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Pink Floyd a Venezia, quel concerto leggendario tra polemiche bigotte e cumuli di rifiuti

Federico Falcone

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Stime ufficiali parlano di duecentomila persone, ma la verità è che quel giorno, a Venezia, avere reale contezza degli spettatori presenti era pressoché impossibile. Gli spazi, gestiti e organizzati in modo tale da ospitare la folla, però, non potevano tenere conto di chi si affacciava dai balconi, di chi era sui tetti, di chi, a bordo della propria imbarcazione, anche se distante, fissava con occhi estasiati il palco, consapevole di vivere un momento irripetibile. Quel 15 luglio del 1989, i Pink Floyd scrissero una delle pagine più belle della loro storia.

La band inglese, al tempo guidata dal chitarrista David Gimour ma orfana di Roger Waters, uscito dal gruppo quattro anni prima, non ha mai nascosto la profonda attrazione per le bellezze artistiche e archeologiche del nostro paese. Antonomasia di ciò è il live a Pompei, concerto capace di trascendere la mera esibizione musicale per consegnarsi alla storia come uno dei momenti più emozionanti ed esaltanti mai immortalati dal grande schermo. Uno show a tratti surreale, quasi onirico. La classe dei Pink Floyd al cospetto dell’anfiteatro romano più conosciuto al mondo, secondo solo, per fama, al Colosseo di Roma.

Dall’uscita di Waters all’esibizione a Venezia i Floyd registrarono un album, il controverso “A Momentary Lapse of Reason“, in cui però l’assenza del cantante e bassista si avvertiva come un macigno sullo stomaco, e pubblicarono un live, “Delicate Sound of Thunder” (da cui fu tratto anche un video). Se da un lato, quello creativo, si manifestava una brusca frenata, da un’altro, quello dell’appeal sul pubblico, la band inglese non risentì del tutto dell’uscita del suo naturale leader. E’ vero, l’assenza di Waters ridimensionò l’immagine del gruppo e certamente non contribuì a favorirne gli apprezzamenti da parte dei fan di ultima data, ma gli autori di quei capolavori senza tempo chiamati “The Wall” o “The Dark Side of the Moon“, giusto per citarne due a caso, erano in possesso di talmente tanta qualità, anche in chiave live, da richiamare folle oceaniche.

David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright lo sapevano, ne erano certi. Quel giorno, a Venezia, stupirono tutti, confermando il loro status di divinità musicali viventi con un concerto memorabile. Il costo del biglietto? Zero mila lire. Il concerto fu gratuito. E poi lo stage, su una piattaforma galleggiante. Qualcosa di folle, geniale, magistrale. Non stupisce, quindi, che in decine di migliaia si riversano su una delle città più belle del mondo per assistere all’ultima tappa del tour italiano della band inglese.

Ma non andò tutto liscio. Già dai giorni precedenti all’esibizione era chiaro che vi sarebbero stati dei problemi di ordine pubblico. Non vi era un percorso predefinito e chi conosce Venezia sa perfettamente che tra le sue caratteristiche non vi è quella degli spazi aperti. Inevitabilmente si crearono ingorghi, con lunghe file di gente incanalata che tentava di avanzare facendosi spazio tra i piccoli vicoli della meravigliosa città lagunare. Piazza San Marco venne presa d’assalto.

Col passare delle ore la tensione aumentò, fino a sfociare nelle cariche della polizia contro diverse decine o centinaia di ragazzi affollati, impazziti di fronte alla possibilità di vedere un concerto che non avrebbe mai più avuto un seguito. Un evento unico a cui tutti volevano assistere ma che avrebbe generato qualcosa come 400 tonnellate di immondizia e rifiuti di vario genere. Ci vollero giorni per ripulire completamente la città. La band, però, entusiasta all’idea di esibirsi il giorno del Redentore, cioè il giorno che a Venezia simboleggia la fine della peste e che si tiene il secondo sabato di luglio, partecipò di proprie tasche alle spese sostenute per mettere in piedi il concerto. Ripetiamo: i Pink Floyd finanziarono un loro concerto. Pelle d’oca.

Artefice dell’appuntamento, in principio identificato con un banale e generico “Venice, the lagoon“, fu Francesco Tomasi che, dopo aver portato i Pink Floyd per tre date all’Arena di Verona, due a Livorno e due a Cava dei Tirreni (fantastico, ndr), ebbe il lampo di genio – più una visione a dire il vero – di allestire un palco galleggiante di fronte a San Marco. Roba che solo a pensarla mette i brividi. Dio benedica i sognatori. Ma, anche qui, non andò tutto per filo e per segno, perché l’evento non fu originariamente pensato per essere realizzato nella Laguna, bensì sulla terra ferma, sull’isola della Giudecca. Dai rilievi dei tecnici e della commissione sulla sicurezza, emersero chiaramente criticità sulla sicurezza pubblica e sulla gestione dell’evento. Scattò quindi il piano B, quello che conosciamo.

Abbiamo citato i grossi cumuli di rifiuti e l’incredibile calca che non si riuscì a gestire in modo coordinato, ma non si possono non tenere in considerazione le scarse condizioni di igiene o di sicurezza oppure il formidabile lavoro di chi si preoccupò di allestire il palco, montare l’impianto audio-luci e quindi fare gli allacci della corrente. Il tutto su una piattaforma galleggiante lunga 97 metri, larga 27 metri e alta 24 metri. Un’impresa macroscopica, anche quella di tenere a freno lo humour contrastante della popolazione locale. Tra chi lamentava che tutto ciò avrebbe snaturato la festa del Redentore e chi tentò di boicottarlo fino all’ultimo, c’era anche chi, addirittura, ipotizzava che i volumi avrebbero causato il crollo del campanile.

Per la cronaca: la Soprintendenza alle Belle Arti stabilì il limite massimo di 60 decibel, non uno di più. Sempre la stessa Soprintendenza, però, non acconsentì all’utilizzo dei bagni chimici. Il motivo? “Decoro pubblico“. Secondo le stime dell’epoca, il concerto costò qualcosa come due miliardi di lire. Circa la metà di questa somma fu investita dalla Sacis, una società che vendette al resto del mondo i diritti televisivi per trasmettere il concerto in diretta per conto di mamma Rai. Grossi incassi li ebbero i commercianti, molti dei quali, in virtù dell’appuntamento, alzarono i prezzi dei propri prodotti in maniera spropositata.

La giunta comunale, di concerto con il Prefetto, valutò addirittura l’opportunità di annullare l’evento ma poi, ragionando con il cervello anziché con altre parti del corpo, ritenne più giusto che lo stesso si svolgesse. Non parliamo di settimane precedenti, ma di ore prima. Fino all’ultimo è stata valutata questa possibilità. Resta un mistero come lo avrebbero comunicato ai duecentomila spettatori senza che questi insorgessero.

Già, ma il concerto? Andò tutto relativamente bene, nel senso che venne portato a termine in modo del tutto indolore anche se, a causa degli stacchi pubblicitari della diretta, venne chiesto – e ottenuto – che Gilmour riducesse i suoi assoli. L’esibizione dei Pink Floyd durò solamente novanta minuti. La band suonò quattordici brani. A conclusione dello show si tennero gli immancabili giochi pirotecnici, tipici della festa del Redentore.

Setlist:

Shine On You Crazy Diamond (Part I-V)
Learnint to Fly
Yet Another Movie
Round and Around
Sorrow
The Dogs of War
On the Turning Away
Time
The Great Gig in the Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick in the Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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“Beatles più famosi di Gesù”: perché John Lennon fu costretto a scusarsi con gli Stati Uniti

Federico Falcone

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Che negli anni Sessanta i Beatles fossero famosi, amati e idolatrati era cosa nota. Non c’erano i social network né internet, ma il fanatismo verso la band inglese correva altrettanto velocemente, toccando in egual misura tutti gli angoli del globo terrestre. I baronetti di Liverpool erano ai massimi storici, il loro appeal era spaziale e ogni nuova canzone scritta si trasformava automaticamente in una hit scala classifiche. Insomma, non ne sbagliavano una. O forse si?

Certo è che a qualcuno non dev’essere andata a genio la frase “Siamo più popolari di Gesù“, pronunciata da John Lennon durante una conferenza stampa nel corso della quale non riuscì a tenere a freno il suo smisurato ego. E così, per recuperare a quelle parole tanto esilaranti quanto altezzose e maldestre pronunciate a marzo, l’11 agosto del 1966 fu costretto a scusarsi pubblicamente. Sempre attraverso una conferenza stampa.

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In quel di Chicago Lennon fece ammenda. Nell’occhio del ciclone, oltre a quella dichiarazione, finirono anche altre frasi, incriminate come contrarie ai “principi e valori espressi dalla religione cristiana”. Le scuse, va da sé, furono del tutto circostanziali. Senza di esse molte delle date previste per il tour statunitense rischiavano di saltare. I fedeli e i puritani americani non digerirono affatto quell’azzardo del cantante e chitarrista inglese. Anche perché, solamente tre giorni prima, i Beatles diedero alle stampe Revolver. Dettaglio non da poco.

“Il cristianesimo scomparirà. Si consumerà e poi svanirà […] Siamo più popolari di Gesù. Non so cosa scomparirà prima: il rock’n’roll o il cristianesimo”. Queste le parole pronunciate da John Lennon a marzo.

Se in patria, cioè in Inghilterra, queste frasi non ebbero conseguenze particolarmente catastrofiche, negli States invece sì. Non solo i Beatles rischiavano un boicottaggio senza precedenti ma finirono addirittura nel mirino di organizzazioni più o meno lecite come il Ku Klux Klan. Sul momento si temette addirittura per l’incolumità della band stessa, al tal punto da far pensare a un annullamento del tour. Le scuse, a quel punto, furono l’unica soluzione.

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“Non sono contro Dio, contro Cristo o contro la religione. Non avevo alcuna intenzione di criticarla. Non ho affatto detto che noi eravamo migliori o più famosi. Non ho paragonato noi a Gesù Cristo come persona o a Dio come entità o qualsiasi altra cosa esso sia […]. Ho detto che avevamo più influenza sui ragazzi di qualsiasi altra cosa, compreso Gesù […]. Se avessi detto che la televisione era più popolare di Gesù probabilmente l’avrei passata liscia”. Così Lennon in conferenza stampa l’11 agosto del 1969.

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La strage del 10050 di Cielo Drive, quando la Manson Family sconvolse Hollywood

Federico Falcone

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10050 di Cielo Drive, Bel-Air, Los Angeles. Un indirizzo passato tragicamente alla storia, ancora oggi avvolto da nubi di mistero, inquietudine e dolore. La sera del 9 agosto del 1969 salì alle cronache poiché teatro di cinque omicidi perpetrati dalla Family di Charles Manson, la setta composta da fanatici squilibrati, seguaci di colui che non molto tempo più tardi si definì il Diavolo.

L’infanzia infelice di Manson, figlio di una prostituta e di padre ignoto, ne segnò inevitabilmente la vita. Abbandonato, solo, in miseria, carico di turbe psichiche, fin da adolescente entrava e usciva di prigione con una certa facilità, dapprima per piccoli crimini e poi come protettore di prostitute. Giro che gli valse le prime condanne più importanti.

Negli anni della Love Generation, dell’amore libero e degli hippy, riuscì comunque ad avocare a sé un numero importante di ragazzi asociali, disagiati, ai margini della società, affascinati dalla sua indiscutibile ars oratoria.

Per loro era un guru, un Messia, colui che avrebbe ristabilito l’ordine delle cose in una società promiscua, devota al classismo e alla vacuità. Non solo, professava il satanismo e la cultura dell’olocausto razziale, auspicando il trionfo della razza bianca e la scomparsa di quella nera. Manson era anche appassionato della necromanzia, della magia nera, dell’esoterismo e dell’ipnotismo.

Una figura che, sulle menti più deboli e sulle personalità meno forti, esercitava un fascino letale. Da Cincinnati, dove nacque, si trasferì a San Francisco nell’estate del ’67. Era anche un patito dei Beatles, tanto da considerarsi il loro quinti componente nonché autore di alcuni brani.

Nella villa al 10050 di Cielo Drive viveva Roman Polanski con sua moglie Sharon Tate che, in quegli anni, pur non essendo dotata di un talento incredibile, era comunque una giovane attrice in rapida ascesa. Polanski, invece, era già un affermato regista. Il suo “Rosemary’s Baby” aveva trionfato non solo a Hollywood ma anche in Europa. Proprio il 9 agosto di quell’anno si trovava a Londra per impegni lavorativi connessi al film.

Quella sera d’agosto nella villa c’erano, oltre alla Tate che era al nono mese di gravidanza, anche alcuni amici della coppia: Jay Sebring, parrucchiere molto noto a Hollywood, Wojciech Frykowski, attore, e la sua fidanzata Abigail Folger, attivista per i diritti civili.

Manson fu il mandante della strage che inizialmente prevedeva un’altra vittima: Terry Melcher, produttore musicale (figlio di Doris Day), ma fu allontanato da un fotografo amico della Tate che gli aveva rivelato che la villa era invece di Polanski e dell’attrice. Non era il primo omicidio che veniva commesso dalla Family. Manson rimase nel ranch dove risiedeva e la strage fu commessa da Charles “Tex” Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel Linda Kasabian che però rimase fuori a fare da palo.

Entrarono nella residenza durante la notte, armati di coltelli, una pistola e una corda di nylon lunga 13 metri. Prima però tagliarono i fili del telefono, per isolare la villa e scongiurare che le vittime potessero chiamare aiuto.

Poco prima dell’irruzione incontrarono un giovane del posto, Steven Parent. Era amico del guardiano della casa, lo stesso che non si accorse di nulla fino all’arrivo, il giorno dopo, della polizia. Lo freddarono senza pietà. Una volta dentro, la Manson Family non risparmiò nessuno, compresa la giovane Tate, incinta al nono mese.

La Atkins si accanì ulteriormente, prendendo uno straccio intriso del sangue della Tate e scrivendo sulla porta la parola “Pig” usato in modo dispregiativo nei confronti dei poliziotti e “Helter Skelter”  sullo specchio del bagno. Parole, queste, che danno anche il titolo a una famosa canzone dei Beatles.

Quella strage fece calare uno spettro di orrore su Hollywood, pose fine a cinque giovani vite e uccise per sempre il sogno di una Hollywood lontana da odio e disperazione. La tanto ostentata omologazione su cui costruire una apparente e male celata tranquillità finì quella notte. Manson venne condannato alla pena di morte. Come lui anche agli altri membri della Famiglia. Nel 1972, però, l’esecuzione capitale fu abolita nello Stato della California, perciò la pena venne commutata in ergastolo. Il 19 dicembre 2017 Manson è morto per un’emorragia intestinale, all’età di 83 anni.

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Don’t cry for me Argentina: la storia di Evita Peròn

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di Daniela Musini

La luce. Era questo che incantava guardandola: la luce evanescente e carismatica che il suo volto riverberava

Bionda ed elegante, sorriso dolce e sguardo deciso: così era Evita Perón, la donna più potente e amata dell’Argentina del Novecento. Eva Maria (questo il suo nome all’anagrafe) nacque il 7 maggio 1919 a La Unión, una tenuta agricola a un tiro di schioppo dal paese di Los Toldos, in provincia di Buenos Aires, tenuta che faceva parte delle proprietà terriere di Juan Duarte, dove sua madre, Juana Ibarguren, era al servizio come cuoca.

Lui era sposato e aveva una famiglia regolare in un’altra località distante un centinaio di chilometri, Chivilcoy, ma le carni brune e gli occhi incendiari di Juana gli scatenarono una passione rapace. Ci sono amori nati per volare in cieli limpidi e amori nati per rimanere colpevoli e clandestini. Quello fra padrone e cuoca fu uno di questi.

Juana partorì cinque figli illegittimi fra i pettegolezzi e i mormorii della gente e il malevolo astio della famiglia regolare di Juan, il quale poco dopo la nascita dell’ultimogenita Eva Maria abbandonò amante e prole e se ne tornò a vivere sotto il tetto coniugale di Chivilcoy. Juana, disperata ma non vinta, prese i bambini e i pochi bagagli che possedeva e lasciò anche lei la tenuta, trasferendosi a Los Toldos dove un giorno la piccola Eva, chiamata affettuosamente Evita, entrando in classe vide scritto sulla lavagna a caratteri cubitali: «No eres Duarte, eres Ibarguren»: non sei una Duarte, sei una Ibarguren (il cognome della madre).

Una lama di coltello nello stomaco fu per lei quella umiliazione e mentre i suoi compagni continuavano a sghignazzare con la (in)consapevole crudeltà della loro età, lei lentamente, rigida e altera, lo sguardo fisso davanti a sé senza una lacrima, la bocca serrata diventata un taglio, andò a sedersi al suo banco. Fu quel giorno che decise il suo riscatto: diventerò qualcuno e gliela farò pagare a tutti.

Nel gennaio 1926 intanto suo padre Juan Duarte muore in un incidente d’auto, e allora Juana, vedova non riconosciuta e donna sola con tante bocche da sfamare, decide di andare a vivere con i suoi figli nella bella cittadina di Junin, e qui, china tutto il giorno sulla sua macchina da cucire Singer, diventa una sarta apprezzata dalle eleganti signore della borghesia.

A Junin Evita, che ormai ha 15 anni, osserva con ammirazione e un pizzico di invidia le donne dell’alta borghesia passeggiare la domenica sotto braccio ai loro mariti azzimati, sfoggiando gioielli e pellicce e ne rimane incantata

Lei non è come le altre sorelle che sognano un futuro tranquillo e modesto: lei è sì romantica, ma è soprattutto volitiva e determinata, ambiziosa e risoluta. Entrare a far parte del mondo lussuoso e luccicoso del Cinema è il suo obiettivo; diventare ricca e famosa il suo traguardo, ma non sa che il Fato ha deciso per lei un futuro ancora più glorioso e tragico.

Conosce nel frattempo il celebre cantante di tango Augustin Magaldi al quale rivela il fuoco sacro che cova dentro di sé per il palcoscenico e lui, che è una vecchia volpe, l’accoglie a braccia aperte e, si dice, anche nel suo letto. Evita si trasferisce così a Buenos Aires per tentare la fortuna: comincia a muovere i primi passi a Teatro e a frequentare il mondo dello spettacolo.

Non è più la modesta ragazza di provincia: ha tinto i capelli di biondo che accentuano la sua pelle di latte e per contrasto evidenziano i suoi occhi neri e vivaci e si trasforma in una giovane donna piena di fascino; pur non essendo una bellezza vistosa (è minuta e piccolina) si fa notare per i modi accattivanti, il glamour innato, e la grinta che traspare da ogni suo gesto.

Nel frattempo inizia a recitare in radio in quei radiodrammi ricchi di pathos e colpi di scena che ogni sera tenevano avvinghiati migliaia di persone: la sua voce calda e carezzevole e le indubbie doti interpretative fanno sì lei diventi l’attrice radiofonica più apprezzata del Paese e raggiunge ben presto fama e benessere economico.

«Nella vita di ogni donna c’è almeno un giorno meraviglioso e il mio è quello in cui ho incontrato Perón» scriverà rapita nella sua autobiografia La razon de mi vida. E l’incontro con l’uomo che diventerà la ragione della sua vita avviene il 22 gennaio 1944 quando lei partecipa insieme ad altri personaggi dello spettacolo e della politica ad un festival organizzato per raccogliere fondi per la cittadina di San Juan martoriata da un terremoto disastroso.

Il colonnello Juan Domingo Perón era uno dei capi del Grupo de Oficiales Unidos che l’anno precedente aveva provocato con un colpo di Stato militare la caduta dell’allora presidente Ramon Castillo a favore del Generale Edelmiro Farrel e da questi ricompensato con le cariche di segretario del Lavoro e degli Affari sociali.

Lei ha 24 anni e un passato chiacchierato, lui ne ha 48, è vedovo e uno degli uomini più potenti e influenti dell’Argentina: si guardano e Cupido scocca una freccia infuocata. Alla fine della serata escono insieme sottobraccio e per lei inizia la leggenda. Evita s’innamora in modo impetuoso di quest’uomo alto, possente, fascinoso e dal sorriso contagioso, la cui avvenenza era il frutto di un meticciato di varie etnie: scozzese, italiana, uruguayana, tehuelche (ossia i nativi della Patagonia).

Perón è un uomo ambiziosissimo e nell’anno successivo diventa nel contempo ministro della guerra, segretario del lavoro e vicepresidente: troppo per i suoi nemici all’interno delle stesse forze armate che il 9 ottobre lo costringono alle dimissioni e lo arrestano.

Dal carcere dove è rinchiuso scrive a Evita parole d’amore e di rimpianto: «Adesso so quanto ti amo e che non posso vivere senza di te. La mia immensa solitudine è piena del tuo ricordo». Passano solo pochi giorni e gli operai reagiscono in modo sorprendente e risoluto: in migliaia, una vera fiumana, si riversano per le strade chiedendo a gran voce la liberazione di Perón. Fa caldo quel giorno di ottobre (nell’emisfero australe in quel mese è primavera), la calca è asfissiante e allora i manifestanti, con un gesto che passerà alla Storia, si tolgono la camicia mentre scandiscono rabbiosi Perón libre, Perón libre: sono i descamisados (i senza camicia) e a galvanizzarli è proprio Evita, nel frattempo diventata una fervente attivista.

Perón viene liberato a furor di popolo e il 22 ottobre 1945 sposa la sua compagna in un tripudio di consenso popolare

Lei da allora in poi si firmerà Maria Eva Duarte de Perón, ma per il popolo argentino lei è semplicemente Evita, la Reina de los descamisados. È proprio a loro e alle migliaia di cabecitas negras, le “testoline nere” ovvero i contadini e i poveri dalla pelle scura delle zone interne del Paese che il processo di urbanizzazione aveva fatto confluire a Buenos Aires, che lei si rivolge nei suoi fiammeggianti comizi in cui sempre di più appare come trascinatrice di folle e incantatrice di cuori.

Sa come incendiare gli animi, sa parlare al cuore della gente: è sincera e ardente, appassionata e generosa e non dimentica le proprie origini, anche se gira con truccatore e parrucchiere al seguito, indossa abiti sontuosi e costosi (di Dior soprattutto), cappellini eleboratissimi e gioielli da favola (alla sua morte in cassaforte gliene ritrovarono per un valore di sei milioni di pesos). «Sono una di voi. So cos’è la fame» ripete spesso in pubblico e migliorare la condizione di poveri e diseredati, difendere i loro diritti, legittimare i figli nati fuori dal matrimonio (come lei) e dar voce alle prerogative delle donne sarà sempre il suo obiettivo primario, la sua missione fino alla fine.

Il 24 febbraio 1946, pochi mesi dopo la sua liberazione, Juan Domingo Perón diventa Presidente di quel grande Paese e così lei, l’ex ragazzina illegittima e umiliata dai compagni di classe, è la nuova Primera Dama e in quella veste svolgerà con passione e abnegazione il ruolo che più le sta a cuore: quello di abanderada de los humildes (portavoce degli umili). È lei la vera paladina del perónismo, il sincretico movimento politico che mira a tracciare una terza via tra capitalismo e comunismo, la seguace più ardente e convinta di suo marito Perón, figura assai controversa e discussa, idolatrato da molti e odiato da tantissimi.

Evita raggiunge in breve una fama smisurata: riceve in media dodicimila lettere al giorno, lavora nel suo ufficio fino a notte fonda, gira fra i poveri e i baraccati senza sosta non lesinando parole di conforto e abbracci, portando speranza e aiuti economici (nel corso della sua breve esistenza si parlò di 50 milioni di pesos elargiti).

Fa costruire scuole, 21 ospedali, case di riposo, quattromila alloggi per i diseredati (che costituiranno la cosiddetta Evita city), attrezza colonie estive per i bambini e, memore di sua mamma che era riuscita a mantenere una famiglia di sei persone grazie ad una macchina da cucire, ne fa distribuire a milioni tra le famiglie

Il 9 settembre 1947 grazie a lei e alle sue lotte, il Parlamento approva il disegno di legge che consente il diritto di voto alle donne che gliene saranno sempre grate e diventeranno, anche per questo, le sue più ferventi sostenitrici. Le donne argentine imitano il suo chignon basso e la sua sfumatura particolare di biondo, gli impeccabili tailleur e gli chemisier à pois, le acconciature floreali tra i capelli e le scarpe bianco dal tacco alto. Ma anche lei ha nemici che l’accusano di nascondere parecchi scheletri nell’armadio e di usare ipocritamente le sue munifiche elargizioni per tenere buono e asservito il popolo.

Coloro che mi attaccavano non potevano perdonare ad una giovane donna di aver avuto così tanto successo

Sue acerrime nemiche sono anche le dame dell’aristocrazia e delle classi sociali più elevate: per loro Evita, anzi, Eva Ibarguren, come si ostinano a chiamarla, è solo una modesta attrice che aveva fatto fortuna, una scaltra arvenue che aveva saputo far breccia nel cuore dell’uomo più appetito e potente d’Argentina, una con un passato “disinvolto” e spregiudicato.

Per questo la prestigiosa e snob Sociedad de beneficencia le rifiuta il ruolo di presidentessa che per prassi era riservata da sempre alla moglie del Presidente in carica. Lei, che è di natura magnanima ma anche impulsiva, dura e autoritaria, fa chiudere la Sociedad con atto governativo per istituire al suo posto la Fundacion Maria Eva Duarte de Perón.

Dato il carisma irresistibile e la popolarità in continua ascesa, suo marito Perón nel 1947 la invia in Europa per quello che sarà ribattezzato il Rainbow Tour e in molti Stati, Italia compresa, la Primera Dama d’Argentina viene accolta come una Regina. Ma nel 1950 destino personale s’ammanta all’improvviso dei colori cupi della tragedia: comincia ad accusare forti dolori allo stomaco che lei volutamente trascura: «i doveri verso il mio popolo sono più pressanti della mia salute» ripete a tutti, ma la sofferenza si fa di giorno in giorno più rapace e grifagna.

Il verdetto è crudele: cancro all’utero

Evita rifiuta l’intervento chirurgico perché suo marito nel febbraio 1951 è di nuovo in corsa per le elezioni che si sarebbero tenute a Novembre e lei vuole essere al suo fianco, deve essere al suo fianco «per il bene dell’Argentina» ribadisce con forza.

Non si risparmia neanche questa volta: infaticabile, prodiga, combattiva, sostiene il marito ed è sempre accanto a lui nei comizi e nelle arringhe, sempre elegante e senza un capello fuori posto anche se i dolori diventano sempre più atroci e il pallore e la magrezza si fanno sempre più inquietanti. Il male se la mangia vorace in poco tempo. È da un letto d’ospedale che infila la scheda elettorale nell’urna: è emaciata, ma ancora bellissima e combattiva.

L’11 novembre 1951 Perón vince con una maggioranza schiacciante e il corteo presidenziale si snoda per le strade di Buenos Aires: è un trionfo, un tripudio di gente, bandierine, petali di fiori e acclamazioni. Evita è in piedi accanto al suo Juan, luminosa e diafana: sorride serrando i denti perché i dolori nonostante la morfina sono implacabili ed è talmente debole che deve indossare un particolare busto di metallo che la sorregga durante la parata.

Il primo maggio 1952 appare in pubblico. Parla a fatica, la voce rotta dalla commozione

In pochi s’accorgono che sta in piedi solo perché il suo Juan la sostiene da dietro. Quando termina il suo discorso s’accascia tra le sue braccia e piange. Sarà la sua ultima apparizione in pubblico. Ma Perón era davvero addolorato?

C’è chi giura che no e il confine tra realtà e mistificazione in questi casi si fa labile: molti raccontavano che lui era sempre accanto a lei in quel letto di sofferenza inaudita e che fosse straziato dal dolore; altri invece sussurravano a mezza bocca che in realtà il Presidente, provando una sorta di dolorosa repulsione per quel corpo ischeletrito, dormisse lontano e si rifiutasse addirittura di farle visita.

Ed è a questo punto della storia che s’innesta un evento sconcertante: nel 2005 il neurochirurgo ungherese George Udvarhelyi dichiara in un’intervista di aver fatto parte dell’equipe medica che nel 1952 aveva praticato una lobotomia a Evita senza il suo consenso. La decisione, così si racconta, sarebbe stata presa dallo stesso marito su pressioni del governo.

Se così effettivamente è stato, quali furono ragioni che avrebbero indotto Perón a farle praticare quell’intervento così devastante? Era stato per aiutarla a sopportare gli inenarrabili dolori che il tumore le provocava? O la ragione, più sconvolgente, risiede nella volontà di azzerare così il potere politico di Evita? Quali che fossero le motivazioni, quell’intervento fu per lei esiziale: smise praticamente di nutrirsi arrivando a pesare 37 chili e trascorse gli ultimi giorni in uno stato pressoché vegetativo.

Il 26 luglio 1952 alle 20,25 i commentatori e gli annunciatori di tutti i canali radio dell’Argentina si fermano per annunciare, con la voce rotta dall’emozione, che «Eva Perón, capo spirituale della nazione, è entrata nell’immortalità.» Era morta all’età di trentatré anni, come nostro Signore Gesù, sottolinearono tutti. Un lugubre pianto si levò allora dall’intero Paese. Per quindici giorni due milioni di persone ammutoliti dal dolore sfilarono davanti al suo feretro di vetro dove lei riposava imbalsamata: gli uomini con il capo chino, le donne soffocando i singhiozzi nei fazzoletti

Don’t cry for me Argentina, ma tutta la Nazione piange e si dispera

Piangevano i suoi descamisados, piangevano le donne per i cui diritti lei si era battuta come una leonessa, piangevano i giovani che avevano individuato in lei una guida autorevole e materna. Quando il 19 settembre 1955 gli esponenti della Revolucion libertadora attuano un colpo di Stato e costringono Perón ad andare in esilio prima in Paraguay e poi in Spagna, per le spoglie di Evita inizia una sorta di calvario.

I golpisti vogliono cremarne il corpo per evitare che l’esposizione della salma perpetui la devozione del popolo nei suoi confronti, ma grazie anche al supporto del Vaticano, i peronisti riescono a far arrivare i resti mortali in Italia. Il 13 maggio 1957 Evita viene sepolta sotto il falso nome di Maria Maggi de Magistris nel cimitero di Musocco a Milano. Solo nel 1976 le sue spoglie giungono finalmente a Buenos Aires dove riposano in una piccola tomba di marmo nera nel Cementerio de la Recoleta, il cimitero monumentale della città. Sulla lapide lei, la Reina de los descamisados, aveva ordinato di incidere queste parole: Tornerò. E sarò milioni.

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