Amiternum, la culla dei sabini

Amiternum, terra natìa del famoso storico Caio Crispo Sallustio (noto come Sallustio,86/35 a.C.) e di Appio Claudio Cieco (350/271 a.C), intellettuale e politico che ebbe il merito di dare il via alla costruzione della via Appia nel 312 a.C. La città, conosciuta soprattutto per la sua fase romana, fu tuttavia uno dei primi centri (IV sec. a.C.) di diffusione del popolo italico dei Sabini. Nel 293 a.C. fu appunto conquistata dalla vicina Roma. Prefettura fino all’età augustea, divenne infine municipio. Dalle rovine dell’antica Amiternum nascerà la civitas nova: L’Aquila, protagonista della storia di queste terre dal Medioevo.

Costruita probabilmente sul luogo ideale della demarcazione tra le comunità preromane dei Sabini e dei Vestini, prende il nome dal fiume Aterno, che l’attraversava. I resti oggi visibili si trovano nel quartiere periferico del capoluogo abruzzese, noto col nome odierno di S. Vittorino.  Anche secondo Strabone e Dionigi di Alicarnasso (Storia di Roma Antica) Amiternum fu sede primaria dei Sabini, dai quali le fonti antiche riconoscono l’origine di tutti i popoli cosiddetti sabellici, dai Piceni ai Sanniti, che si sarebbero divisi in seguito agli esiti del rito del “ver sacrum” (primavera sacra), un rituale fondamentale per alcune popolazioni italiche.

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I Sabini

La dorsale appenninica dall’Emilia-Romagna alla Lucania era occupata dai popoli cosiddetti Italici, i quali, giunti in Italia in età preistorica, parlavano i dialetti noti come umbro-oschi. Dopo le vittorie contro Liguri e Siculi occuparono tutta la zona appenninica fino al Mare Ionio. Furono sconfitti però dagli Etruschi, perdendo numerosi insediamenti. A questo punto, nonostante fossero pastori nomadi, si stanziano nell’Italia centro-meridionale e si dividono in vari gruppi: Sabini, Latini, Umbri, ecc.

Queste popolazioni, dislocate appunto lungo la dorsale appenninica al centro della penisola, costituiscono, escludendo gli Etruschi, il più consistente gruppo etnico dell’Italia preromana e sono passati alla storia col nome di Umbro-Sabini.

Le fonti (Dionigi Di Alicarnasso, Strabone) riferiscono che i Sabini, subito dopo essere usciti vittoriosi da un guerra contro gli Umbri, furono colpiti da gravi calamità per cui fu necessario interpellare gli Dei. L’oracolo suggerì di placare il Dio Marte, irato per la sconfitta subita dagli Umbri, consacrandogli ogni nato maschio nella primavera successiva. Ebbe così inizio presso i Sabini il cosiddetto “vero sacrum” che consisteva nel promettere dei sacrifici agli Dei, vegetali, animali, uomini.

Al fine di scongiurare malattie, carestie e pestilenze, si usava sacrificare, oltre agli animali, tutti i primogeniti nati dal 1 marzo al 30 aprile alla divinità Mamerte (Dio Marte, presso gli Osci). Con il passare del tempo, i bambini cominciarono però ad essere risparmiati per essere cresciuti ed educati no più come “sacrati” (sacrificati agli Dei) ma “consacrati” (promessi/dedicati agli dei). Venivano quindi fatti emigrare per formare nuove comunità (Toutas) dopo aver raggiunto l’età adulta. In cerca di una nuova Patria, come promesso agli dei.

Queste anime coraggiose erano guidate da Totem, ovvero animali sacri, dei quali si interpretavano movimenti e comportamenti al fine di dedurre preziose indicazioni sulla direzione del viaggio. Ogni nuova Toutas ne aveva uno: il lupo per gli Irpini, il picchio verde, sacro a Marte, per i Piceni (il picchio è infatti il simbolo della regione Marche), il toro per i Sanniti.

Così i Sabini, lasciate le (in teoria) materne terre del reatino, si diressero verso il sud guidati da un potente e mitico condottiero, Comio Castronio. Raggiunto l’alto bacino del Sangro fissarono qui il loro principale stanziamento e occuparono la regione compresa fra Alfedena, Castel di Sangro ed Agnone. Qui (nell’attuale Molise) fondarono la più antica capitale, Pietrabbondante.

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L’ urbanistica di Amiternum

La città era tagliata longitudinalmente da una strada interna che ne costituiva il cardo, Proprio sul cardo sono allineati teatro (I sec. a.C.) e anfiteatro (I sec. d.C.), orientati entrambi sulla linea nord-sud. A nord del teatro, che costituiva il centro della città, era situato il Foro che era il fulcro della vita pubblica secondo l’usanza romana. Sicuramente erano preseti delle terme, sulla destra del fiume, alimentate da un acquedotto del quale restano pochi ruderi.

La città divenne grande e ricca di edifici monumentali dovuti anche al fenomeno dell’evergetismo, testimoniato da molte iscrizioni (ad esempio le famose “tabulae patronatus” ). Diffusissimo nelle aree provinciali, era il fenomeno per cui un privato (ricco) elargiva donazioni alla propria comunità: costruiva edifici pubblici a proprie spese o su terreni propri, ristrutturava strade e così via, tutto per acquistare voti per le cariche pubbliche. Per almeno quattro secoli, Amiternum ha rivestito il ruolo di centro del potere divenendo residenza fissa di membri di importanti famiglie di Roma. I normali cittadini vivevano invece nelle colline circostanti, le cosiddette Ville di Preturo.

L’ anfiteatro

Rinvenuto nel 1880, a sinistra della strada principale, sulla via Amiternina, all’esterno della città, si trova l’anfiteatro, di dimensioni modeste rispetto ad altri anfiteatri coevi ma comunque meraviglioso. Misura m 68 x 53, con 48 arcate su due piani, tutte conservate, e una capacità stimata di 6.000 spettatori. Conserva l’ intero perimetro e le murature in laterizio, era quasi interamente circondato da gradinate, oggi purtroppo scomparse.

La struttura era interamente realizzata in opera a sacco con cortina laterizia, la pietra da taglio si trova solo nel rivestimento del muro del podio, costruito in lastre di calcare squadrate, nelle le soglie e gli stipiti dei vari ingressi all’arena e nelle gradinate della cavea.L’unica notizia sugli spettacoli che si svolgevano viene da un’iscrizione rinvenuta nei pressi del monumento, che specifica spettacoli gladiatori offerti da un tale Caius Sallius Proculus.

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Ponzio Pilato è nato ad Amiternum?

Leggenda narra che qui sia nato, o perlomeno vi abbia trascorso gli ultimi anni di vita, Ponzio Pilato. Sí, quel Ponzio Pilato. Alcuni racconti di cui si ha traccia a partire dal 1600 riporterebbero un particolare episodio, che vede proprio il sito di Amiternum come sfondo. Intoro al Marzo del alcuni soldati spagnoli stanno depredando le imponenti rovine dell’anfiteatro romano dell’antica città per permettere al loro Imperatore, Filippo II, di costruire la sua ciclopica fortezza nella vicina L’Aquila.

Ad un certo punto, dopo innumerevoli picconate, viene ritrovato uno scrigno. Un contenitore in pietra che ne contiene uno di ferro, che a sua volt ane contiene uno in marmo. Dentro la “matrioska” non si nascondevano però monete d’oro ma alcuni rotoli di pergamena, incredibilmente scritti in ebraico. Decifrato il testo, si scoprì che uno dei papiri conteneva niente di meno che la sentenza di condanna di morte emessa da Ponzio Pilato nei confronti di Cristo. Tanta fu la confusione che si pensò subito ad uno scherzo, la pergamena fu archiviata come apocrifa e così sia. In realtà Filippo II non costruì mai una fortezza a L’Aquila, ma soprattutto di questi misteriosi si persero le tracce. Strana coincidenza per un ritrovamento tanto importante, no?

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Licia De Vito
Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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