The Boys, la guerra all’Olimpo contemporaneo (Spoiler)

“È stato così bello. Come eravamo seduti noi tre, all’ombra di un melo. Ti ricordi di quel giorno Frederick? Le braccia di Chloe fuori dal finestrino dell’auto. Abbiamo trovato il posto perfetto in riva al fiume, all’ombra di un melo. Era la prima volta che Chloe mangiava mele fresche. Ero così felice. Era delizioso. Avrei voluto che non finisse mai.” Queste sono le ultime parole di Stormfront (Aya Cash), la new entry dei Sette nella seconda stagione di The Boys, che si è chiusa lo scorso venerdì 9 ottobre su Amazon Prime Video. Sono parole rivolte a Frederick Vought e alla figlia Chloe, morta di vecchiaia. Accompagnano l’uscita poco trionfale ma certamente d’effetto di un personaggio che ha portato, all’interno della serie, uno sconvolgimento importante, nei rapporti tra i personaggi e nel dinamismo della narrazione.

Presa più di una distanza dall’omonimo fumetto d’ispirazione, la Stormfront pensata da Eric Kripke è una donna decisa, brutale, potente, senza scrupoli, ma anche un personaggio misterioso, seducente, dotato di una straordinaria eloquenza e capace, in questione di attimi, di porre un pilastro dei Sette come Patriota (Antony Starr) in posizione subordinata, fino a farlo scivolare in una condizione autopunitiva e distruttiva. Perché, a differenza del fumetto, Stormfront è soprattutto una donna, e se nei Sette arriva per sopperire alla dipartita di Traslucent, nella vita di Patriota arriva a soppiantare la mancanza di quella Stillwell che lui stesso aveva ucciso, come dimostrazione di forza verso se stesso.

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E se un merito su tutti ha avuto questa stagione, è stato quello di aver rimescolato completamente le carte in un momento morto della narrazione. Precisamente, a cavallo tra la fine della prima e l’inizio della seconda stagione, il ritmo era in caduta libera, la storia senza particolari ispirazioni si trascinava dietro ancora troppe debolezze: il personaggio di Frenchie, per esempio, e la tediosa sottotrama di Abisso, vittima di una scrittura semplicemente pigra nei suoi confronti. Relegato ai margini della narrazione, le sue presenze in scena sono perfino antipatiche, tanto risultano noiose e inconcludenti, e si fa davvero fatica ad arrivare al dunque. Di fronte alla potente Stormfront, a una resistenza sempre più feroce e organizzata, alla crescita di Starlight e a una generale maggior ferocia dei personaggi, la figura di Abisso sembra ormai fuori luogo, debole, decisamente inutile, ma anche troppo fiacca per essere un convincente supporto comico.

Pur non partendo con le miglior premesse, questa seconda stagione di The Boys è riuscita comunque a prendere quota e ci ha mostrato un Patriota completamente diverso, più fragile, e dall’ambiguo spirito paterno. Non è soltanto un malvagio miracle-man dal sapore alanmooriano – per coniare un termine che ci tornerà utile –, ma anche il trait d’union dell’intera stagione, nella sua dualità con Stormfront e nella sua introspezione – bellissime le sequenze all’interno della baita. Ciò che davvero lo rende amabile come personaggio è la capacità di essere perfettamente umano nonostante le aspirazioni divine.

È involontariamente umano quando, durante l’esplosione delle teste nel finale dell’episodio 7, si rende conto di non avere il controllo della situazione, e lo vediamo per la prima volta spaesato, impaurito, e ancora prima quando, all’ingresso di Vogelbaum in tribunale, ha lo sguardo vitreo e comprime nervosamente le mani. Ed è umano quando si rende conto che i suoi poteri straordinari servono a poco di fronte alla compromissione mediatica della sua immagine. La televisione e i mass-media, e di riflesso l’adorazione delle masse, è ciò che davvero sta a cuore a Patriota, spiritualmente da solo in un mondo convulso, che si evolve troppo velocemente e di cui non riesce a tenere le redini. E dobbiamo dirlo: Antony Starr è un attore straordinario. Dov’è stato finora? Il suo Homelander è perfetto, divertente, eccessivo, e le sue espressioni – decisamente molto cinematografiche – rendono dignità ad ogni momento della serie, anche il più fiacco e riempitivo.

Ottimo anche il minutaggio dedicato a Black Noir (Nathan Mitchell), decisamente maggiore rispetto alla prima stagione. È un personaggio divertentissimo, e trovarlo nell’inquadratura vuol dire garanzia di violenza. Entra in scena nel primo episodio di questa seconda stagione sulle note di Sympathy for the Devil, mentre combatte un super-cattivo islamico, e lo ritroviamo soffocato da una barretta alle noccioline, nelle battute finali di stagione. Ma ci sono anche Fiaccola (Shawn Ashmore) e Salsiccia dell’Amore, la colonna sonora di Billy Joel e tantissimi omaggi al mondo hollywoodiano – non ultimo, una parodia di Dawn of Justice – e un uso esagerato di sangue, come piace a noi (o come ci si aspetterebbe, quantomeno).

Nonostante questi eccessi, la formula vincente di The Boys sta nell’aver preso le dovute distanze da un fumetto decisamente più estremo nei contenuti: stupri di gruppo, macellazioni, e un parco di personaggi più ampio e mentalmente deviato. Cose che al cinema e in tv spiace sempre vedere, per un gusto puramente artistico e non per questioni di moralità.

Il risultato è una seconda stagione ogni episodio più sorprendente e scoppiettante. Più soldi, più azione, più sequenze memorabili, più personaggi, più divertimento. E un finale brillante, nella sua lunghezza, che si chiude sulle dolci note di “God only knows” dei Beach Boys, un’epifania di grazia dopo un fiume di sangue, e una promessa di ritorno per la – già in produzione – terza stagione, che vedrà l’arrivo tanto atteso di Jensen Ackles (Supernatural, sempre di Kripke) nei panni di Soldier Boy – Soldatino, in Italiano.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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