Titane: metafora del male interiore tra sangue, metallo e…amore

Dopo la vittoria della Palma d’Oro al festival di Cannes, “Titane” sbarca, finalmente, nelle sale italiane. Diretto dalla regista francese Julia Ducournau, la pellicola, fin da subito, ha diviso ampiamente la critica. E di sicuro, nei giorni a venire dividerà ancor di più il pubblico.

Effettivamente è così. “Titane” è uno di quei film che si ama o che si odia. Una di quelle pellicole, la cui visione porta o a chiedersi di continuo cosa diamine stia succedendo, oppure è uno di quei lavori che lascia il pubblico folgorato per l’originalità della sceneggiatura, la potenza visiva e il coraggio.

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E su questo niente da dire. Julia Ducournau, dopo il successo di “Raw – Una cruda verità“, alza il tiro e dà vita ad un body horror, ancora più estremo e che supera ogni limite. Una favola nera intrisa di metallo, sangue, carne, ma anche di un bisogno disperato di amore e accettazione. E se si riesce a comprendere questo punto e a guardare oltre alle scene che, a primo impatto, possono apparire senza senso, “Titane” non può che essere apprezzato e amato.

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Alexia (Agathe Rousselle), convive con una placca di titanio nel cranio, la quale gli è stata posta quando era bambina a causa di un incidente per mano del padre. Una volta adulta, si esibisce come modella e ballerina ai raduni e alle esposizioni di automobili. Da sempre manifesta un rapporto morboso con le auto e con tutto ciò che riguarda il metallo. Fissazione che si accentua sempre di più con il passare degli anni, complice anche il fatto che dopo l’incidente il metallo diventa, letteralmente, parte di lei.

La protagonista, per quanto apprezzata e desiderata dagli uomini, si dimostra effettivamente incapace di costruire rapporti umani. Frasi amorevoli e troppa vicinanza da parte delle persone, fanno scattare qualcosa in lei, un qualcosa che era pronto ad esplodere, forse fin da quando era bambina. Una furia omicida senza pari si scatena in una delle scene più emblematiche del film, sulle note di “Nessuno mi può giudicare” di Caterina Caselli.

Ricercata dalla polizia, chiude le porte con il passato e con la famiglia e tenta di costruirsi una nuova identità. Precisamente, quella di un ragazzo, Adrien, scomparso 10 anni prima. Entrata in contatto con il padre di quest’ultimo, Vincent (Vincent Lindon), le cose per Alexia cambieranno quando sperimenterà un tipo di amore mai conosciuto prima, quello incondizionato. Quello di un padre verso un figlio, a prescindere da tutto.

La regista mette tante carte sul tavolo. In primis quella della famiglia e di una giovane donna che, fin da bambina, non si è mai sentita accettata e amata davvero, a causa delle stranezza insite in lei. Queste dinamiche portano la protagonista a sviluppare apatia nei confronti degli esseri umani, e a cercare l’amore, bisogno primario, in oggetti inanimati, in questo caso nel metallo, una sorta di resistenza che interpone tra lei e il mondo.

“Titane” è una favola nera, che per quanto paradossale, strana e, in alcuni momenti, incomprensibile trova un senso. Una vicenda, per così dire, anche romantica, all’interno del quale i due personaggi riescono ad incastrarsi e ad aiutarsi a vicenda in quello che alla fine, nient’altro è, che una ricerca e un bisogno disperato di dare e ricevere amore.

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Senza dubbio, occorre specificare che “Titane” non è assolutamente un film per tutti. Carico di metafore e simbolismi, i quali occorre che vengano compresi. Un vero pugno nello stomaco, e non solo per le scene estremamente cruente, le quali, si sa, caratterizzano lo stile della regista, ma soprattutto per il dolore e il male interiore che vivono i protagonisti.

“Titane” è puro choc che stordisce, confonde, fa male ma che, per forza di cose, lascia un segno. Un cinema estremamente originale, all’interno del quale la Ducournau non scende a compromessi e spoglia letteralmente la pellicola da ogni tipo di inibizione, in una chiave orrorifica, brutale e seducente, ma decisamente convincente.

È un film strano, questo senza dubbio, molto di più del cinema a cui il pubblico è abituato. Ma forse, questa vittoria al festival di Cannes, fa ben sperare. Come lo stesso Hollywood Reporter ha scritto dopo la vittoria, “Scioccare e sorprendere, due cose che molto cinema contemporaneo sembra non essere più in grado di fare”.

Grazie per aver lasciato entrare i mostri.

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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