Aspromonte – La terra degli ultimi: la recensione del film

Quando un ragazzino del paese chiede all’istrionico Ciccio Italia, detto “U Poeta”, interpretato da un Marcello Fonte già premiato a Cannes per Dogman, il significato del termine “Aspromonte”, le parole dell’uomo risuonano come un’amara e delusa dichiarazione d’amore per una terra tanto selvaggia quanto meravigliosa e impenetrabile.

I Greci lo chiamavano “monte lucente”. Da lontano, dalle navi, si vedeva questo paese bianco come la neve. Per me, questa è la terra degli ultimi, la terra di quelli che ancora rispettano i padri…”.

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Siamo nel 1951 e Africo è un paesino arroccato sul massiccio dell’Aspromonte. La comunità è totalmente abbandonata dalle istituzioni e gli abitanti vivono in condizioni di estremo disagio. In paese mancano i servizi essenziali come acqua corrente, elettricità, un medico condotto e la scuola. Quando una donna muore di parto, proprio per i ritardi e le difficoltà del medico nel raggiungere il paese, gli abitanti scendono alla “Marina” per sfogare la propria rabbia contro il prefetto.

Quest’ultimo li rassicura promettendo l’imminente nomina di un medico che possa occuparsi del paese. Quando, però, gli abitanti realizzano di trovarsi di fronte all’ennesima promessa non mantenuta da parte dell’amministrazione, decidono di adoperarsi e costruire autonomamente una strada che colleghi Africo alla Marina.

Tutti gli abitanti, compresi i ragazzi, partecipano alla realizzazione del progetto e quando dal più civilizzato Nord arriva Giulia, una maestra desiderosa di insegnare l’italiano ai bambini poiché “Se Africo entrerà nel mondo grazie alla strada, i ragazzi dovranno conoscerlo prima, imparando a leggere e a scrivere”, saranno le angherie del boss Don Totò a rallentare il già flemmatico sviluppo del paese. L’ignoranza dei paesani e l’isolamento di Africo è infatti terreno fertile per il brigante. E come per il Don Rodrigo di manzoniana memoria, questa strada non s’ha da fare.

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Oltre al già citato Marcello Fonte, il cast del film diretto da Mimmo Calopresti vede la partecipazione di Francesco Colella, Valeria Bruni Tedeschi, Marco Leonardi e Sergio Rubini nei panni di Don Totò. La pellicola scorre piuttosto agevolmente ma se è vero che, nella prima parte del film le storie dei protagonisti s’intrecciano con quelle componenti che, da sempre, rappresentano la zavorra del sud (vedi burocrazia e criminalità), è altrettanto evidente come le scene conclusive scorrano forse un po’ troppo frettolosamente verso la chiusura dell’opera.

Ed è un peccato che il personaggio del brigante locale non abbia trovato adeguata caratterizzazione. Non è un’eresia, infatti, azzardare che dare un più ampio respiro a Sergio Rubini, avrebbe forse giovato maggiormente alle trame della pellicola.

Calopresti racconta l’Aspromonte degli anni ’50. E lo fa giocando sulle vicende familiari del protagonista, unitamente al desiderio degli abitanti di Africo di fuggire dalla miseria e l’ignoranza.

Ma i cambiamenti sociali e culturali possono rappresentare una strada buia e cosparsa di incognite, specialmente in un contesto come quello calabrese del dopoguerra. E talvolta possono risuonare come l’ammonimento di Don Totò: “Se costruisci la strada, tuo figlio sarà il primo a partire”.

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