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The Jaded Hearts Club: come un “gruppetto di amici” creò la supercoverband dei Beatles. E anche molto di più

Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica

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Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica. Ma non stiamo parlando di un evento irripetibile, bensì del gruppo che da qualche anno si è mosso dalla penombra inglese, infiammando il più che leggendario 100 Club di Londra.

Non solo sono stati descritti come la cover band definitiva dei Beatles, spaziando agilmente da “Please Please Me” a “Helter Skelter”, ma hanno riportato sul palco l’energia di pezzoni come “Gloria” e “My Generation”. La formazione, prima Dr. Pepper’s Jaded Hearts Club, si è già esibita in tutto il mondo e nel 2017 supporta il live di Roger Daltrey (Who) alla Royal Albert Hall di Londra. Non il classico debutto live per parenti e amici.

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Scopro il tutto con un post Instagram di Matthew Bellamy, data 29 settembre 2017:

“Top night. Newfound respect for macca’s bass playing. Happy B’day Jamie. We are @drpeppersjadedheartsclubband”. [https://www.instagram.com/p/BZo62jYjqoy/?utm_source=ig_web_copy_link]

Troppe facce note in un solo video per non indagare! Certamente non ha bisogno di presentazioni il creatore di questo post: voce, chitarra e visioni psichedeliche dei Muse, dall’inconfondibile presenza scenica. Al microfono, riconosco subito Miles Kane, attualmente in carriera solista dopo i successi con varie band tra cui i The Last Shadow Puppets, fortunato progetto col suo amico di merende Alex Turner (Arctic Monkeys).

Fanno parte dei Jeaded Hearts Club anche Graham Coxon dei Blur, Sean Payne dei The Zutons e Nic Cester. Proprio Nic, ex voce dei Jet che ogni tanto si riformano, ha regalato non poche gioie ai fan italiani: una travolgente versione di Back In Black sul palco di S. Siro insieme, guarda caso, ai Muse; un debutto come solista nel 2017 con il l’album Sugar Rush (che ha un cuore italiano, data la collaborazione con i Calibro 35, la produzione a cura di Tommaso Colliva, e la residenza di Nic a Como); apre tutte le date italiane dell’ultimo tour dei Muse; e si esibisce nel Bel Paese con i Milano Elettrica (in cui suonano anche Sergio Carnevale dei Bluvertigo e Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion). Per non farsi mancare nulla, Nic ci ha svelato anche il suo lato vintage sul palco dello Swing Crash Festival di Como, voce inaspettatamente azzeccata per il genere.

Nessuno comunque si aspettava che i Jeaded Hearts rimanessero solo una cover band, ed infatti ecco qui il loro primo singolo Nobody But Me, uscito proprio lo scorso 2 marzo.

Una chitarra apre il primissimo secondo della canzone, basso e batteria si aggiungono e creano un mood tranquillo ma incalzante, scandito da un clapping contagioso. Le strofe hanno un gusto d’altri tempi, un assolo di chitarra con una distorsione più moderna si infila nel ritmo allegro e ci riporta agli anni 2000. Il basso continua a viaggiare e spiana la strada alla voce insolente di Miles Kane, che ci ripete ossessivamente che nessuno-sa-fare-cose-come-me, e ci crediamo tutti perché quando hai dei riff così, un sound così, una band così… non hai troppi rivali!

Nobody But Me, cover del brano del 1962 degli Isley Brothers, è una canzone semplicissima. Non cercherò di farne una gemma o una pietra miliare, ma soddisfa aspettative e appetiti dei fan di ogni pezzetto che compone la band. Non ci sono esagerazioni, forse proprio quel micro-assolo di chitarra ma ci aspettavamo anche quello. È la stessa band a suggerirci l’immediatezza della loro musica e a dirci cosa sono gli Jeaded Hearts: basta mettere una giacca di pelle, occhiali da sole, e il gioco è fatto. È l’estetica del rock puro e semplice di cui c’è sempre bisogno!

E se c’è cotanto ben di Dio sul palco, perché se ne parla ancora così poco? Di certo il lancio del primo singolo non sta passando inosservato, ma c’è qualcosa di strano nel marketing delle side-band. Si inizia di nuovo da zero, anche se tutti sono parte di alcune delle band più famose al mondo. Si inizia da una serata live con gli amici, quando uno di loro voleva solo una cover band dei Beatles, e ci si ritrova con delle rockstar che diventano un tutt’uno e danno vita a nuove produzioni. E lo fanno solo per loro perché, alla fine, ognuno si diverte come può e questi ragazzi possono fare grandi cose, come nessun altro sa fare

Marina Colaiuda

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Watson & Crick e la doppia elica del DNA – Tra storia e riflessioni

Alessio Di Pasquale

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È esistito un momento per la scienza che è stato come osservare per un breve istante il volto di Dio, quando a metà del secolo scorso venne decriptato il suo messaggio nascosto nella nostra carne e nel nostro sangue. Era il 28 Febbraio del 1953 quando il biologo americano James Watson e il fisico britannico Francis Crick, nei laboratori di Cambridge scoprirono la struttura ad elica dell’acido desossiribonucleico, meglio noto come DNA.

Tutto ciò che siete stati, tutto ciò che siete adesso, e tutto ciò che sarete voi e i vostri figli è contenuto qui, in questo scrigno a doppia elica di polimeri a loro volta formati da monomeri detti nucleotidi, costituiti da uno zucchero, un gruppo fosfato ed una base azotata. Tutto qui. “Semplice” chimica. Facile a dirsi, no? Eppure il tutto, come si sa, è molto più della somma delle sue parti.

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Leggi anche: “A Modest Proposal: quando nel 1729 Jonathan Swift trovò la soluzione agli “assembramenti”


Per i profani: ogni DNA è unico ed irripetibile, ed è l’impronta indelebile di ogni organismo vivente. Messa così, non è che poesia scritta dagli elementi della tavola periodica in ogni singolo nucleo di ogni singola cellula. E la sua funzione è, in breve, quella di contenere le informazioni che serviranno per produrre le proteine necessarie al funzionamento dell’organismo.


In realtà, ad essere precisi, la storia della struttura del DNA parte da qualche anno prima. Inizialmente, questa molecola fu isolata nel 1869 dal biochimico Svizzero Friedrich Miescher, che la individuó nel pus di bende chirurgiche usate. Nel 1919 un biochimico lituano, Phoebus Levene, scoprì la struttura chimica del singolo nucleotide, suggerendo che doveva necessariamente esserci un filamento di nucleotidi uniti tra loro tramite dei fosfati. Nel 1937 il fisico inglese William Astbury, che si divertiva a passare ai raggi X qualsiasi cosa, dimostrò che il DNA aveva una struttura altamente regolare.

La svolta infine si ebbe nel 1953, quando Watson e Crick, grazie all’aiuto e al sacrificio della chimica-fisica inglese Rosalind Franklin (che approfondì ulteriormente lo studio del DNA ai raggi X), pubblicarono sulla rivista Nature il primo modello a doppia elica della molecola del DNA. Due filamenti cioè di unità ripetitive dette nucleotidi, elegantemente e perfettamente avvolti a spirale. Dio non gioca a dadi. O forse sì, ed è anche un ottimo baro.


Abbiamo parlato di sacrificio poco fa. Nel 1962 Watson e Crick ricevettero il premio nobel per la loro scoperta, tutti gli onori del caso, grande rispetto della comunità scientifica, privilegi e chi più ne ha, più ne metta. Solo qualche anno prima, nel 1958, la povera Franklin morì invece di tumore, dovuto alla forte e prolungata esposizione ai raggi X. Lei quindi non ricevette nient’altro che una modesta, degna sepoltura.

Ma, dal momento che quella che fu la prima delle più grandi scoperte scientifiche nel campo della biologia fu possibile soprattutto grazie ai suoi studi, la comunità scientifica è ancora molto divisa su chi avrebbe dovuto giustamente ricevere il nobel. Ed anche a ragione, osiamo dire, come minimo. A parità di condizioni, dovrebbe ricevere maggior considerazione chi non immola solo il suo tempo ad una causa, ma anche e soprattutto la propria salute.

Ma d’altronde si sa come vanno queste cose. E questo non è il mondo ideale che tutti (o quasi) vorremmo. I lunghi tentacoli della politica spesso arrivano ovunque, ed insudiciano ogni cosa che toccano. E lo stiamo provando sulla nostra pelle. Abbiamo tecnologie per mandare sonde in esplorazione fuori dal sistema solare. Abbiamo appena avviato il progetto di colonizzazione di Marte… ma sulla terra, nel XXI secolo, applichiamo ancora rimedi palliativi medievali come la quarantena prolungata per contrastare un’infezione, di gravità ancora soggetta ad approfondimenti e studi. Di chi sia la colpa, (o se preferite la “responsabilità” se siete di quelli un po’ new age che hanno abolito il concetto di colpa), se della politica o della scienza, sta a voi deciderlo. Ma sappiate che non farà alcuna differenza.


Comunque, da allora ne è passata di acqua sotto ai ponti. Clonazione, cellule staminali, ingegneria genetica, bioinformatica, lockdown permanenti e abolizione delle più basilari libertà umane. Ora invece arriva la necessaria riflessione. Su un argomento di così grande importanza come il DNA è quasi d’obbligo.


Immaginate di trovarvi seduti su di un treno fermo sui binari, sul sedile più vicino al finestrino, e di guardare il treno di fianco al vostro fermo, immobile come quello sul quale vi trovate voi. Immaginate che il vostro treno inoltre sia dotato di pannelli fonoassorbenti (o qualsiasi altro sistema silenziante), e non siate quindi in grado di sentire nessun tipo di sollecitazione meccanica scaturita dal suo movimento. Silenzioso come una notte d’inverno tra le sperdute montagne del nord del mondo. Ad un certo punto uno dei due treni inizia a muoversi. Sareste in grado, in simili truccate condizioni, di affermare con certezza quale dei due treni stia effettivamente scorrendo sui binari, se il vostro o quello che state osservando? Credo di no. Semplicemente non potreste, in quanto tutti i vostri sensi, dal tatto alla vista, sono stati ingannati.

È praticamente ciò che sta succedendo al progresso scientifico sotto i nostri occhi addormentati, nel caso non ve ne foste già accorti. L’umile e modesto (ma dignitoso) treno regionale sul quale viaggiate voi, in compagnia di quella nobile arte frutto di enormi sacrifici di eleganti uomini d’ingegno chiamata scienza, è fermo ormai da un bel pezzo. L’amorale, ruffiano, rampante frecciarossa che trasporta invece la “tecnica” (meglio conosciuta come “tecnologia”), figlia bastarda e ingrata della scienza, corre invece spedito a centinaia di chilometri orari, senza guardare in faccia a nessuno. Schiantando e fracassando senza senso ogni muro di logiche, fisiologiche obiezioni che ogni essere senziente sulla faccia della terra, dotato di una semplice rete neuronale pensante, si porrebbe durante un qualsiasi viaggio da A a B. Però voi, i cosiddetti “non addetti ai lavori”, non potete accorgervi che in realtà siete fermi, perché siete sull’altro treno, e dunque siete erroneamente portati a credere dalle circostanze che la scienza stia viaggiando molto velocemente. Ma non è così.

Scienza e tecnica di regola dovrebbero viaggiare sincronicamente, all’unisono, proprio come l’elica del DNA. L’una non potrebbe esistere senza l’altra. Solo che ci siamo dimenticati una cosa fondamentale: dovrebbero muoversi su binari che, pur non incontrandosi mai, restano sempre e comunque paralleli, come è sempre stato, grazie a quell’antico collante che li tiene uniti chiamato filosofia. Già, quella stronzata da ricchi e oziosi nullafacenti capace di rendere la bestia un uomo, o un uomo una bestia quando viene a mancare. Quella roba insignificante che fornisce un senso ed un perché ad ogni stramaledetta azione, che altrimenti avverrebbe senza un motivo che sia uno, e che quindi non renderebbe poi così tanto diversi da un tipo di organismo unicellulare primordiale comunemente chiamato ameba.

Verrebbe da dire che siamo noi occidentali che abbiamo dovuto necessariamente assumere per forza di cose, davanti al sapere, quello stupido modo di dividere, etichettare, catalogare le materie e le discipline per ordinare e raggruppare l’enormità di informazioni generate dalla considerevole mole di scoperte avvenute negli ultimi tre secoli.

Ma in realtà, è solo un modo come un altro di ammettere l’incapacità di un cervello limitato di assorbire in una sola vita tutta la conosc(i)enza. L’anima trema davanti al vuoto, e la vanità dell’ego umano è istericamente e facilmente feribile, e non ammette sconfitte. Oppure è solo un modo come un altro di catalogare di conseguenza anche le persone, e trarne profitto? Quello lì è un ingegnere, quello lì è un medico, quello è un architetto, quell’altro ancora è uno scienziato e vediamo in che modo potrebbero servirci tutti per farci fare bei soldi. Tu al contrario sei un filosofo, cioè un uomo non di scienza, e noi non abbiamo tempo di perderci nei sofismi, dobbiamo aumentare la produttività in nome del n̶o̶s̶t̶r̶o̶ ̶p̶o̶r̶t̶a̶f̶o̶g̶l̶i̶o̶ progresso. La morale è: un uomo che si definisce “di scienza”, che viviseziona e divide in settori la conoscenza, non può fare altro che danni. Ed è meglio sorvolare sulla dimostrazione, in riguardo ai tempi infausti che stiamo vivendo. Diciamo solo: Divide et impera.


In realtà, già millenni fa nella saggezza di dottrine di matrice asiatica era racchiuso un segreto fondamentale: tutto è uno. Tutto è una sola cosa, compreso il sapere. Ed in tempi più recenti, un immenso filosofo azzardó perfino l’idea che: “la saggezza traccia dei confini anche alla conoscenza.” Ma noi “moderni”, noi “civilizzati”, bruciamo sul rogo chi viene a portarci la verità, chi viene a toglierci le catene. Ed il motivo non è perché siamo rimasti troppo a lungo nell’oscurità, come racconta anche il mito della caverna di Platone, e quindi ormai ci spaventa la luce a cui non siamo abituati. Il vero motivo è che siamo stronzi.


Tutto ciò per dire: oggi abbiamo perso la rotta, nel mondo scientifico soprattutto. Continuiamo a costruire barche che si perderanno nell’oceano, o nella peggiore delle ipotesi rimarranno ancorate, ferme in un porto senza muoversi più. Come già sta succedendo.
Comunque sia, la scoperta del DNA ha ovviamente aperto la strada a un miliardo di rivoluzioni in campo medico, dalla possibilità di mappare il genoma umano per la predisposizione a certi tipi di malattie (e quindi cura preventiva) alla creazione di nuovi farmaci sempre più efficaci, che ci consentono di restare più sani e longevi. Ma, come dicevamo, si sta perdendo il senso, il perché.

A cosa serve farci vivere più a lungo se l’età pensionabile sale sempre di più, se abbiamo sempre meno diritti, se i nostri figli non riescono a crearsi un futuro, se adesso poi non possiamo nemmeno più concederci il lusso di una cena con un amico? A cosa serve avere il “diritto” alla vita più lunga possibile se ogni giorno che passa la vita ci viene resa sempre più difficile? Se quello che un tempo era il giardino dell’eden è divenuto un inferno? Se la libertà è stata criminalizzata, se abbiamo avuto la prova che la libertà non è più un bene pubblico, ma è proprietà privata di pochi che possono comprarla? Ha davvero senso? Vi sembrano divagazioni troppo filosofiche? Eppure, fino a non molto tempo fa, i più grandi uomini di scienza erano tutti anche filosofi.

Ma in fondo, non è compito nostro risolvere paradossi. È una missione che spetta alla scienza. E noi che ci poniamo sempre troppe domande troppo lontane, troppo filosofiche, troppo inutili, dovremmo pensare di meno ed agire di più, giusto? Smettetela di porvi domande, smettetela di ficcare il naso in questioni di cui non ne sapete nulla. Accettate incondizionatamente tutto ciò che vi viene ordinato da questi grandi uomini e fatela finita perché, in fondo, non siete mica uomini di scienza.

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RetroGaming: Prince Of Persia, il viaggio nel tempo che ha rivoluzionato il mondo del gaming

cosa rese la saga di Prince Of Persia così amata ed importante nella storia del gaming?

Luigi Macera Mascitelli

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«Molti credono che il tempo sia come un fiume, che scorre lento in un’unica direzione. Ma io che l’ho visto da vicino, posso assicurarti che si sbagliano. Il tempo è un mare in tempesta! Forse ti chiederai chi sono e perché io parli così. Siedi, e ti racconterò la storia più incredibile che tu abbia mai sentito…»

Ed è proprio il tempo il protagonista di questo articolo. Sia perché si parla di un salto indietro di ben 18 anni, sia perché esso è il fulcro di tutta la storica trilogia di Prince Of Persia. Oggi, cari videogiocatori, mi rivolgo a voi ex o ancora possessori di una Ps2, in quanto parleremo di un titolo iconico che ha fatto la storia del gaming. Perciò, pugnale del tempo alla mano, e torniamo al 2003, anno in cui la software house Ubisoft diede il via ad una rivoluzione.

La saga di Prince Of Persia affonda le sue radici nel lontano 1989 con il titolo platform omonimo in 2D uscito per Amiga, NES, Apple II e Macintosh. Già all’epoca il gioco fece scalpore in quanto diede una grossa spinta in avanti a livello di animazioni e difficoltà. Muoversi all’interno dei labirintici livelli non era impresa facile. Trappole, nemici e vicoli ciechi erano sempre dietro l’angolo. Ed anche il tempo fece la sua comparsa. Una sola ora a disposizione del protagonista per poter salvare la sua amata da morte certa, allo scadere della quale si era costretti a ricominciare tutto da capo.

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Tuttavia il vero boom arrivò quasi 15 anni dopo, quando la Ubisoft acquisì il franchise, riscrisse la storia e l’ambientazione. Con l’uscita della Ps2, poi, la combinazione fu più che vincente, ed il 28 ottobre 2003 vide la luce Prince Of Persia: Le Sabbie Del Tempo. Il titolo in terza persona che, con i due capitoli successivi, darà vita alla storica trilogia che tutt’ora ricordiamo. Un gioco rivoluzionario che da un lato mostrò tutta la forza della console, e dall’altro ci fece letteralmente innamorare della saga. Ripercorriamone insieme la trama.

L’avventura del nostro principe inizia, come tutte le grandi storie, durante una guerra tra la Persia e una non definita città indiana. Il protagonista, sfruttando il caos del conflitto, cerca di farsi strada nel cuore del territorio nemico. È qui che egli entrerà in possesso del pugnale del tempo, un’antico manufatto in grado di riavvolgere il flusso temporale. Un’arma estremamente potente che permette all’utilizzatore di dominare il tempo, sventando eventi fatali ed ingannando la morte stessa.

Tuttavia il potere del pugnale è oggetto di mira del Visir Zervan. Questi è il consigliere del Maharajah d’India che vende il proprio padrone al re di Persia in cambio di una parte del suo bottino. Con un inganno il visir convince il principe ad usare il pugnale per liberare le Sabbie del Tempo contenute in una clessidra magica. Queste, una volta sprigionate, investono tutti i presenti che si tramutano in orribili mostri, compreso il padre del protagonista.

Ha così inizio l’avventura del giovane principe, che dovrà a tutti i costi sigillare nuovamente le sabbie, cancellare gli eventi a seguito della loro liberazione, e sconfiggere il Visir prima che questi riesca ad impossessarsi del pugnale. Ma il tempo è qualcosa di incontrollabile, sfuggente ed inarrestabile. Per il nostro alter ego non è che l’inizio.

«Il tuo viaggio non avrà un lieto fine, non puoi cambiare il tuo destino, nessun uomo può.»

Ed ecco che il 3 dicembre 2004 la Ubisoft pubblicò il sequel, Prince of Persia: Spirito guerriero. Il capitolo più violento e brutale della saga, il quale ci mostra un principe totalmente diverso rispetto al primo. Questa volta egli sarà in grado di mozzare teste, tagliare a metà l’avversario, strangolarlo e non provare pietà alcuna per il suo nemico. Il tutto accompagnato dalla colonna sonora contenente la celebre I Stand Alone dei Godsmack.

Sono passati sette anni, durante i quali il principe ha usato il potere delle sabbie per riavvolgere il corso degli eventi e sfuggire al proprio destino. Proprio per questo motivo egli si ritrova braccato dal Dahaka, il leggendario Guardiano del Tempo: una bestia spaventosa il cui compito è fare in modo che la storia segua il suo giusto corso. La soluzione per porre fine a tutto è una sola: cambiare il proprio destino impedendo la creazione delle sabbie. Il principe apprende così dell’esistenza della mitica Isola del Tempo, luogo in cui queste hanno avuto origine.

L’ambiente è cupo, oscuro, pieno di segreti, nemici e, soprattutto, governato dall’Imperatrice del tempo: la bellissima e sensuale Kaileena. Ella, secondo la leggenda, avrebbe creato le sabbie millenni prima. In realtà si scopre come sia stato lo stesso principe a dare origine a tutto. Uccidendo la donna in uno scontro, infatti, il protagonista crea proprio le sabbie: egli è l’artefice della sua condanna o, per meglio dire, del proprio destino.

Resta un’ultima speranza: usare il potere della Maschera del tempo, un antico manufatto che offre a chi la indossa una chance di riscrivere il proprio destino. In questo modo egli può tornare nel passato, portare nel presente Kaileena ed evitare il compiersi degli eventi fatali fino a quel momento. La creazione delle sabbie sarebbe di conseguenza successiva alle sue avventure, che quindi non potranno mai essere accadute. Il gioco dunque ci pone davanti a due finali alternativi: uccidere Kaileena nel presente o risparmiarla ed affrontare insieme il Dahaka. In entrambi i casi il principe avrà cambiato il suo destino. O forse no?!

«Tutti facciamo errori… alcuni piccoli, alcuni grandi… ma il suo errore, fatto di innocenza ed orgoglio, fu il più grande e terribile di tutti…»

E siamo giunti al fatidico momento, quello della conclusione della trilogia, con il terzo ed ultimo Prince of Persia: I Due Troni. Il capitolo finale pubblicato il 2 dicembre 2005. Attesissimo da tutti -me compreso all’epoca- ormai ansiosi di sapere cosa ne sarebbe stato del leggendario principe.

Gli eventi si riagganciano alla fine del secondo capitolo. Il principe e Kaileena hanno sconfitto il Dahaka e, ormai innamorati, si dirigono in nave a Babilonia. Ma i due trovano inaspettatamente la città devastata ed in fiamme. L’imbarcazione viene attaccata e la donna fatta prigioniera. Dopo alcuni scontri iniziali per cercare di salvarla, il principe fa un’orribile scoperta: impedendo la creazione delle sabbie, gli eventi del primo gioco non sono mai accaduti. Il Visir Zervan quindi non è mai stato ucciso. Peggio, lui ora possiede la clessidra vuota, il pugnale del tempo e il suo bastone magico. Gli mancano solo le sabbie per poter ottenere il potere totale.

Si scopre che Kaileena è stata catturata proprio dal Visir, il quale, davanti ad un impotente principe, la uccide, creando quindi le sabbie, assorbendone il potere e diventando una creatura immortale. Nell’esplosione il protagonista viene colpito dalle stesse, e presto scoprirà le nefaste conseguenze dell’evento. Ci ritroveremo così a impersonare ancora i panni del persiano, con l’obiettivo di fermare il Visir. Di nuovo.

In seguito il principe scopre che le sabbie del tempo lo hanno diviso in due personalità: il suo se stesso, buono e nobile, e il Principe Oscuro che rappresenta gli aspetti più crudeli, avari e arroganti della sua psiche. Durante il gioco egli subirà spesso questa trasformazione, che è possibile tenere a bada solo toccando l’acqua. L’avventura ci porterà ad incontrare di nuovo Farah, la giovane alleata del primo capitolo, la quale sarà di vitale importanza per il protagonista, costretto a combattere sempre di più con la sua controparte malvagia che si nutre delle ambizioni e dell’arroganza sopite dell’eroe.

Il gioco si conclude con l’uccisione del Visir da parte nostra e la liberazione dello spirito di Kaileena che ripulisce il mondo dalle sabbie e libera il principe dalla corruzione. Infine ella scompare portando con sé il pugnale del tempo. Privato della rabbia, avidità e superbia, il Principe Oscuro è finalmente sconfitto. L’eroe si sveglia nel mondo reale nel caldo abbraccio di Farah. Il cerchio, poi, si chiude con l’ultima scena: il protagonista racconta alla ragazza tutta la storia dal primo capitolo, spiegando come i due si fossero già conosciuti nel passato ed iniziando la narrazione proprio con le prime battute del titolo iniziale.

Considerazioni

Dopo questo lungo excursus degli eventi, è giunto il momento della fatidica domanda: cosa ha reso la saga di Prince Of Persia così amata e importante nella storia del gaming? Beh, una delle tante risposte risiede proprio nella trama appena – e molto brevemente – vista. Un intreccio di eventi simili con una caratterizzazione così particolare dei personaggi diedero vita ad un vero e proprio immaginario collettivo. Tutti ci sentivamo parte di quel mondo mediorientale e provavamo insieme al protagonista le stesse emozioni, paure e dubbi.

Inoltre c’è da sottolineare la spettacolarità del gioco stesso a livello tecnico. Il principe era in grado di correre sui muri, saltare, arrampicarsi, combattere usando infinite evoluzioni. Insomma, Prince Of Persia diede una libertà di movimento mai vista fino ad allora. Unendo un sistema di combattimento eccellente al parkour, chiunque all’epoca restò folgorato da quelle mosse. E nei primi anni 2000 ciò fu una vera e propria rivoluzione. Basti pensare che la Ubisoft prese spunto proprio dalla sua creazione per sviluppare la celebre saga di Assassin’s Creed, all’inizio vista come una semplice copia.

Infine, per quanto assurdo possa sembrare, la trilogia di Prince Of Persia conteneva (e contiene tutt’ora) un messaggio molto profondo, che, inconsciamente, poneva l’accento su una questione: le nostre scelte sono già scritte o siamo noi che scriviamo il nostro destino? Possiamo porre rimedio ad uno sbaglio? E no, non stiamo parlando di un saggio di filosofia, ma di un “semplice” videogioco. A testimonianza di come l’uomo si interroghi sulla caducità della vita in un milione di modi, anche nell’espressione artistica dell’intrattenimento.

Abbiamo amato il principe e le sue avventure anche e soprattutto perché ci siamo rivisti nel protagonista. Scelte sbagliate o avventate, indipendentemente dall’età, hanno avuto ed avranno delle conseguenze su di noi, e non sappiamo se è possibile porvi rimedio. La dualità tra il bene e il male è nelle nostre mani, ma il tempo non lo è, se non nella misura in cui decidiamo di viverlo.

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L’italiano che ha ispirato Indiana Jones: Giovanni Battista Belzoni

Licia De Vito

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Il 20 Febbraio del 1817 l’esploratore padovano Giovanni Battista Belzoni partiva per il suo secondo viaggio archeologico alla volta di Karnak, poco dopo avrebbe scoperto Il sarcofago di Ramses III. Ma come era arrivato fino a lì? Chi era l’italiano che aveva aperto al mondo le porte dei misteri dell’antico Egitto?

Alto 2 metri e 10, tutti lo chiamano “il gigante italiano”. Dopo una vita spericolata, degna del più avventuroso dei romanzi, in cui aveva venduto talismani a Parigi, era sfuggito alla leva obbligatoria fingendosi monaco, aveva lavorato nei teatri inglesi come il gigante “Sansone Patagonio” o “the great Belzoni” (titolo che si porterà dietro per sempre); già barbiere, attore, ingegnere, finalmente diventa archeologo. Di fatto il primo, “vero”, egittologo della storia. Fu la prima persona ad arrivare al centro della seconda piramide di Giza e il primo europeo a visitare l’Oasi di Siwah. Nel 1823, a quarantacinque anni, morì di dissenteria nel tentativo di raggiungere la misteriosa città di Timbuktu.

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Fu proprio l’esistenza fuori dal comune di quest’uomo, che passò dal voler diventare ingegnere idraulico a scavare tra le sabbie del tempo e riscoprire le tombe degli antichi faraoni, a ispirare George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.

La vita di Belzoni

Nato a Padova nel 1778 da Giacomo Belzon, barbiere, e Teresa Pivato, una donna altissima da cui il piccolo Giovanni, ultimo di 4 figli, riprese sia la statura eccezionale che l’ego. La mente e la forza del giovane sembrano essere straordinari. Paragonato a Ercole e dotato di un’intelligenza fuori dal comune, giovanissimo fugge a Roma per unirsi a un circo itinerante. Gira tutta l’Europa e si ferma a Londra all’inizio dell’800. Qui diventa immediatamente famoso grazie alle sue esibizioni al teatro Sadler’s Wells, dove è noto come “Signor Giovanni Belzoni – The Patagonian Sampson (Il Sansone della Patagonia)”. Saliva sul palco e sembrava un autentico prodigio della natura: alto due metri, i capelli rossi, gli occhi azzurri. Indossa un copricapo di piume, ha il torace nudo e un gonnellino di pelle. Sembra proprio uno di quei selvaggi della Patagonia, uomini esotici mai visti ma entrati nell’immaginario europeo dopo le descrizioni del navigatore vicentino Antonio Pigafetta che aveva partecipato alla spedizione di Ferdinando Magellano e che completò la circumnavigazione del globo dopo che quest’ultimo morì. I resoconti di viaggio di Pigafetta (“La Relazione del primo viaggio intorno al mondo”) destarono un enorme interesse nell’opinione pubblica europea, grazie alle descrizioni di mondi fino ad allora sconosciuti e lontanissimi.

Durante i tour teatrali in Gran Bretagna, Belzoni conosce la sua futura moglie Sarah Banne, che lo accompagnerà in tutte le sue spedizioni. Di lei racconta niente di meno che Charles Dickens in un articolo dal titolo “The Story of Giovanni Belzoni”.

Nel corso di un viaggio a Malta, Belzoni conosce Ishmael Gilbratar, un agente commerciale di Mehemet Alì, il pascià d’Egitto che fu fondatore del moderno stato egiziano. Il pascià cercava tecnici per rendere più efficiente la gestione delle acque del Nilo e Belzoni aveva in mente una macchina idraulica rivoluzionaria. Durante il suo periodo di permanenza nel paese nord-africano conobbe l’esploratore svizzero Johann Burckhardt, che aveva scoperto la città di Petra in Giordania, che nel frattempo si era convertito all’Islam e che si faceva chiamare Sheikh Ibrahim.

Le scoperte

Fino al 1816 Belzoni si dedica alla costruzione della macchina idraulica che gli aveva commissionato Mehmet Alì. Quando il progetto non ha l’esito desiderato si pone davanti al padovano  la possibilità di tornare indietro e riprendere a calcare i palcoscenici inglesi. Il destino volle ivece che facesse la conoscenza di Henry Salt, nuovo console britannico ad Alessandria d’Egitto, molto interessato alle antichità egizie. Dopo la Campagna D’Egitto di Napoleone (1798-1801), i resti del glorioso passato egiziano divennero di gran moda in Europa e Salt si era messo in testa di rifornire di reperti il British Museum, che l’aveva finanziato nella sua missione diplomatica in terra africana.

Belzoni sembra proprio l’uomo tanto folle quanto forte per lanciarsi in sfide estreme come era il recupero di antichità in un modo dove i “tombaroli” senza scrupoli erano gli unici ad interessarsi dei reperti, gli scavi venivano condotti usando la dinamite e le diatribe diplomatiche si risolvevano a pistolettate. Lui, tranquillo, se ne andava in giro abbigliato da vero e proprio egiziano, con tanto di turbante, consapevole che la sua mole incuteva rispetto e terrore.

Il primo incarico che riceve da Salt è il recupero di una scultura, un busto del peso di sette tonnellate che giaceva tra le rovine di Tebe, noto come il Giovane Memmone (ma che in realtà si scoprì in seguito essere del faraone Ramses II). Non bastarono a fermarlo il caldo, la scarsissima (ancora oggi radicata, fidatevi) voglia di lavorare degli operai locali, nè la corruzione e le menzogne degli abitanti dei villaggi pronti a vendere i ritrovamenti al migliore offerente. Il padovano riuscì nell’impresa. Era ufficialmente nato Belzoni l’archeologo.

Tornato al Cairo convinse Salt a finanziargli un secondo viaggio, questa volta nell’Alto Egitto: gli sarebbero state pagate le spese e avrebbe ottenuto una lettera di raccomandazione dalla Society of Antiquaries di Londra a cui vendere eventualmente i manufatti trovati. Eccoci quindi arrivati al 20 febbraio del 1817. Belzoni parte per il suo secondo viaggio archeologico in Egitto con il suo amico fidato Henry Beechey (che morirà poco dopo). Durante quest’avventura oltre a riportare alla luce alla testa del faraone Thutmosi III a Luxor, farà la sensazionale scoperta della tomba del faraone Sethi I (il padre di Ramses II). Qualche mese dopo il scopre l’accesso perduto alla piramide di Chefren.

Durante la sua terza e ultima spedizione scopre una statua di Amenophis III, riesce a identificare i resti di Berenice, il porto sul Mar Rosso fatto costruire da Tolomeo II. Dopo avere recuperato l’obelisco lasciato nell’Isola di Iside. Giovanni e Sarah decidono quindi di andare alla scoperta dell’Oasi di Siwah nell’aprile del 1819, alla scoperta del tempio di Amon, con il celebre oracolo consultato anche da Alessandro Magno. Dopo il ritorno da “star” in Patria, decide di tentare un’ultima grande impresa, che lo condurrà alla morte.

Poteva rimanere in Europa a invecchiare e godersi la fama e il successo, direte voi. Ma un cuore libero non si può fermare e di sicuro è preferibile morire come si è vissuti, cercando una città perduta da restituire al mondo, piuttosto che vecchi e incontinenti, anche se in un letto dorato.

Una vita mirabolante, tra spettacoli, amori e persino nemici giurati: quello di Belzoni era Bernadino Drovetti, che servì come console la Francia fino al 1815. Vendette gran parte dei suoi ritrovamenti al re di Sardegna, che saranno infatti la base del futuro Museo Egizio di Torino. L’arci-rivale romanzesco di Belzoni, dunque, che al contrario del metodico e onesto gigante costruì, senza il minimo scrupolo, un impero attraverso il riciclaggio delle antichità venute il suo possesso.

Sembra un la trama di Big Fish , ma è tutto vero. Tra i tanti meriti dell’archetipo di Indie c’è indubbiamente quello di aver capito che gli scavi affrontati con metodo sono un modo per ricostruire la storia nella sua interezza e non un mero mezzo per trovare un oggetto prezioso. Howard Carter, l’archeologo che scoprì la tomba di Tuthankhamon, dirà infatti di lui: “I suoi scavi furono fra i primi su larga scala nella Valle dei Re e bisogna riconoscergli il giusto merito per il modo in cui li ha condotti.”. E poi sì, ovviamente, quello di aver ispirato la trilogia più bella della storia del cinema.

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