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Musica

Audioslave, l’esordio magistrale del disco che ha fatto la storia del rock

Gli Audioslave, inoltre, spianarono la strada anche a un nuovo ideale di band composta da stelle del panorama hard’n’heavy

Federico Falcone

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E’ notte, il cielo è illuminato solo da lampi di luce. Quattro uomini a bordo di un pick up arrivano ai piedi di un palazzo in costruzione. Salgono sull’ascensore cargo per andare in cima all’edificio. Lampi, fumi, e ombre. Sono tesi, carichi, pronti a dar fuoco alle polveri. Sono Chris Cornell, Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk. Sono gli Audioslave.

Lo scenario sopra descritto è l’incipit del video musicale di Cochise, primo singolo estratto dall’omonimo album del super gruppo uscito il 19 novembre del 2002 su Epic Records e prodotto da Rick Rubin ai Cello Studios di Hollywood. Il brano, intitolato come il grande capo indiano appartenente alla tribù dei Chiricahua (anche conosciuti come Apache Chiricahua) è l’equivalente di un’iniezione per endovena di adrenalina.

Il ruolo di Rubin, però, non fu solamente quello di braccio destro in studio, bensì contribuì alla creazione della stessa band. Ne fu mente, ne fu regista. I Rage Against The Machine, da poco orfani di Zack De La Rocha che aveva abbandonato il gruppo, si trovavano a un bivio: continuare con un nuovo cantante o mettere la classica pietra tombale sopra al moniker che tanto successo aveva garantito. Il produttore suggerì di coinvolgere Chris Cornell, all’epoca voce e chitarra dei Soundgarden. Venne sposata una terza soluzione, quella che diede vita a una nuova band.

Tre minuti e cinquantasei secondi di hard rock, reso moderno nei suoni grazie a Tom Morello, chitarrista dei Rage Against The Machine, d’impatto grazie alla sezione ritmica degli altri due componenti della band autrice di “The Battle of Los Angeles” e alla voce unica, perfettamente riconoscibile nel timbro e nell’intensità di Chris Cornell, al tempo ex frontman dei Soundgarden che aveva comunque intrapreso un percorso da solista. Morello, in seguito, nel rispondere alla domanda di un giornalista descrisse così la prova dei quattro: “Si avvicinò al microfono e iniziò a cantare la canzone, non ci potevo credere. Non solo suonava bene, suonava quasi trascendente. Non puoi negarti quando c’è una chimica insostituibile fin dal primo momento”.

La definizione di super gruppo non piacque mai realmente alla band, ma come altro potremmo definirli? Una line up ricca di classe e talento, capace di dare vita a un primo album, omonimo, leggendario. E no, non ci sempre di esagerare. Quel debutto fu dirompente, terremotante nelle charts di tutto il mondo. Il suo avvento sul panorama rock mondiale fu devastante.

Gli Audioslave, inoltre, spianarono la strada anche a un nuovo ideale di band composta da stelle del panorama hard’n’heavy: l’anno successivo nacquero i Velvet Revolver, formazione con (al tempo) ex componenti dei Guns N’ Roses (Slash, Duff McKagan, Matt Sorum) e Stone Temple Pilots (Scott Weiland) e Dave Kushner (Wasted Youth). Pochi anni più tardi fu la volta dei Chickenfoot, band che vedeva al proprio interno Sammy Hagar e Michael Anthony (entrambi ex Van Halen), Joe Satriani e Chad Smith (Red Hot Chili Peppers). Due nomi che, su tutti, seguirono la scia degli Audioslave rinnovando il concetto di supergruppo.

Cochise” fu il primo tassello di un esordio pirotecnico (considerando il video, nessuna espressione gergale risulta essere più appropriata) di un album bellissimo dal quale vennero tratti altri quattro singoli: “Show Me How to Live“, “What You Are“, “Like a Stone” e “I Am the Highway“. Tutti i brani entrarono sempre nel top 10 delle principali classifiche statunitensi. “Like a Stone”, nello specifico, arrivò in testa alla Mainstream Rock Tracks, dove vi rimase per diverse settimane.

L’omonimo album di debutto, scritto in sole tre settimane, ottenne due certificazioni di disco di platino: in Italia, dove superò le 25mila copie vendute, e in Finlandia, dove superò le 16mila copie vendute. Niente, però, in confronto all’entusiasmo del pubblico durante i live show, alle continue e infinite richieste di apparizioni stampa tra interviste e concerti in diretta televisiva oltre all’hype generato da un esordio “spumeggiante“, per dirla con Jim Carrey a The Mask.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Musica

La famiglia Battisti subì aggressioni comuniste e dovette abbandonare Poggio Bustone nel 1947

Redazione

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Lo storico Pietro Cappellari in visita alla tomba di Alfiero Battisti, padre del cantautore Lucio. “La famiglia Battisti fu vittima delle aggressioni comuniste e nel 1947 dovette abbandonare Poggio Bustone”. Cappellari, in visita al cimitero di Poggio Bustone (Rieti) ha reso omaggio alla tomba di Alfiero Battisti, padre del noto cantautore Lucio.

Leggi anche: La grazia di Lucio Battisti

“Il padre di Lucio Battisti, Alfiero, classe 1913, militò nella RSI come Brigadiere della Guardia Nazionale Repubblicana. Nel dopoguerra fu arrestato, a seguito di denunce, poi risultate non veritiere, presentate contro di lui da due esponenti del PCI. Sembra che subì anche un’aggressione personale. A causa dell’odio dei comunisti, con la famiglia dovette abbandonare Poggio Bustone e spostarsi nel 1947 a Vasche di Castel Sant’Angelo, sempre in provincia di Rieti”.

Leggi anche: A fari spenti nella notte: il viaggio “slow” di Mogol e Battisti

“Nel 1950 avvenne il definitivo trasferimento nella Capitale della famiglia Battisti, emigrazione forzata che portiamo a conoscenza degli abitanti di Poggio Bustone, i quali giustamente vorrebbero creare un museo e altre iniziative in ricordo dell’indimenticabile Lucio”.

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Entertainment

Festival e grandi concerti: se ne riparla forse nel 2023. La previsione di Claudio Trotta

Antonella Valente

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“Gli spettacoli di massa negli stadi, negli autodromi, nei parcheggi, nei parchi, francamente (..) non credo proprio che li vedremo nel 2021, non immagino nemmeno che sia così certo che li vedremo nel 2022, forse nel 2023 o 2024, ma non nel 2021”.

“Questo non è stato dichiarato ufficialmente, ne comprendo le motivazioni ma sarebbe opportuno che se ne parlasse più profondamente e rendersi conto che non abbiamo una prospettiva a lungo termine”.

Con queste parole Claudio Trotta, fondatore della Barley Arts e promoter musicale tra i più autorevoli al mondo, ha focalizzato l’attenzione sul rischio, ormai sempre più concreto, di rivedere grandi concerti e festival solo tra due anni, nella migliore delle ipotesi.

L’intervista integrale

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Musica

George Harrison, il ricordo di un artista all’avanguardia

A soli cinquantotto anni Harrison chiuse per sempre gli occhi

Luigi Macera Mascitelli

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«Mi piacerebbe pensare che tutti i vecchi fan dei Beatles siano cresciuti e si siano sposati e abbiano avuto dei bambini e siano tutti più responsabili, ma abbiano ancora uno spazio nei loro cuori per noi»

É con questa sua bellissima dichiarazione che oggi, 29 novembre 2020, vogliamo ricordare l’anniversario della scomparsa di George Harrison. Compositore, musicista e soprattutto chitarra solista e seconda voce dei Beatles. A lui si deve la composizione di alcune delle migliori tracce del quartetto di Liverpool, tra cui Something, Here Comes the Sun e While My Guitar Gently Weeps.

Nato a Liverpool il 25 febbraio 1943, il giovane Harrison mostrò fin da subito una spiccata propensione avanguardistica per la musica. Non è un caso, quindi, che nel 2004 venne inserito nella Rock’n’Roll Hall of Fame.

La sua ascesa tra le divinità e leggende della musica iniziò a soli quindici anni, nel 1958, quando l’allora sconosciuto amico e compagno di scuola Paul McCartney lo presentò ad un altrettanto sbarbatello John Lennon. Era il 1956 quando quest’ultimo fondò i The Quarrymen, di fatto la prima band che fu poi il trampolino di lancio per i futuri Beatles.

Talentuoso ed abilissimo nel suonare la chitarra, Harrison impressionò Lennon eseguendo alla perfezione il brano Raunchy di Bill Justis Jr. e Sid Manker. Fu in quel momento che gli astri si allinearono, e un’aura quasi mistica si concretizzò, dopo tre anni, ossia il 16 agosto 1960, nel progetto The Beatles. Infine, il cerchio fu completo con l’entrata definitiva di Ringo Starr dietro le pelli.

Quel giorno di sessant’anni fa, grazie alla personalità forte e decisa e alla bravura nel saper pizzicare le corde, George Harrison diede il via alla Beatlemania e al colossale fenomeno di massa che ne derivò e che, a buon diritto, consacrò il quartetto al primo posto nella lista delle cento migliori band di tutti i tempi.

Ma non finisce qui, perché dopo lo scioglimento nel 1970, Harrison avviò il suo progetto solista, esplorando i meandri più ingarbugliati della musica. In particolare quella indiana di cui divenne uno dei maggiori interpreti. Il suo All Things Must Pass, il primo triplo album mai pubblicato da un solista, fu un vero e proprio successo che sbalordì fan e critica.

Ma il fato ama giocare brutti scherzi, e un terribile tumore al cervello, causato da un carcinoma polmonare, privò il mondo del suo talento unico ed inimitabile. A soli cinquantotto anni e con alle spalle una carriera musicale leggendaria e all’avanguardia, Harrison chiuse per sempre gli occhi, in quel maledetto 29 novembre 2001.

Il corpo vene infine cremato e le ceneri raccolte e sparse nel fiume Gange secondo la tradizione induista. Quel giorno la celebre Abbey Road divenne un luogo di ritrovo per tantissimi fan, vecchi e nuovi, raccolti per piangere la scomparsa di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.

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