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Daniele Faraotti declina la sua English Aphasia anche in vinile, ecco il video di “I Got the Blues”

Fabio Iuliano

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Beatloop, melodie sintetiche e nonsense, in una sintesi quasi distopica che mette sullo stesso piano accenni ritmici e riferimenti in chiave Arancia Meccanica, così come improbabili richiami ai magnifici anni Sessanta, uno tra tutti: il clacson della Lancia Aurelia B24 del Sorpasso. E poi, un omaggio agli Stones più intimi con “I Got the Blues”, tra tra voli pindarici di alterazioni beat in una vetrina in cui si gioca con l’estetica del grande rock. A distanza di un anno dall’uscita del disco “English Aphasia”, Daniele Faraotti presenta una riedizione del lavoro in vinile 33 giri, insieme . 

Eccoci a parlare di un suono ricco di trasgressioni e di libertà strutturali, di un inglese grammelot che sfida la comprensione e le dinamiche sociali della quotidiana discografia commerciale. Resta quest’immagine del mondo che si palesa nella varietà degli elementi musicali e fin dentro il DNA delle 9 tracce si è mantiene inalterato l’istinto della composizione improvvisata al momento e senza schemi particolari, per poi arricchirla affidandosi all’elettronica e al nonsense di cui si parlava prima. 

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Un po’ di tempo in più ha richiesto la messa a punto degli arrangiamenti che hanno avuto il compito difficile di non alterare nella sostanza la prima stesura. Solo una canzone ha un testo in italiano: “Sea Elephant”, parodia del tricheco lennoniano, una canzone riletta allo specchio: ciò che è maggiore qui è minore; il testo si muove parodiando John per immagine opposte. 

Mixato con Davide Cristiani ai Bombanella Soundescape di Maranello e da Franco Naddei a Cosabeat studio di Forlì, l’album è stato scritto, suonato, arrangiato e cantaro da Daniele Faraotti, Valeria Sturba (vno, theremin e cori gliss), Paolo Rainieri (tromba e flicorno), Alessio Alberghini (flauto), Daniele D’Alessandro (clarinetto), Simone Pederzoli (trombone), Luca Fattori (cori), Phil Faraotti (cori), hanno contribuito a rendere il suono dell’album più umano. 

Il Master è del Bernie De Bernardi degli Eleven Mastering di Busto Arsizio. 

BIO. Daniele Faraotti dal 2008 al tutt’oggi ha pubblicato due album e due ep: “Ciò che non sei più” (Alka record 2008); “Ciò che non sai più” (Alka records 2009); “Canzoni in salita” (Bombanella 2012); “In Cage’s Shoes” (Exit from the cage, 2014). 

Tanti concerti con DFB (band trio attiva dal 2004 al 2016); Nel 2016 Daniele ha dato vita al progetto Experience Excentrique; ensemble strumentale che oltre a proporre composizioni originali, elabora ossia trascrive musiche di epoche e stili diversi purché vi si riscontri una attinenza/vicinanza con alcuni stilemi della musica rock. Il curriculum vede Daniele collaborare con Patty Pravo nel 1994; partecipa alla realizzazione dell’album “ La Scoperta dell’America” di Claudio Lolli e poi un diploma di chitarra, di composizione, corsi di perfezionamento, stage, abilitazioni… ha fatto parte dell’Angelica Festival Orchestra nel 2015 e nel 2016. Si accinge a completare le registrazioni del primo album degli Experience Excentrique che vedrà la luce a breve sempre con Creamcheese Records. 

DANIELE FARAOTTI PRESENTA ENGLISH APHASIA TRACK BY TRACK

ENGLISH APHASIA È la tittle track dell’album; da un loop di toydrum si stratificano elementi vari un continuum guida questa libera improvvisazione; non c’è ritornello; la melodia in un sol fiato approda ad una coda ossessiva che non vuol sentir ragioni. 

I GOT THE BLUES È stato l’arpeggio di chitarra, scandito lentamente in 12 ottavi a ricordarmi l’omonimo brano degli Stones; non una nota in comune, tutto si articola diversamente ma il profumo è quello. 

CONNECTION Il loop di “English Aphasia” suona più veloce – la tastiera giocattolo suona un disegno alla Zawinul su di un basso ostinatissimo; scritta di getto la melodia approda inspiegabilmente ad un ritornello – perentoria la canzone ribadisce ciò che sta per finire in frantumi. 

BETWEEN FOR A DAY TRUST Questa è la canzone che più delle altre vuole essere un mondo.

ZAWIE III Mio nipote mi raggiunse in studio e un pò in affanno esclamò: Dani è morto Bowie; le ultime foto non lo mostravano certo in splendida forma ma la morte non ce la aspettavamo – tuttavia era nell’aria – qualcosa sentivo… erano quasi due anni che appuntavo idee riconducibili a Bowie denominandole per praticità, Bowie 1, Bowie 2, Bowie 3; lo stesso disco titolava inizialmente Bowie 1; la parte di tastiera deve qualcosa a “Whiter Shade of Pale”; canzone monocorde, apre un po’ le finestre nel finale. 

LEONORE SPRACHE La traccia da cui partire era quella di tastiera. Il resto si è costruito intorno a questa per assemblaggi, tentativi vari, object trouvè: il clacson de “Il Sorpasso” di Risi, le campane de “Il Silenzio” di Bergman, il duetto di Gassman/Trintignant, qualche frammento parlato dal “Fidelio”, il singspiel del Ludovico Van. 

SEA ELEPHANT “I’m the Walrus” insieme a “The Inner Light”, “Old brown shoes”, “Rain”, “Tomorrow Never Knows” fa parte di quella rosa di canzoni dei Beatles a cui ho guardato spesso; per me erano canzoni per gli anni a venire – naturalmente gli anni che sarebbero venuti dopo il 1970; effettivamente negli anni qualcuno ha scritto canzoni che potevano vedere queste come modello; il desiderio di emularle ossia elaborarle, commentarle in altro modo è comunque rimasto; registrata nel 2005 con il titolo “Elefante marino”, è stata qui ripresa, ri-mixata, ri-cantata, raddoppiata con nuove incisione nelle parti di violino e di theremin. 

TELEPHONE LINE Prima di quella giusta ci sono state ben 4 versioni; ascoltata una esagerazione di volte che l’obiettività era perduta, ero già pronto a rinunciare oppure a riesumare la prima versione – dopo aver lavorato tanto alle altre versioni mi pareva “più migliore”. Ho poi finito per fondere alcuni elementi della prima con la quarta. 

JONI, GEORGE, IGOR AND ME Canzone improvvisata sulla traccia di “African Coro” (sofware instrument di Logic), anch’essa improvvisata. È andata costruendosi a strati: prima la voce, poi una voce lontana, il sitar le trombe e poi percussioni varie. Ci sento un po’ di Joni Mitchel in certe digressioni armoniche, l’entrata delle trombe mi ricorda “Sinfonia di Salmi” – in altri momenti ci sento Harrison. È la canzone che saluta; chiude l’album augurando una dolce notte anche a chi teme l’ora del lupo. 

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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RetroGaming: Prince Of Persia, il viaggio nel tempo che ha rivoluzionato il mondo del gaming

cosa rese la saga di Prince Of Persia così amata ed importante nella storia del gaming?

Luigi Macera Mascitelli

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«Molti credono che il tempo sia come un fiume, che scorre lento in un’unica direzione. Ma io che l’ho visto da vicino, posso assicurarti che si sbagliano. Il tempo è un mare in tempesta! Forse ti chiederai chi sono e perché io parli così. Siedi, e ti racconterò la storia più incredibile che tu abbia mai sentito…»

Ed è proprio il tempo il protagonista di questo articolo. Sia perché si parla di un salto indietro di ben 18 anni, sia perché esso è il fulcro di tutta la storica trilogia di Prince Of Persia. Oggi, cari videogiocatori, mi rivolgo a voi ex o ancora possessori di una Ps2, in quanto parleremo di un titolo iconico che ha fatto la storia del gaming. Perciò, pugnale del tempo alla mano, e torniamo al 2003, anno in cui la software house Ubisoft diede il via ad una rivoluzione.

La saga di Prince Of Persia affonda le sue radici nel lontano 1989 con il titolo platform omonimo in 2D uscito per Amiga, NES, Apple II e Macintosh. Già all’epoca il gioco fece scalpore in quanto diede una grossa spinta in avanti a livello di animazioni e difficoltà. Muoversi all’interno dei labirintici livelli non era impresa facile. Trappole, nemici e vicoli ciechi erano sempre dietro l’angolo. Ed anche il tempo fece la sua comparsa. Una sola ora a disposizione del protagonista per poter salvare la sua amata da morte certa, allo scadere della quale si era costretti a ricominciare tutto da capo.

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Tuttavia il vero boom arrivò quasi 15 anni dopo, quando la Ubisoft acquisì il franchise, riscrisse la storia e l’ambientazione. Con l’uscita della Ps2, poi, la combinazione fu più che vincente, ed il 28 ottobre 2003 vide la luce Prince Of Persia: Le Sabbie Del Tempo. Il titolo in terza persona che, con i due capitoli successivi, darà vita alla storica trilogia che tutt’ora ricordiamo. Un gioco rivoluzionario che da un lato mostrò tutta la forza della console, e dall’altro ci fece letteralmente innamorare della saga. Ripercorriamone insieme la trama.

L’avventura del nostro principe inizia, come tutte le grandi storie, durante una guerra tra la Persia e una non definita città indiana. Il protagonista, sfruttando il caos del conflitto, cerca di farsi strada nel cuore del territorio nemico. È qui che egli entrerà in possesso del pugnale del tempo, un’antico manufatto in grado di riavvolgere il flusso temporale. Un’arma estremamente potente che permette all’utilizzatore di dominare il tempo, sventando eventi fatali ed ingannando la morte stessa.

Tuttavia il potere del pugnale è oggetto di mira del Visir Zervan. Questi è il consigliere del Maharajah d’India che vende il proprio padrone al re di Persia in cambio di una parte del suo bottino. Con un inganno il visir convince il principe ad usare il pugnale per liberare le Sabbie del Tempo contenute in una clessidra magica. Queste, una volta sprigionate, investono tutti i presenti che si tramutano in orribili mostri, compreso il padre del protagonista.

Ha così inizio l’avventura del giovane principe, che dovrà a tutti i costi sigillare nuovamente le sabbie, cancellare gli eventi a seguito della loro liberazione, e sconfiggere il Visir prima che questi riesca ad impossessarsi del pugnale. Ma il tempo è qualcosa di incontrollabile, sfuggente ed inarrestabile. Per il nostro alter ego non è che l’inizio.

«Il tuo viaggio non avrà un lieto fine, non puoi cambiare il tuo destino, nessun uomo può.»

Ed ecco che il 3 dicembre 2004 la Ubisoft pubblicò il sequel, Prince of Persia: Spirito guerriero. Il capitolo più violento e brutale della saga, il quale ci mostra un principe totalmente diverso rispetto al primo. Questa volta egli sarà in grado di mozzare teste, tagliare a metà l’avversario, strangolarlo e non provare pietà alcuna per il suo nemico. Il tutto accompagnato dalla colonna sonora contenente la celebre I Stand Alone dei Godsmack.

Sono passati sette anni, durante i quali il principe ha usato il potere delle sabbie per riavvolgere il corso degli eventi e sfuggire al proprio destino. Proprio per questo motivo egli si ritrova braccato dal Dahaka, il leggendario Guardiano del Tempo: una bestia spaventosa il cui compito è fare in modo che la storia segua il suo giusto corso. La soluzione per porre fine a tutto è una sola: cambiare il proprio destino impedendo la creazione delle sabbie. Il principe apprende così dell’esistenza della mitica Isola del Tempo, luogo in cui queste hanno avuto origine.

L’ambiente è cupo, oscuro, pieno di segreti, nemici e, soprattutto, governato dall’Imperatrice del tempo: la bellissima e sensuale Kaileena. Ella, secondo la leggenda, avrebbe creato le sabbie millenni prima. In realtà si scopre come sia stato lo stesso principe a dare origine a tutto. Uccidendo la donna in uno scontro, infatti, il protagonista crea proprio le sabbie: egli è l’artefice della sua condanna o, per meglio dire, del proprio destino.

Resta un’ultima speranza: usare il potere della Maschera del tempo, un antico manufatto che offre a chi la indossa una chance di riscrivere il proprio destino. In questo modo egli può tornare nel passato, portare nel presente Kaileena ed evitare il compiersi degli eventi fatali fino a quel momento. La creazione delle sabbie sarebbe di conseguenza successiva alle sue avventure, che quindi non potranno mai essere accadute. Il gioco dunque ci pone davanti a due finali alternativi: uccidere Kaileena nel presente o risparmiarla ed affrontare insieme il Dahaka. In entrambi i casi il principe avrà cambiato il suo destino. O forse no?!

«Tutti facciamo errori… alcuni piccoli, alcuni grandi… ma il suo errore, fatto di innocenza ed orgoglio, fu il più grande e terribile di tutti…»

E siamo giunti al fatidico momento, quello della conclusione della trilogia, con il terzo ed ultimo Prince of Persia: I Due Troni. Il capitolo finale pubblicato il 2 dicembre 2005. Attesissimo da tutti -me compreso all’epoca- ormai ansiosi di sapere cosa ne sarebbe stato del leggendario principe.

Gli eventi si riagganciano alla fine del secondo capitolo. Il principe e Kaileena hanno sconfitto il Dahaka e, ormai innamorati, si dirigono in nave a Babilonia. Ma i due trovano inaspettatamente la città devastata ed in fiamme. L’imbarcazione viene attaccata e la donna fatta prigioniera. Dopo alcuni scontri iniziali per cercare di salvarla, il principe fa un’orribile scoperta: impedendo la creazione delle sabbie, gli eventi del primo gioco non sono mai accaduti. Il Visir Zervan quindi non è mai stato ucciso. Peggio, lui ora possiede la clessidra vuota, il pugnale del tempo e il suo bastone magico. Gli mancano solo le sabbie per poter ottenere il potere totale.

Si scopre che Kaileena è stata catturata proprio dal Visir, il quale, davanti ad un impotente principe, la uccide, creando quindi le sabbie, assorbendone il potere e diventando una creatura immortale. Nell’esplosione il protagonista viene colpito dalle stesse, e presto scoprirà le nefaste conseguenze dell’evento. Ci ritroveremo così a impersonare ancora i panni del persiano, con l’obiettivo di fermare il Visir. Di nuovo.

In seguito il principe scopre che le sabbie del tempo lo hanno diviso in due personalità: il suo se stesso, buono e nobile, e il Principe Oscuro che rappresenta gli aspetti più crudeli, avari e arroganti della sua psiche. Durante il gioco egli subirà spesso questa trasformazione, che è possibile tenere a bada solo toccando l’acqua. L’avventura ci porterà ad incontrare di nuovo Farah, la giovane alleata del primo capitolo, la quale sarà di vitale importanza per il protagonista, costretto a combattere sempre di più con la sua controparte malvagia che si nutre delle ambizioni e dell’arroganza sopite dell’eroe.

Il gioco si conclude con l’uccisione del Visir da parte nostra e la liberazione dello spirito di Kaileena che ripulisce il mondo dalle sabbie e libera il principe dalla corruzione. Infine ella scompare portando con sé il pugnale del tempo. Privato della rabbia, avidità e superbia, il Principe Oscuro è finalmente sconfitto. L’eroe si sveglia nel mondo reale nel caldo abbraccio di Farah. Il cerchio, poi, si chiude con l’ultima scena: il protagonista racconta alla ragazza tutta la storia dal primo capitolo, spiegando come i due si fossero già conosciuti nel passato ed iniziando la narrazione proprio con le prime battute del titolo iniziale.

Considerazioni

Dopo questo lungo excursus degli eventi, è giunto il momento della fatidica domanda: cosa ha reso la saga di Prince Of Persia così amata e importante nella storia del gaming? Beh, una delle tante risposte risiede proprio nella trama appena – e molto brevemente – vista. Un intreccio di eventi simili con una caratterizzazione così particolare dei personaggi diedero vita ad un vero e proprio immaginario collettivo. Tutti ci sentivamo parte di quel mondo mediorientale e provavamo insieme al protagonista le stesse emozioni, paure e dubbi.

Inoltre c’è da sottolineare la spettacolarità del gioco stesso a livello tecnico. Il principe era in grado di correre sui muri, saltare, arrampicarsi, combattere usando infinite evoluzioni. Insomma, Prince Of Persia diede una libertà di movimento mai vista fino ad allora. Unendo un sistema di combattimento eccellente al parkour, chiunque all’epoca restò folgorato da quelle mosse. E nei primi anni 2000 ciò fu una vera e propria rivoluzione. Basti pensare che la Ubisoft prese spunto proprio dalla sua creazione per sviluppare la celebre saga di Assassin’s Creed, all’inizio vista come una semplice copia.

Infine, per quanto assurdo possa sembrare, la trilogia di Prince Of Persia conteneva (e contiene tutt’ora) un messaggio molto profondo, che, inconsciamente, poneva l’accento su una questione: le nostre scelte sono già scritte o siamo noi che scriviamo il nostro destino? Possiamo porre rimedio ad uno sbaglio? E no, non stiamo parlando di un saggio di filosofia, ma di un “semplice” videogioco. A testimonianza di come l’uomo si interroghi sulla caducità della vita in un milione di modi, anche nell’espressione artistica dell’intrattenimento.

Abbiamo amato il principe e le sue avventure anche e soprattutto perché ci siamo rivisti nel protagonista. Scelte sbagliate o avventate, indipendentemente dall’età, hanno avuto ed avranno delle conseguenze su di noi, e non sappiamo se è possibile porvi rimedio. La dualità tra il bene e il male è nelle nostre mani, ma il tempo non lo è, se non nella misura in cui decidiamo di viverlo.

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Last Tango, il videoclip degli Yawp: le improbabili geometrie di un incontro

Redazione

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La notte che ci avvolge, la notte che ci accoglie, la notte che ci attira e che ci spaventa. La notte dalle geometrie improbabili, la notte dove tante cose sono possibili, nel che ci fa paura, ma che è l’unico posto in cui in cui riconosciamo quei piccoli angoli di luce che ci permettono di guardare avanti, guardare oltre.

“Last Tango” parla di questo. Una canzone concepita a  a fine anni Novanta da Fabrizio Dell’Isola e Fabio Iuliano ma solo di recente elaborata con un arrangiamento originale dagli Yawp e lanciata sugli store digitali insieme a un videoclip ideato da Antonello Del Coco e prodotto da Morra! 

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Lo scorso anno, durante il lockdown, gli Yawp avevano appena fatto girare un arrangiamento incompleto, a causa delle misure di sicurezza che avevano determinato la chiusura degli studi di registrazione.  

“Anche se non ci soddisfaceva a pieno, abbiamo voluto lo stesso mettere temporaneamente quella traccia chitarra, voce e violino”, raccontano, “perché sembrava definire quel tempo sospeso. Un’atmosfera accompagnata anche da un primo videoclip, realizzato con il supporto della stessa produzione che riproduceva immagini notturne catturate all’Aquila nei giorni di chiusura. Immagini di una città costretta di nuovo a fermarsi, proprio mentre stava conoscendo le prime vere luci della rinascita post-terremoto”.

Verso la fine della primavera, alle registrazioni iniziali, effettuate allo studio Rec dell’Aquila, sono state aggiunte nella parte ritmica e rielaborate le tracce nello studio Apollo 25 di Fabio De Sanctis. “Abbiamo fatto un importante passo in avanti”, sottolinea il gruppo. “Avuto il contatto di Fabio da un amico musicista, abbiamo iniziato a lavorare da remoto smontando e rimontando traccia per traccia. Lui è uno serio, lavora con i migliori”. 

Nello studio di De Sanctis è passata gente del calibro di Howie B. (un vero e proprio guru delle produzioni musicali, tra U2, Bjork, Tricky, Elisa e Marlene Kuntz). “Da lui”, riprende il gruppo, “si fermano tanti artisti italiani. Fabio è stato estremamente professionale e disponibile”. Il brano è stato completato a inizio giugno ma divulgato solo ora in radio.

LA CANZONE. Il brano parla dell’incontro tra un uomo e una donna. Geometrie improbabili a definirne i movimenti. Una notte, si diceva, che è la prima e che può essere l’ultima. Una strada anonima che la danza fa assomigliare al tetto di un grattacielo. Solo ballando l’ultimo tango ci si accorge che è l’unico modo di riprendersi quella parte di mondo assegnata da attimi di vita che ti afferrano e che non ti lasciano mai. 

LA BAND. Due chitarre, un basso, una voce e una batteria per un mix di suoni alternativi. Un progetto, un esperimento, nato nell’hinterland – nella zona commerciale ovest – a due passi dall’Aquila. Questo sono gli Yawp, una proposta senz’altro di spicco nel panorama musicale del capoluogo. Il gruppo è da sempre identificato con l’alternative rock, in particolare con band che hanno segnato il percorso musicale dei musicisti, a partire dai Pearl Jam.

Ma il riferimento rischia di non rendere giustizia alle influenze eterogenee di componenti come Stefano Millimaggi, chitarra e voce con esperienze in cover band di Dire Straits e Lynyrd Skynyrd. La sei corde di Stefano si muove in elettrico e in acustico in varie tinte di rock n’roll. Le ritmiche di Piero Pozzi prendono spunto dal blues e dalle evoluzioni di questo genere negli anni. Completano la formazione il bassista Mirco Pignatelli, in arte Myrko Krueger Young che è anche frontman dei Corrente Alternata, cover band ufficiale in Italia degli ACDC, una vera e propria iniezione di adrenalina.

Alessandra Chiarelli (violiono) proviene da una formazione classica, legata al conservatorio e alle orchestre da Camera. Nella scrittura dei testi si sente l’influenza di grandi nomi della poesia come Whitman o lo stesso Lorca. Dal primo – dal suo “grido barbarico” arriva l’ispirazione del nome, dai versi di quest’ultimo alcuni arrangiamenti – come Lucía Martinez – che danno il senso alla collaborazione di Ilaria De Angelis, con danza e percussioni  Alle prime sessioni ha partecipato anche Alain Jackson Bizimana. 

IL VIDEO: Il clip è prodotto da Morra! Organizzazione generale, canali social: Carla Raparelli. Consulenza, mix audio: Luca Biasini. Fotografia: Alessandro Del Coco. Aiuto regia, sincronizzazione: Massimo Volpe; Riprese, montaggio, regia: Riccardo Tomei, Antonello Del Coco. 

LAST TANGO

A woman met a man in a place
where improbable geometries stood out
To find a meaning to their sense

They’ve passes through skyscrapers
To feel the ground below them
And to touch the sky above

Man met his woman in a cold winter day
And he thought he found his shadow,
There was music down the road
When they began to dance their Last Tango

They just tried to be a part of the World life
They just tried to be a part of the World life
They just tried to be a part of the World life
And to get the human pulls not to lose their sense

Man met his woman in a cold winter day
and he thought he found his shadow
They were dancing down the road
As they were on top of a skyscraper

They just tried to be a part of the World life
They just tried to be a part of the World life
They just tried to be a part of the World life
And to get the human pulls not to lose their sense

A man and his woman were dancing their Last Tango
They were just feeling free
They were dancing down the road
As they were on top of a skyscraper

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Rocca Calascio Experience: il primo video ufficiale di Abruzzo Official

Promuovere e valorizzare le bellezze del territorio abruzzese con uno sguardo ai luoghi magici che caratterizzano la regione

Luigi Macera Mascitelli

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Si chiama Abruzzo Official, la community che nasce dalla collaborazione di persone, fotografi e blogger. Lo scopo? Promuovere e valorizzare le bellezze del territorio abruzzese con uno sguardo ai luoghi magici che caratterizzano la regione. Ed è proprio oggi, 28 gennaio 2021, che la piattaforma approda su YouTube con il primo video ufficiale, intitolato Rocca Calascio Experience.

Leggi anche: “Gennaio, il mese di Giano | ArcheoFame”

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Il progetto, nato in collaborazione con Stefano Sponta e Marco Alloggia, ci mostra un breve scorcio del panorama mozzafiato di Rocca Calascio (AQ). In particolare, ci troviamo ai piedi del Castello più alto dell’Appennino. Il luogo è posto a circa 1460 metri s.l.m. presso l’altipiano di Campo Imperatore, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Non è un caso che il video sia stato realizzato proprio ora, durante il periodo di pandemia. Lo scopo infatti è quello di dare la possibilità a chi, causa impedimento degli spostamenti, non può raggiungere di persona lo splendido luogo innevato.

Rocca Calascio Experience è solo il primo di una serie di progetti che arriveranno. Il tutto con l’imprescindibile missione di far scoprire le tantissime meraviglie nascoste della regione.

“L’Abruzzo è colmo di luoghi magici, che sta a noi proteggere, valorizzare e promuovere; ogni giorno è possibile vivere una favola diversa e speriamo, attraverso questo video, di riuscire a trasmettere a chi osserva, tutta la sua sconfinata bellezza.”

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