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“The Dark Side of the Moon”: 48 anni fa l’album che cambiò la storia della musica

The Dark Side of the Moon rappresentò uno spartiacque nella carriera dei Pink Floyd

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È molto difficile, se non impossibile, parlare oggi dei Pink Floyd senza scadere nell’ovvio. Perché, diciamocelo: The Dark Side of the Moon è tra i migliori album mai partoriti da qualunque mente umana nella storia della musica, ed un lavoro che dettò dei nuovi canoni, portando a livelli mai pensati e avanguardistici l’espressione musicale. Oggi, 1º marzo 2021, il capolavoro dei capolavori compie 48 anni. Pubblicato il 1º marzo 1973 negli Stati Uniti d’America dalla Capitol Records e il 23 dello stesso mese nel Regno Unito dalla Harvest Records. Quasi cinque decadi di età, eppure sembra sia uscito ieri da qualche passaggio spazio-temporale del futuro.

«The Dark Side of the Moon was an instance of political, philosophical and humanitarian empathy that desperately asked to come out.» (The Dark Side of the Moon era un’istanza di empatia politica, filosofica e umanitaria che chiedeva disperatamente di venir fuori)

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Così lo definì Roger Waters, polistrumentista e storico bassista e seconda voce del quartetto inglese. E forse sono proprio le sue parole le più adatte a definire un’opera di questo calibro. Noi comuni mortali non possiamo certamente avvicinarci alla natura quasi divina delle quattro menti che diedero vita ad un simile lavoro. The Dark Side of the Moon è l’esempio perfetto di come il genio nasca una sola volta, in circostanze quasi divine, come se i pianeti si fossero allineati in quel giorno.

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L’ottavo album dei Pink Floyd fu una rivelazione, rappresentò il culmine di anni di sperimentazioni. Assai diverso rispetto ai lavori precedenti, la prima cosa che saltò all’occhio fu la notevole riduzioni delle sezioni strumentali ed un maggiore accento ai testi. Questi ultimi incentrati sulla psiche umana e su quei lati nascosti (oscuri, per meglio dire) che la razionalità non può tenere a freno. Da qui il titolo canonico dell’album.

Temi come il conflitto interiore, il denaro, la percezione e il trascorrere del tempo, la morte, l’alienazione (un chiaro rifermento all’ ex vocalist Syd Barrett) furono la linfa vitale del disco. Premere il tasto “play”, tanto oggi quanto quasi cinquant’anni fa, significa entrare in una dimensione completamente aliena al mondo. Un po’ come guardare in uno specchio che riflette l’anima anziché il corpo. Questo è il lato nascosto della Luna e della psiche. Ed anche da un punto di vista prettamente tecnico i Pink Floyd furono innovativi. L’album si avvalse infatti di una registrazione in multitraccia, sintetizzatori analogici e sezioni parlate.

Già quando venne pubblicato il sesto album Meddle nel 1971, la band iniziò a raccogliere il materiale per la sua creazione finale. Addirittura Il nuovo album venne sponsorizzato mesi prima della sua effettiva pubblicazione, durante il Dark Side of the Moon Tour . Subito dopo l’uscita, il disco ottenne un successo stratosferico. Milioni e milioni di copie vendute e ben 741 settimane di prima posizione, tra il 1973 e il 1988, nella classifica statunitense Top LPs & Tapes.

L’idea di un lavoro che si concentrasse su un solo tema fu proprio di Roger Waters. In un’intervista concessa alla rivista Rolling Stone, David Gilmour disse:

«Credo che tutti pensassimo – e Roger sicuramente lo pensava – che molti dei testi che stavamo usando fossero un po’ troppo indiretti. C’era decisamente la sensazione che le parole stessero per diventare più chiare e specifiche.»

Sappiamo tutti dello storico attrito che ci fu tra i due -motivo per il quale la band si scioglierà-. Eppure in quel 1972, Il bassista e paroliere Roger Waters, il chitarrista David Gilmour, il batterista Nick Mason e il tastierista Richard Wright parteciparono alla composizione e alla produzione del nuovo materiale. Waters poi registrò i primi demo nella sua casa di Islington, in un piccolo studio di registrazione allestito in un capanno in giardino. Tutti e quattro furono d’accordo con l’idea.

Concettualmente parlando, e come già accennato, The Dark Side of the Moon rappresentò uno spartiacque nella carriera dei Pink Floyd. Lo stesso Gilmour definì il materiale precedente con Barrett «quella noiosa roba psichedelica» -ah, il buon David e le sue provocazioni- . Una svolta stilistica già annunciata, dicevamo, con Meddle, resa nota dall’espressione “musica concreta“. Il termine fa riferimento al compositore francese Pierre Schaeffer che lo ideò nel 1948. Esso indica la manipolazione del suono nella musica contemporanea. Schaeffer parlava di musica concreta intendendo il suono nella sua completezza; ovverosia il fatto di ascoltare il suono in tutti i suoi aspetti.

I Pink Floyd furono tra i primi innovatori a dare al suono una vita propria, non ragionando per schemi ma per interezza. Esattamente come nel Cubismo l’oggetto veniva rappresentato in mille prospettive su un unico piano esistenziale, allo stesso modo il sound dell’album venne colto nella sua totalità. Attraverso modulazioni, orchestrazioni e la tecnologia dell’epoca, The Dark Side of the Moon rese tangibile qualcosa che, prima di allora, era possibile cogliere solo con l’udito. Un’esperienza mistica che coinvolgeva tutti i cinque sensi.

I due lati del vinile contengono ciascuno cinque tracce, unite come fossero una sola suite per facciata. Inoltre ogni brano costituisce un’allegoria ai vari stadi della vita, tant’è vero che l’album inizia e finisce con il rumore del battito cardiaco. Ed è il cuore, per così dire, il senso dell’opera, a testimonianza di come solo tramite l’empatia si possa cogliere ciò che il solo grezzo cervello non può. D’altronde, come può la razionalità spiegare qualcosa di irrazionale? Solo la forza del sentimento può.

Oltre ad un enorme guadagno in termini economici, l’album segnò l’inizio di una nuova epoca musicale. La musica elettronica moderna, l’uso del sintetizzatore e delle sonorità psichedeliche e la musica intesa come concetto, presero il via proprio da qui, quasi cinquant’anni fa. Non possiamo quindi che concordare con la rivista Rolling Stone, che nel 1987 lo collocò al 37º posto della sua Top 100 Albums of the last 20 years, e sedici anni dopo al 43º nella sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.

«[…] Penso che quando fu terminato, tutti pensavamo che fosse la cosa migliore che avessimo mai fatto fino ad allora, e tutti erano molto soddisfatti, ma non è che qualcuno lo considerasse cinque volte migliore di Meddle, o otto volte migliore di Atom Heart Mother, oppure lo valutasse per il numero di copie che esso ha di fatto venduto. È stato [..] non solo un buon album, ma anche [realizzato] nel posto giusto al momento giusto»

(Nick Mason)

Tracklist nell’Edizione Originale:

Lato A
1. Speak to Me
2. Breathe
3. On the Run
4. Time + Breathe (Reprise)
5. The Great Gig in the Sky
Lato B
6. Money
7. Us and Them
8. Any Colour You Like
9. Brain Damage
10. Eclipse

Formazione:

David Gilmour – voce, cori, chitarra, lap steel guitar, pedal steel guitar, sintetizzatore
Roger Waters – basso, sintetizzatore, voce principale (tracce 8 e 9), effetti su nastro
Richard Wright – organo Hammond, pianoforte, pianoforte elettrico, cori e armonie vocali, voce principale (traccia 4), sintetizzatori Minimoog,
Nick Mason – batteria, percussioni, rototoms (traccia 4), effetti sonori e su nastro

25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

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G8 di Genova, 20 anni dopo le violenze su Rai3 il documentario “Noi che abbiamo visto Genova…”

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G8 genova carlo giuliani rai documentario

Il 20 luglio ricorreranno i 20 anni dalla morte di Carlo Giuliani. Il manifestante no global ucciso a Genova da un carabiniere durante le proteste per il G8 del 2001.

Furono giorni bollenti, di scontri, di battaglie per le vie del capoluogo ligure. Le forze dell’ordine, in particolare i dirigenti, furono sottoposte a pressioni e stress eccezionali. Da un parte richieste di pugno di ferro. Dall’altra la voglia di migliaia di persone che volevano urlare il loro dissenso. Anche in maniera forte. Oltranzista. Radicale.

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La Rai manderà in onda, nell’anniversario della morte del simbolo più tristemente noto di quei giorni, un documentario a riguardo. Sulla brutale repressione di alcuni corpi della forza pubblica che, tra spari ad altezza uomo e la cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Diaz, dimostrò una notevole difficoltà di contenimento dei manifestanti.

“Noi che abbiamo visto Genova…”, in onda il 20 luglio su Rai3 in seconda serata e poi streaming su RaiPlay, racconterà del fallimento di quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, papà di Carlo. Ma anche dell’attuale sindaco Marco Bucci e di quello di allora Giuseppe Pericu. E ancora Fausto Bertinotti, l’economista Carlo Cottarelli, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto.

Parleranno anche i giornalisti Massimo Calandri e Giovanni Mari e lo scrittore Carlo Lucarelli così come Bruno Pasolini, vittima degli abusi e dei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Quella vicenda che da più parti è stata indicata come la più grave violazione di diritti della storia repubblicana dell’Italia.

Attraverso il racconto del giornalista Franco Di Mare verranno visitati i luoghi simbolo di quel delirio che fu il G8. Palazzo Ducale, Piazza Alimonda, la stessa scuola Diaz.

Quella Piazza Alimonda che dà il titolo ad una canzone di Francesco Guccini.

“Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
Ma come quella vita giovane spenta, Genova muore”.

Genova in quei giorni morì veramente. Nell’incapacità di chi doveva decidere e impedire che si verificassero determinate situazioni. Evitando di scendere al livello della rabbia, giusta o meno, dei manifestanti.

Il documentario della Rai non è certo il primo né l’ultimo sull’argomento. Libri, canzoni, rassegne video. Tra i tanti il film “Diaz-don’t clean up this blood”, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, ha acceso ancora di più le luci dei riflettori sulla violenza perpetrata da alcuni reparti delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti.

I racconti, terribili, di chi visse sulla propria pelle quei momenti del G8 sono difficili da dimenticare. La violenta irruzione della Polizia all’interno della scuola genovese avvenuta il 21 luglio, il giorno dopo della morte di Carlo Giuliani, fu il triste esempio della sconfitta di tutte le parti in causa.

Una sconfitta che aprì una ferita ancora oggi difficile da rimarginare.

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Il ricordo di Gino Bartali: Uomo, Eroe e Campione

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Siamo nel 1914. Il 18 luglio, a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra, nel piccolo centro toscano di Ponte a Ema, frazione contesa tra Firenze e Bagno a Ripoli, nasce Gino Bartali. La sua è una famiglia umile e di origine contadina. Per vivere, suo padre Torello accendeva i lampioni a gas mentre la mamma, Giulia, lavorava la rafia. Il suo incontro coi pedali avviene in giovanissima età. A casa i soldi erano pochini e Gino, appena tredicenne, inizia a lavorare nell’officina di biciclette di Oscar Casamonti, per 10 lire la settimana.

Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina (le sorelle, ndr) non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto. Siccome non potevo andare a fare lo sterratore perché ero soltanto qualcosa più che un ragazzino e nemmeno potevo intrecciare la rafia (un mestiere da donna!) venni mandato da Oscar Casamonti, il biciclettaro”. Così raccontava Bartali in un’intervista a Mario Fossati, prestigiosa firma della Gazzetta dello Sport e La Repubblica.

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Inizia così, quasi per caso, una carriera durata un ventennio e una passione lunga una vita. L’esordio tra i professionisti avviene nel 1935, quando presentatosi da “indipendente”, si troverà a guidare la Milano-Sanremo, davanti a Learco Guerra. Arriverà settimo, per via di un guasto alla bici e dell’intromissione dell’allora direttore della Gazzetta, Emilio Colombo.

Bartali attira, così, le attenzioni delle maggiori squadre dell’epoca. Poco dopo firma per la Frejus, correndo il suo primo Giro d’Italia e piazzandosi al settimo posto, per poi passare alla Legnano, dove lo stesso Learco Guerra accetterà di fargli da gregario, aggiudicandosi la Maglia Rosa per la prima volta. Il destino, però, ci mette del suo e la tragedia è dietro l’angolo. A soli 20 anni, il fratello Giulio muore durante una corsa e Gino, devastato dal dolore pensa di chiudere col ciclismo. Il richiamo dei pedali, però, è troppo forte e la sfida (sempre viva) di dimostrare al padre che “anche quello del ciclista può essere un vero lavoro“, lo riporta in sella.

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Al suo rientro, Gino Bartali è ormai l’indiscusso numero 1 del ciclismo italiano. Nel 1937 bisserà il successo al Giro d’Italia ma, al Tour de France, dovrà ritirarsi per via di una rovinosa caduta che ne riacutizzerà la broncopolmonite di pochi mesi prima. L’anno successivo, riceverà il perentorio ordine da parte del regime fascista, di saltare il Giro d’Italia per preparare al meglio quello di Francia.

Trionferà oltralpe polverizzando ogni record e attirandosi le inimicizie del regime dopo aver dedicato le sue vittorie alla Vergine Maria, anziché al Duce. I suoi successi proseguono e nel 1940, Bartali sceglie come gregario al Giro, un giovane di belle speranze di nome Fausto Coppi. La gara parte come da pronostici e Gino si piazza subito in testa. Durante la competizione, però, il toscano cade infortunandosi e la squadra decide di puntare sul nuovo arrivato. Bartali, coriaceo e sbuffante come di consueto, accetta fornendo un aiuto decisivo al ciclista piemontese.

Al momento di scalare le Alpi, però, nasce uno degli episodi più belli dello sport italiano. Bartali si trova nuovamente in testa, davanti allo stesso Coppi che, alle prese coi crampi, sta pensando al ritiro. In preda al furore agonistico, il toscano torna indietro, getta Coppi nella neve per rinfrescarlo e, a suon di insulti, riesce a farlo montare nuovamente in sella gridandogli il famoso: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Fu Coppi, alla fine, a vincere il Giro d’Italia. È l’inizio della rivalità che spaccherà in due l’Italia del secondo dopoguerra.

la scena delle alpi, tratta da “gino bartali – l’intramontabile” del 2006

Da quel momento, proprio la Guerra mise fine alle competizioni sportive per cinque anni, assestando un duro colpo alla carriera di entrambi i ciclisti, in special modo a quella di un Bartali già maturo. Coppi finisce in Africa, prigioniero degli inglesi; Gino, invece, proprio lui che aveva sempre ricusato il credo fascista, si trova costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana.

RIVALITA’ E RISPETTO

Il 15 giugno 1946, il Giro riprende. E a contendersi la Maglia Rosa ci sono ancora loro. Coppi e Bartali. Bartali e Coppi. Protagonisti di una rivalità accesa come poche altre. E se Coppi, alla ripresa dopo la Guerra, pareva lanciato verso successi irraggiungibili. Fu Gino Bartali, dato da molti per “finito”, a ruggire ancora e ancora. Il vecchio leone toscano, mai domo e sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Ancora nel 1946 trionfa al Giro d’Italia e nel ’47 alla Milano-Sanremo. Ma il vero miracolo avviene nel 1948, con un’Italia sotto choc per l’attentato a Togliatti. Gino Bartali stravince il Tour de France, davanti al super campione transalpino Bobet, tra lo stupore del pubblico di casa.

Al di là di vittorie, quella tra Bartali e Coppi fu una rivalità sana. Di quelle che fanno bene alla nazione e portano in alto lo spirito sportivo. Il comunista e il democristiano. Nel cuore dei tifosi c’è, però, un’immagine che rimane indelebile. È quella della foto scattata durante una tappa del Tour del 1952. Il momento dello scambio della borraccia con l’amico-nemico di sempre. Quello stesso Fausto Coppi che, il 17 luglio del 1949 gli lascia vincere una tappa del Tour urlandogli: “Tanti auguri, Vecchiaccio!”.

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Durante la Seconda guerra mondiale, l’impiego di riparatore di ruote di biciclette fu una perfetta copertura per la reale attività del toscano. Durante il conflitto, infatti, sono numerose le testimonianze che vedono Gino Bartali, per conto dell’organizzazione clandestina DELASEM, fare la spola tra la toscana, il Vaticano e Assisi, trasportando nel telaio della bicicletta documenti falsi per gli ebrei perseguitati. La vicenda venne a galla negli anni ’80, con Assisi Underground, una produzione Rai che raccontava il ruolo della cittadina umbra in favore degli ebrei.

All’inizio arrivava fino a Genova, dove prendeva i soldi che venivano da un’organizzazione per la salvezza di quel popolo. Sulla strada del ritorno si fermava spesso alla Certosa di Lucca, da padre Costa, che nascondeva tante persone. Finché qualcuno non fece la spia. Arrivarono i nazisti, fucilarono tutti. Il nonno rimase colpito e non ci tornò più, nemmeno dopo la guerra. Cambiò percorso, arrivando ad Assisi. Andata e ritorno nella stessa giornata. Più di 340 chilometri nelle gambe”. Così racconterà anni dopo, la nipote Gioia.

Nonostante le tesi discordanti al riguardo, furono quelle azioni a convincere lo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Shoah di Gerusalemme), a dichiarare Bartali “Giusto tra le nazioni”: il riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita, salvando quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

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INFLUENZE

La figura di Gino Bartali è stata, nel corso degli anni, oggetto di numerosi omaggi in diversi campi. “Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Così canta Paolo Conte nel brano del 1984, ripreso in seguito da Enzo Jannacci, ricordando quella caduta che, in gioventù, spedì Gino in prognosi riservata e che gli “regalò” quella cicatrice a stella proprio sul nasone prominente. E ancora ricordiamo la miniserie prodotta da Rai Gino Bartali – L’intramontabile con Pierfrancesco Favino nei panni del campione toscano. Fino alle partecipazioni, dello stesso Bartali, ai film Totò al Giro d’Italia (1940) e Femmine di lusso (1960).

Omaggi e ricordi di una delle più grandi figure sportive italiane di sempre. Gino Bartali è stato questo: Campione due volte. In bicicletta e nella vita. “Il leone di toscana”, il “Ginettaccio” nazionale. Semplicemente l’Uomo, l’Eroe, il Campione.

Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca“ – Gino Bartali

Photocredit by Google Creative Commons

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Villa Medici ospita il fotoreporter Martin Parr

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Villa Medici Martin Parr Maurizio Cattelan

A Roma, dal 2 luglio al 31 ottobre 2021, l’Accademia di Francia – Villa Medici, ospiterà “VillaToilet MartinMedici PaperParr”, esposizione che unisce il lavoro di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari (curatori del magazine Toiletpaper) con quello di Martin Parr (fotoreporter britannico, precursore della fotografia a colori) in un itinerario stracolmo di colori.

Il percorso espositivo presenta oltre quaranta immagini che occupano un ampio spazio di Villa Medici, architettato da Alice Grégoire e Clément Périssé, in cui i visitatori possono vagare liberamente scegliendo il punto d’inizio e di fine, allontanandosi o avvicinandosi alle opere a loro piacere

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L’esposizione raccoglie e accosta le immagini più iconiche degli archivi prolifici dei tre artisti succitati. Il corpo umano, il cibo, gli animali sono i motivi ricorrenti di questo progetto fotografico che interroga la nostra ossessione contemporanea, il nostro uso-abuso delle immagini.

Troviamo le foto su grande o medio formato, appese su alberi o poggiate su monumenti. Altre invece sono stampate su delle sdraio che consentono al pubblico di prendere una pausa prima di continuare a vagare in questo labirinto di fotografie surreali che sposano il paesaggio in un gioco di rapporti che sottolinea lo spirito graffiante e impertinente dei loro autori.

Leggi anche “Un bicchiere al bar Vitelli, nella terra del Padrino che si affaccia sul mare e sul tramonto”

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