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Cinema

Dio ci salvi dal cinema sotto le stelle, o almeno ci dia una spiegazione

Alberto Mutignani

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Sbagliavano quelli che prevedevano, per la fine della quarantena, un aumento di bontà contagiosa da parte degli Italiani colpiti dalla pandemia. Per fortuna, le cose sono andate diversamente: non abbiamo imparato nulla e da un punto di vista prettamente etico questo ci ha impedito di scivolare nella locura delle musichette e degli abbracci tra dirimpettai.

In compenso, gli Italiani hanno scoperto con ingenuo ritardo lo smartworking e l’istruzione digitalizzata, certi insegnanti hanno familiarizzato con le videochat e una fetta del pubblico cinematografico ha iniziato a vedere con meno sospetto i servizi streaming. Sorvoleremo sui primi tre punti per arrivare al cuore della questione. Anche sul cinema ci siamo riscoperti inguaribili romantici: una città già di per sé nota per le iniziative culturali deplorevoli come Bologna ha rilanciato il cinema sotto le stelle, e seguono a ruota molte città italiane, soprattutto costiere.

Un Paese che per tre mesi ha voluto venderci la digitalizzazione delle arti e dei mestieri come l’avanguardia del secolo non ha perso occasione per tornare al suo sport preferito: sciorinare la sensibilità dell’anima. Il problema non è il cinema all’aperto, che è comunque un disturbo per la collettività – per collettività non si intende la parte buona del paese, ma i fortunati che risiedono a ridosso di questi cinema aperti e non ne sono interessati –, soprattutto se la selezione, come si è visto, è un condensato di tutto l’insostenibile che il cinema dalla schiena dritta ha tirato fuori in Italia e all’estero: c’è Palombella Rossa di Moretti, come nel più classico dei cineforum adolescenziali, e qualcosa di Glazer per riflettere sulla trasmigrazione dello spirito.

Le commedie, quelle vedetevele a casa vostra. Il problema è che questa manifestazione non va in nessuna direzione: si propone come balsamo per il senso comune – che non esiste – della visione, per il piacere del grande schermo, per una ritualità che, come avevamo già osservato altre volte, ha qualcosa di teologico forse, ma si muove su un terreno al di fuori dal giro di riflessioni rivelatrici sulla diatriba sala-streaming.

Questo ci permette di pensare, a ragione probabilmente, che l’alfabetizzazione tecnologica in Italia debba per forza fare i conti con quelle esecrazioni di bontà esibita che colmano i vuoti di certi disegni politici e che appartengono, per riflesso, ai giovani che quei disegni pallidi e reazionari li sventolano come una panacea contro i mali del mondo moderno. Sempre a ragione possiamo constatare la piega che questa filosofia ha preso in direzioni diverse. Poche settimane fa, nel carcere di Secondigliano, ad alcuni detenuti è stato chiesto di leggere e analizzare “Il visconte dimezzato” di Calvino. Non solo leggere, ma analizzare.

Una prova punitiva, penserete voi. Ma come rifletteva Gurrado sul Foglio, in Italia la cultura ha sempre un sottotesto punitivo, e da parte di chi organizza queste punizioni, un valore salvifico. Insomma, leggere non basta, ci vuole uno slancio sacrifico. È bastato invece l’arrivo del kindle sul mercato per far tacere le secolari lotte contro la produzione della carta e far tornare i professori liceali e gli studenti più fragili di cuore a campeggiare al fianco dei libri cartacei, insostituibili per odore e tatto. Nostalgia anche per la stagione teatrale: qui a Pescara, dove i teatri si riempiono solo con rumoristi e pernacchioni dialettali, la platea chiede spazientita di riavviare la macchina dello spettacolo. Alla stessa maniera, con la fine della quarantena, il cinema torna ad essere un’arte dal valore comunitario e pedagogico. Impensabile, quindi, lasciare che lo streaming divori tutto. Ma la sala del cinema non basta: ce ne vuole una sotto le stelle. Astenersi perditempo però: se siete tra quelli che pensano che il cinema sia fatto per godersi un film e basta, fuori dai piedi.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Cinema

I registi che si credono migliori di Vanzina, e sbagliano

Matteo Vicino è regista, stroncatore, mito indiscusso e sex symbol, e nessuna di queste cose. Storia di un talento decantato e non pervenuto.

Alberto Mutignani

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Ho scoperto dell’esistenza di Matteo Vicino perché recentemente si è messo a fare il simpatico in un programma radiofonico condotto da Selvaggia Lucarelli, di cui non ricordo il nome. Nonostante il suo mestiere principale sia girare film brutti che non conosce nessuno, ma che vengono premiati all’estero, il suo hobby è quello di stroncare pellicole altrui, quando non viene preso a pesci in faccia dalle pagine Facebook per i suoi post da mitomane.

Nella puntata in radio che ho ascoltato di recente, Vicino si è divertito a distruggere Lockdown all’Italiana, l’ultimo film di Vanzina, “immolandosi” come dice lui, perché era convinto che il pubblico non aspettasse che il suo commento. Che poi, che te lo vai a vedere a fare un film se non ti interessa e sai che non ti piacerà? Perché fa molto ridere, forse. O almeno fa ridere il pubblico della Lucarelli, e anche lei era molto coinvolta dalla cosa. Insomma dopo questa ventina di minuti di sberleffi, ho scoperto che Vicino ha rilasciato un film lo scorso anno, e che dopo aver vinto innumerevoli premi, ora è arrivato in Italia, su Amazon Prime Video. Lo vedo, anche perché uno che per recensire Vanzina cita Gassmann e Pasolini deve essere un genio senza possibilità di freno.

Il film si chiama ‘Lovers’ ed è girato a Bologna. Gli attori sono: Primo Reggiano, Ivano Marescotti, Luca Nucera e Margherita Mannino.

Le storie raccontate sono quattro, lineari, infilate senza interruzione nel corso dei 100 minuti di film. Il cast è sempre lo stesso, a giro si cambiano i ruoli e i personaggi tentano di darsi una rimescolata per non sembrare gli stessi della storia precedente. La prima si apre in un ufficio con la luce smarmellata, Primo Reggiano in completo gessato, grigio su grigio, che guarda il suo direttore e dice a una collega: “Sempre stato così, imperturbabile”. E uno potrebbe dire: va bene, l’inizio di un film è sempre difficile da scrivere, però poi migliora.

La prima mezz’ora, in realtà, è un incomprensibile susseguirsi di eventi: Luca Nucera è un datore di lavoro passivo e cinico ma si innamora di una libraia socialista, Marescotti fa il padre di Reggiano, che al licenziamento del figlio risponde con un infarto che il medico di base liquida come ‘malanno stagionale’, come quando ti viene il raffreddore. Muore un paio di scene dopo. Reggiano viene lasciato dalla fidanzata e decide di suicidarsi, compra una pistola da un napoletano che gliela fa a buon prezzo, e decide di spararsi in un parco (perché deve rompere le palle in un parco?).

Un’altra storia sembra un tentativo bislacco di raccontare David Foster Wallace al cinema, o Bret Easton Ellis. La riflessione sulla letteratura, sui mass media e sulla massa incolta. Vicino dice che è un episodio ‘spietato’, i critici pagati per recensire bene il film gli fanno il verso e parlano di ‘provocazione’ e di ‘episodio tagliente, brutale’. In realtà è la solita pippa sullo scrittore intellettuale che scrive romanzi molto profondi e si ritrova a fare il ghostwriter per un analfabeta. Il libro ha successo tra le ragazzine ma l’intellettuale si diverte a ridicolizzarle chiedendo se hanno mai letto “Calvino, Rodari o Pasolini”. Le ragazze rispondono di no ridacchiando.

Come un cerchio, il film si chiude com’è iniziato, ma la bella notizia è che, indipendentemente dal come, il film si chiude. Oltre alla mancanza di capacità registiche, Vicino dimostra anche zero attitudini nella scrittura. Battute chiave del film sono due inni alla banalità: “È un po’ che ci penso: vuoi passare il resto della tua vita con me?” e “Devi convincere i giovani a riavvicinarsi alla cultura”.

Veniamo al dunque: avevamo già detto che i cinepanettoni sono essenziali all’industria cinema. Cioè a quella cosa che per alcuni è arte, per altri è trasmigrazione, per altri intrattenimento, ma che in realtà è un’industria a tutti gli effetti, che macina soldi e che – come stiamo vedendo – senza soldi non vive. I cinepanettoni fanno soldi, e anche volendo considerare il loro livello medio, ogni film parla per sé e non può essere giudicato aprioristicamente, né si può pensare che qualcuno faccia una battaglia ideologica contro una commedia con Ricky Memphis, tirando in ballo vecchi biopic politici – Gassmann che fa Berlinguer – e kolossal come Non è un paese per vecchi. Come se io per criticare Vicino avessi avuto bisogno di un parallelismo con Quarto Potere, e invece mi basta Vanzina.

Lovers, contrariamente a “Lockdown all’Italiana”, è un film inutile: è brutto e si fa forte dei premi – cose come l’indipendent film festival di Pittsburg, non proprio gli Oscar – per giustificare la pietra tombale a cui è stato condannato al box office italiano. Non incassando, e non contribuendo in alcun modo a nessun percorso artistico, è un film nocivo, laddove “Lockdown all’Italiana”, nel peggiore dei casi, sarà un fallimento commerciale senza pretese.

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Cinema

Il Processo ai Chicago 7: verità parziali di un film furbo

La recensione del film Netflix diretto da Aaron Sorkin, con Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne e Joseph Gordon-Levitt

Alberto Mutignani

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È su NetflixIl processo ai Chicago 7”, il film scritto e diretto da Aaron Sorkin, prodotto da Steven Spielberg, che ricostruisce il processo del 1969 che il governo degli Stati Uniti intentò contro otto attivisti di sinistra, poi sette, accusati di aver acceso una rivolta di massa durante la convention dei Democratici l’anno precedente, a Chicago. Sin dai primi minuti il film di Sorkin vuol essere, quasi esplicitamente, un film sulle proteste che hanno infestato gli Stati Uniti nel corso di quest’anno, e le reazioni della polizia e della Casa Bianca guidata da Trump.

È chiaro dal cambio della guardia a cui assistiamo quando, all’inizio, il ritratto del Presidente Johnson viene sostituito da quello del neo-eletto Richard Nixon, ma anche e soprattutto da come Sorkin presenta i suoi personaggi: una sinistra folta, plurale, ricca di tutte le sfumature possibili, dal fronte black-friendly di Bobby Seale a quello democratico-pacifista-frignone di Tom Hayden e David Dellinger, fino alla lotta continua degli hippie Abbie Hoffman e Jerry Rubin, contro una destra monocorde, passiva, decisamente poco attraente, anche perché le poche svolte comiche della sceneggiatura sono affidate, come da cliché, agli esponenti hippie e all’abbigliamento delle Pantere Nere, solo marginalmente coinvolte nel processo.

È un film furbo, quello di Sorkin, che parla del passato per denunciare una situazione contemporanea, come se l’America, dopotutto, fosse sempre la stessa e non imparasse mai dalla sua storia. Così, la guerra del Vietnam diventa il sopruso della polizia e del governo sulle minoranze afroamericane, ma la protesta e la sua potenza retorica rimangono le stesse, e il film spinge molto nel farci simpatizzare per questa seconda frangia, giustificandone praticamente ogni declinazione nonostante la pluralità delle voci, e raccontando una mezza verità allo spettatore.

Perché se la storia ci dice di una sconfitta dei Chicago 7, e del generale decadimento del disegno hippie-pacifista della controcultura americana, il film si chiude con un trionfo degli attivisti, in una chiosa che sembra richiamare il finale – altrettanto melenso – dell’Attimo fuggente di Peter Weir, con Hayden in piedi che legge, di fronte a una Corte impotente, i nomi di tutti i soldati statunitensi morti in Vietnam, mentre uno ad uno i presenti in tribunale, addirittura anche della compagine avversaria, si alzano in piedi e si mettono una mano sul petto.

Tolta questa nota dolentemente faziosa, il film scorre in maniera abbastanza piacevole, alternando brevi flashback alle fasi corpose del processo. Il cast è di tutto rispetto, da Sacha Baron Cohen a Eddie Redmayne, da Joseph Gordon-Levitt a Michael Keaton, ma come abbiamo scritto in passato, la coralità è una scelta altrettanto furba, soprattutto se concentrata quasi per intero – ma potremmo dire per intero – nella compagine degli attivisti.

È una visione tutto sommato piacevole, ma davvero poco interessante dal punto di vista storico e troppo votata ai facili sentimenti, che al cinema funzionano e servono quando non si ha nulla da raccontare, non quando si vuole ricostruire un processo.

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Cinema

Cinema e teatri restano aperti: nessuna indicazione nel nuovo decreto, risorse extra nella legge di Bilancio

Fabio Iuliano

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Qualcuno ha bofonchiato sul fatto che il premier Conte, nel corso della conferenza stampa serale in cui è stato illustrato il nuovo Dpcm, non abbia fatto accenni alla cultura e ai luoghi preposti per farla. In realtà, è stato quasi meglio così: nei giorni scorsi si era vociferato di una stretta su cinema e teatri, misura peraltro poco giustificata da numeri e circostanze: già qualche giorno fa una nota dell’Agis aveva fatto rilevare che su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati, nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) ad inizio ottobre, i casi di contagio sono pressoché nulli.

Il nuovo decreto, in ogni caso, non prevede misure diverse per il mondo della cultura, teatri e cinema restano aperti, pur nel rispetto delle misure di sicurezza approvate in precedenza: posti a sedere preassegnati e distanziati di almeno un metro, e con un numero massimo di mille spettatori per spettacoli all’aperto e di duecento spettatori in luoghi chiusi. Le fiere sono consentite ma solo se di interesse nazionale e internazionale. Restano aperti musei e luoghi della cultura, nel rispetto delle norme di protezione e prevenzione.

Misure di sostegno in favore di istituzioni e iniziative culturali sono in realtà contenute nella legge di Bilancio 2021, come rileva Artribune. Per quanto riguarda scuola, università e cultura, “viene finanziata con 1,2 miliardi di euro a regime l’assunzione di 25.000 insegnanti di sostegno e vengono stanziati 1,5 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. È previsto un contributo di 500 milioni di euro l’anno per il diritto allo studio e sono stanziati 500 milioni di euro l’anno per il settore universitario. Sono destinati 2,4 miliardi all’edilizia universitaria e ai progetti di ricerca. Vengono inoltre destinati 600 milioni di euro all’anno per sostenere l’occupazione nei settori del cinema e della cultura”, si legge sul testo della manovra.

Una nota del Mibact ha anche ribadito che “il complesso delle misure decise dal Cdm prevede il forte rafforzamento di alcuni investimenti strategici, dalla tutela del patrimonio culturale, al rafforzamento delle misure per il cinema e lo spettacolo dal vivo, agli interventi per le strutture ricettive, le agenzie di viaggio e le tutele per i lavoratori”.

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