le luci, sale il boato della folla in fibrillazione e “Churcill’s Speech” dà il via al concerto.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. Ci manca dannatamente provare quel brivido lungo la schiena, quello strattonare l’amico incredulo al nostro fianco, quell’urlare al cielo la nostra passione e la nostra voglia di vivere. Ci manca terribilmente ascoltare quella “Doctor Doctor”, ultimo baluardo prima di due ore memorabili. Sarà un’estate senza concerti degli Iron Maiden e tutti ci sentiamo un po’ più orfani, più soli, più privi di una parte essenziale della nostra esistenza. Dopo una vita passata a programmare le vacanze in base al calendario concertistico da seguire, siamo condannati a due mesi di vuoto assoluto. Niente festival, niente arene stracolme di appassionati, niente concerti da migliaia e migliaia di persone. Niente nuove conoscenze. Niente maglie celebrative del tour da acquistare. Nulla. E’ tutto così vuoto, brutto, insensato. Recupereremo l’anno prossimo ma, nel mentre, come si resiste senza quel countdown chiamato “Doctor Doctor”?

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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La strage del 10050 di Cielo Drive, quando la Manson Family sconvolse Hollywood

Federico Falcone

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10050 di Cielo Drive, Bel-Air, Los Angeles. Un indirizzo passato tragicamente alla storia, ancora oggi avvolto da nubi di mistero, inquietudine e dolore. La sera del 9 agosto del 1969 salì alle cronache poiché teatro di cinque omicidi perpetrati dalla Family di Charles Manson, la setta composta da fanatici squilibrati, seguaci di colui che non molto tempo più tardi si definì il Diavolo.

L’infanzia infelice di Manson, figlio di una prostituta e di padre ignoto, ne segnò inevitabilmente la vita. Abbandonato, solo, in miseria, carico di turbe psichiche, fin da adolescente entrava e usciva di prigione con una certa facilità, dapprima per piccoli crimini e poi come protettore di prostitute. Giro che gli valse le prime condanne più importanti.

Negli anni della Love Generation, dell’amore libero e degli hippy, riuscì comunque ad avocare a sé un numero importante di ragazzi asociali, disagiati, ai margini della società, affascinati dalla sua indiscutibile ars oratoria.

Per loro era un guru, un Messia, colui che avrebbe ristabilito l’ordine delle cose in una società promiscua, devota al classismo e alla vacuità. Non solo, professava il satanismo e la cultura dell’olocausto razziale, auspicando il trionfo della razza bianca e la scomparsa di quella nera. Manson era anche appassionato della necromanzia, della magia nera, dell’esoterismo e dell’ipnotismo.

Una figura che, sulle menti più deboli e sulle personalità meno forti, esercitava un fascino letale. Da Cincinnati, dove nacque, si trasferì a San Francisco nell’estate del ’67. Era anche un patito dei Beatles, tanto da considerarsi il loro quinti componente nonché autore di alcuni brani.

Nella villa al 10050 di Cielo Drive viveva Roman Polanski con sua moglie Sharon Tate che, in quegli anni, pur non essendo dotata di un talento incredibile, era comunque una giovane attrice in rapida ascesa. Polanski, invece, era già un affermato regista. Il suo “Rosemary’s Baby” aveva trionfato non solo a Hollywood ma anche in Europa. Proprio il 9 agosto di quell’anno si trovava a Londra per impegni lavorativi connessi al film.

Quella sera d’agosto nella villa c’erano, oltre alla Tate che era al nono mese di gravidanza, anche alcuni amici della coppia: Jay Sebring, parrucchiere molto noto a Hollywood, Wojciech Frykowski, attore, e la sua fidanzata Abigail Folger, attivista per i diritti civili.

Manson fu il mandante della strage che inizialmente prevedeva un’altra vittima: Terry Melcher, produttore musicale (figlio di Doris Day), ma fu allontanato da un fotografo amico della Tate che gli aveva rivelato che la villa era invece di Polanski e dell’attrice. Non era il primo omicidio che veniva commesso dalla Family. Manson rimase nel ranch dove risiedeva e la strage fu commessa da Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel Linda Kasabian che però rimase fuori a fare da palo.

Entrarono nella residenza durante la notte, armati di coltelli, una pistola e una corda di nylon lunga 13 metri. Prima però tagliarono i fili del telefono, per isolare la villa e scongiurare che le vittime potessero chiamare aiuto.

Poco prima dell’irruzione incontrarono un giovane del posto, Steven Parent. Era amico del guardiano della casa, lo stesso che non si accorse di nulla fino all’arrivo, il giorno dopo, della polizia. Lo freddarono senza pietà. Una volta dentro, la Manson Family non risparmiò nessuno, compresa la giovane Tate, incinta al nono mese.

La Atkins si accanì ulteriormente, prendendo uno straccio intriso del sangue della Tate e scrivendo sulla porta la parola “Pig” usato in modo dispregiativo nei confronti dei poliziotti e “Helter Skelter”  sullo specchio del bagno. Parole, queste, che danno anche il titolo a una famosa canzone dei Beatles.

Quella strage fece calare uno spettro di orrore su Hollywood, pose fine a cinque giovani vite e uccise per sempre il sogno di una Hollywood lontana da odio e disperazione. La tanto ostentata omologazione su cui costruire una apparente e male celata tranquillità finì quella notte. Manson venne condannato alla pena di morte. Come lui anche agli altri membri della Famiglia. Nel 1972, però, l’esecuzione capitale fu abolita nello Stato della California, perciò la pena venne commutata in ergastolo. Il 19 dicembre 2017 Manson è morto per un’emorragia intestinale, all’età di 83 anni.

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Don’t cry for me Argentina: la storia di Evita Peròn

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di Daniela Musini

La luce. Era questo che incantava guardandola: la luce evanescente e carismatica che il suo volto riverberava

Bionda ed elegante, sorriso dolce e sguardo deciso: così era Evita Perón, la donna più potente e amata dell’Argentina del Novecento. Eva Maria (questo il suo nome all’anagrafe) nacque il 7 maggio 1919 a La Unión, una tenuta agricola a un tiro di schioppo dal paese di Los Toldos, in provincia di Buenos Aires, tenuta che faceva parte delle proprietà terriere di Juan Duarte, dove sua madre, Juana Ibarguren, era al servizio come cuoca.

Lui era sposato e aveva una famiglia regolare in un’altra località distante un centinaio di chilometri, Chivilcoy, ma le carni brune e gli occhi incendiari di Juana gli scatenarono una passione rapace. Ci sono amori nati per volare in cieli limpidi e amori nati per rimanere colpevoli e clandestini. Quello fra padrone e cuoca fu uno di questi.

Juana partorì cinque figli illegittimi fra i pettegolezzi e i mormorii della gente e il malevolo astio della famiglia regolare di Juan, il quale poco dopo la nascita dell’ultimogenita Eva Maria abbandonò amante e prole e se ne tornò a vivere sotto il tetto coniugale di Chivilcoy. Juana, disperata ma non vinta, prese i bambini e i pochi bagagli che possedeva e lasciò anche lei la tenuta, trasferendosi a Los Toldos dove un giorno la piccola Eva, chiamata affettuosamente Evita, entrando in classe vide scritto sulla lavagna a caratteri cubitali: «No eres Duarte, eres Ibarguren»: non sei una Duarte, sei una Ibarguren (il cognome della madre).

Una lama di coltello nello stomaco fu per lei quella umiliazione e mentre i suoi compagni continuavano a sghignazzare con la (in)consapevole crudeltà della loro età, lei lentamente, rigida e altera, lo sguardo fisso davanti a sé senza una lacrima, la bocca serrata diventata un taglio, andò a sedersi al suo banco. Fu quel giorno che decise il suo riscatto: diventerò qualcuno e gliela farò pagare a tutti.

Nel gennaio 1926 intanto suo padre Juan Duarte muore in un incidente d’auto, e allora Juana, vedova non riconosciuta e donna sola con tante bocche da sfamare, decide di andare a vivere con i suoi figli nella bella cittadina di Junin, e qui, china tutto il giorno sulla sua macchina da cucire Singer, diventa una sarta apprezzata dalle eleganti signore della borghesia.

A Junin Evita, che ormai ha 15 anni, osserva con ammirazione e un pizzico di invidia le donne dell’alta borghesia passeggiare la domenica sotto braccio ai loro mariti azzimati, sfoggiando gioielli e pellicce e ne rimane incantata

Lei non è come le altre sorelle che sognano un futuro tranquillo e modesto: lei è sì romantica, ma è soprattutto volitiva e determinata, ambiziosa e risoluta. Entrare a far parte del mondo lussuoso e luccicoso del Cinema è il suo obiettivo; diventare ricca e famosa il suo traguardo, ma non sa che il Fato ha deciso per lei un futuro ancora più glorioso e tragico.

Conosce nel frattempo il celebre cantante di tango Augustin Magaldi al quale rivela il fuoco sacro che cova dentro di sé per il palcoscenico e lui, che è una vecchia volpe, l’accoglie a braccia aperte e, si dice, anche nel suo letto. Evita si trasferisce così a Buenos Aires per tentare la fortuna: comincia a muovere i primi passi a Teatro e a frequentare il mondo dello spettacolo.

Non è più la modesta ragazza di provincia: ha tinto i capelli di biondo che accentuano la sua pelle di latte e per contrasto evidenziano i suoi occhi neri e vivaci e si trasforma in una giovane donna piena di fascino; pur non essendo una bellezza vistosa (è minuta e piccolina) si fa notare per i modi accattivanti, il glamour innato, e la grinta che traspare da ogni suo gesto.

Nel frattempo inizia a recitare in radio in quei radiodrammi ricchi di pathos e colpi di scena che ogni sera tenevano avvinghiati migliaia di persone: la sua voce calda e carezzevole e le indubbie doti interpretative fanno sì lei diventi l’attrice radiofonica più apprezzata del Paese e raggiunge ben presto fama e benessere economico.

«Nella vita di ogni donna c’è almeno un giorno meraviglioso e il mio è quello in cui ho incontrato Perón» scriverà rapita nella sua autobiografia La razon de mi vida. E l’incontro con l’uomo che diventerà la ragione della sua vita avviene il 22 gennaio 1944 quando lei partecipa insieme ad altri personaggi dello spettacolo e della politica ad un festival organizzato per raccogliere fondi per la cittadina di San Juan martoriata da un terremoto disastroso.

Il colonnello Juan Domingo Perón era uno dei capi del Grupo de Oficiales Unidos che l’anno precedente aveva provocato con un colpo di Stato militare la caduta dell’allora presidente Ramon Castillo a favore del Generale Edelmiro Farrel e da questi ricompensato con le cariche di segretario del Lavoro e degli Affari sociali.

Lei ha 24 anni e un passato chiacchierato, lui ne ha 48, è vedovo e uno degli uomini più potenti e influenti dell’Argentina: si guardano e Cupido scocca una freccia infuocata. Alla fine della serata escono insieme sottobraccio e per lei inizia la leggenda. Evita s’innamora in modo impetuoso di quest’uomo alto, possente, fascinoso e dal sorriso contagioso, la cui avvenenza era il frutto di un meticciato di varie etnie: scozzese, italiana, uruguayana, tehuelche (ossia i nativi della Patagonia).

Perón è un uomo ambiziosissimo e nell’anno successivo diventa nel contempo ministro della guerra, segretario del lavoro e vicepresidente: troppo per i suoi nemici all’interno delle stesse forze armate che il 9 ottobre lo costringono alle dimissioni e lo arrestano.

Dal carcere dove è rinchiuso scrive a Evita parole d’amore e di rimpianto: «Adesso so quanto ti amo e che non posso vivere senza di te. La mia immensa solitudine è piena del tuo ricordo». Passano solo pochi giorni e gli operai reagiscono in modo sorprendente e risoluto: in migliaia, una vera fiumana, si riversano per le strade chiedendo a gran voce la liberazione di Perón. Fa caldo quel giorno di ottobre (nell’emisfero australe in quel mese è primavera), la calca è asfissiante e allora i manifestanti, con un gesto che passerà alla Storia, si tolgono la camicia mentre scandiscono rabbiosi Perón libre, Perón libre: sono i descamisados (i senza camicia) e a galvanizzarli è proprio Evita, nel frattempo diventata una fervente attivista.

Perón viene liberato a furor di popolo e il 22 ottobre 1945 sposa la sua compagna in un tripudio di consenso popolare

Lei da allora in poi si firmerà Maria Eva Duarte de Perón, ma per il popolo argentino lei è semplicemente Evita, la Reina de los descamisados. È proprio a loro e alle migliaia di cabecitas negras, le “testoline nere” ovvero i contadini e i poveri dalla pelle scura delle zone interne del Paese che il processo di urbanizzazione aveva fatto confluire a Buenos Aires, che lei si rivolge nei suoi fiammeggianti comizi in cui sempre di più appare come trascinatrice di folle e incantatrice di cuori.

Sa come incendiare gli animi, sa parlare al cuore della gente: è sincera e ardente, appassionata e generosa e non dimentica le proprie origini, anche se gira con truccatore e parrucchiere al seguito, indossa abiti sontuosi e costosi (di Dior soprattutto), cappellini eleboratissimi e gioielli da favola (alla sua morte in cassaforte gliene ritrovarono per un valore di sei milioni di pesos). «Sono una di voi. So cos’è la fame» ripete spesso in pubblico e migliorare la condizione di poveri e diseredati, difendere i loro diritti, legittimare i figli nati fuori dal matrimonio (come lei) e dar voce alle prerogative delle donne sarà sempre il suo obiettivo primario, la sua missione fino alla fine.

Il 24 febbraio 1946, pochi mesi dopo la sua liberazione, Juan Domingo Perón diventa Presidente di quel grande Paese e così lei, l’ex ragazzina illegittima e umiliata dai compagni di classe, è la nuova Primera Dama e in quella veste svolgerà con passione e abnegazione il ruolo che più le sta a cuore: quello di abanderada de los humildes (portavoce degli umili). È lei la vera paladina del perónismo, il sincretico movimento politico che mira a tracciare una terza via tra capitalismo e comunismo, la seguace più ardente e convinta di suo marito Perón, figura assai controversa e discussa, idolatrato da molti e odiato da tantissimi.

Evita raggiunge in breve una fama smisurata: riceve in media dodicimila lettere al giorno, lavora nel suo ufficio fino a notte fonda, gira fra i poveri e i baraccati senza sosta non lesinando parole di conforto e abbracci, portando speranza e aiuti economici (nel corso della sua breve esistenza si parlò di 50 milioni di pesos elargiti).

Fa costruire scuole, 21 ospedali, case di riposo, quattromila alloggi per i diseredati (che costituiranno la cosiddetta Evita city), attrezza colonie estive per i bambini e, memore di sua mamma che era riuscita a mantenere una famiglia di sei persone grazie ad una macchina da cucire, ne fa distribuire a milioni tra le famiglie

Il 9 settembre 1947 grazie a lei e alle sue lotte, il Parlamento approva il disegno di legge che consente il diritto di voto alle donne che gliene saranno sempre grate e diventeranno, anche per questo, le sue più ferventi sostenitrici. Le donne argentine imitano il suo chignon basso e la sua sfumatura particolare di biondo, gli impeccabili tailleur e gli chemisier à pois, le acconciature floreali tra i capelli e le scarpe bianco dal tacco alto. Ma anche lei ha nemici che l’accusano di nascondere parecchi scheletri nell’armadio e di usare ipocritamente le sue munifiche elargizioni per tenere buono e asservito il popolo.

Coloro che mi attaccavano non potevano perdonare ad una giovane donna di aver avuto così tanto successo

Sue acerrime nemiche sono anche le dame dell’aristocrazia e delle classi sociali più elevate: per loro Evita, anzi, Eva Ibarguren, come si ostinano a chiamarla, è solo una modesta attrice che aveva fatto fortuna, una scaltra arvenue che aveva saputo far breccia nel cuore dell’uomo più appetito e potente d’Argentina, una con un passato “disinvolto” e spregiudicato.

Per questo la prestigiosa e snob Sociedad de beneficencia le rifiuta il ruolo di presidentessa che per prassi era riservata da sempre alla moglie del Presidente in carica. Lei, che è di natura magnanima ma anche impulsiva, dura e autoritaria, fa chiudere la Sociedad con atto governativo per istituire al suo posto la Fundacion Maria Eva Duarte de Perón.

Dato il carisma irresistibile e la popolarità in continua ascesa, suo marito Perón nel 1947 la invia in Europa per quello che sarà ribattezzato il Rainbow Tour e in molti Stati, Italia compresa, la Primera Dama d’Argentina viene accolta come una Regina. Ma nel 1950 destino personale s’ammanta all’improvviso dei colori cupi della tragedia: comincia ad accusare forti dolori allo stomaco che lei volutamente trascura: «i doveri verso il mio popolo sono più pressanti della mia salute» ripete a tutti, ma la sofferenza si fa di giorno in giorno più rapace e grifagna.

Il verdetto è crudele: cancro all’utero

Evita rifiuta l’intervento chirurgico perché suo marito nel febbraio 1951 è di nuovo in corsa per le elezioni che si sarebbero tenute a Novembre e lei vuole essere al suo fianco, deve essere al suo fianco «per il bene dell’Argentina» ribadisce con forza.

Non si risparmia neanche questa volta: infaticabile, prodiga, combattiva, sostiene il marito ed è sempre accanto a lui nei comizi e nelle arringhe, sempre elegante e senza un capello fuori posto anche se i dolori diventano sempre più atroci e il pallore e la magrezza si fanno sempre più inquietanti. Il male se la mangia vorace in poco tempo. È da un letto d’ospedale che infila la scheda elettorale nell’urna: è emaciata, ma ancora bellissima e combattiva.

L’11 novembre 1951 Perón vince con una maggioranza schiacciante e il corteo presidenziale si snoda per le strade di Buenos Aires: è un trionfo, un tripudio di gente, bandierine, petali di fiori e acclamazioni. Evita è in piedi accanto al suo Juan, luminosa e diafana: sorride serrando i denti perché i dolori nonostante la morfina sono implacabili ed è talmente debole che deve indossare un particolare busto di metallo che la sorregga durante la parata.

Il primo maggio 1952 appare in pubblico. Parla a fatica, la voce rotta dalla commozione

In pochi s’accorgono che sta in piedi solo perché il suo Juan la sostiene da dietro. Quando termina il suo discorso s’accascia tra le sue braccia e piange. Sarà la sua ultima apparizione in pubblico. Ma Perón era davvero addolorato?

C’è chi giura che no e il confine tra realtà e mistificazione in questi casi si fa labile: molti raccontavano che lui era sempre accanto a lei in quel letto di sofferenza inaudita e che fosse straziato dal dolore; altri invece sussurravano a mezza bocca che in realtà il Presidente, provando una sorta di dolorosa repulsione per quel corpo ischeletrito, dormisse lontano e si rifiutasse addirittura di farle visita.

Ed è a questo punto della storia che s’innesta un evento sconcertante: nel 2005 il neurochirurgo ungherese George Udvarhelyi dichiara in un’intervista di aver fatto parte dell’equipe medica che nel 1952 aveva praticato una lobotomia a Evita senza il suo consenso. La decisione, così si racconta, sarebbe stata presa dallo stesso marito su pressioni del governo.

Se così effettivamente è stato, quali furono ragioni che avrebbero indotto Perón a farle praticare quell’intervento così devastante? Era stato per aiutarla a sopportare gli inenarrabili dolori che il tumore le provocava? O la ragione, più sconvolgente, risiede nella volontà di azzerare così il potere politico di Evita? Quali che fossero le motivazioni, quell’intervento fu per lei esiziale: smise praticamente di nutrirsi arrivando a pesare 37 chili e trascorse gli ultimi giorni in uno stato pressoché vegetativo.

Il 26 luglio 1952 alle 20,25 i commentatori e gli annunciatori di tutti i canali radio dell’Argentina si fermano per annunciare, con la voce rotta dall’emozione, che «Eva Perón, capo spirituale della nazione, è entrata nell’immortalità.» Era morta all’età di trentatré anni, come nostro Signore Gesù, sottolinearono tutti. Un lugubre pianto si levò allora dall’intero Paese. Per quindici giorni due milioni di persone ammutoliti dal dolore sfilarono davanti al suo feretro di vetro dove lei riposava imbalsamata: gli uomini con il capo chino, le donne soffocando i singhiozzi nei fazzoletti

Don’t cry for me Argentina, ma tutta la Nazione piange e si dispera

Piangevano i suoi descamisados, piangevano le donne per i cui diritti lei si era battuta come una leonessa, piangevano i giovani che avevano individuato in lei una guida autorevole e materna. Quando il 19 settembre 1955 gli esponenti della Revolucion libertadora attuano un colpo di Stato e costringono Perón ad andare in esilio prima in Paraguay e poi in Spagna, per le spoglie di Evita inizia una sorta di calvario.

I golpisti vogliono cremarne il corpo per evitare che l’esposizione della salma perpetui la devozione del popolo nei suoi confronti, ma grazie anche al supporto del Vaticano, i peronisti riescono a far arrivare i resti mortali in Italia. Il 13 maggio 1957 Evita viene sepolta sotto il falso nome di Maria Maggi de Magistris nel cimitero di Musocco a Milano. Solo nel 1976 le sue spoglie giungono finalmente a Buenos Aires dove riposano in una piccola tomba di marmo nera nel Cementerio de la Recoleta, il cimitero monumentale della città. Sulla lapide lei, la Reina de los descamisados, aveva ordinato di incidere queste parole: Tornerò. E sarò milioni.

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Knebworth Park, 9 agosto 1986: Freddie Mercury e i Queen si esibiscono per l’ultima volta

Federico Falcone

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Knebworth Park, Londra, 9 agosto 1986

I Queen si esibiscono di fronte a 125mila fans in delirio. Fonti non ufficiali, ma forse più attendibili, stimano invece le presenze tra le 180mila e le 200mila. Si tratta dell’ultima tappa prevista per il Magic Tour, la serie di concerti promozionali all’uscita di “A Kind Of Magic“, dodicesimo studio album della band inglese. Il successo è planetario, tanto sul mercato discografico quanto ai botteghini dei live. Il gruppo è in forma strepitosa e la Queen mania non sembra conoscere ostacoli.

Oggi parliamo di hype ma a quei tempi si definiva entusiasmo. Straripante, contagioso, infinito. Freddie Mercury era di gran lungo il padrone incontrastato dei palchi, il frontman per eccellenza, il leader carismatico che tutti tentavano di imitare ma che nessuno riusciva a eguagliare, neanche in minima parte.

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Nessuno avrebbe mai immaginato, però, che proprio lì, quel giorno, i Queen avrebbero suonato per l’ultima volta con il nativo di Zanzibar dietro al microfono. “A Night of Summer Magic“, questo il nome dello show, resterà nella storia per una serie di circostanze. Questa, purtroppo, la più rilevante. E pensare che quando l’elicottero che trasportava la band, aerografato con la copertina dell’ultimo album, sorvolò la location, tutti pensarono che Freddie, Brian, John e Roger avrebbero suonato in eterno.

Furono ventisei le tappe di quel tour. Tutte sold out. Tutte indimenticabili

La band era nel pieno della forma. Circa un mese prima, il 12 luglio, in quel del Wembley Stadium della capitale inglese, cioè la mecca del calcio di Sua Maestà, i Queen registrarono il famoso “Live at Wembley ’86“, probabilmente tra i live album più famosi e venduti di tutti tempi. Imprescindibile per chiunque voglia definirsi un appassionato di musica. A Stevenage, nell’Hertfordshire, invece andò in scena l’ultimo atto con Mercury alla voce. Meno di un anno dopo, la terribile scoperta dell’AIDS. Fu anche l’ultimo concerto con John Deacon al basso che dopo la morte di Freddie scelse di chiudere la sua carriera con i compagni di sempre.

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Voci solo parzialmente confermate raccontano di come la band accettò di suonare a patto che fosse garantito il sold out. Gerry Stickells, l’allora responsabile del tour, accettò le condizioni e promise il tutto esaurito. Cosa che ovviamente avvenne. Il costo del ticket era di 14 sterline (16 in prevendita) e il primo giorno di vendite furono bruciati subito 35mila biglietti.

Alle nove del mattino si spalancarono i cancelli

Ad aprire il concerto fu Belouis Some, cantante inglese che non fece breccia nel cuore degli spettatori e che da questi fu preso di mira con un fitto lancio di bottiglie. Dopo di lui suonarono i Big Country e poi gli Status Quo. L’attesa, febbrile, era ovviamente per gli autori di “A Kind Of Magic”, disco pubblicato il 3 giugno dello stesso anno, da cui furono estratti ben sette singoli.

One Vision” e “Tie Your Mother Down” aprirono la setlist dei Queen. Un’accoppiata dinamica, potente e trascinante, capace di coinvolgere immediatamente il pubblico presente e farlo scatenare prima di “Seven Sears Of Rhye” e la title track dell’ultimo album, “A Kind of Magic“, appunto. La band era affiatata, compatta, come al solito straordinaria in sede live, la dimensione sicuramente più consona ai quattro musicisti. In studio di registrazione una certezza e dal vivo una garanzia. Vennero eseguite tutte le hit scritte e registrate fino a quel momento e lo show fu sensazionale.

L’esibizione di Freddie Mercury fu, come al solito, impeccabile. I 120mila (o 200mila che dir si voglia) in estasi sotto al palco tributarono più di una standing ovation alla band che, nel 1986, viveva il suo momento di grazia. Quel giorno nessuno immaginava che solamente cinque anni dopo Freddie sarebbe morto. L’attività in studio con la band proseguì mentre quella live, come detto, si interruppe quel giorno a Knebworth.

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Setlist:

1. One Vision
2. Tie Your Mother Down
3. In the Lap of the Gods (revisited)
4. Seven Sears of Rhye
5. Tear It Up
6. A Kind of Magic
7. Ay-Oh
8. Under Pressure
9. Another One Bites the Dust
10. Who Wants to Live Forever
11. I Want To Break Free
12. Now I’m Here
13. Love Of My Life
14. Is This the World We Created…?
15. (You’re So sqaure) Baby I Don’t Care (Elvis Presley cover)
16. Hello Mary Lou (Gene Pitney cover)
17. Tutti Frutti (Little Richard cover)
18. Bohemian Rhapsody
19. Hammer To Fall
20. Crazy Little Thing Called Love

Bis

21. Radio Ga Ga

Bis 2

22. We Will Rock You
23. Friends Will Be Friends
24. We Are The Champions
25. God Save The Queen

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