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Interviste

Zoizi: il mio inno per la generazione dei ’90, ribelle e romantica

Federico Falcone

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E’ uscito il 13 marzo “Odore“, nuovo singolo di Zoizi. “Ho scritto questa canzone per raccontare e confermare a me stesso quanto sia stato semplice ritrovarmi come persona attraverso una sensazione quasi un po’ banale come l’odore della borsa di un’amica ho voluto citare qualche storia di una generazione, quella nata come me nel 90′, forse l’ultima a sognare in grande in un mondo ancora “vecchio” e privo di questa esagerata e improvvisa modernità che un po’ ci soffoca. Sicuramente non eravamo migliori dei “nuovi giovani” ma l’abbiamo vissuto con un romanticismo che oggi stenta un po’ ad uscire“.

Benvenuto su The Walk Of Fame, come te la passi? Per rompere il ghiaccio…ti va di presentarti ai nostri lettori?

Yesss… mi chiamo ZOIZI ho 30 anni vivo a Modena e mangio i biscotti con il latte a mezzanotte.. quasi sempre.

Lo scorso 13 marzo è uscito “Odore”, il tuo nuovo brano. Come lo descriveresti a chi non ha ancora avuto l’opportunità di ascoltarlo?

Un inno generazione per noi nati nel 1990 ma che in realtà può andare bene per chiunque abbia voglia di rivivere i priori ricordi.

Quando hai iniziato a lavorarci sopra? Come si è sviluppato il lavoro di songwriting? C’è stato qualche elemento che ti ha influenzato nella scrittura del testo?

La canzone è nata a maggio dell anno scorso da un giro di chitarra semplicissimo che mi sono portato dietro per un anno. Non avrei mai pensato di scriverci una canzone. Poi ho collegato l odore della borsa di un amica ad una visione generazionale. Era come se certe serate con lei, confermassero il fatto siamo ciò che siamo e l’ abbiamo vissuta così!

Che generazione è stata, quella degli anni ’90?

Una generazione ribelle e romantica esattamente come me.

Hai dichiarato che quella generazione ha vissuto un romanticismo che oggi stenta a manifestarsi. Dove credi che ciò si sia perso o, comunque, è tenuto sottotraccia?

Si è persa quando i ragazzi hanno cominciato a dare più peso a ciò che dimostrano rispetto a quello che sono. Il mondo non li sta aiutando per niente. É come se fosse tutto in vetrina e nessuno che entra a vedere se dentro c e qualcosa in sconto . Io personalmente amo entrare e spulciare. Le vetrine più sono belle e più sono uguali .

Ritieni che la società attuale vada incontro a una perdita sempre più graduale di valori ed emozioni?

No forse no… è che semplicemente sono valori ed emozioni diverse. Io parlo della mia generazione ma nello stesso momento vedo tra le nuove leve , ragazzi preparatissimi e molto talentuosi. Sicuramete  avranno i loro problemi e le loro gioie e sicuramete tra 15 anni qualcuno tra loro scrivere un prossimo “ odore “ ricordando le proprie emozioni.

Viviamo un periodo storico drammatico, è inutile negarlo. Come credi che reagirà la società quando tutto ciò sarà finito? Da dove si dovrà ripartire?

La società reagirà alla grande! Perche  l’umanità ( soprattutto noi italiani) abbiamo sempre dimostrato di uscire dai problemi più forti e più preparati! Sono molto fiducioso.  Sarebbe cosa buona e giusta non tornare a commettere certi errori. Su questo ho più dubbi. In generale è il momento di restare uniti.

Stesso vale anche per la cultura e la musica dal vivo? Come si rimette in moto una macchina ormai ferma ai box?

Lo stiamo già facendo. La musica non si ferma. Stiamo sfruttando la tecnologia al massimo . Io ho deciso di far uscire un singolo il 13 marzo e presto farò uscire una canzone nuova solo nei miei canali social . Poi quando ci diranno che potremo tornare a riempire gli stadi lo faremo e sarà dieci volte più bello .

Lascio a te le ultime parole per salutare i nostri lettori..

Cercate di scavare a fondo dentro di voi, sempre. Zero rimpianti.  È un peccato decidere di accontentarsi . Magari si soffre un po di più ma ne vale la pena! Siate felici . Un bacio da Zoizi

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

Valentina Bertuzzi, la regista romana che rilancia l’horror italiano

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano

Alberto Mutignani

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Si è da poco conclusa l’ultima edizione dell’Apulia Horror Festival, che ha visto vincitore “Delitto Naturale” di Valentina Bertuzzi come miglior cortometraggio, in una selezione di 15 film da tutto il mondo. L’Apulia Horror Festival è però solo una delle numerose tappe nel viaggio che il corto horror della Bertuzzi sta percorrendo dentro e fuori dall’Italia, addirittura oltreoceano dove è candidato al San Diego Italian Film Festival.

Scritto dalla stessa Valentina Bertuzzi assieme alla sorella Francesca, e interpretato da Alida Baldari Calabria (Dogman, Pinocchio), Olivia Magnani (Le conseguenze dell’amore, Tutti i soldi del mondo) e Cecilia Scifoni, “Delitto Naturale” racconta l’avventura di Aida, una bambina alla ricerca della sua migliore amica, Lola, misteriosamente scomparsa tra i corridoi della propria scuola, probabilmente popolati da presenze maligne.

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano.

Delitto Naturale sta vincendo premi importanti in Italia e all’estero. È il tuo primo lavoro con un riscontro internazionale?

A dire il vero no. L’ultimo lavoro prima di Delitto Naturale era una web-serie, “Ghost Cam”, girata interamente in inglese, che ha vinto a Vancouver e addirittura a Seoul. In Italia non ha avuto molto seguito, ma all’estero abbiamo fatto un bel giro di festival.

E mi pare di capire che c’è un’idea di partenza molto diversa dal tuo ultimo lavoro

L’idea iniziale era un progetto interattivo. Io e Andrea Natella, di Guerriglia Marketing, abbiamo creato dei profili Facebook fittizi, dei veri e propri personaggi virtuali con le loro storie, le loro identità. Dopodiché abbiamo iniziato a postare sui loro profili alcuni self-tape, quelli presenti nel corto, e questa cosa ha avuto subito grande seguito, soprattutto grazie al pubblico più giovane. È stato divertente.

Delitto Naturale è un horror più tradizionale, ma è un bel passo avanti…

Lì c’è stata una vera e propria orchestrazione, abbiamo messo su una squadra di gente che lavora da anni nel cinema, Ferran Paredes Rubio per la fotografia, Paola Freddi al montaggio, Paki Meduri come scenografo e tanti altri. Sono persone che hanno un profondo rispetto per questa forma d’arte, e credo che questo nei festival sia stato molto apprezzato. Abbiamo fatto attenzione al suono, soprattutto, perché fosse olofonico, avvolgente.

Guardando il corto mi è venuto in mente “Stand by me”: il superamento dei limiti infantili e il trauma della crescita attraverso la paura, l’orrore. È giusto dire che “Delitto Naturale” è anche una storia di formazione?

Assolutamente sì, e sono contenta che si sia notato. È una storia fortemente ispirata ai romanzi di formazione, però in chiave horror. Una scelta decisiva per la lavorazione è stata non far leggere mai ai bambini la sceneggiatura. Io davo delle linee guida, ma nessuno sapeva mai il destino della protagonista, neppure la protagonista stessa. Per loro era una sorta di caccia al tesoro.

L’anno scorso è uscito “The Nest” di Roberto De Feo. Si è parlato molto di nuovo horror italiano, tu l’hai visto?

Sì, l’ho visto e mi è piaciuto. Sono contenta che il cinema italiano si stia aprendo in questo senso. Noi abbiamo fortemente bisogno di alzare l’asticella della qualità, e questi film formalmente molto curati, con delle grandi produzioni alle spalle, possono entrare nei circuiti giusti e fare la differenza.

In America stanno riscoprendo il folk horror, una paura rurale su cui l’Italia potrebbe osare molto. Perché all’estero ci riescono e noi ci proviamo appena?

Forse una scarsa autostima. In Italia siamo troppo autocritici, mentre a volte le serie italiane sono anche più belle di quelle americane. Non dovremmo buttarci giù così, dovremmo essere più consapevoli delle nostre possibilità e crederci maggiormente. E poi l’horror deve fare paura, noi qui siamo troppo abituati a mettere il dramma ovunque. In passato abbiamo venduto come horror prodotti che poi hanno puntualmente deluso le aspettative.

Quando scrivi i tuoi film guardi certamente ai grandi maestri del passato. Ma c’è qualche nuovo autore da cui ti piace sbirciare?

Sì, certo. Per esempio, ho adorato “It Follows” di David Robert Mitchell. Ha creato un immaginario importante, mi ha stimolato moltissimo. Lui poi ha avuto la fortuna di potersi produrre da solo e mettere su un film stupendo, anche dal punto di vista visivo.

Cosa ti spaventa?

Domanda difficile. Può sembrare banale, ma mi fanno paura gli oggetti fuori posto. Quando esci di casa, poi torni e c’è un oggetto che non è dove lo avevi lasciato. Sai che c’è qualcosa che è fuori controllo, ma non sai esattamente cosa.

Dopo i corti, stai pensando a qualche lungometraggio?

Sì, sto lavorando a due film, entrambi horror: uno sarà psicologico e l’altro sovrannaturale. Sono due progetti a cui tengo moltissimo. Sto lavorando anche a una serie, sempre di genere horror.

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Interviste

All that man is, according to David Szalay

Alberto Mutignani

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Like many Italians, I’ve choose a summer reading. An almost obscene term for some academic circles, but the temperatures were too high for Goeth’s Faust. I therefore chosed two books that I had not yet heard of, and frankly, the way in which I came in contact with these works and their extraordinary author also escapes me. The books are “All that is a man” and “Turbulence”, the author is David Szalay.

Canadian of Hungarian origins, he has traveled the world. A true traveler who has thoroughly scrutinized Europe, knows it outside the commonplaces and the most widespread stereotypes, those that we Europeans have learned to accept as indisputable truths. This is already a valid reason to read Szalay: to know us. As men and as inhabitants, because we all felt dispersed, disoriented, and we found a center in a person or place that seemed familiar to us.

These collections of short stories, which are actually two great novels of inner growth, represent the journey of contemporary man into the open and connected world that we are experiencing. But they are also stories of fragility, of the precarious condition of modern man. In Italy, Szalay – who has also published three novels in English, still unpublished by us – is published by Adelphi.

Reading “All the man is” it seems to me that in this collection the short stories are combined together to form a unique bigger narrative structure. Can you talk about the genesis of the work?

Well it was always intended that it should be a single organic work rather than a collection of short stories. All the stories, with one exception, were written to fit into their specific place in the structure of the book. The one exception was the story that is now the third in the book, which was written first, and initially conceived as a stand-alone piece for Granta, the English literary magazine. I enjoyed writing it and was happy with it, and I wondered whether to make it the basis of a longer work. Obviously one way of doing this would be to expand it – but that didn’t appeal to me somehow: I liked the way it was a self-contained drama, the way that we didn’t know much about the characters beyond their parts in the action. My first idea was to write a series of stories that were each about someone travelling within contemporary Europe. I had not seen much written that seemed to me to capture the essence of contemporary Europe and that one thing that I wanted to write about. But it quickly became clear to me that that would still be simply a collection of stories. It would not really be a single indivisible work. Soon after that I had the idea that each story would be about a slightly older male protagonist, starting with a teenager and ending with a man in his seventies. Each one is simply part of an organic whole. I hope that taken together they are able to say things that, taken individually, they would not be able to say.

In your book there is a strong sense of uprooting and a sense of confusion of the characters in finding their centre in the World. How autobiographical is there?

I think there is certainly a sense in which the basic feeling of being unsure of where one’s ‘centre’ is might be said to be autobiographical, in that this is a feeling that I do have myself. And it’s true that in both ‘All That Man Is’ and ‘Turbulence’ it is indeed something that characterises many of the characters – that is almost hard-wired into the books, since they are both about people undertaking actual journeys, and therefore often finding themselves away from ‘home’. Because often I think it is a familiar context that tells us who we are – who we are is fixed by our context, perhaps, more than by anything ‘inside’ us – and finding ourselves in an alien environment can often seem to open the question of who we are, in ways that are at once liberating, even exhilarating, and also of course frightening and confusing. This feeling is at the heart of many of the stories in both books. Of course more people travel now than have ever done so before (or at least that would have been true in 2019…) so this experience might be more common than in the past. But at the same time we tend, thanks to modern communications technology, to take more of ourselves with us when we travel then we ever did the past as well. There is a sense in which both books are about how small the world is now. It is harder now to run away than it ever has been before.

What gives you satisfaction when you write?

I take a particular pleasure in depicting the world I live in myself. The depiction of my own world in an entirely literal sense – the actual physical, emotional, intellectual texture of it – is what fascinates me. This is true of books I like to read as well as books I like to write. (And so, I have no interest in historical novels, fantasy, science fiction – many genres and literary subcultures are in that sense closed to me, as a reader and a writer.) I think that fiction has a unique ability to capture every aspect of what it means to be alive in a particular time and place, all the facets of human existence – it can do that, I think, in a more complete and ultimately more intense way than any other art form. 

In ‘All that man is’ there is a male centre of gravity that is often shaken by the experience with the opposite sex. Women are corpulent and mysterious figures, very reminiscent of the female characters of Federico Fellini. Did sexuality scare you when you were younger? 

Probably yes, in what might seem an almost cliched English way. It’s interesting that you make the Fellini comparison – it’s not one that I have thought of myself but there might be something in it. And certainly, I think you’re right that the sections of ATMI often seem to be about ‘a male centre of gravity shaken by the experience with the opposite sex’. Some of the stories obviously leave a stronger impression on readers in this respect than others, particularly perhaps the second about Bernard’s adventures in Cyprus. I do think there are also more nuanced depictions of female characters in the book, but it seems that they are not so vivid and memorable. (Which in itself says something of course.) Generally speaking, I think the female characters in the book are depicted as being more proactive and more sure of themselves than the male characters.

You were born in Canada but you are of Hungarian descent. What relationship do you have with these two worlds so distant?

In fact, I feel neither truly Canadian nor truly Hungarian – I feel British more than anything but even that is complicated, especially as I have not lived there for some years now. I suppose the result is that I have a certain detachment from the whole concept of nationality. At the same time, I envy people who have a clear sense of being rooted in a particular place – I think that is a nice thing to have, but perhaps only in theory because I seem to be restless by nature and have spent quite a lot of my adult life moving around Europe. My parents are like that too (they now live in Bahrain) and perhaps it was something I picked up from them – that that was somehow a ‘normal’ thing to do, not to be too attached to any one place. My childhood conception of Hungary was dominated by the fact that it was a Communist country – that was really its defining characteristic for me at that time (and I visited it almost once a year while I was growing up.) Of course, having lived there for a while, I now have a much more complex sense of the place but as with all the countries of the region, the traumatic experiences of the 20th century have cast a long shadow over them. In marked contrast, people often talk about Canada as some sort of perfect country – I was in Poland last week and it was described by some of my Polish hosts without irony as ‘paradise’. But my own way of seeing Canada is through the prism of my family there. Seen from this personal angle it is just another group of people trying to live their lives in a way that makes them happy, sometimes successfully, often not so successfully. On the whole, people exaggerate the differences between countries – and of course the differences are obvious and on the surface – but in deeper ways all countries are more alike than they are different, I think.

About the “aerial” setting of “Turbulence” and the device of communicating vessels that bind the stories: what different characters does it give us compared to those of “All that is a man”? How different is the inner drift you describe in the two books?

‘Turbulence’ started off as a commission for BBC radio. They wanted 12 stories that were strongly linked and yet definitely individual. I suppose they asked me to do this precisely because I had already done something similar in ATMI. And had it not been for this commission I probably wouldn’t have written something quite so similar as my next book. Of course, I was keen not simply to repeat myself so from the beginning I thought about how I could make ‘Turbulence’ different. One clear difference is that of the 12 protagonists in the book 7 are women, compared with zero in ATMI. The way the characters are connected to each other is also different, in that there are literal narrative connections, actual crossed paths. And the stories are of course very much shorter – this was also a requirement of the radio format – they wanted stories that would take 15 minutes to read on the radio, so that they also all had to be more or less exactly the same length. I would not normally write such short stories, I don’t think. It was a challenge. This gives the book a very different sort of texture to ATMI, which is more than four times longer – we spend much less time with each of the characters, we really get no more than a glimpse (or two or three glimpses) of each other. This of course was part of the point, part of what the book is trying to ‘say’ – that we live in a world where we tend to have short encounters with many people, and perhaps fewer deeply engaged relations with a small number of people than might have been normal in the past. (When there were fewer opportunities, either physical or virtual, of getting away from the people who physically surrounded you.) But similarly to ATMI I would hope that there is meaningful interaction between the stories of ‘Turbulence’ as well – that the stories as it were comment on each other, enlarge each other.

In your opinion, why do collections of short stories find so difficult to impose themselves on novels in literary competitions? Is there still a prejudice towards this literary form? 

I suppose I don’t really think in terms of these categories. Both ATMI and Turbulence were published and marketed as ‘novels’, no doubt for the reasons you allude to – the relative lack of prestige of the short story form. I have to say again that I do not consider either of them to be ‘collections of short stories’ as such, but a sort of hybrid form. But I don’t really think too much about it while I’m working – I think the works define the form rather than the other way around.

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Interviste

Le turbolenze dell’uomo moderno raccontate da David Szalay

Alberto Mutignani

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Come molti Italiani, anche io quest’estate ho scelto una lettura da ombrellone. Un termine quasi osceno per certi ambienti accademici, ma le temperature erano troppo alte per il Faust goethiano. Ho scelto quindi due libri di cui non avevo ancora sentito parlare, e francamente mi sfugge anche il modo in cui sia entrato in contatto con queste opere e con il loro straordinario autore. I libri sono “Tutto ciò che è un uomo” e “Turbolenza”, l’autore è David Szalay.

Canadese di origini ungheresi, ha girato il mondo. Un vero apolide che l’Europa se l’è vissuta tutta, la conosce fuori dai luoghi comuni e dagli stereotipi più diffusi, quelli che noi europei abbiamo imparato ad accogliere come verità indiscutibili. Questo è già un valido motivo per leggere Szalay: conoscerci. Come uomini e come abitanti, perché tutti ci siamo sentiti dispersi, disorientati, e abbiamo ritrovato un centro in una persona o in un luogo che ci sembrasse famigliare.

Queste raccolte di racconti, che sono in realtà due grandi romanzi di crescita interiore, rappresentano il viaggio dell’uomo contemporaneo nel mondo aperto e connesso che stiamo vivendo. Ma sono anche storie di fragilità, della condizione precaria dell’uomo moderno. In Italia, Szalay – che ha pubblicato in lingue inglese anche tre romanzi, da noi ancora inediti – è pubblicato da Adelphi.

Leggendo “Tutto ciò che è un uomo” mi sembra che questi racconti vadano a formare un corpo unico, come una sola grande storia. Ci racconta com’è nata l’opera?

L’idea iniziale era di raccontare una serie di storie che riguardassero persone che viaggiavano per l’Europa dei nostri giorni, visto che c’è così poca letteratura che racconta davvero l’Europa contemporanea. Poi mi sono accorto che così facendo sarebbero venute fuori tante piccole storie distaccate, non un corpo unico. Qualche tempo dopo mi è saltata in mente l’idea che ogni racconto avrebbe avuto un protagonista maschile ogni volta più adulto, partendo dall’adolescenza e arrivando alla senilità. E credo e spero che disponendo così questi racconti, abbiano trovato una dimensione unica capace di raccontare qualcosa che, singolarmente, non sono capaci di dire. Per cui è un’opera unica, e fatta eccezione per una sola storia, tutti i racconti sono costruiti perché abbiano il loro spazio preciso al suo interno. L’eccezione è il terzo racconto, che però ho scritto per primo. Ho iniziato a lavorarci su come un’opera a sé stante per Granta, una rivista letteraria inglese. Mi sono divertito molto a scriverlo e ho pensato che sarebbe potuto diventare un romanzo, allungando un po’ la storia. Però poi mi sono reso conto che mi piaceva nella sua forma breve, mi divertiva il fatto che non si conoscesse nulla dei personaggi al di fuori della parentesi che veniva raccontata.

Nel suo libro sembra che i personaggi facciano sempre fatica a trovare un proprio centro nel mondo. Quanto c’è di autobiografico in questo senso di dispersione?

Credo che il contesto famigliare di ognuno di noi stabilisca la nostra identità, e trovarci in una situazione a noi aliena può spesso aprirci a domande su chi siamo davvero, in modi che spesso sono liberatori, alcune volte sono esilaranti, e anche spaventosi e confusi. Questo sentimento è al centro di molte delle storie in entrambi i miei libri. Di certo si viaggia molto più oggi che in passato – o almeno, questo era vero fino al 2019 – per cui questa sensazione di smarrimento è più comprensibile adesso. E in entrambi i libri credo che emerga come il mondo sia davvero piccolo. È difficile, in quest’epoca in cui tutto è connesso grazie alle moderne tecnologie di comunicazione, scappare da ciò che si è. E di sicuro c’è un elemento autobiografico, è un sentimento che mi riguarda direttamente.

Cosa le piace della scrittura?

Mi piace particolarmente raccontare il mondo in cui vivo. La descrizione del mio mondo personale, inteso come una trama emotiva, fisica e intellettuale, è ciò che mi affascina maggiormente. Questo riguarda sia i libri che amo leggere sia ciò che amo scrivere, motivo per cui mi annoiano i romanzi storici o fantascientifici, e non ne scriverei mai uno. La letteratura ha questa qualità unica rispetto alle altre arti di cogliere il significato intrinseco dell’essere vivi in questo preciso momento storico e in un preciso punto dello spazio, con tutte le sfaccettature che ne derivano.

In “Tutto ciò che è un uomo” c’è un centro di gravità maschile che viene spesso sconvolto dall’esperienza con l’altro sesso. Le donne nel libro sono corpulente e misteriose, ricordano molto i personaggi femminili di Federico Fellini. La sessualità la spaventava quando era ragazzo?

Forse sì, e potrebbe essere quasi il classico cliché dell’educazione inglese. È interessante che tu faccia il paragone con Fellini, non c’avevo mai pensato ma potresti aver ragione. E certamente credo che tu ci veda giusto quando dici che alcuni momenti di “Tutto ciò che è un uomo” sembrino girare attorno a un centro di gravità maschile, sconvolto dall’incontro con l’altro sesso. Questo elemento è molto presente in alcune storie, soprattutto in quella di Bernard a Cipro, e più debole in altre. Però in generale credo che i personaggi femminili del libro siano più attivi e sicuri di sé rispetto a quelli maschili.

Lei è nato in Canada ma è di origini ungheresi. Che rapporto ha con queste due terre così distanti?

Devo dire che non mi sento né perfettamente canadese né perfettamente ungherese. Forse mi sento inglese, prima di tutto. Però è difficile da credere, considerando anche che non vivo più in Inghilterra da anni ormai. Diciamo che sono cittadino del mondo, ma allo stesso tempo invidio molto chi ha un legame specifico con un solo posto del mondo, è una cosa molto bella ma anche strana per me, avendo passato la mia vita a girare per l’Europa. Anche i miei genitori hanno fatto così e forse questa cosa l’ho ereditata da loro. Quando ero piccolo la mia unica visione dell’Ungheria era quella di un paese comunista, e l’ombra delle atrocità del ventesimo secolo è ancora viva lì, però crescendo e vivendoci ho sviluppato un’idea più complessa ed elaborata di quel posto. Al contrario, quando sento parlare qualcuno del Canada sento sempre dire di un paese perfetto. Alcuni miei amici polacchi dicono che sia il paradiso, non ironicamente. Per me il Canada è solo un posto come un altro dove conservo dei ricordi, la mia famiglia, i miei cugini. Persone che cercano di vivere la loro vita, a volte con ottimi risultati, altre volte no. In generale, le persone esagerano molto nel paragonare varie parti del mondo molto distanti tra loro. Sono più le analogie che le differenze anche tra posti apparentemente distanti.

Parlando dell’ambientazione aerea di “Turbolenza” e della sua struttura a vasi comunicanti, che personaggi e che connessioni diverse ci offre rispetto all’opera precedente?

“Turbolenza” è stato commissionato dalla BBC per la radio. Volevano 12 storie che fossero in qualche modo connesse ma che allo stesso tempo potessero avere una loro dimensione individuale. Immagino che me l’abbiano chiesto alla luce del precedente “Tutto ciò che è un uomo”. Però mai avrei scritto un altro libro così simile, se non me l’avessero chiesto. E quindi per prima cosa ho pensato a come diversificarlo. Una prima cosa è che dei 12 protagonisti del libro, 7 sono donne, contro le zero presenti nel precedente libro. Un’altra differenza è come le storie si toccano tra di loro, perché qui ho voluto inserire percorsi incrociati, c’è una struttura narrativa più fitta. Le storie sono anche più brevi: la BBC è stata chiara in questo, volevano storie che potessero essere lette in radio in una quindicina di minuti. Non mi piace scrivere storie così brevi, non è da me probabilmente. Però è stata una sfida, un gioco. In “Turbolenza” passiamo molto meno tempo con i personaggi rispetto al mio lavoro precedente, abbiamo appena un assaggio delle loro vite, e questo è il punto: viviamo in un mondo in cui abbiamo incontri fugaci con le persone, le conosciamo per appena un attimo. Spero comunque che, come per “Tutto ciò che è un uomo”, le storie abbiano un loro filo conduttore evidente, completandosi e commentandosi a vicenda.

Secondo lei come mai le raccolte di racconti fanno così fatica ad imporsi nei concorsi letterari contro i romanzi? C’è una forma di pregiudizio?

Capisco il tuo dubbio e sono perfettamente consapevole della minor fortuna delle raccolte di racconti, però non ragiono mai in questi termini. Entrambi i libri sono stato pubblicati come “romanzi”, e come dicevo non considero nessuna delle due opere come raccolte di racconti, ma devo anche ammettere che mentre scrivo non ci penso molto. Penso che sia l’opera a definire lo stile e non il contrario.

ENGLISH VERSION

Like many Italians, I’ve choose a summer reading. An almost obscene term for some academic circles, but the temperatures were too high for Goeth’s Faust. I therefore chosed two books that I had not yet heard of, and frankly, the way in which I came in contact with these works and their extraordinary author also escapes me. The books are “All that is a man” and “Turbulence“, the author is David Szalay.

Canadian of Hungarian origins, he has traveled the world. A true traveler who has thoroughly scrutinized Europe, knows it outside the commonplaces and the most widespread stereotypes, those that we Europeans have learned to accept as indisputable truths. This is already a valid reason to read Szalay: to know us. As men and as inhabitants, because we all felt dispersed, disoriented, and we found a center in a person or place that seemed familiar to us.

These collections of short stories, which are actually two great novels of inner growth, represent the journey of contemporary man into the open and connected world that we are experiencing. But they are also stories of fragility, of the precarious condition of modern man. In Italy, Szalay – who has also published three novels in English, still unpublished by us – is published by Adelphi.

Reading “All the man is” it seems to me that in this collection the short stories are combined together to form a unique bigger narrative structure. Can you talk about the genesis of the work?

Well it was always intended that it should be a single organic work rather than a collection of short stories. All the stories, with one exception, were written to fit into their specific place in the structure of the book. The one exception was the story that is now the third in the book, which was written first, and initially conceived as a stand-alone piece for Granta, the English literary magazine. I enjoyed writing it and was happy with it, and I wondered whether to make it the basis of a longer work. Obviously one way of doing this would be to expand it – but that didn’t appeal to me somehow: I liked the way it was a self-contained drama, the way that we didn’t know much about the characters beyond their parts in the action. My first idea was to write a series of stories that were each about someone travelling within contemporary Europe. I had not seen much written that seemed to me to capture the essence of contemporary Europe and that one thing that I wanted to write about. But it quickly became clear to me that that would still be simply a collection of stories. It would not really be a single indivisible work. Soon after that I had the idea that each story would be about a slightly older male protagonist, starting with a teenager and ending with a man in his seventies. Each one is simply part of an organic whole. I hope that taken together they are able to say things that, taken individually, they would not be able to say.

In your book there is a strong sense of uprooting and a sense of confusion of the characters in finding their centre in the World. How autobiographical is there?

I think there is certainly a sense in which the basic feeling of being unsure of where one’s ‘centre’ is might be said to be autobiographical, in that this is a feeling that I do have myself. And it’s true that in both ‘All That Man Is’ and ‘Turbulence’ it is indeed something that characterises many of the characters – that is almost hard-wired into the books, since they are both about people undertaking actual journeys, and therefore often finding themselves away from ‘home’. Because often I think it is a familiar context that tells us who we are – who we are is fixed by our context, perhaps, more than by anything ‘inside’ us – and finding ourselves in an alien environment can often seem to open the question of who we are, in ways that are at once liberating, even exhilarating, and also of course frightening and confusing. This feeling is at the heart of many of the stories in both books. Of course more people travel now than have ever done so before (or at least that would have been true in 2019…) so this experience might be more common than in the past. But at the same time we tend, thanks to modern communications technology, to take more of ourselves with us when we travel then we ever did the past as well. There is a sense in which both books are about how small the world is now. It is harder now to run away than it ever has been before.

What gives you satisfaction when you write?

I take a particular pleasure in depicting the world I live in myself. The depiction of my own world in an entirely literal sense – the actual physical, emotional, intellectual texture of it – is what fascinates me. This is true of books I like to read as well as books I like to write. (And so, I have no interest in historical novels, fantasy, science fiction – many genres and literary subcultures are in that sense closed to me, as a reader and a writer.) I think that fiction has a unique ability to capture every aspect of what it means to be alive in a particular time and place, all the facets of human existence – it can do that, I think, in a more complete and ultimately more intense way than any other art form. 

In ‘All that man is’ there is a male centre of gravity that is often shaken by the experience with the opposite sex. Women are corpulent and mysterious figures, very reminiscent of the female characters of Federico Fellini. Did sexuality scare you when you were younger? 

Probably yes, in what might seem an almost cliched English way. It’s interesting that you make the Fellini comparison – it’s not one that I have thought of myself but there might be something in it. And certainly, I think you’re right that the sections of ATMI often seem to be about ‘a male centre of gravity shaken by the experience with the opposite sex’. Some of the stories obviously leave a stronger impression on readers in this respect than others, particularly perhaps the second about Bernard’s adventures in Cyprus. I do think there are also more nuanced depictions of female characters in the book, but it seems that they are not so vivid and memorable. (Which in itself says something of course.) Generally speaking, I think the female characters in the book are depicted as being more proactive and more sure of themselves than the male characters.

You were born in Canada but you are of Hungarian descent. What relationship do you have with these two worlds so distant?

In fact, I feel neither truly Canadian nor truly Hungarian – I feel British more than anything but even that is complicated, especially as I have not lived there for some years now. I suppose the result is that I have a certain detachment from the whole concept of nationality. At the same time, I envy people who have a clear sense of being rooted in a particular place – I think that is a nice thing to have, but perhaps only in theory because I seem to be restless by nature and have spent quite a lot of my adult life moving around Europe. My parents are like that too (they now live in Bahrain) and perhaps it was something I picked up from them – that that was somehow a ‘normal’ thing to do, not to be too attached to any one place. My childhood conception of Hungary was dominated by the fact that it was a Communist country – that was really its defining characteristic for me at that time (and I visited it almost once a year while I was growing up.) Of course, having lived there for a while, I now have a much more complex sense of the place but as with all the countries of the region, the traumatic experiences of the 20th century have cast a long shadow over them. In marked contrast, people often talk about Canada as some sort of perfect country – I was in Poland last week and it was described by some of my Polish hosts without irony as ‘paradise’. But my own way of seeing Canada is through the prism of my family there. Seen from this personal angle it is just another group of people trying to live their lives in a way that makes them happy, sometimes successfully, often not so successfully. On the whole, people exaggerate the differences between countries – and of course the differences are obvious and on the surface – but in deeper ways all countries are more alike than they are different, I think.

About the “aerial” setting of “Turbulence” and the device of communicating vessels that bind the stories: what different characters does it give us compared to those of “All that is a man”? How different is the inner drift you describe in the two books?

‘Turbulence’ started off as a commission for BBC radio. They wanted 12 stories that were strongly linked and yet definitely individual. I suppose they asked me to do this precisely because I had already done something similar in ATMI. And had it not been for this commission I probably wouldn’t have written something quite so similar as my next book. Of course, I was keen not simply to repeat myself so from the beginning I thought about how I could make ‘Turbulence’ different. One clear difference is that of the 12 protagonists in the book 7 are women, compared with zero in ATMI. The way the characters are connected to each other is also different, in that there are literal narrative connections, actual crossed paths. And the stories are of course very much shorter – this was also a requirement of the radio format – they wanted stories that would take 15 minutes to read on the radio, so that they also all had to be more or less exactly the same length. I would not normally write such short stories, I don’t think. It was a challenge. This gives the book a very different sort of texture to ATMI, which is more than four times longer – we spend much less time with each of the characters, we really get no more than a glimpse (or two or three glimpses) of each other. This of course was part of the point, part of what the book is trying to ‘say’ – that we live in a world where we tend to have short encounters with many people, and perhaps fewer deeply engaged relations with a small number of people than might have been normal in the past. (When there were fewer opportunities, either physical or virtual, of getting away from the people who physically surrounded you.) But similarly to ATMI I would hope that there is meaningful interaction between the stories of ‘Turbulence’ as well – that the stories as it were comment on each other, enlarge each other.

In your opinion, why do collections of short stories find so difficult to impose themselves on novels in literary competitions? Is there still a prejudice towards this literary form? 

I suppose I don’t really think in terms of these categories. Both ATMI and Turbulence were published and marketed as ‘novels’, no doubt for the reasons you allude to – the relative lack of prestige of the short story form. I have to say again that I do not consider either of them to be ‘collections of short stories’ as such, but a sort of hybrid form. But I don’t really think too much about it while I’m working – I think the works define the form rather than the other way around.

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