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The Jaded Hearts Club: come un “gruppetto di amici” creò la supercoverband dei Beatles. E anche molto di più

Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica

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Muse, Blur, The Last Shadow Puppets, Jet, The Zutons e, occasionalmente, ¼ di Beatles. Una line up che manderebbe in estasi qualsiasi amante della musica. Ma non stiamo parlando di un evento irripetibile, bensì del gruppo che da qualche anno si è mosso dalla penombra inglese, infiammando il più che leggendario 100 Club di Londra.

Non solo sono stati descritti come la cover band definitiva dei Beatles, spaziando agilmente da “Please Please Me” a “Helter Skelter”, ma hanno riportato sul palco l’energia di pezzoni come “Gloria” e “My Generation”. La formazione, prima Dr. Pepper’s Jaded Hearts Club, si è già esibita in tutto il mondo e nel 2017 supporta il live di Roger Daltrey (Who) alla Royal Albert Hall di Londra. Non il classico debutto live per parenti e amici.

Scopro il tutto con un post Instagram di Matthew Bellamy, data 29 settembre 2017:

“Top night. Newfound respect for macca’s bass playing. Happy B’day Jamie. We are @drpeppersjadedheartsclubband”. [https://www.instagram.com/p/BZo62jYjqoy/?utm_source=ig_web_copy_link]

Troppe facce note in un solo video per non indagare! Certamente non ha bisogno di presentazioni il creatore di questo post: voce, chitarra e visioni psichedeliche dei Muse, dall’inconfondibile presenza scenica. Al microfono, riconosco subito Miles Kane, attualmente in carriera solista dopo i successi con varie band tra cui i The Last Shadow Puppets, fortunato progetto col suo amico di merende Alex Turner (Arctic Monkeys).

Fanno parte dei Jeaded Hearts Club anche Graham Coxon dei Blur, Sean Payne dei The Zutons e Nic Cester. Proprio Nic, ex voce dei Jet che ogni tanto si riformano, ha regalato non poche gioie ai fan italiani: una travolgente versione di Back In Black sul palco di S. Siro insieme, guarda caso, ai Muse; un debutto come solista nel 2017 con il l’album Sugar Rush (che ha un cuore italiano, data la collaborazione con i Calibro 35, la produzione a cura di Tommaso Colliva, e la residenza di Nic a Como); apre tutte le date italiane dell’ultimo tour dei Muse; e si esibisce nel Bel Paese con i Milano Elettrica (in cui suonano anche Sergio Carnevale dei Bluvertigo e Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion). Per non farsi mancare nulla, Nic ci ha svelato anche il suo lato vintage sul palco dello Swing Crash Festival di Como, voce inaspettatamente azzeccata per il genere.

Nessuno comunque si aspettava che i Jeaded Hearts rimanessero solo una cover band, ed infatti ecco qui il loro primo singolo Nobody But Me, uscito proprio lo scorso 2 marzo.

Una chitarra apre il primissimo secondo della canzone, basso e batteria si aggiungono e creano un mood tranquillo ma incalzante, scandito da un clapping contagioso. Le strofe hanno un gusto d’altri tempi, un assolo di chitarra con una distorsione più moderna si infila nel ritmo allegro e ci riporta agli anni 2000. Il basso continua a viaggiare e spiana la strada alla voce insolente di Miles Kane, che ci ripete ossessivamente che nessuno-sa-fare-cose-come-me, e ci crediamo tutti perché quando hai dei riff così, un sound così, una band così… non hai troppi rivali!

Nobody But Me, cover del brano del 1962 degli Isley Brothers, è una canzone semplicissima. Non cercherò di farne una gemma o una pietra miliare, ma soddisfa aspettative e appetiti dei fan di ogni pezzetto che compone la band. Non ci sono esagerazioni, forse proprio quel micro-assolo di chitarra ma ci aspettavamo anche quello. È la stessa band a suggerirci l’immediatezza della loro musica e a dirci cosa sono gli Jeaded Hearts: basta mettere una giacca di pelle, occhiali da sole, e il gioco è fatto. È l’estetica del rock puro e semplice di cui c’è sempre bisogno!

E se c’è cotanto ben di Dio sul palco, perché se ne parla ancora così poco? Di certo il lancio del primo singolo non sta passando inosservato, ma c’è qualcosa di strano nel marketing delle side-band. Si inizia di nuovo da zero, anche se tutti sono parte di alcune delle band più famose al mondo. Si inizia da una serata live con gli amici, quando uno di loro voleva solo una cover band dei Beatles, e ci si ritrova con delle rockstar che diventano un tutt’uno e danno vita a nuove produzioni. E lo fanno solo per loro perché, alla fine, ognuno si diverte come può e questi ragazzi possono fare grandi cose, come nessun altro sa fare

Marina Colaiuda

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Speciale James Dean: il ricordo di un mito a 65 anni dalla morte

Riccardo Colella

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È il pomeriggio del 30 settembre 1955 quando Ron Nelson, agente della California Highway Patrol (i CHiPs di “Poncharelliana” memoria) sta consumando la sua pausa in una caffetteria nei pressi di Cholame (CA), a 1 Km dalla Faglia di Sant’Andrea. Viene raggiunto da una chiamata della Centrale che gli ordina di recarsi con urgenza presso l’incrocio tra la U.S. Route 466 e la Route 41, direzione ovest, per un grosso incidente stradale.

Nelson è un sopravvissuto allo scontro di Pearl Harbor e non è persona da scomporsi facilmente; ma lo spettacolo che gli si para di fronte appena giunto sul luogo dell’incidente, come dichiarerà lui stesso in un’intervista al Los Angeles Times anni più tardi, ha dell’incredibile: un impatto violentissimo ha coinvolto una Ford Custom Tudor coupé bianca e nera del 1950 e una Porsche 550 Spyder. Sull’ambulanza giace, privo di sensi, James Dean.

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IL SUCCESSO E LA GIOVENTU’ BRUCIATA

James Dean nasce l’8 febbraio del 1931 a Marion, nell’Indiana, da famiglia quacchera di origini inglesi, tedesche e gallesi. Inizia ben presto a capire quanto la vita possa colpire duramente, quando perde la madre a soli nove anni. Il padre decide quindi di mandarlo a vivere con i parenti in una fattoria dell’Indiana, dove cresce ricevendo una educazione quacchera. Negli anni del liceo, si appassiona al teatro decidendo di intraprendere la carriera artistica. Questa scelta lo porterà a scontrarsi così duramente con la propria famiglia, tanto da dover abbandonare la casa paterna.

Dopo piccole e non accreditate apparizioni in numerosi film, il successo esplode repentino grazie al ruolo da protagonista ne “La valle dell’Eden”, indimenticata pellicola di Elia Kazan sul conflitto generazionale padre-figlio.

La definitiva consacrazione, però, arriva con il suo film più rappresentativo: quel “Gioventù Bruciata” di Nicholas Ray, che fa di James Dean, il simbolo dell’oppressa e sofferente gioventù dell’epoca. Nel 1956 esce postumo “il Gigante”, una feroce saga familiare dove componenti quali il razzismo e il bigottismo trovano il loro apice. Sarà l’ultimo film in cui il divo dell’Indiana comparirà.

La sua tormentata storia d’amore con la giovane attrice italiana Annamaria Pierangeli funge da preambolo alla sua tragica e prematura scomparsa. Follemente innamorato della diva italiana, a seguito dell’annuncio delle nozze della stessa, Dean entrerà in un profondo stato depressivo che lo porterà a partecipare a folli corse automobilistiche e su due ruote e ad affogare i suoi dolori nell’alcool.

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L’INCIDENTE E IL TRAGICO EPILOGO

Ecco perché non desta particolare attenzione la sua decisione di partecipare all’ennesima corsa automobilistica, in quel maledetto 30 settembre del 1955. Ed è proprio in quel venerdì pomeriggio che l’attore e il suo meccanico di fiducia, Rolf Wütherich, si dirigono verso Salinas per prendere parte alla gara. James decide di sedersi al volante della Porsche, ribattezzata “Little Bastard”, per prendere maggior confidenza con la stessa, prima della corsa.

I dati della stradale raccontano di una multa per eccesso di velocità, rimediata dallo stesso Dean, a pochi Km dal luogo dell’incidente ma, quello stesso Ron Nelson che fu tra i primi ad arrivare sul posto, riferì che: “…il relitto e la posizione del corpo di Dean hanno indicato chiaramente che l’auto procedeva entro i limiti stabiliti”.

È questione di attimi quando la Ford Tudor guidata da Donald Gene Turnupseed, studente ventitreenne, attraversa la carreggiata su cui procede la Spyder di Dean, nel tentativo di imboccare la Route 41. L’impatto frontale è inevitabile e tremendo. James viene trasportato d’urgenza all’Ospedale Paso Robles, dove morirà per le gravissime conseguenze dell’incidente, pochi istanti dopo.

IL MITO ETERNO

Primo attore a ottenere una nomination postuma al Premio Oscar, per i film “La valle dell’Eden” nel 1956, e “Il Gigante” nel 1957, nella categoria “Miglior Attore Protagonista”, James rappresenta più di chiunque altro la figura dell’adolescente ribelle e ostracizzato, che così tanto ha influito sulle future generazioni di attori.

Personaggio dalla potenza mediatica e carismatica fuori dal comune, attore non convenzionale e personificazione della maschera tragica e tormentata per eccellenza, James Dean è ancora oggi, a 65 anni dalla sua morte, una delle stelle più luminose del firmamento Hollywoodiano.

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I soli tre film in cui ha preso parte e la sua prematura scomparsa, così come lo stile di vita orientato alla sua personale interpretazione del carpe diem latino, hanno contribuito ad accendere la fiamma della rivalsa in quella disillusa generazione giovanile del feroce “sogno americano”. E se ci domandiamo cosa sia un grande attore o un grande uomo, è lo stesso James Dean a fugare ogni dubbio, con una delle sue più emblematiche espressioni:

Se un uomo può colmare il vuoto tra la vita e la morte, se riesce a vivere anche dopo che è morto, allora forse è stato un grande uomo. L’unica grandezza dell’uomo, è l’immortalità”.

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“Almeno tu nell’universo”: la grande rivincita di Mia Martini

Antonella Valente

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Voce indimenticabile e indimenticata. Artista insuperabile. Mia Martini, al secolo Domenica Bertè, oggi avrebbe spento 73 candeline e solo Dio sa quante emozioni ci avrebbe potuto regalare ancora.

Una piccola Donna fragile che ha combattutto l’ingiusto male ricevuto da colleghi, falsi amici e pessime compagnie con l’unico mezzo che conosceva: la musica.

Tutto ciò, però, senza mai perdere la sua umiltà. Mimì ha dimostrato all’Italia intera tutto il suo valore e il suo coraggio al ritorno sulle scene nel 1989, dopo anni di isolamento e di infelicità.

Un successo dopo l’altro ha contraddistinto l’artista calabrese a partire dal 1970. “Padre davvero”(1971) – censurato dalla Rai, ma fortemente voluto da Lucio Battisti qualche tempo dopo in una sua trasmissione – “Piccolo Uomo” (1972), “Minuetto” (1973) e “E non finisce mica il cielo” (1982) sono solo alcuni dei capolavori che hanno consacrato Mia Martini e che le hanno permesso di ottenere premi e riconoscimenti dalla critica musicale italiana ed estera. Ma dal 1983 le cose iniziarono a cambiare. In quell’anno infatti Mia Martini “decise” di lasciare il mondo dello spettacolo per via di una serie di angherie e ingiustizie derivate da alcune maldicenze sul proprio conto. Si trattava di voci nate a partire dalla morte di due suoi musicisti, scomparsi durante un incidente stradale.

Battuta dopo battuta, diceria dopo diceria, le voci diventarono infamanti tanto che si sosteneva che Mia Martini portasse sfortuna. Da qui la convinzione che non potesse essere invitata ad eventi o manifestazioni. Cattiverie gratuite, suscitate da invidie e gelosie, hanno condizionato la vita artistica, privata e sociale della cantautrice di Bagnara Calabra che per anni si è portata dietro un fardello colmo di dolore. Tra le tante menzogne, addirittura si evitava di pronunciare il nome di Mimì in diretta durante le trasmissioni televisive.

“La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro. E tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che, per esempio, rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anche io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival perchè con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all’assurdo per cui decisi di ritirarmi” (“Mia Martini” di Menico Caroli).

Il silenzio durò circa sette anni fino a quando poche persone intorno a Mia Martini decisero di adoperarsi per farla tornare a brillare. Tra questi il produttore Lucio Salvini, ex dirigente della Ricordi, che ricompose la squadra con cui anni prima Mimì aveva lavorato. Renato Zero, amico storico delle sorelle Bertè, ebbe un ruolo fondamentale per il ritorno di Mimì sulle scene nel 1989. Convinse l’allora direttore artistico del Festival di Sanremo, Adriano Aragozzini, a farla partecipare alla competizione con un brano che da quel momento ha segnato definitivamente la sua rivincita contro tutto e tutti.

Almeno tu nell’universo” fu presentata alla 39° edizione del Festival ma venne scritta nel 1972 da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio proprio nella stessa settimana in cui venne composto “Piccolo uomo”. La voce di Mimì sul palco dell’Ariston dopo anni di buio resterà per sempre nella memoria di tutti noi. Talmente sfrontata la sua potenza da far venire, ancora oggi, la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. Potenza intrisa di una sofferenza riconoscibile ai più, modulata al contempo da una voglia matta di riscatto.

Almeno tu nell’universo, un pezzo che è arrivato dopo un buco nero che c’è stato nella mia vita, nella mia carriera. Chi lo risentirà tra vent’anni avrà qualche brivido in più, perché si ricorderà di una emozione intensa che abbiamo vissuto insieme” (Mia Martini in un’intervista a Bruno Marino)

La canzone del riscatto di Mia Martini, tenuta e conservata per molti anni in un cassetto in attesa della voce giusta, affronta le incoerenze, le fragilità e debolezze dell’essere umano ( “Sai, la gente è strana, prima si odia poi si ama. Cambia idea improvvisamente“/ “Sai la gente è matta, Forse è troppo insoddisfatta, Segue il mondo ciecamente / Quando la moda cambia, Lei pure cambia“). Ma non tutti sono uguali. Si trova, pertanto, il coraggio e la forza di superare questi ostacoli. Il testo, infatti, si rivolge anche ad un uomo che non cambia come la gente “strana, matta e sola” (Almeno tu nell’universo/ Un punto sei, che non ruota mai intorno a me / Un sole che splende per me soltanto).

“Almeno tu nell’universo” rappresenta il ritorno di un’artista che aveva ancora tanto da dire.
Con semplicità, umiltà, professionalità e umanità Mia Martini ha vinto contro chi la voleva fuori da un mondo forse ancora troppo conservatore per saperla accogliere e comprendere. Ma è stata la sua voce e la sua musica ad arrivare alla gente e a far sì che non fosse mai più dimenticata.

Immagine in evidenza di Getty Images

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50 anni fa l’assurda morte di Jimi Hendrix: il più grande chitarrista di sempre

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Federico Falcone

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Il più grande chitarrista di tutti i tempi. Mito. Leggenda. Inarrivabile. Senza di lui il rock non sarebbe stato lo stesso. La chitarra elettrica, non sarebbe stata la stessa.

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Del cosiddetto Club dei 27 fu tra i fondatori. E anche questo è veritiero. Seattle, culla del giovane Jimi. Seattle, anche culla del movimento grunge di pochi decenni dopo. Non culla, però, bensì tomba, di Kurt Cobain, fondatore, cantante-chitarrista e leader dei Nirvana. Anch’egli esponente di lusso del Club dei 27.

Seattle, città in comune nel destino di due artisti tra i più influenti della storia del rock. Corsi e ricorsi storici.

Per chi, come lui, aveva umili origini, l’arte di arrangiarsi rappresentava un valore aggiunto. Alla morte della madre, ricevette in dono dal padre una chitarra. Jimi era mancino, la chitarra aveva le corde tarate per destrimani. La soluzione era ovvia: rovesciarla e suonarla quindi con la più scontata naturalezza. L’impriting con lo strumento, per l’erede sangue cherokee, fu questo. Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band.

I Chitlin’ Circuit, per i profani, sono – o meglio, erano – quella fitta rete di locali dove gli astri emergenti della musica afroamericana potevano esibirsi. Soul, funky, jazz, blues, rock.

Nelle lunghe jam session all’interno dei club, si suonava di tutto. Fu all’interno di essi che l’estro artistico di Hendrix trovò terreno fertile. Cresciuto all’ombra di mostri sacri come Solomon Burke, The Supremes, Jackie Wilson e Sam Cooke, non c’è da stupirsi che il giovane Jimi ambisse a bruciare le tappe per imporsi sulla scena musicale.

Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band. A Nashville, agli inizi dei Sessanta, dopo il congedo dal servizio militare, l’ingresso nel circuito della live musicale di un certo livello. Da quel momento in avanti, l’ascesa di Hendrix fu costante e quotidiana.

La carriera fu breve ma intensa. Solo quattro album all’attivo (“Are you Experienced”, “Axis:Bold as Love”, “Electric Ladyland”e “Band of Gypsys“) e un’infinità di raccolte, bootleg e compilation più o meno ufficiali, a comporre la sua discografia. Blues, soul, funky, influenze psichedeliche e rock resero il suo trademark ben riconoscibile.

Alcuni concerti, come quello di Woodstock o quello all’Isola di Wight (di fronte a 600mila persone), lo elevarono a status di leggenda.

Sregolato e narcisista, eclettico e multiforme, Jimi Hendrix morì a Londra il 18 settembre del 1970. Un decesso che ancora oggi, a distanza di cinquanta anni, è avvolto da una patina di mistero. Tante le domande che non hanno mai trovato risposta e numerose le contraddizioni legate alla versione dei fatti. Ad alimentare ciò, una vita al limite. L’abuso di droghe e alcool e le amicizie pericolose, poi, non fecero altro che gettare benzina sul fuoco.

Così come quel viaggio in Marocco nel 1969. Il chitarrista si fece leggere la mano da una chiaroveggente che predisse la sua morte prima dei trenta anni. Per Jimi fu uno shock dal quale non si riprese mai del tutto e che costellò le ultime settimane delle sua vita di una serie di episodi folli e inimmaginabili.

Erano le 12.45 del 18 settembre 1970, in quel del St Mary Abbot’s Hospital della capitale inglese, Jimi Hendrix veniva dichiarato morto. Causa del decesso: asfissia. Morto nel sonno, soffocato dal proprio vomito, determinato da una dose eccessiva di barbiturici.

Una morte assurda, che richiama alla mente quella di altri Dei del rock come Bon Scott e John Bonham.

La sua ultima notte la passò con Monika Danneman. La donna, in seguito, dichiarò che il chitarrista prese nove pasticche di Vesparax, sonnifero tanto efficace quanto appunto pericoloso. Se la Danneman fosse o meno complice di quell’assunzione in eccesso, non lo sapremo mai, però. Cinquanta anni dopo il mito di Hendrix è intramontabile e più vivo che mai. Questo si, lo sappiamo con certezza.

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