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Interviste

Valentina Bertuzzi, la regista romana che rilancia l’horror italiano

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano

Alberto Mutignani

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Si è da poco conclusa l’ultima edizione dell’Apulia Horror Festival, che ha visto vincitore “Delitto Naturale” di Valentina Bertuzzi come miglior cortometraggio, in una selezione di 15 film da tutto il mondo. L’Apulia Horror Festival è però solo una delle numerose tappe nel viaggio che il corto horror della Bertuzzi sta percorrendo dentro e fuori dall’Italia, addirittura oltreoceano dove è candidato al San Diego Italian Film Festival.

Scritto dalla stessa Valentina Bertuzzi assieme alla sorella Francesca, e interpretato da Alida Baldari Calabria (Dogman, Pinocchio), Olivia Magnani (Le conseguenze dell’amore, Tutti i soldi del mondo) e Cecilia Scifoni, “Delitto Naturale” racconta l’avventura di Aida, una bambina alla ricerca della sua migliore amica, Lola, misteriosamente scomparsa tra i corridoi della propria scuola, probabilmente popolati da presenze maligne.

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano.

Delitto Naturale sta vincendo premi importanti in Italia e all’estero. È il tuo primo lavoro con un riscontro internazionale?

A dire il vero no. L’ultimo lavoro prima di Delitto Naturale era una web-serie, “Ghost Cam”, girata interamente in inglese, che ha vinto a Vancouver e addirittura a Seoul. In Italia non ha avuto molto seguito, ma all’estero abbiamo fatto un bel giro di festival.

E mi pare di capire che c’è un’idea di partenza molto diversa dal tuo ultimo lavoro

L’idea iniziale era un progetto interattivo. Io e Andrea Natella, di Guerriglia Marketing, abbiamo creato dei profili Facebook fittizi, dei veri e propri personaggi virtuali con le loro storie, le loro identità. Dopodiché abbiamo iniziato a postare sui loro profili alcuni self-tape, quelli presenti nel corto, e questa cosa ha avuto subito grande seguito, soprattutto grazie al pubblico più giovane. È stato divertente.

Delitto Naturale è un horror più tradizionale, ma è un bel passo avanti…

Lì c’è stata una vera e propria orchestrazione, abbiamo messo su una squadra di gente che lavora da anni nel cinema, Ferran Paredes Rubio per la fotografia, Paola Freddi al montaggio, Paki Meduri come scenografo e tanti altri. Sono persone che hanno un profondo rispetto per questa forma d’arte, e credo che questo nei festival sia stato molto apprezzato. Abbiamo fatto attenzione al suono, soprattutto, perché fosse olofonico, avvolgente.

Guardando il corto mi è venuto in mente “Stand by me”: il superamento dei limiti infantili e il trauma della crescita attraverso la paura, l’orrore. È giusto dire che “Delitto Naturale” è anche una storia di formazione?

Assolutamente sì, e sono contenta che si sia notato. È una storia fortemente ispirata ai romanzi di formazione, però in chiave horror. Una scelta decisiva per la lavorazione è stata non far leggere mai ai bambini la sceneggiatura. Io davo delle linee guida, ma nessuno sapeva mai il destino della protagonista, neppure la protagonista stessa. Per loro era una sorta di caccia al tesoro.

L’anno scorso è uscito “The Nest” di Roberto De Feo. Si è parlato molto di nuovo horror italiano, tu l’hai visto?

Sì, l’ho visto e mi è piaciuto. Sono contenta che il cinema italiano si stia aprendo in questo senso. Noi abbiamo fortemente bisogno di alzare l’asticella della qualità, e questi film formalmente molto curati, con delle grandi produzioni alle spalle, possono entrare nei circuiti giusti e fare la differenza.

In America stanno riscoprendo il folk horror, una paura rurale su cui l’Italia potrebbe osare molto. Perché all’estero ci riescono e noi ci proviamo appena?

Forse una scarsa autostima. In Italia siamo troppo autocritici, mentre a volte le serie italiane sono anche più belle di quelle americane. Non dovremmo buttarci giù così, dovremmo essere più consapevoli delle nostre possibilità e crederci maggiormente. E poi l’horror deve fare paura, noi qui siamo troppo abituati a mettere il dramma ovunque. In passato abbiamo venduto come horror prodotti che poi hanno puntualmente deluso le aspettative.

Quando scrivi i tuoi film guardi certamente ai grandi maestri del passato. Ma c’è qualche nuovo autore da cui ti piace sbirciare?

Sì, certo. Per esempio, ho adorato “It Follows” di David Robert Mitchell. Ha creato un immaginario importante, mi ha stimolato moltissimo. Lui poi ha avuto la fortuna di potersi produrre da solo e mettere su un film stupendo, anche dal punto di vista visivo.

Cosa ti spaventa?

Domanda difficile. Può sembrare banale, ma mi fanno paura gli oggetti fuori posto. Quando esci di casa, poi torni e c’è un oggetto che non è dove lo avevi lasciato. Sai che c’è qualcosa che è fuori controllo, ma non sai esattamente cosa.

Dopo i corti, stai pensando a qualche lungometraggio?

Sì, sto lavorando a due film, entrambi horror: uno sarà psicologico e l’altro sovrannaturale. Sono due progetti a cui tengo moltissimo. Sto lavorando anche a una serie, sempre di genere horror.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

Interviste

Carolina Bubbico: “Vi presento il mio disco “felice”. Ai miei studenti? Consiglio di essere autentici”

Michela Moramarco

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Carolina Bubbico giunge al suo terzo album di inediti con “Il dono dell’ubiquità”

Cantante, pianista, arrangiatrice e direttrice d’orchestra, Carolina Bubbico ha un’idea della musica molto eterogenea. In questo suo nuovo progetto discografico esplora varie attitudini e sonorità, a volte sorprendenti e di certo ricche di sfumature. “Il dono dell’ubiquità” non si va a incastonare in nessun genere musicale preciso. Ed è questa l’essenza per poterlo ascoltare, liberi da ogni sterile collocazione.

Abbiamo parlato con Carolina Bubbico.

“Il dono dell’ubiquità” è un titolo d’impatto. Complessivamente, cosa vuoi raccontare?

Sicuramente voglio dare l’idea dell’ubiquità in senso musicale. Mi sono auto-dichiarata ubiqua poiché mi piacciono cose diverse, non voglio più etichettarmi o rispondere alla domanda “che genere fai?” Per me questo è un disco felice, riesce a restituirmi questo impatto che rispecchia i miei gusti. Ho cercato di dare un filo conduttore dal punto di vista compositivo. L’ubiquità è anche culturale, con l’idea di aprirsi al diverso.

Come è andata la fase di produzione in generale? Ci sono anche tante diverse collaborazioni..

Questo disco è stato molto particolare perché abbiamo registrato da febbraio a giugno. Probabilmente dal punto di vista creativo il lockdown mi ha aiutata. Ci sono infatti collaborazioni con musicisti a cui forse non avrei mai pensato di contattare. Abbiamo registrato a distanza. Mio fratello Filippo Bubbico è il produttore del disco e insieme abbiamo lavorato al Sun Village studio, ovvero lo studio che abbiamo a casa nostra in campagna. Abbiamo ragionato fuori dalle logiche di mercato, cercando di puntare in alto, verso la qualità. Nel complesso, è un disco molto collettivo, ne sono felice. Credo molto nella cooperazione. Le tracce che abbiamo acquisito per comporre questo puzzle musicale derivano da varie parti del mondo. Paradossalmente si è abbattuta la distanza, ma non si è persa la cura per l’ascolto, nonostante non stessimo fisicamente vicino.

Il brano “Amore infinito” vede la collaborazione di Nando di Modugno, un chitarrista classico. Com’ è andata la composizione di questo brano?

Ho coinvolto Nando in questo brano che è un po’ un omaggio al Brasile. Mi sono trovata molto bene, lui è una persona molto accogliente ed è un musicista straordinario, di grande sensibilità. Sapevo che prima o poi l’avrei contattato. Ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con la chitarra, anzi, un amore a distanza. Non l’avevo mai inserita in un mio disco. Io stessa mi sono avvicinata allo strumento e incredibilmente alcuni pezzi li ho scritti alla chitarra. È nato dunque “Amore Infinito”, che è una sorta di preghiera di un padre che dichiara a sua figlia amore eterno. La produzione è avvenuta di persona. È stato divertente, in quel momento stare insieme è apparso ancora più prezioso.

Sei anche docente di conservatorio. Dunque, cosa ti senti di consigliare a un giovane che vuole intraprendere una carriera da musicista?

Consiglierei di non comporre necessariamente musica propria, a meno che non si abbia una vocazione. La musica si può vivere sotto tantissimi aspetti, ognuno deve proseguire ciò che lo fa stare bene. In questo lavoro spesso ci si impone dei ruoli che non si addicono alla persona. E invito ogni aspirante musicista a cercare la propria vocazione. Inoltre, consiglio di conservare la propria autenticità, che  fondamentale e mai scontato.

Mi racconti un aneddoto della tua carriera?

Mi viene in mente il viaggio in Giappone, quando sono andata a suonare a Tokyo. È stato un confronto con una cultura e un modo di porsi molto diverso dal nostro. Sono affascinata dalla diversità umana e ovviamente l’esperienza del viaggio è l’emblema del confronto. È stata un’esperienza quasi mistica, ecco cosa mi viene da raccontare in questo momento.

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Interviste

Altarboy e Levante insieme su Netflix: intervista al duo romano

Antonella Valente

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Gli Altarboy muovono i loro primi passi in una Roma anni ’80, fatta di riscoperte ed esplorazioni musicali dall’hip hop all’elettronica fino alla musica house. Al tempo però il progetto non era ancora nato. C’era solo una forte amicizia – che dura ancora ora – tra Attilio Tucci e Sergio Picciaredda, due ragazzi sedicenni che passavano i loro pomeriggi a registrare nastri dentro le cantine dei Parioli.

Oggi quei ragazzi sono cresciuti e nel corso della loro carriera a partire dal 2010 – anno della fondazione degli Altarboy – hanno sfornato una decina di dischi tra cui “Way beyond” contenente “Blow” e “You on me”, scelti per la colonna sonora della serie “Baby” prodotta da Netflix. A questi, però, si è aggiunto anche “Vertigine” il brano realizzato insieme a Levante, permettendo loro di consolidare la collaborazione con la produzione della serie Netflix.

“Vertigine” è il vostro ultimo singolo realizzato insieme a Levante per la serie Netflix “Baby”. Come è nata questa collaborazione?

L’idea di “Vertigine” è nata negli studi di Fabula Pictures insieme al produttore della serie di “Baby” Marco De Angelis. Noi eravamo già parte della colonna sonora delle prime due stagioni con quattro singoli (“Blow -You on Me” – “Keep it on Your Mind” – “Tonight”) e per la terza, quella finale, Marco aveva bisogno di qualcosa di eccezionale, così ha pensato che avrebbe potuto funzionare e unire un duo indie dal suono internazionale come noi con una artista italiana già molto affermata come Levante. Come dargli torto! La colonna sonora di “Baby” resta una delle più riuscite in assoluto.

Levante è una delle cantautrici più seguite nel panorama musicale attuale, com’è stato lavorare con lei?

Il brano è stato praticamente prodotto durante il lockdown per cui non ci siamo mai incontrati fisicamente. Lavorare con lei comunque è stato molto stimolante poiché abbiamo avuto la prova di quello che abbiamo sempre pensato cioè che Levante è un’artista che arriva direttamente alle persone ma in modo assolutamente originale, mai scontato e sapevamo che questo connubio avrebbe funzionato e il successo che sta riscuotendo “Vertigine” ne è una conferma.

Gli Altarboy nascono ufficialmente nel 2010, ma l’amicizia tra Attilio e Sergio va oltre questa data. Quando vi incontrate per la prima volta?

Siamo amici dai tempi della scuola e abbiamo sempre condiviso una grande passione per la musica poi siamo stati bravi a farlo diventare un lavoro realizzando il nostro sogno.

YouTube Music vi considera tra i 50 artisti che hanno dettato il suono del 2019, è così?

A quanto pare sì. Il nostro suono è come il nostro marchio di fabbrica ciò che ci identifica, quello che quando qualcuno sente un brano senza sapere chi è dice: “Altarboy”. Il 2020 ne è stata la conferma.

Cosa vi aspettate per il vostro futuro musicale? Durante il lockdown avete avuto modo di pensare ad altri progetti?

Stiamo lavorando ad un secondo album e a nuove collaborazioni sulla scia di “Vertigine”, quindi mettete l’orecchio sul binario che arriverà tanta nuova bella musica!

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L’Avvocato Dei Santi: “essere me stesso è la mia più grande ambizione”

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana

Michela Moramarco

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L'Avvocato Dei Santi

L’Avvocato Dei Santi racconta il suo nuovo singolo “Luci Accese”

L’Avvocato Dei Santi, al secolo Mattia Mari, è un musicista romano eclettico e innovativo.

I suoi brani mescolano cantautorato e attitudine rock, collocando il progetto tra i più interessanti della scena underground italiana. Difficile definirlo in un genere. Potremmo azzardarci a dire che la sua musica è un genere a sé.

L’Avvocato dei Santi. Questo nome rende la domanda obbligatoria: a cosa si deve questa scelta?

L’Avvocato Dei Santi è una figura del mondo ecclesiastico, si occupa delle pratiche di canonizzazione. È un personaggio che ho incontrato davvero quando avevo diciotto anni. Lavoravo in un ristorante vicino Città del Vaticano e spesso arrivavano personalità legate a questo mondo, tra cui una figura che mi era apparsa sin da subito molto rispettabile. Chiesi a un mio collega chi fosse. “E’ l’avvocato dei Santi”, disse. Mi rimase impresso e pensai che sarebbe potuto diventare il nome di un mio progetto musicale. Inoltre penso che sia adatto come nome a rappresentare quello che faccio: un po’ misterioso, mistico, oscuro.

L’Avvocato Dei Santi è un genere musicale a sé. Un po’underground, un po’ cantautorale. Quali sono le tue influenze musicali?

Essere me stesso è la mia più grande ambizione, quindi grazie. Tra le mie influenze c’è molto dei miei ascolti del passato: dai Led Zeppelin a Battisti, per parlare di classici. Ad oggi ci sono cose alla “Arcade Fire” e simili.

“Luci accese” è il nuovo singolo

“Luci accese” è un brano che inizia un po’ cupo, poi si accende. Com’è nato? Cosa vuoi raccontare?

Si, a me piace dire che il brano si apre, come le braccia che si allargano per prendere un pezzo di vita. Credo di aver portato all’estremo l’elemento che caratterizza le mie canzoni, l’esperimento tra ombre e luce. Sono contento del risultato. L’ho scritto durante il lockdown. Volevo fare qualcosa che potesse rimanere nel tempo. Cesare mi ha mandato la base di batteria e in circa due giorni avevo chiuso il pezzo. Mi sono confrontato con Enrico Lupi (fiati; La Rappesentante di Lista, ndr) e con Carmine Iuvone (archi; Tosca, Motta, ndr); ognuno ha registrato le sue parti ed è nato “Luci Accese”.

Questo brano anticipa qualcosa?

In realtà penso che tutti i miei brani anticipino qualcosa. È un percorso. Sto indicando la strada a chi vuole seguirmi, per arrivare a qualcosa di più ampio. Sono un po’ perfezionista e questo disco uscirà quando sarò del tutto soddisfatto. Ho tante ipotesi. La situazione del mercato musicale non è delle migliori. Non poter promuovere un album dal vivo sarebbe un buco nell’acqua. Quest’inverno non uscirà il mio disco. Qualche singolo forse sì.

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