Il Boss a Sanremo, quando Springsteen portò in paradiso la classe operaia del rock

Venticinque anni. Tanto è passato dalla storica esibizione di Bruce Springsteen al festival di Sanremo. Bruce il sognatore, Bruce che rincorreva ragazze e gloria in giro per gli States, a bordo di un pickup arruginito o dentro un furgone preso in prestito da chissà chi. Bruce che non hai mai contemplato altra opzione se non quella di suonare, scrivere e trasmettere a più gente possibile il suo amore per la vita e per la musica. Bruce il Boss.

Bruce l’aggregatore, Bruce il catalizzatore di folle, Bruce il figlio selvaggio e ribelle della working class a stelle e strisce, il vero operaio del rock d’autore. Descrivere Bruce Springsteen è tanto complesso – abbiamo a disposizione diverse centinaia di pagine? – quanto inutile – se non avete la benché minima idea di chi sia, o ne avete una marginale, beh, allora fate ammenda e documentatevi al più presto. Il nativo di Long Breanch, New Jersey, sta al rock come l’ossigeno sta alla vita.

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La partecipazione al festival della canzone italiana fu letteralmente un evento. Lo spessore del personaggio, il carisma dell’uomo, la classe del musicista. E poi quella naturalezza nel suonare, nel produrre note, nel generare emozioni. Tre le armi a sua disposizione: una camicia, rigorosamente dentro i jeans, una chitarra con cui avere un rapporto che più intimo non si può e uno sguardo capace di trasudare fierezza, orgoglio e appartenenza. Quel 20 febbraio del 1996 fu introdotto sul palco dell’Ariston da Pippo Baudo, colui che da molti è considerato l’ultimo vero presentatore del festival.

Pochi mesi prima, precisamente il 21 novembre del 1995, Bruce aveva dato alle stampe “The Ghost of Tom Joad“, secondo album acustico della sua straordinaria carriera, il primo dopo lo scioglimento della gloriosa E-Street Band, tirata su fra tante difficoltà assieme a Clarence Clemmons e Steven Van Zandt. Non era un periodo come gli altri ovviamente. Atmosfere cupe, introspettive, intime, riflettevano i tormenti e i sogni di un uomo che non voleva saperne di abbandonare le sue origini, la sua vita da rocker di strada, le sua ambizioni da musicista sempre alla ricerca di nuove forme d’ispirazione. Voce, chitarra, microfono. Lo show è completo.

“Mamma. dovunque un poliziotto picchia una persona
dovunque un bambino nasce gridando per la fame
dovunque c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria
cercami, e ci sarò.
Dovunque si combatte per un posto dove vivere,
o un lavoro decente, o una mano che ti aiuta,
dovunque qualcuno lotta per essere libero
guardalo negli occhi, e vedrai me.”

Dirà questo a sua madre Tom Joad riportando chi ascolta sulle strade di Furore – The Grapes of Wrath  (l’intero brano è ispirato al romanzo di John Steinbeck sulla scia di Woody Guthrie). Accordi su cui far vibrare le contraddizioni di un Paese incapace di dare le stesse risposte a tutti i suoi cittadini, di una società spietata con i più deboli, di una comunità in cui essere fragili non è certo un’arte.

La comparsata italiana (in estate avrebbe tenuto due show veri) doveva necessariamente essere specchio di quanto sopra descritto. Il Boss chiese – e ottenne – di essere tra i primi ospiti internazionali a esibirsi e, per farlo, voleva la massima intimità in sala. Un solo faro a illuminarlo, buio tra il pubblico e – tocco di classe – i sottotitoli del testo tradotto del brano da passare in sovrimpressione. L’obiettivo era chiaro: la platea del teatro sanremese, esattamente come gli spettatori davanti allo schermo, avrebbero dovuto vivere la sua stessa emozione, il suo trasporto, il suo pathos. L’esibizione fu da brividi. Da pelle d’oca. Come sempre, d’altronde.

E allora diciamolo chiaramente: Bruce Springsteen, quel 20 febbraio del 1996, ha trasformato una mera esibizione di contorno a una kermesse che con lui aveva poco e niente a che spartire, nell’evento degli eventi. Lo sbarco di un alieno sulla terra. La classe operaia del rock che va in paradiso. Rendiamo gloria eterna al Boss, l’uomo in missione, l’uomo cui tutti noi dobbiamo qualcosa. Emozioni, sogni, speranze. Umiltà. Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.

Foto: pinkcadillacmusic.it

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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