Zohra, l’orchestra femminile afghana che terrorizza i talebani

Zohra è il nome dell’orchestra femminile afghana. La prima e, a lunghi tratti, l’unica del Paese. Era composta da adolescenti e ragazze dell’orfanotrofio di città, tutte tra i 13 e i 20 anni. Deve il suo nome agli scritti persiani riconducibili alla Dea della musica, fonte d’ispirazione per l’espressione artistica e concettuale delle musiciste che la compongono. L’ensemble è riuscito ad abbattere muri di omertà e silenzio, di indifferenza e di reticenza verso quel mondo che in Afghanistan è osteggiato e demonizzato. Agli occhi dell’Occidente un tour in Europa è prassi, specialmente per gli artisti, indistintamente siano essi emergenti o affermati, uomini o donne.

Per gli afghani, invece, il tour di un ensemble femminile è stato un sogno e un’utopia. Un’irraggiungibile traguardo atto a sdoganare alcune tra le più talentuose artiste del Paese, indispensabile per spianare la strada a nuovi orizzonti di inclusività e uguaglianza laddove queste due parole hanno un peso specifico assimilabile a un’arma bianca. Perché è questo che la musica fa: abbatte le barriere, rompe gli argini, mette in comunicazione culture e mondi diametralmente opposti, tutti uniti da un unico linguaggio, quello universale dell’arte. E, per questo, fa paura. Terrorizza. Quindi viene vietata in pubblico, come accaduto dal 1995 al 2001.

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Specialmente da chi, come i talebani che si sono ripresi l’Afghanistan grazie a dinamiche ben poco chiare, non vedono di buon occhio la libertà di espressione e l’emancipazione della donna. In queste settimane abbiamo assistito a come la loro avanzata sia coincisa con la distruzione di un’iconografia mediatica che la donna afghana, dopo decenni di lotte per la conquista dei diritti civili, aveva ottenuto versando lacrime e sangue. La dignità non è in vendita, le armi per contrastarla si. Ecco, dunque, che sono spariti i manifesti con modelle, caste e pure nella loro bellezza, e che vengono censurati quelli in cui le donne indossano occhiali da sole. Due esempi a caso.

Alla musica spetta la stessa sorte, sacrificata sull’altare della censura e dell’incompatibilità con i dogmi talebani, senz’altro oscurantisti e censori. Al National Music Institute di Kabul, dove le musiciste che componevano l’orchestra Zohra erano solite provare, i talebani hanno distrutto gli strumenti presenti. Pianoforti a coda, tamburi tipici della tradizione locale, piatti per la batteria e pelli per le percussioni. La volontà è precisa e spietata: ostacolare il presente, tarpare le ali al futuro e declinare al passato la libertà d’espressione della donna.

Le foto dello scempio hanno fatto subito il giro del web, condivise dell’attivista Sahar Guyton e dal giornalista del Sun, Jerome Starkey. Quest’ultimo ha raccontato che dopo aver chiesto informazioni su cosa fosse accaduto agli strumenti, i talebani, in maniera fredda e distaccata, hanno risposto di averli trovati in quello stato al momento del loro ingresso in sala.

Nei giorni addietro avevamo raccontato i barbari omicidi di Nazar Mohammed, comico noto come Khasha Zwan, famoso sui social e su Tik Tok per come sbeffeggiava i talebani, e del cantante folk Fawad Andarabi, la cui esecuzione è stata denunciata a mezzo Twitter dall’ex ministro degli Interni, Masoud Andarabi. Solo pochi giorni fa un insegnante della scuola di musica di Kabul si è suicidato, buttandosi dal balcone del proprio palazzo, depresso e, ancora prima, morto dentro perché la musica, la sua ragione di vita, era stata colpita al cuore. Una storia delle tante che in questi giorni viene a galla.

Negin Khpalwak era – ed è – la direttrice dell’orchestra Zohra. Ha 24 anni e ha vissuto dieci vite. Abbandonata dai genitori all’orfanotrofio di Kabul, impossibilitati a mantenerla a causa di un profondo stato di indigenza, ha trovato nella musica il proprio riscatto. Non appena i talebani sono arrivati a Kabul ha fatto i bagagli ed è scappata. Se l’avessero trovata e riconosciuta sarebbe morta. Ha portato via con sé i pochi ricordi che gli era consentito tenere a casa. Alcuni ritagli di giornale, qualche premio, piccole memorabilie. E’ fuggita negli Stati Uniti.

Un’escalation di orrore e rappresaglia avverso gli ultimi venti anni di inversione di rotta da parte della società civile afghana rea, a detta dei talebani, di essersi occidentalizzata. Di diritti e giusnaturalismo, coloro non vogliono sentirne parlare. Abbiamo intervistato Barbara Schiavulli, giornalista di guerra e corrispondente per RadioBullets, la quale ci ha delineato meglio cosa sta accadendo in Afghanistan.

“Io ho scelto di dare voce soprattutto alle donne, le cui storie non sono mai state raccontate quando sul posto c’erano solo giornalisti uomini. Finora in Afghanistan c’erano circa 700 giornaliste, dal ritorno dei Talebani non sono più di 70 in tutto il Paese. Ecco anche perché devo dar loro una voce”, ci ha spiegato.

L’orchestra Zohra era una speranza, un’inversione di tendenza rispetto all’oscurantismo talebano.

E’ stata la voce e l’anima, la libertà e il coraggio delle musiciste afghane e di tutto ciò che esse rappresentavano. Ha restituito orgoglio e appartenenza, ha proiettato il Paese su un altro piano e ha detto a tutto il mondo che sì, la musica può salvarti sull’orlo del precipizio, come cantava Max Gazzé. Adesso è a pezzi, falcidiata dalla furia di coloro che vorrebbero bandirla per paura e invidia di quelle artiste che hanno il coraggio di sovvertire una ragnatela fatta di odio e violenza, di delitti e atrocità. Di voglia di vivere.

Foto: Jerome Starkey – The Sun

Foto copertina: BBC

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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