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Alle nostre “City of Ruins”

Capita di ascoltare oggi, con altre orecchie, Miss Sarajevo, la canzone in omaggio a una città – per dirla con Paolo Rumiz – “dalla testarda urbanità che sopravvive agli inverni, ai cannoni, alle restrizioni alimentari, all’assenza di luce, acqua e gas”. Parole scritte durante la guerra dei Balcani che rendono giustizia a una comunità capace di centellinare ogni residuo comfort, di non rinunciare ai riti di un’antica vita borghese, ai suoi concerti, ai suoi spettacoli.

Fabio Iuliano

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(Una luce su L’Aquila – Foto di Severino Palumbo)

Capita di ascoltare oggi, con altre orecchie, Miss Sarajevo, la canzone in omaggio a una città – per dirla con Paolo Rumiz – “dalla testarda urbanità che sopravvive agli inverni, ai cannoni, alle restrizioni alimentari, all’assenza di luce, acqua e gas”. Parole scritte durante la guerra dei Balcani che rendono giustizia a una comunità capace di centellinare ogni residuo comfort, di non rinunciare ai riti di un’antica vita borghese, ai suoi concerti, ai suoi spettacoli.

La canzone propone un riferimento indiretto al Qoelet, il libro che descrive un tempo per ogni cosa:

Un tempo per nascere e un tempo per morire,
Un tempo per piantare e un tempo per sradicare
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
Un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
Un tempo per abbracciare e un tempo per tenere le distanze.

Le strofe scandite dai Passengers (che poi sono Bono, The Edge, Brian Eno) più Pavarotti – procedono però al rovescio: “A time for birth and a time for death / A time for planting and a time for uprooting” vengono parafrasate e riproposte in chiave di domanda

There is a time” diventa “Is there a time?

Is there a time for keeping a distance
A time to turn your eyes away
Is there a time for keeping your head down
For getting on with your day

Al rovescio dunque: quasi per dire che a Sarajevo, in quel preciso contesto storico, avveniva tutto nello stesso momento: la guerra, le rovine, le tragedie, ma anche le occasioni di intimità di chi, come le miss dell’epoca, non voleva rinunciare alla vita anche negli aspetti più frivoli.

Questo scrive Rumiz:

La cosa più affascinante di Sarajevo è appunto questa testarda urbanità che sopravvive agli inverni, ai cannoni, alle restrizioni alimentari, all’assenza di luce, acqua e gas. Non capisco davvero perché le grandi televisioni mondiali siano andate laggiù a cercare immagini di morte. Non hanno capito nulla. In guerra, la vera immagine di Sarajevo era la vita. Il suo centellinare ogni residuo comfort, il suo attaccamento testardo ai riti di un’antica vita borghese. A due passi dal rancido delle trincee, i teatri funzionavano, la gente sapeva di sapone, le donne mettevano il rossetto e facevano la messa in piega, persino i soldati tornavano dal fronte con una loro pallida, estenuata nobiltà.
Nella moviola della mia mente, Sarajevo è un signore in giacca e cravatta che esce perfettamente sbarbato da un rudere che è casa sua, è il vecchio Mujo Kulenović che aggiusta il tetto della bottega, è un musulmano che in centro quasi si inchina davanti a un parroco cattolico. Sarajevo è una pentola che non ha mai toccato carne di maiale e che nelle case ortodosse e cattoliche è sempre pronta per gli ospiti di religione islamica; è Kanita Fočaka che a trecento metri dalle linee serbe apre una scuola di buone maniere; è una fila di bambini disciplinati che vanno, in mezzo alla guerra, a imparare il bon ton. (Paolo Rumiz, da Maschere per un massacro, Editori Riuniti, Roma 1996)

Quelle stesse contraddizioni che vivono in tanti all’Aquila, in un centro storico di una città piccola nella dimensione, ma non nelle aspirazioni. Undici anni fa la scossa. le scelte strategiche di ricostruzione post-terremoto del 6 aprile 2009 hanno lasciato una prima impronta all’interno del centro storico, specie a ridosso dell’incrocio tra il cardo e il decumano della città. ma a creare fermento è stata la grinta di una comunità che non ha mai avuto modo di adagiarsi in un tessuto sociale accogliente, sovrapponendo le proprie passioni e la voglia di centro a una periferia che esiste e non esiste.

Nessuno se la sentì di fermare il flusso di gente che, per la prima volta, forzò le transenne ai quattro cantoni. nel febbraio del 2010, dopo dieci mesi di emergenza, alle ferite del sisma si era sovrapposta l’ingiuria delle parole degli imprenditori che ridevano nelle intercettazioni di una telefonata risalente alle ore immediatamente successive alla scossa, ma rivelata solo dieci mesi dopo. e questo aveva contribuito ad accrescere la tensione.

A spingere quelle transenne c’erano soprattutto decine di chiavi appese simbolicamente come per dire: “Qui ci sono le nostre case, il centro storico è nostro e vogliamo riprendercelo”.

Ancora Rumiz farà poi dire alla luna nella post-fazione ai gigli della memoria “tornatevene a casa: disobbedite ai divieti. tornate e riprendetene possesso con le vostre cose, i vostri rumori e i vostri odori. la zona è rossa, ma di vergogna perché viene preclusa ai vivi. non lasciate sole le vostre pietre”. Una sfida rimasta in sordina per molti, alle prese con la fatica di un quotidiano che, specie all’inizio, tutto sembrava meno una vita normale.

Quella voglia di correre verso la luce che ritrovi nelle canzoni di Bruce Springsteen. Domenica 19 luglio 2009, sono da poco passate le undici di sera. Gli ultimi colpi di Born to run scavalcano le tribune dello stadio Olimpico di Roma, quando Bruce – proprio lui – annuncia un pezzo che non suonava da tempo: “Questa è una canzone per la gente de L’Aquila”, dice al microfono in un italiano incerto, ma con voce decisa. Poi fa cenno ai suoi di attaccare My city of ruins. Le armonizzazioni della strofa raccontano lo stato di abbandono e di degrado di Asbury park, una cittadina del New Jersey che per decenni ha fatto i conti con le ripercussioni della grande depressione, prima e gli scontri razziali dopo.

Quelle atmosfere di cui parla il fantasma di Tom Joad, il protagonista del romanzo più famoso di John Steinbeck, The grapes of wrath, uscito negli Stati Uniti nel 1939 e conosciuto in italia come Furore. Con la chitarra acustica di Springsteen diventa una ballata senza tempo.

Men walkin’ ‘long the railroad tracks
Goin’ some place, there’s no goin’ back
Highway Patrol choppers comin’ up over the ridge
Hot soup on a campfire under the bridge
Shelter line stretchin’ round the corner
Welcome to the new world order
Families sleepin’ in their cars in the southwest
No home, no Job, no peace, no rest

The highway is alive tonight
But nobody’s kiddin’ nobody about where it goes
I’m sitting down here in the campfire light
Searchin’ for the ghost of Tom Joad

He pulls prayer book out of his sleepin’ bag
Preacher lights up a butt and takes a drag
Waitin’ for when the last shall be first and the first shall be last
In a cardboard box ‘neath the underpass
Got a one way ticket to the promised land
You got a hole in your belly and a gun in your hand
sleeping on a pillow of solid rock
Bathing in the city aqueduct

The highway is alive tonight
Where it’s headed everybody knows
I’m sittin’ down here in the campfire light
Waitin’ on the ghost of Tom Joad

Dal libro John Ford ha tratto un film (con Henry Fonda nel ruolo di Tom Joad). Il punto più toccante è proprio il momento in cui Tom parla con sua madre, lo stesso Woody Guthrie si ispirerà al personaggio.

Mamma, ovunque ci sia un poliziotto che picchia un ragazzo
Ovunque un neonato pianga per la fame
Ovunque ci sia una battaglia contro il sangue e l’odio nell’aria
Cercami mamma, io sarò là
Ovunque ci siano uomini che lottano per un posto dove stare
O per un lavoro decente o per una mano che li aiuti
Ovunque ci sia gente che sta lottando per essere libera
Guarda nei loro occhi, mamma, e tu vedrai me.

Now Tom Said; “Mom, wherever there’s a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry new born baby cries
Where there’s a fight ‘gainst the blood and hatred in the air
Look for me mom I’ll be there
Wherever there’s somebody fightin’ for a place to stand
Or decent job or a helpin’ hand
Wherever somebody’s strugglin’ to be free
Look in their eyes mom you’ll see me.”

Torniamo a My city of ruins: la stessa canzone dopo l’11 settembre del 2001, è diventata poi simbolo della speranza di un nuovo inizio, della rinascita, della “risurrezione”. Un messaggio che arriva anche alla nostra gente: quel “Come on rise up” invocato nel ritornello che si sovrappone alle macerie. Quell’invito a resistere e a guardare avanti che si ripeterà qualche anno più tardi, in un’altra dedica del Boss, durante un concerto negli Usa nel 2016, l’anno del terremoto di Amatrice.

There’s a blood red circle
on the cold dark ground
and the rain is falling down
The church doors blown open
I can hear the organ’s song
But the congregation’s gone

My city of ruins
My city of ruins
Now the sweet veils of mercy
drift through the evening trees
Young men on the corner
like scattered leaves
The boarded up windows
The hustlers and thieves
While my brother’s down on his knees

My city of ruins
My city of ruins

Now there’s tears on the pillow
darling where we slept
and you took my heart when you left
without your sweet kiss
my soul is lost, my friend
Now tell me how do I begin again?

Now with these hands
I pray Lord
with these hands

Come on rise up!
Come on rise up!

E la canzone procede descrivendo fra le piastrelle di una chiesa ormai deserta ma la preghiera resta, e si fa con le mani tese, anche in questo tempo sospeso.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Violenza contro le donne: racconto e denuncia attraverso secoli di arte

Fabio Iuliano

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“Il posto delle donne” un progetto che racconta la violenza alle donne attraverso l’arte. Idea e realizzazione a cura di Sabrina Cardone e Diana Di Roio. Questi i quadri mostrati dal video divulgato in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne:

“Lo stupro” di Edgar Degas
“Ratto delle Sabine” di Jacques-Louis David
“Susanna e i Vecchioni” di Francesco De Rosa
“Lucrezia e Tarquinio” di Luca Giordano
“Assassinio in casa” di Jakub Schikaneder
“La morte di Ines Di Castro” di Karl Pavlovic Brullov
“Mi piego al tuo amore” di Roberta Stifano
“Le sagome bianche” – Desx
“Unos cuantos piquetitos” di Frida Khalo
“John l’assassino” di George Grosz
“Le scarpe rosse” di Elina Chauvet

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Francia: musei, teatri e cinema verso la riapertura

Fabio Iuliano

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Parte da sabato 28 novembre il progressivo allentamento alle misure di restrizione applicate in Francia.

Un percorso graduale che dovrebbe culminare con la riapertura di musei, cinema e teatri a partire dal 15 dicembre. Entro quella data, il numero dei contagi giornalieri in Francia è stimato rientrare entro quota 5mila (circa la metà di quelli attuali). In caso contrario le condizioni potrebbero cambiare, ma l’indicazione operativa resta questa.

“La cultura è essenziale per la nostra vita di cittadini”. Il magazine Art Tribune riporta le parole del presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Dal 28 novembre è comunque prevista la riapertura delle biblioteche e, se l’andamento della curva epidemiologica dovesse consentirlo, dal 20 gennaio in Francia saranno completamente riaperti anche i licei (attualmente al 50% con la didattica a distanza).

Sempre lo stesso magazine Art Tribune a suggerire un parallelo con l’Italia anche a proposito del Dpcm in uscita.

Sulla possibile riapertura di musei, cinema e teatri (anche graduale) attualmente non si ha notizia: il dibattito è più che altro incentrato sulle modalità di festeggiamento delle ricorrenze di dicembre, se sarà possibile fare i “cenoni” e con quante persone.

Leggi anche: El Pibe de Oro, l’antitesi dell’ipocrita morale

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Nuove scoperte a Pompei: ritrovati due corpi integri

Licia De Vito

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«Ancora una volta prende forma dagli scavi condotti a Pompei, quella che lo scrittore Luigi Settembrini definì “il dolore della morte che riacquista corpo e figura.” Uomini che persero la vita nel corso dell’eruzione e la cui impronta dello spasimo è rimasta impressa per duemila anni nella cenere.»

Questo l’inizio del post pubblicato oggi su Facebook attraverso il quale il Parco Archeologico di Pompei annuncia l’ennesimo, eccezionale, ritrovamento archeologico.

«Durante le attività di scavo in corso in località Civita Giuliana , a circa 700 m a nord-ovest di Pompei, nell’area della grande villa suburbana dove già nel 2017 – grazie all’operazione congiunta con i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata finalizzata ad arrestare il traffico illecito dei tombaroli – era stata portata in luce la parte servile della villa, la stalla con i resti di tre cavalli bardati, sono stati rinvenuti due scheletri di individui colti dalla furia dell’eruzione.»

Due corpi intatti, due “fuggiaschi” per ironia della Sorte orma fermi per sempre, nell’esatto e momento in cui la lava li travolse.

Così commenta il direttore Massimo Osanna «per la prima volta dopo più di 150 anni è stato possibile realizzare i calchi perfettamente riusciti delle vittime e delle cose che avevano con sé nell’attimo in cui sono stati investiti e uccisi dai vapori bollenti dell’eruzione».

Un uomo presumibilmente di rango ancora avvolto nel suo mantello di lana e il suo giovane schiavo, con la tunica.

Il Ministro Franceschini ha definito la scoperta «stupefacente» e davvero lo è, considerando l’estrema rarità di effettuare ritrovamenti di oggetti personali e indumenti dei defunti. Pompei però, non smette mai di sorprenderci.

Foto: Luigi Spina

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