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Daniele Faraotti declina la sua English Aphasia anche in vinile, ecco il video di “I Got the Blues”

Fabio Iuliano

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Beatloop, melodie sintetiche e nonsense, in una sintesi quasi distopica che mette sullo stesso piano accenni ritmici e riferimenti in chiave Arancia Meccanica, così come improbabili richiami ai magnifici anni Sessanta, uno tra tutti: il clacson della Lancia Aurelia B24 del Sorpasso. E poi, un omaggio agli Stones più intimi con “I Got the Blues”, tra tra voli pindarici di alterazioni beat in una vetrina in cui si gioca con l’estetica del grande rock. A distanza di un anno dall’uscita del disco “English Aphasia”, Daniele Faraotti presenta una riedizione del lavoro in vinile 33 giri, insieme . 

Eccoci a parlare di un suono ricco di trasgressioni e di libertà strutturali, di un inglese grammelot che sfida la comprensione e le dinamiche sociali della quotidiana discografia commerciale. Resta quest’immagine del mondo che si palesa nella varietà degli elementi musicali e fin dentro il DNA delle 9 tracce si è mantiene inalterato l’istinto della composizione improvvisata al momento e senza schemi particolari, per poi arricchirla affidandosi all’elettronica e al nonsense di cui si parlava prima. 

Un po’ di tempo in più ha richiesto la messa a punto degli arrangiamenti che hanno avuto il compito difficile di non alterare nella sostanza la prima stesura. Solo una canzone ha un testo in italiano: “Sea Elephant”, parodia del tricheco lennoniano, una canzone riletta allo specchio: ciò che è maggiore qui è minore; il testo si muove parodiando John per immagine opposte. 

Mixato con Davide Cristiani ai Bombanella Soundescape di Maranello e da Franco Naddei a Cosabeat studio di Forlì, l’album è stato scritto, suonato, arrangiato e cantaro da Daniele Faraotti, Valeria Sturba (vno, theremin e cori gliss), Paolo Rainieri (tromba e flicorno), Alessio Alberghini (flauto), Daniele D’Alessandro (clarinetto), Simone Pederzoli (trombone), Luca Fattori (cori), Phil Faraotti (cori), hanno contribuito a rendere il suono dell’album più umano. 

Il Master è del Bernie De Bernardi degli Eleven Mastering di Busto Arsizio. 

BIO. Daniele Faraotti dal 2008 al tutt’oggi ha pubblicato due album e due ep: “Ciò che non sei più” (Alka record 2008); “Ciò che non sai più” (Alka records 2009); “Canzoni in salita” (Bombanella 2012); “In Cage’s Shoes” (Exit from the cage, 2014). 

Tanti concerti con DFB (band trio attiva dal 2004 al 2016); Nel 2016 Daniele ha dato vita al progetto Experience Excentrique; ensemble strumentale che oltre a proporre composizioni originali, elabora ossia trascrive musiche di epoche e stili diversi purché vi si riscontri una attinenza/vicinanza con alcuni stilemi della musica rock. Il curriculum vede Daniele collaborare con Patty Pravo nel 1994; partecipa alla realizzazione dell’album “ La Scoperta dell’America” di Claudio Lolli e poi un diploma di chitarra, di composizione, corsi di perfezionamento, stage, abilitazioni… ha fatto parte dell’Angelica Festival Orchestra nel 2015 e nel 2016. Si accinge a completare le registrazioni del primo album degli Experience Excentrique che vedrà la luce a breve sempre con Creamcheese Records. 

DANIELE FARAOTTI PRESENTA ENGLISH APHASIA TRACK BY TRACK

ENGLISH APHASIA È la tittle track dell’album; da un loop di toydrum si stratificano elementi vari un continuum guida questa libera improvvisazione; non c’è ritornello; la melodia in un sol fiato approda ad una coda ossessiva che non vuol sentir ragioni. 

I GOT THE BLUES È stato l’arpeggio di chitarra, scandito lentamente in 12 ottavi a ricordarmi l’omonimo brano degli Stones; non una nota in comune, tutto si articola diversamente ma il profumo è quello. 

CONNECTION Il loop di “English Aphasia” suona più veloce – la tastiera giocattolo suona un disegno alla Zawinul su di un basso ostinatissimo; scritta di getto la melodia approda inspiegabilmente ad un ritornello – perentoria la canzone ribadisce ciò che sta per finire in frantumi. 

BETWEEN FOR A DAY TRUST Questa è la canzone che più delle altre vuole essere un mondo.

ZAWIE III Mio nipote mi raggiunse in studio e un pò in affanno esclamò: Dani è morto Bowie; le ultime foto non lo mostravano certo in splendida forma ma la morte non ce la aspettavamo – tuttavia era nell’aria – qualcosa sentivo… erano quasi due anni che appuntavo idee riconducibili a Bowie denominandole per praticità, Bowie 1, Bowie 2, Bowie 3; lo stesso disco titolava inizialmente Bowie 1; la parte di tastiera deve qualcosa a “Whiter Shade of Pale”; canzone monocorde, apre un po’ le finestre nel finale. 

LEONORE SPRACHE La traccia da cui partire era quella di tastiera. Il resto si è costruito intorno a questa per assemblaggi, tentativi vari, object trouvè: il clacson de “Il Sorpasso” di Risi, le campane de “Il Silenzio” di Bergman, il duetto di Gassman/Trintignant, qualche frammento parlato dal “Fidelio”, il singspiel del Ludovico Van. 

SEA ELEPHANT “I’m the Walrus” insieme a “The Inner Light”, “Old brown shoes”, “Rain”, “Tomorrow Never Knows” fa parte di quella rosa di canzoni dei Beatles a cui ho guardato spesso; per me erano canzoni per gli anni a venire – naturalmente gli anni che sarebbero venuti dopo il 1970; effettivamente negli anni qualcuno ha scritto canzoni che potevano vedere queste come modello; il desiderio di emularle ossia elaborarle, commentarle in altro modo è comunque rimasto; registrata nel 2005 con il titolo “Elefante marino”, è stata qui ripresa, ri-mixata, ri-cantata, raddoppiata con nuove incisione nelle parti di violino e di theremin. 

TELEPHONE LINE Prima di quella giusta ci sono state ben 4 versioni; ascoltata una esagerazione di volte che l’obiettività era perduta, ero già pronto a rinunciare oppure a riesumare la prima versione – dopo aver lavorato tanto alle altre versioni mi pareva “più migliore”. Ho poi finito per fondere alcuni elementi della prima con la quarta. 

JONI, GEORGE, IGOR AND ME Canzone improvvisata sulla traccia di “African Coro” (sofware instrument di Logic), anch’essa improvvisata. È andata costruendosi a strati: prima la voce, poi una voce lontana, il sitar le trombe e poi percussioni varie. Ci sento un po’ di Joni Mitchel in certe digressioni armoniche, l’entrata delle trombe mi ricorda “Sinfonia di Salmi” – in altri momenti ci sento Harrison. È la canzone che saluta; chiude l’album augurando una dolce notte anche a chi teme l’ora del lupo. 

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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È morto Alfredo Cerruti, geniale fondatore degli Squallor

Autore televisivo, discografico, ma anche e sopratutto storico membro degli Squallor. Ci ha lasciati questa mattina Alfredo Cerruti.

redazione

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Si è spento poche ore fa Alfredo Cerruti, storico discografico e ultimo superstite degli Squallor. A dare la notizia, su Facebook, l’amico Natalino Candido, che non ha specificato le cause della morte, ancora sconosciute. Alfredo Cerruti è stato un importante discografico attivo dai primi anni ’60, con la Edizioni Adriatica, la CBS, la CGD e dall’82 con la casa discografica Ricordi, in qualità di direttore artistico fino all’86.

Autore televisivo, ha collaborato alla scrittura dei testi per Indietro tutta!, Il caso Sanremo, Fantastica Italiana e I Cervelloni, nelle quali collabora spesso con Arnaldo Santoro e Renzo Arbore. È stato l’autore delle stagioni 1998-1999 e 1999-2000 di Domenica In. In ricordo indelebile è però quello con gli Squallor, assieme a Toto Savio, Giancarlo Bigazzi e Daniele Pace, in cui Cerruti era l’inconfondibile voce narrante presente nella maggior parte delle canzoni.

Con gli Squallor Cerruti pubblicò 14 dischi in vent’anni, offrendo all’Italia di quegli anni probabilmente uno dei punti più alti della musica italiana, con parodie delle canzoni che superavano spesso la qualità delle originali. È stato il compagno per tre anni di Mina.

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Get it back, su tutte le piattaforme in streaming il nuovo brano dei Pearl Jam

Fabio Iuliano

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Da domenica 11 ottobre sarà disponibile su tutte le piattaforme streaming “Get It Back”, il nuovo brano dei Pearl Jam.

Get It Back” fa parte della compilation per beneficenza “Good Music to Aver the Collapse of American Democracy”, che è stata acquistabile il 2 ottobre per sole 24 ore. Questo progetto discografico contiene registrazioni mai pubblicate, rarità, remix e cover di artisti come i R.E.M., Hailey Williams, My Morning Jacket e molti altri. Tutti i proventi sono stati destinati al Voting Rights Lab, organizzazione politicamente indipendente che ha come obiettivo di diffondere informazioni politiche e legislative per assicurare e difendere i diritti di voto degli americani.

Pearl Jam hanno una lunga storia di attivismo e coinvolgimento politico che risale al 1992, quando hanno ospitato il concerto gratuito “Drop in the Park” a Seattle, che ha registrato migliaia di elettori. Per quasi tre decenni, la band ha suonato in innumerevoli concerti di beneficenza, ha sostenuto apertamente cause progressive e ha donato milioni di dollari a organizzazioni no profit locali e globali, attraverso la loro Vitalogy Foundation. Attualmente, la band sta collaborando con le principali organizzazioni nazionali tra cui People For The American Way, League of Conservation Voters e organizzazioni regionali selezionate come MakeThe Road Pennsylvania per promuovere il voto per posta.

A inizio 2020, i Pearl Jam hanno pubblicato “Gigaton. Prodotto da Josh Evans e dai Pearl Jam, “Gigaton” è il primo album in studio della band dopo “Lightning Bolt”, vincitore di un Grammy nel 2013.

Good Music To Avert The Collapse Of American Democracy, Volume 2 is available today only on Bandcamp. Listen to new…

Pubblicato da Pearl Jam su Venerdì 2 ottobre 2020

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Musica

Songs From The Woods: un viaggio nell’universo bucolico dei Jethro Tull

Sophia Melfi

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Nel 1976, il manager dei Jethro Tull Jo Lustig decise di consegnare a Ian Anderson un libro: “Folklore, Myths and Legends of Britain” di Russell Ash. Così le antiche leggende legate al folklore britannico, fatte di miti, superstizioni, storie di bizzarre creature magiche e festività pagane, presero vita in “Songs From The Woods”. Fu il decimo album in studio dei Jethro Tull, nonché pietra fondante della trilogia folk rock alla quale seguirono “Heavy Horses” (1978) e “Stormwatch” (1979). Futile asserire che quel libro fu creativamente fatale allo stile della band che passò da un rock progressivo a delle musiche intrise di medievalismo britannico e atmosfere celtiche.

Oltre a produrre, cantare, suonare il flauto, la chitarra, le tastiere, il mandolino e il liuto, Anderson scrisse i testi di ogni singola canzone dell’album i cui arrangiamenti, radicalmente ispirati al libro di storie fantastiche della Gran Bretagna precristiana, furono reinterpretati dal resto del gruppo. Anderson partì dunque dalla lettura di queste storie di antica magia pagana per sviluppare una serie di canzoni dal clima romanticamente fiabesco con un messaggio ambientalista di fondo.

Forse la natura non è così gentile come ci fa comodo credere. E’ matrigna o benevola a seconda di chi la vive.

In copertina, lo sguardo smarrito del cacciatore (Ian Anderson) immerso nelle calde tonalità autunnali di una una foresta sperduta in chissà quale zona della Gran Bretagna. Dell’acqua bolle su un fuoco (sacro simbolo druido). Il cappello del cacciatore è beffardamente posizionato su un albero reciso sotto al quale giacciono dei volatili tramortiti. Un lupo nero, di cattivo auspicio, fa capolino alle sue spalle. Sembrerebbe la trama di un libro di Stephen King, ma è solo il paratesto della narrazione storico-musicale messa a punto dai Jethro Tull.

“Songs from the wood will make you feel better.” Così inizia il viaggio nella foresta incantata dei Jethro Tull fatta di folletti, riti pagani, sacrifici e danze promiscue.

“Let me show how the garden grows”, lascia che ti mostri come cresce rigoglioso il bosco in cui abiti. Non tentare di distruggere ciò che ti ha creato e rispetta il mondo naturale da cui tu stesso provieni, sembra raccontare il testo.

“Have you seen Jack In The Green? With his long tail hanging down. He sits quietly under every tree in the folds of his velvet gown. He drinks from the empty acorn cup the dew that dawn sweetly bestows. And taps his cane upon the ground signals the snowdrops it’s time to grow.”

“Jack In The Green” è una figura mitologica tratta dal folklore britannico messo a punto in età rinascimentale. Essa è legata ad un rito di fertilità e rigenerazione della foresta, divorata dalle gelate invernali. E’ metafora stessa della natura che lentamente muore e si rigenera all’infinito.

“Hunting Girl” si rifà ad antiche leggende gaeliche/celtiche secondo cui le donne, prima della cristianizzazione, godevano della più totale disinibizione sessuale, rendendosi predatrici accanite dei propri uomini. L’eco è quella di un amore che risponde ai più elementari istinti carnali degli uomini i quali, evidentemente, non percepivano ancora il bisogno di castigarsi col cilicio per aver consumato dei pensieri impuri sulla Vergine.

“Velvet Green” è una delle canzoni più complesse quanto emblematiche dell’album. Concepita strutturalmente come una  pièce teatrale fatta di tempi e intervalli finalizzati ad aumentare la suspence negli spettatori, essa rievoca un amore pastorale tipico dell’immaginario bucolico virgiliano. La trama ruota attorno all’offerta d’amore di un giovane uomo che chiede un appuntamento alla donna desiderata, richiamando apertamente gli scenari poetici dell’amor cortese.

“Pibroach”, dal gaelico  piòbaireached, un genere di musica triste, cupa e funerea, tratta di un amore non corrisposto di un cavaliere errante alla spasmodica ricerca della propria amata in mezzo alla foresta. Il suo è un sentimento irrequieto e insalubre che si spezzerà una volta scoperta la relazione della donna con un altro uomo.

“Fire At Midnight” è il brano conclusivo del vagabondare bucolico dei Jethro Tull. “Build a little fire this midnight. It’s good to be back home with you.” E’ bello tornare a casa da te, dopo questo lungo ed estenuante viaggio. Alla fine il fuoco inebrierà i nostri sensi e placherà le nostre preoccupazioni. Ancora una volta, il testo richiama molteplici immaginari leggendari e interpretazioni “romantiche”.

“Songs From The Wood” è il genio creativo e sperimentale dei Jethro Tull. E’ la follia razionale di Ian Anderson. E’ medievalismo puro e riscoperta dell’antica magia del folklore britannico nei sentimenti degli uomini contemporanei, all’imperitura ricerca dell’amore nella natura.

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