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Interviste

“Trasparenti” è il nuovo disco di Valentina Polinori: ecco i pensieri, le paure e le riflessioni della cantautrice romana

Valentina Polinori torna sulla scena musicale con “Trasparenti”, suo secondo album: la nostra intervista

Antonella Valente

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Valentina Polinori torna con un nuovo lavoro da lei interamente scritto -testi e musica- in cui la dolcezza e l’intimità si inseriscono nel giocoso movimento di sonorità elettroniche.

Si intitola “Trasparenti” il secondo disco della cantautrice romana che arriva a tre anni dal precedente “Mobili”, lavoro che la musicista ha portato a lungo in tour in tutta Italia, realizzando anche numerosi concerti di apertura, da Lo Stato Sociale a Galeffi, da Julie’s Haircut & Persian Pelicana Cristina Donà e Ginevra Di Marco.

Per la prima volta, Valentina Polinori realizza testi molto personali,che rivelano-in modo meno ermetico rispetto al primo disco -i pensieri dell’autrice, paure e riflessioni.

“Trasparenti” è il tuo secondo disco. Qual è la sua origine?
Prima del disco nascono i brani. E’ stato tutto molto naturale. Ho iniziato a scrivere alcuni pezzi dopo il primo album. Poi mi sono concentrata sui live fino all’estate del 2018 in cui ho ripreso a scrivere. Collaboravo anche con Alessandro Di Sciullo che poi è diventato anche il produttore artistico. Piano piano l’album ha preso forma, devo riconoscere che sono stata abbastanza prolifica.

Perchè hai scelto questo titolo?
In un brano del disco “Andiamo fuori” uso la parola “trasparenti” e ogni persona che ascoltava il brano mi chiedeva cosa significasse. Per me ha un significato importante, ha a che fare con la difficoltà di essere limpidi, di essere se stessi con gli altri, con la paura di nascondere le proprie insicurezze e difetti. Quindi ho pensato che potesse descrivere esattamente il mood del disco, in cui per la prima volta ho anche parlato di me in prima persona.

E’ stato difficile parlare di se stessi?
Un pochino sì, almeno per come sono fatta io. Sono socievole e solare però certe cose le tengo più nascoste. Parlare di sè ad un amico è un conto, all’interno di una canzone un altro. Però mi è venuto abbastanza spontaneo, sono rimasta fedele a me stessa e ho messo in musica le cose che avevo da dire.

In “Sembra un fiore” dici “la normalità mette a disagio”. Mi ha fatto pensare al momento che stiamo vivendo, in cui oscilliamo tra un isolamento forzato e la ricerca di una normalità che forse ci fa un pò paura…
Quella frase fa riferimento a delle abitudini sociali e a delle attività che si fanno ad una certa età, se sei un ragazzo o ragazza. Devo ammettere che a volte mi sento strana quando accade che molti fanno una determinata cosa e io invece non mi ci ritrovo. Chiaramente in questi giorni i brani stanno assumendo un significato anche diverso. Tante canzoni del disco risultano abbastanza appropriate al momento che stiamo vivendo. Sono tutti brani che parlano di quello che uno pensa, effettivamente in questi giorni abbiamo avuto modo di pensare molto, forse troppo..

Come hai trascorso questo periodo?
A casa da sola e con i miei gatti. E’ stato strano. A dire il vero non ho neanche suonato tanto e mi sono abbastanza bloccata. Adesso qualcosa si sta muovendo. Ho rivisto i miei genitori, qualche affetto vicino e mi sto riprendendo. Però è stato alienante, questo si.

Pensi che nonostante tutto ne esca fuori qualcosa di buono da questa esperienza?
Ci si adatta come si può alle situazioni che ci capitano. Tra un film, la musica, una serie tv, un libro, ad esempio. Io, anche quando non sto bene, cerco di fare e di tenermi occupata il più possibile. Forse tutto questo pensare ci porterà a qualcosa di buono. Magari si riflette sulle cose di noi che non ci piacciono e si prova a cambiare.

Si legge spesso in questi giorni l’affermazione “Ne usciremo migliori”, condividi questo pensiero?
Dalle difficoltà se ne esce comunque cresciuti. Tutte le esperienze lasciano qualcosa di formativo. Credo ne usciremo diversi, non so se migliori, comunque cambiati.

Nel singolo “Fa lo stesso”, parli dell'”amore comodo”. A cosa ti riferisci?
Molto del disco parla delle relazioni. Io sono una che pensa molto quando sta all’interno di un rapporto. Queste due parole fanno riferimento alle relazioni amorose in cui tutto va liscio e va bene, mentre io ho sempre l’impressione che questa cosa non mi succeda. Forse perchè faccio in modo che non succeda. Spesso accade che ci costruiamo delle paure autonomamente quando magari vedo altre persone che sono abbastanza rilassate e serene, che vivono i rapporti senza farsi troppo domande e problemi. Forse è meglio così.

Sei anche un’insegnante. Quando hai capito che la musica ti avrebbe accompagnato durante la tua vita?
Diciamo che lo sto ancora capendo (ride ndr). Vorrei non avere un secondo lavoro e andare avanti solo di musica, ma in generale è difficile. La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Ho iniziato a studiare da piccolina, poi mi sono trasferita all’estero e ho imparato a suonare la chitarra. Se ti piace la musica, inizi a conoscerla e a suonarla, puoi non ne fai più a meno.

Cosa ti è mancato della normalità in questo periodo?
Quello che mi è mancato di più è stato il rapporto con i miei amici. Mi piace stare con le persone e uscire. Ovviamente, da un punto di vista lavorativo, mi è mancato anche suonare live e spero che si torni presto a farlo.

Cosa pensi della situazione che sta vivendo adesso la musica proprio con riferimento all’emergenza sanitaria?
Io credo che il mondo della musica fosse un pochino abbandonato a se stesso anche prima. E’ un momento di difficoltà in cui si sconta l’assenza di un sostegno originario. Il nostro non è un mondo secondario e frivolo, anzi. Va considerato in maniera diversa. Ci siamo resi conto proprio in questi giorni che senza la musica saremmo stati molto più tristi e sarebbe stato sicuramente più difficile.

Se ti dovessi definire con tre aggettivi, quali useresti?
Beh, sicuramente curiosa. Penso di essere anche una sognatrice e una persona solare, insomma una ragazza divertente (ride ndr).

ph. Davide Fracassi

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

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Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice italo – francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

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Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

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Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

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