Al Cometa Off in scena “In principio era il silenzio”: intervista al regista Antonio Serrano

Fino al 1 marzo il Cometa Off di Roma ospiterà “In principio era il silenzio”, spettacolo tratto dal testo di Roberta Calandra e con la regia di Antonio Serrano.

La figura di Maria Maddalena viene raccontata attraverso la tradizione apocrifa che dipinge Maddalena come discepola prediletta e immagine del Cristo stesso. Una donna straordinariamente vitale, illuminata, che aveva con Gesù una relazione profondamente intima che l’ha resa erede di un insegnamento di libertà.

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I due protagonisti, Valentina Ghetti e Mauro Racanati, rimandano al consueto gioco delle identità: chi siamo veramente e come ci vedono gli altri? Sono un santo e la sua seguace, un uomo e la sua amante, ma forse anche un burattinaio e la sua marionetta, a sottolineare il punto centrale dell’insegnamento del Cristo stesso: un profondo invito all’autenticità del proprio essere

Quali difficoltà ha incontrato – se ne ha incontrate –  per la messa in scena del testo scritto da Roberta Calandra?

La prima difficoltà è stata il personaggio della Maddalena di cui poco conoscevo e di cui mi aveva poco intrigato in passato. Ma piano piano me ne sono innamorato. L’altro scoglio sono stati gli attori che volevo un po’ meno bravi per poterli addestrare a dovere e invece mi sono ritrovato degli attori strepitosi. Scoglio più mentale che reale, a dire il vero.

“In principio era il verbo”, così reciterebbe il Vangelo. “In principio era il silenzio” è il titolo dello spettacolo, come mai questa rivisitazione?

Forse dovremmo chiederlo a Roberta per individuare i percorsi psicologici tramite cui è arrivata a togliere il “verbo” e inserire il “silenzio”. Il silenzio sulla Maddalena viene inteso proprio perchè in principio c’è stata grande omertà sul tema che trattiamo. Il silenzio come reale potere di questa donna che è stata messa a tacere dalla storia e dai discepoli, almeno secondo i vangeli apocrifi.


Qual è il messaggio che lo spettacolo trasmette allo spettatore?

Il messaggio sicuramente riguarda il riscatto e la riabilitazione di una donna che ha voluto essere tramite tra Gesù e il mondo.

Nelle 14 scene che vediamo sul palco, come le stazioni della via crucis, quanto c’è di sacro e quanto di profano?

Il sacro è sicuramente sottolineato dal messaggio, dalle parole e dai concetti che i protagonisti esprimono nel percorso drammaturgico. Il profano, invece, è individuato dai corpi che interpretano altre storie.

Secondo lei, in questo spettacolo c’è un tentativo di restituire alla donna il ruolo che merita, già partendo da una riflessione ancestrale come quella relativa al rapporto tra Maria Maddalena e Gesù?

Assolutamente sì.

Durante la sua carriera ha avuto modo di approcciare le stesse tematiche con altri lavori?

Si molto spesso. Da “Maria Antonietta”, utilizzata come merce di scambio per rafforzare l’amicizia tra due potenze, a “Agnese di Dio” dove c’è questa suora che rimane incinta senza saperlo.

Posta la pregressa e indiscutibile importanza di andare a teatro, perchè dovremmo venire a vedere questo spettacolo?

Considero il teatro un indiscutibile mezzo attraverso cui si può arrivare alla conoscenza. Il teatro come momento di educazione e divulgazione di informazioni, qualunque esse siano. Ed è la curiosità che dovrebbe muovere chiunque per una crescita personale collettiva.

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Antonella Valente
Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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