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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Carolina Bubbico: “Vi presento il mio disco “felice”. Ai miei studenti? Consiglio di essere autentici”

Michela Moramarco

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Carolina Bubbico giunge al suo terzo album di inediti con “Il dono dell’ubiquità”

Cantante, pianista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra, Carolina Bubbico ha un’idea della musica molto eterogenea. In questo suo nuovo progetto discografico esplora varie attitudini e sonorità, a volte sorprendenti e di certo ricche di sfumature. “Il dono dell’ubiquità” non si va a incastonare in nessun genere musicale preciso. Ed è questa l’essenza per poterlo ascoltare, liberi da ogni sterile collocazione.

Abbiamo parlato con Carolina Bubbico.

“Il dono dell’ubiquità” è un titolo d’impatto. Complessivamente, cosa vuoi raccontare?

Sicuramente voglio dare l’idea dell’ubiquità in senso musicale. Mi sono auto-dichiarata ubiqua poiché mi piacciono cose diverse, non voglio più etichettarmi o rispondere alla domanda “che genere fai?” Per me questo è un disco felice, riesce a restituirmi questo impatto che rispecchia i miei gusti. Ho cercato di dare un filo conduttore dal punto di vista compositivo. L’ubiquità è anche culturale, con l’idea di aprirsi al diverso.

Come è andata la fase di produzione in generale? Ci sono anche tante diverse collaborazioni..

Questo disco è stato molto particolare perché abbiamo registrato da febbraio a giugno. Probabilmente dal punto di vista creativo il lockdown mi ha aiutata. Ci sono infatti collaborazioni con musicisti a cui forse non avrei mai pensato di contattare. Abbiamo registrato a distanza. Mio fratello Filippo Bubbico è il produttore del disco e insieme abbiamo lavorato al Sun Village studio, ovvero lo studio che abbiamo a casa nostra in campagna. Abbiamo ragionato fuori dalle logiche di mercato, cercando di puntare in alto, verso la qualità. Nel complesso, è un disco molto collettivo, ne sono felice. Credo molto nella cooperazione. Le tracce che abbiamo acquisito per comporre questo puzzle musicale derivano da varie parti del mondo. Paradossalmente si è abbattuta la distanza, ma non si è persa la cura per l’ascolto, nonostante non stessimo fisicamente vicino.

Il brano “Amore infinito” vede la collaborazione di Nando di Modugno, un chitarrista classico. Com’ è andata la composizione di questo brano?

Ho coinvolto Nando in questo brano che è un po’ un omaggio al Brasile. Mi sono trovata molto bene, lui è una persona molto accogliente ed è un musicista straordinario, di grande sensibilità. Sapevo che prima o poi l’avrei contattato. Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con la chitarra, anzi, un amore a distanza. Non l’avevo mai inserita in un mio disco. Io stessa mi sono avvicinata allo strumento e incredibilmente alcuni pezzi li ho scritti alla chitarra. È nato dunque “Amore Infinito”, che è una sorta di preghiera di un padre che dichiara a sua figlia amore eterno. La produzione è avvenuta di persona. È stato divertente, in quel momento stare insieme è apparso ancora più prezioso.

Sei anche docente di conservatorio. Dunque, cosa ti senti di consigliare a un giovane che vuole intraprendere una carriera da musicista?

Consiglierei di non comporre necessariamente musica propria, a meno che non si abbia una vocazione. La musica si può vivere sotto tantissimi aspetti, ognuno deve proseguire ciò che lo fa stare bene. In questo lavoro spesso ci si impone dei ruoli che non si addicono alla persona. E invito ogni aspirante musicista a cercare la propria vocazione. Inoltre, consiglio di conservare la propria autenticità, che  fondamentale e mai scontato.

Mi racconti un aneddoto della tua carriera?

Mi viene in mente il viaggio in Giappone, quando sono andata a suonare a Tokyo. È stato un confronto con una cultura e un modo di porsi molto diverso dal nostro. Sono affascinata dalla diversità umana e ovviamente l’esperienza del viaggio è l’emblema del confronto. È stata un’esperienza quasi mistica, ecco cosa mi viene da raccontare in questo momento.

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Interviste

Altarboy e Levante insieme su Netflix: intervista al duo romano

Antonella Valente

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Gli Altarboy muovono i loro primi passi in una Roma anni ’80, fatta di riscoperte ed esplorazioni musicali dall’hip hop all’elettronica fino alla musica house. Al tempo però il progetto non era ancora nato. C’era solo una forte amicizia – che dura ancora ora – tra Attilio Tucci e Sergio Picciaredda, due ragazzi sedicenni che passavano i loro pomeriggi a registrare nastri dentro le cantine dei Parioli.

Oggi quei ragazzi sono cresciuti e nel corso della loro carriera a partire dal 2010 – anno della fondazione degli Altarboy – hanno sfornato una decina di dischi tra cui “Way beyond” contenente “Blow” e “You on me”, scelti per la colonna sonora della serie “Baby” prodotta da Netflix. A questi, però, si è aggiunto anche “Vertigine” il brano realizzato insieme a Levante, permettendo loro di consolidare la collaborazione con la produzione della serie Netflix.

“Vertigine” è il vostro ultimo singolo realizzato insieme a Levante per la serie Netflix “Baby”. Come è nata questa collaborazione?

L’idea di “Vertigine” è nata negli studi di Fabula Pictures insieme al produttore della serie di “Baby” Marco De Angelis. Noi eravamo già parte della colonna sonora delle prime due stagioni con quattro singoli (“Blow -You on Me” – “Keep it on Your Mind” – “Tonight”) e per la terza, quella finale, Marco aveva bisogno di qualcosa di eccezionale, così ha pensato che avrebbe potuto funzionare e unire un duo indie dal suono internazionale come noi con una artista italiana già molto affermata come Levante. Come dargli torto! La colonna sonora di “Baby” resta una delle più riuscite in assoluto.

Levante è una delle cantautrici più seguite nel panorama musicale attuale, com’è stato lavorare con lei?

Il brano è stato praticamente prodotto durante il lockdown per cui non ci siamo mai incontrati fisicamente. Lavorare con lei comunque è stato molto stimolante poiché abbiamo avuto la prova di quello che abbiamo sempre pensato cioè che Levante è un’artista che arriva direttamente alle persone ma in modo assolutamente originale, mai scontato e sapevamo che questo connubio avrebbe funzionato e il successo che sta riscuotendo “Vertigine” ne è una conferma.

Gli Altarboy nascono ufficialmente nel 2010, ma l’amicizia tra Attilio e Sergio va oltre questa data. Quando vi incontrate per la prima volta?

Siamo amici dai tempi della scuola e abbiamo sempre condiviso una grande passione per la musica poi siamo stati bravi a farlo diventare un lavoro realizzando il nostro sogno.

YouTube Music vi considera tra i 50 artisti che hanno dettato il suono del 2019, è così?

A quanto pare sì. Il nostro suono è come il nostro marchio di fabbrica ciò che ci identifica, quello che quando qualcuno sente un brano senza sapere chi è dice: “Altarboy”. Il 2020 ne è stata la conferma.

Cosa vi aspettate per il vostro futuro musicale? Durante il lockdown avete avuto modo di pensare ad altri progetti?

Stiamo lavorando ad un secondo album e a nuove collaborazioni sulla scia di “Vertigine”, quindi mettete l’orecchio sul binario che arriverà tanta nuova bella musica!

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Interviste

L’Avvocato Dei Santi: “essere me stesso è la mia più grande ambizione”

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana

Michela Moramarco

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L'Avvocato Dei Santi

L’Avvocato Dei Santi racconta il suo nuovo singolo “Luci Accese”

L’Avvocato Dei Santi, al secolo Mattia Mari, è un musicista romano eclettico e innovativo.

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana. Difficile definirlo in un genere. Potremmo azzardarci a dire che la sua musica è un genere a sé.

L’Avvocato dei Santi. Questo nome rende la domanda obbligatoria: a cosa si deve questa scelta?

L’Avvocato Dei Santi è una figura del mondo ecclesiastico, si occupa delle pratiche di canonizzazione. È un personaggio che ho incontrato davvero quando avevo diciotto anni. Lavoravo in un ristorante vicino Città del Vaticano e spesso arrivavano personalità legate a questo mondo, tra cui una figura che mi era apparsa sin da subito molto rispettabile. Chiesi a un mio collega chi fosse. “E’ l’avvocato dei Santi”, disse. Mi rimase impresso e pensai che sarebbe potuto diventare il nome di un mio progetto musicale. Inoltre penso che sia adatto come nome a rappresentare quello che faccio: un po’ misterioso, mistico, oscuro.

L’Avvocato Dei Santi è un genere musicale a sé. Un po’underground, un po’ cantautorale. Quali sono le tue influenze musicali?

Essere me stesso è la mia più grande ambizione, quindi grazie. Tra le mie influenze c’è molto dei miei ascolti del passato: dai Led Zeppelin a Battisti, per parlare di classici. Ad oggi ci sono cose alla “Arcade Fire” e simili.

“Luci accese” è il nuovo singolo

“Luci accese” è un brano che inizia un po’ cupo, poi si accende. Com’è nato? Cosa vuoi raccontare?

Si, a me piace dire che il brano si apre, come le braccia che si allargano per prendere un pezzo di vita. Credo di aver portato all’estremo l’elemento che caratterizza le mie canzoni, l’esperimento tra ombre e luce. Sono contento del risultato. L’ho scritto durante il lockdown. Volevo fare qualcosa che potesse rimanere nel tempo. Cesare mi ha mandato la base di batteria e in circa due giorni avevo chiuso il pezzo. Mi sono confrontato con Enrico Lupi (fiati; La Rappesentante di Lista, ndr) e con Carmine Iuvone (archi; Tosca, Motta, ndr); ognuno ha registrato le sue parti ed è nato “Luci Accese”.

Questo brano anticipa qualcosa?

In realtà penso che tutti i miei brani anticipino qualcosa. È un percorso. Sto indicando la strada a chi vuole seguirmi, per arrivare a qualcosa di più ampio. Sono un po’ perfezionista e questo disco uscirà quando sarò del tutto soddisfatto. Ho tante ipotesi. La situazione del mercato musicale non è delle migliori. Non poter promuovere un album dal vivo sarebbe un buco nell’acqua. Quest’inverno non uscirà il mio disco. Qualche singolo forse sì.

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