L’11 settembre 2001, cambiamento storico tra bombe e complotti

Sono passati 20 anni da quell’11 settembre 2001. Giorno rimasto impresso nella memoria per le catastrofiche immagini che giungevano dagli Stati Uniti.

Le Twin Towers di New York furono abbattute da 2 aerei dirottati da terroristi appartenenti ad al Qaeda. Quella mattina altri due aerei furono dirottati. Uno si schiantò sul Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa. L’altro, in seguito ad una ribellione dei passeggeri precipitò in Pennsylvania anziché schiantarsi a Washington.

MyZona

Le vittime furono circa 3000. I feriti più del doppio. I danni incommensurabili. Le conseguenze ancora reggono.

George W. Bush, allora presidente degli Usa, diede inizio alla cosiddetta “guerra al terrorismo”, il più classico dei casus belli. Improbabili missioni di pace per liberare l’Afghanistan dal terrore talebano. Osama Bin Laden, considerato mente degli attacchi terroristici più importanti dell’età contemporanea, divenne l’uomo più ricercato al mondo. Arrivavano immagini di lui in qualche grotta tra le montagne asiatiche. La paura divenne compagna di miliardi di persone. La vita, anche di chi vide solo le immagini della tragedia, cambiò per sempre.

Prendere l’aereo, un treno, una metropolitana non fu più un gesto semplice. Controlli di sicurezza si legarono alla paura verso il prossimo. Chiunque poteva essere un terrorista.

L’11 settembre 2001 è diventato uno dei capitoli più importanti della storia recente. Dietro solo alle due guerre mondiali e alla caduta del muro di Berlino. Per i più giovani sicuramente più importante della Guerra Fredda.

Fu un passaggio storico, politico, civile vissuto e percepito. Fu capito sin da subito il cambiamento in atto.

Le bombe democratiche occidentali distrussero terre ricche di storia, di arte, di cultura. In nome di missioni di pace. Soldati da tutto il mondo per quasi 20 anni sono stati di stanza in Afghanistan. La loro presenza lì, più che una garanzia di pace, sembrò un porre delle bandierine in stile Risiko. La potenza mondiale egemone fu colpita al cuore. Dovette perciò far sentire la sua forza. Nonostante ciò si assistette al crollo dell’unipolarismo americano. Cina e Russia iniziarono la loro ascesa.

Sui colpevoli di quel giorno si è favoleggiato tanto. In molti credono al complotto. All’auto-attacco per motivare la guerra nel vicino Oriente per accaparrarsi petrolio e non solo. Gli stessi sauditi, nel 2017, spinsero su questa pista. Il quotidiano “Al-Hayat” riportò le dichiarazioni del legale del governo di Riad, Katib Al-Shammari: “Tutte le persone ragionevoli del mondo, che conoscono le politiche americane e che hanno esaminato immagini e video, sono unanimamente conconcordi sul fatto che l’assalto alle Twin Towers fu un’operazione esclusivamente americana, pianificata e portata a compimento all’interno degli Stati Uniti. Prova di ciò è la sequenza di continue esplosioni che drammaticamente si verificò lungo entrambi gli edifici […]. Esperti ingegneri strutturali li demolirono con esplosivi, mentre gli aerei che si sfracellarono diedero il via libera alle detonazioni, ma non furono il motivo dei collassi”.

Un’accusa importante da parte di uno Stato che aveva tutto l’interesse a spostare l’interesse sulla matrice interna. Come è ben noto ben 15 dei 19 terroristi erano sauditi. Le stesse famiglie delle vittime hanno inoltre fatto causa, per complicità, all’Arabia Saudita. La vertenza è stata depositata in un tribunale di Manhattan.

Il traffico aereo diminuì. Ma soprattutto l’idea, la percezione, che gli occidentali ebbero di quelle terre dell’Asia cambiò drasticamente. Islam divenne quasi per tutti sinonimo di male. Di terrorismo. Di fanatismo religioso. A ciò contribuirono sicuramente i media e molti film e documentari sulla vicenda.

“Fahrenheit 9/11” di Michael Moore è sicuramente il più famoso. Una critica, neanche troppo velata, al governo Bush. Una spinta a ricercare le colpe di guerra e terrorismo più in profondità. E non tra i primi accusati.

E ancora “11 settembre 2001”, uscito nel 2002 e composto da 11 episodi firmati da altrettanti registi. Samira Makhmalbaf, Claude Lelouch, Yusuf Shahin, Danis Tanović, Idrissa Ouédraogo, Alejandro González Iñárritu, Ken Loach, Amos Gitai, Mira Nair, Sean Penn e Shōhei Imamura. Un modo particolare di raccontare una storia delicata. Mondi diversi, nazioni diversi hanno cercato di dare il loro punto di vista sull’accaduto.

Ma anche libri, come “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer (di cui è stato realizzato anche un film con Tom Hanks e Sandra Bullock) che racconta l’attentato al World Trade Center dal punto di vista di un bambino che ha perso il padre.

“L’uomo che cade” di Don DeLillo, su un uomo che si salva miracolosamente pochi attimi prima dell’inferno.

L’11 settembre è stato raccontato in ogni tipo di modo. Da ogni punto di vista. Analizzato, studiato, scandagliato. Ha dato il là ad un certo tipo di intellighenzia di denigrare un popolo, la sua storia e la sua cultura. Tutto per giustificare una certa politica militare.

Quel circolo di intellettuali che dai loro salotti hanno dimenticato che i musulmani non sono tutti uguali. Hanno dimenticato di raccontare, ad esempio, la storia del generale Massoud il “leone del Panjshir”. Colui che ha sempre combattuto i talebani e la loro forza distruttrice. Un uomo, afghano, che ha puntato la vita verso la costruzione. Contro la distruzione. Nemico dei “senza Dio” e soprattutto dei “folli di Dio”. Quest’ultimi, utili (consapevoli o meno) ad un certo sistema non solo occidentale, che hanno contribuito all’invasione dell’Afghanistan.

Quello che rimane oggi, a 20 anni di distanza, è un nuovo ritorno dei talebani. Grazie alla strada spianata dovuta a un sentimento anti-occidentale diffuso anche dagli eserciti presenti per troppi anni. Nel ventesimo anniversario dell’attacco terroristico, l’Afghanistan rischia di tornare più di due decadi indietro. Con donne estromesse dallo sport, scuole divise, gente che scappa. Il tutto dopo la paventata democratizzazione e occidentalizzazione di questi anni. Con le truppe americane ed europee appena andate via. Con l’unica resistenza proveniente proprio dal Panjshir, dagli eredi di Massoud.

Da leggere anche

Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli