Connect with us

Interviste

Viaggio nell’opera di Mauro Boselli, padre del fumetto italiano

Un’intervista esclusiva per ripercorrere le orme del grande Mauro Boselli, tra i più amati fumettisti italiani

Riccardo Colella

Published

on

In Italia se dici fumetto dici Bonelli. Senza timore di essere smentiti o far torto ad altri, che pure onorano egregiamente il nome del fumetto italiano, abbiamo incontrato quello che, in occasione dell’uscita dell’ultimo Maxi Tex di ottobre, è diventato lo scrittore più prolifico della storica casa editrice milanese. Mauro Boselli è, infatti, colui che, nel corso degli anni e per larga parte ha contribuito alla realizzazione di meravigliose avventure di straordinari personaggi come Zagor, Mister No, Dampyr e, soprattutto, Tex Willer e i suoi pard.

Partiamo da un assioma: Mauro Boselli è uno che di fumetti ne sa. “Scoperta dell’acqua calda”, direte voi. Forse. Ma quando si parla di eccellenze, è sempre il caso di sottolinearlo. Persona di grande disponibilità e competenza, sciolti i primi convenevoli è in grado di metterti a proprio agio e parlare per ore. Ne è scaturita un’interessante riflessione sulle origini del fumetto e i progetti presenti e futuri della Sergio Bonelli Editore, passando per un parallelismo tra il mondo del fumetto italiano e quello americano, per arrivare all’attuale situazione dei lettori in Italia.

Ti faccio i complimenti per l’importante traguardo raggiunto recentemente: con l’uscita de “I tre fratelli Bill”, infatti, sei diventato lo scrittore più prolifico di Casa Bonelli, superando anche il mitico Gianluigi. È un’eredità pesante… come ci si sente?

Mi sento emozionato, ma anche un po’ in imbarazzo perché Gianluigi Bonelli  è stato il mio maestro, come è stato il maestro di tutti coloro che fanno fumetto d’avventura in Italia, in quanto decano del fumetto italiano. Ha cominciato a sceneggiare fumetti negli anni ’30, praticamente nell’epoca d’oro dei fumetti, e sono convinto che, in realtà, abbia scritto molto di più di quanto risulti… rimarrà sempre davanti a me: questo è un dato di fatto.

Come nasce la passione di Boselli per la scrittura e la sceneggiatura? Ci sono state letture, film o storie in generale che ti hanno ispirato?

Il fatto che io volessi scrivere, fin da ragazzo, era scontato. Inventavo ogni genere di storie e le raccontavo ai miei sfortunati amici. Ho conosciuto Gianluigi Bonelli da bambino e, dopo la scuola, l’università e mille lavori in altri campi, in un periodo difficile della mia vita ho cominciato a fargli da assistente. Sono poi stato assunto dal figlio Sergio nella Casa editrice e, infine, dopo una lunga gavetta da redattore factotum, ho iniziato a scrivere e curare alcune collane. Per quanto riguarda le mie letture, ho diverse librerie in diverse stanze, in diversi appartamenti, e tutte strapiene. Ho librerie dappertutto. Di libri ne leggo almeno cinque o sei contemporaneamente.

Come si sviluppa il rapporto tra sceneggiatore e disegnatore? È sempre tutto rose e fiori o possono esserci delle incomprensioni?

È evidente che ci siano degli autori con cui si collabori meglio ma non perché siano più bravi. Semplicemente perché c’è maggiore sintonia. Quindi ci sono autori con i quali mi sono sempre inteso al primo colpo, salvo rarissime eccezioni, e qualcuno con cui faccio un po’ più di fatica ad ottenere ciò che voglio. Ciò non toglie che, a volte, il risultato sia lo stesso ottimale. Bisogna solo lavorare un po’ di più. Per non far torto agli altri, posso citare uno che non c’è più: Carlo Raffaele Marcello, con cui ho scritto  le mie prime storie importanti di Tex e Zagor. Con lui eravamo in sintonia totale. Era un grande artista e credo che, insieme a me, abbia realizzato alcune delle sue opere più belle e sicuramente le più belle dell’ultimo periodo della sua vita.

Ad inizio anno era prevista l’uscita del primo film del Bonelli Cinematic Universe, quello su Dampyr. Poi è slittato ma, col periodo che è non dei migliori, dovremmo quasi esserci. Come mai la scelta è caduta su Dampyr che è un personaggio relativamente giovane, e non su uno dei mostri sacri della Bonelli come Dylan Dog o Tex?

Si è fatta avanti la casa produttrice Brandon Box perché appassionati di Dampyr. Hanno portato l’idea di produrre un film sul personaggio mio e di Maurizio Colombo a Vincenzo Sarno, che è il capo del nostro ufficio sviluppo, reparto creato appositamente dalla Casa editrice per occuparsi di cinema e tutto quello che non è il classico albo a fumetti. Io e Maurizio abbiamo dato l’ok, sapendo che la Bonelli come Casa editrice detentrice dei diritti mantiene comunque un controllo sulla produzione.

È importante che nella trasposizione cinematografica di un fumetto, si tenga conto degli ideatori e degli sceneggiatori. Negli USA per The Boys e Preacher c’è stata la supervisione e la consulenza di Garth Ennis, ad esempio. Di Dylan Dog avevano già fatto un film, ma non credo fosse ufficiale o sbaglio?

Ma non è che non fosse ufficiale; semplicemente i diritti erano stati ceduti e la casa produttrice aveva fatto ciò che voleva, senza possibilità da parte di Sclavi o della Bonelli di intervenire creativamente. Nel caso di Dampyr, invece, ho mantenuto il controllo, come rappresentante della Casa editrice, e ho detto la mia sulla sceneggiatura, strettamente basata sulla storia mia e di Maurizio Colombo dei primi due numeri. Spero che la situazione del mondo cinematografico migliori dopo questa pandemia e che Dampyr sul grande schermo sia un successo. In ogni caso di parla già di un sequel o due… Ci stiamo pensando. Vedremo!

A proposito di USA, a livello generale, i protagonisti dei fumetti americani sono per lo più Supereroi o persone comunque dotate di poteri o abilità straordinarie. Nel panorama italiano, invece, salvo qualche rara eccezione, i protagonisti sono generalmente individui comuni (Tex, Dylan Dog, Zagor, Dragonero) a cui capitano avventure particolari. Credi ci sia una differenza di fondo tra le due culture o è un caso?

In realtà, il fumetto italiano nasce da quello americano. Ma non da quello dei supereroi, bensì da quello che c’era prima: da quello americano dell’epoca d’oro degli anni ’20-’30…ossia L’uomo mascherato, Mandrake, Flash Gordon, Terry e i pirati, Rip Kirby, Tarzan, il Principe Valiant… Sono i fumetti che influenzarono autori e lettori degli anni ’30, come narra Eco ne “La misteriosa fiamma della regina Loana”, quindi anche Gianluigi e Sergio Bonelli. I nostri sogni, sono basati sul periodo d’oro del fumetto avventuroso. Indiana Jones è più vicino a noi dell’Uomo Ragno. C’è quasi una discendenza riconoscibile, per cui Zagor è il figlio naturale di Tarzan o Mister No di Johnny Hazard e così via. C’è un legame diretto. Sergio Bonelli apprezzava gli eroi umani: Mister no, Zagor, Tex non hanno superpoteri. Anche Dampyr, pur avendo strani poteri essendo solo per metà umano, non è un supereroe.

Sempre a proposito del mondo del fumetto sia italiano che americano, anche dati alla mano, è ovvio che non siamo più nell’epoca della Golden Age ma è ancora un mercato florido? C’è un futuro roseo per i fumetti soprattutto in Italia?

Noi andiamo ancora molto bene grazie a Tex e Dylan Dog soprattutto. Ma come si può rispondere positivamente a questa domanda, vedendo che i ragazzi non leggono più e leggono soprattutto i cellulari?

Proprio in relazione ai nuovi lettori, la serie Tex Willer pare abbia dato nuova linfa vitale a un Tex che comunque ha sempre tenuto botta, anche dopo 72 anni. Parliamo di una testata che ha un livello di dettaglio incredibile, quasi da graphic novel. Inizialmente in molti erano dubbiosi, vista la longevità dello stesso Tex. I fatti, però, stanno dimostrando che questa nuova serie ha avuto il pregio non solo di consolidare i “vecchi” lettori, ma anche di avvicinare le nuove generazioni, a un filone (quello western) non proprio di grande interesse per i ragazzi. Contribuisce il fatto che nei fumetti made in USA ci sia una continuity molto serrata mentre in Italia, a parte ad esempio Dragonero o Dampyr, questa non sia rigidissima e, sostanzialmente, c’è possibilità di iniziare in qualsiasi momento?

Be si, grazie a Brindisi, De Angelis e gli altri autori che fanno un gran lavoro e ti dirò che sei molto ottimista, e per questo ti ringrazio. (ride) Più che le nuove generazioni, direi “alcune” delle nuove generazioni: quei pochi, o pochissimi, che non solo leggono, ma anche che sanno leggere. Io sono molto pessimista sullo stato della cultura in Italia e su come la scuola stessa prepari i ragazzi alla lettura… Una volta, in una classe normale degli anni ’60-’70, tutti i ragazzi leggevano fumetti e qualcuno leggeva dei libri. Adesso è raro trovarne. Se pensiamo ai fasti di Harry Potter, parliamo di venti anni fa. I bambini che leggevano Harry Potter sono già quasi adulti. Ad oggi, a parte “La Schiappa” che comunque è un fenomeno di nicchia, non vedo altri grandi successi. Persino il Cinema oggi soffre. Per il discorso della continuity, dipende dalla serie. In Tex è molto limitata, Dampyr, invece ha una continuity serratissima.

Quali sono i fumetti preferiti di Boselli e quali legge attualmente?

Leggo sempre i vecchi classici: sto rileggendo tutta la collezione del Principe Valiant che viene ripubblicata da una casa editrice americana, ho comprato l’integrale del Tarzan di Russ Manning e, per la terza volta, sto rileggendo Terry e i pirati di Milton Caniff e ora sono al 1944. Rileggo sempre i classici e molto spesso le storie di Paperino di Carl Barks che sono formidabili. I fumetti più belli del mondo sono proprio quelli di Carl Barks.

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

Interviste

#TWOF1: “Tra presente e futuro, a tu per tu con Pino Quartullo”

Redazione

Published

on

Nella settimana di festeggiamenti per il primo compleanno di The Walk Of Fame, Pino Quartullo, attore, sceneggiatore, regista e artista a tutto tondo, si è concesso ai nostri microfoni per un’intervista esclusiva. Un viaggio all’interno di una carriera ricca di soddisfazioni e momenti indimenticabili. Dall’incontro con Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo“, a quello con Monica Vitti e Gigi Proietti del quale è stato anche allievo.

L’importanza di investire nel teatro e nella cultura hanno tenuto banco fra un aneddoto e un ricordo. Il doppiaggio di Jim Carrey in “The Mask“, i primi spettacoli di varietà televisivo, la collaborazione con Lino Guanciale, sono solo altri episodi narrati e descritti nel corso dell’intervista in allegato.

Continue Reading

Interviste

#TWOF1: 40 anni di giornalismo rock con Federico Guglielmi

Redazione

Published

on

Una passione lunga tutta una vita, elevata a lifestyle e occupazione principale. Il sacro verbo del rock’n’roll, nelle mani di Federico Guglielmi, tra i giornalisti di settore più autorevoli e apprezzati in Italia, è al sicuro e in ottime mani. Nell’intervista esclusiva rilasciata a The Walk Of Fame in occasione del primo compleanno del magazine, Guglielmi ha ripercorso le tappe salienti di 40 anni di giornalismo rock.

Continue Reading

Interviste

I Punkreas sono più forti della pandemia: l’intervista tra passato e futuro

“La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”

Federico Falcone

Published

on

Il 2020 è stato un anno nero per la musica, tanto in chiave live vista l’impossibilità di portare avanti un certo tipo di concerti, quanto in studio di registrazione, a causa della difficoltà, in più momenti, di vedersi per comporre e registrare. Proviamo solo a pensare al senso di smarrimento degli esponenti di un certo tipo di musica, quella che fa dell’adrenalina, del coinvolgimento fisico e della necessità di scatenarsi sotto a un palco l’anima dei propri show.

“Il distanziamento sociale si dichiara colpevole, vostro onore. Ma ammette di non aver agito da solo”

Il pubblico è parte integrante dello stesso, non un contorno. Come si può restare impassibili, inerti, statici, mentre si prende parte a un concerto punk/hc oppure heavy metal o rock più in generale? Pogare, quanto di più caro a un fan, è stato a larghi tratti proibito. Troppo alto il rischio di contagio. Per non parlare, poi, di quelle poche sale al chiuso che dopo il lockdown hanno riaperto vedendo più che dimezzata la propria capienza e prevedendo, inoltre, un rigido distanziamento. Anche quando tutto sembrava volgere al meglio, come in estate.

I concerti all’aperto sono stati tanti, ma tutti sottoposti a una rigida sorveglianza.

E tutti sono stati diversi.

Una fase di passaggio, quella estiva, che ci aveva illusi di un ritorno alla normalità.

E ora, cosa accade? Prende piede il paradosso di sperare di poter rivivere quanto vissuto in estate, cioè il “meglio poco che niente“. L’Italia è stretta tra la morsa di una seconda ondata che in alcune regioni si sta rivelando devastante e una crisi economica ben più gravosa di quella del 2008. Ad ora, quindi, neanche il poco è concesso.

Ma c’è chi lotta, chi non si rassegna, chi prova ad andare avanti contro tutto e tutti. Chi, insomma, reagisce e non abbassa la testa. Come i Punkreas.

“Un anno nero certamente lo è stato. Per molti è stato anche l’anno zero, per altri un anno di transizione. Ma adesso è un disastro, non se ne esce. Ci sono categorie particolarmente colpite che vedono svanire i sacrifici di una vita”, dichiara Gabriele “Paletta” ai nostri microfoni. Lui, con Angelo “Cippa” e Paolo “Noyse” ha dato il via alla band nel 1989. Quest’anno ricorrevano i primi 30 anni di vita del gruppo che nel dicembre del 1990 dava alle stampe la demo “Isterico“. E tutto era pronto per una festa lunga dodici mesi, tra concerti elettrizzanti, ricordi e raduni con amici di vecchia e nuova data. Una grande famiglia che avrebbe voluto, e dovuto, tributare i Punkreas, band di punta della scena punk italiana.

Quale migliore occasione per festeggiare con un tour celebrativo una carriera lunga e ricca di soddisfazioni?

E quale peggior scherzo del destino se non quello di una pandemia che lo ha impedito?

E pensare che l’anno era iniziato alla grande: un disco per ripercorrere l’intera carriera (XXX – 1989-2019: The Best) e una festa di compleanno clamorosa (il 25 gennaio all’Alcatraz di Milano). Da “Acà Toro” a “Disgusto totale“, dalla “Canzone del Bosco” a “Voglio Armarmi” fino all’ultimo singolo, “Sono Vivo“: tutto era allineato per dare fuoco agli amplificatori e scatenare stage diving e furore sotto al palco. Dopo il 25 gennaio tutto è cambiato e i primi casi di contagio da covid 19 a Codogno e Vò Euganeo hanno fatto calare il sipario sulla live music in Italia.

Prime chiusure, fuga di treni tre le regioni e tutti a casa senza potersi allontanare per più di 200 metri.

Appena passata la primavera, suddivisa tra Fase 1 e Fase 2, i Punkreas sono tornati in pista, con un nuovo show, riadattato per l’occasione. Il trio storico per portare avanti un concerto storico, in chiave acustica. Un rialzare la testa tipico dei grandi, di coloro che vivono di passione e per coloro che, invece, vivono di lavoro. Perché la musica è un lavoro e chi di essa campa è rimasto fermo al palo. I più fortunati hanno ottenuto qualche bonus e alcuni ristori. I più fortunati, appunto. Aspetto, questo, che ha ulteriormente convinto Paletta e soci a organizzare un tour estivo per festeggiare ugualmente i 30 anni di carriera.

Ci siamo dovuti adattare al momento con una tournée organizzata dal niente. Abbiamo totalmente rimodulato il tour e i canoni stilistici precedentemente previsti per dare vita a uno spettacolo più coerente con il momento storico”, spiega Paletta. “Abbiamo previsto il racconto di una serie di aneddoti dal 1989 a oggi, tutti divertenti proprio per sorridere e rallegrarci, che non fa male. Abbiamo raccontato il nostro percorso e anche i momenti più esaltanti, come il concerto di spalla ai Rage Against The Machine o l’incontro con Joe Strummer. Ma anche di quando la mattina andavamo a scuola e la sera, invece, a suonare in giro”.

La musica è una medicina per far sorridere la gente. Ai nostri concerti c’è assembramento, ovviamente, e ciò adesso non può esserci, come non poteva esserci in estate. L’acustico è stato interessante e soddisfacente, abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Se siamo invecchiati? Non lo so, anzi, direi che negli ultimi dischi abbiamo ripreso un po’ lo sprint che avevamo all’inizio. Suoniamo sempre quello che ci piace fare. Come un buon vino, siamo invecchiati bene”.

Come in tutte le storie trentennali, ci sono stati momenti esaltanti e momenti anche negativi.

“I primi anni era bello poter andare in giro per ogni regione italiana, tra i vari centri sociali. Erano momenti di aggregazione dove la gente veniva senza neanche conoscerti, adesso i posti non ci sono più e le band emergenti – ce ne sono molte interessanti – non hanno la possibilità di esibirsi. I grandi festival erano il top, come l’Heineken Jammin’ dove suonarono, appunto, i RATM davanti a 60mila persone. Ricordi negativi? Il G8 di Genova, ma sicuramente anche questo anno che è passato. Abbiamo iniziato la tournée con un sold out all’Alcatraz e il giorno dopo è crollato tutto, non abbiamo più potuto fare niente. E’ stato l’anno più brutto“.

Non riuscire suonare dal vivo è un disastro e se il web ha ridotto le distanze è anche vero che la musica è fatta per essere suonata di fronte a un pubblico. La tecnologia non può sopperire a tutto. Non è questione di essere parte della vecchia scuola, ma di sapere esattamente cosa vuol dire il brivido di un concerto. La nostra attitudine è sempre stata quella, l’unica cosa che sappiamo fare è mandare messaggi per fare riflettere. La scena, da un punto di vista concettuale, si è impoverita. Per quanto riguarda il nostro pubblico c’è sempre una super attenzione. In generale devo ammettere che i contenuti sono sempre di meno”. Le etichette ancora decidono cosa pubblicare. Ancora oggi le lobby decidono cosa pubblicare”.

Una storia vecchia, quella del mercato discografico spesso ottuso e incapace di andare oltre al trend del momento. Come storia vecchia è il rapporto tra musica e politica. Le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti sono state tra le più seguite (e votate) della storia.

“Con le lobyy di mezzo escono fuori sempre voti dell’ultimo momento, ma peggio di Trump non si poteva fare. Ne ero già consapevole prima, e lo sono tutt’ora. In otto anni Obama ha fatto una fatica strepitosa per la sanità e per accorciare la distanze tra le classi sociali. Poi è arrivato Trump e ha di fatto azzerato – se non riportato gli States ancora più indietro – quanto fatto dal suo predecessore”.

E’ stato l’anno più brutto. Ma è il momento di guardare avanti.

Nuovi obiettivi da porsi e nuovi traguardi da raggiungere.

Il momento di tornare alla normalità arriverà.

Questa pandemia, come ha avuto un inizio avrà una fine e la voglia di scatenarsi sotto a un palco sarà più viva che mai.

“Avevamo in cantiere la tournée e da lì vogliamo ripartire. E’ stata preparata bene. Per quanto riguarda la nostra musica: abbiamo buttato giù altre idee e diverse nuove canzoni. L’idea è quella di fare uscire qualcosa di nuovo come regalo ai nostri fans. La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”. Come dargli dargli torto.

Continue Reading

In evidenza