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The Boys, la guerra all’Olimpo contemporaneo (Spoiler)

La recensione della seconda stagione di The Boys, la serie evento su Amazon Prime Video

Alberto Mutignani

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“È stato così bello. Come eravamo seduti noi tre, all’ombra di un melo. Ti ricordi di quel giorno Frederick? Le braccia di Chloe fuori dal finestrino dell’auto. Abbiamo trovato il posto perfetto in riva al fiume, all’ombra di un melo. Era la prima volta che Chloe mangiava mele fresche. Ero così felice. Era delizioso. Avrei voluto che non finisse mai.” Queste sono le ultime parole di Stormfront (Aya Cash), la new entry dei Sette nella seconda stagione di The Boys, che si è chiusa lo scorso venerdì 9 ottobre su Amazon Prime Video. Sono parole rivolte a Frederick Vought e alla figlia Chloe, morta di vecchiaia. Accompagnano l’uscita poco trionfale ma certamente d’effetto di un personaggio che ha portato, all’interno della serie, uno sconvolgimento importante, nei rapporti tra i personaggi e nel dinamismo della narrazione.

Presa più di una distanza dall’omonimo fumetto d’ispirazione, la Stormfront pensata da Eric Kripke è una donna decisa, brutale, potente, senza scrupoli, ma anche un personaggio misterioso, seducente, dotato di una straordinaria eloquenza e capace, in questione di attimi, di porre un pilastro dei Sette come Patriota (Antony Starr) in posizione subordinata, fino a farlo scivolare in una condizione autopunitiva e distruttiva. Perché, a differenza del fumetto, Stormfront è soprattutto una donna, e se nei Sette arriva per sopperire alla dipartita di Traslucent, nella vita di Patriota arriva a soppiantare la mancanza di quella Stillwell che lui stesso aveva ucciso, come dimostrazione di forza verso se stesso.

E se un merito su tutti ha avuto questa stagione, è stato quello di aver rimescolato completamente le carte in un momento morto della narrazione. Precisamente, a cavallo tra la fine della prima e l’inizio della seconda stagione, il ritmo era in caduta libera, la storia senza particolari ispirazioni si trascinava dietro ancora troppe debolezze: il personaggio di Frenchie, per esempio, e la tediosa sottotrama di Abisso, vittima di una scrittura semplicemente pigra nei suoi confronti. Relegato ai margini della narrazione, le sue presenze in scena sono perfino antipatiche, tanto risultano noiose e inconcludenti, e si fa davvero fatica ad arrivare al dunque. Di fronte alla potente Stormfront, a una resistenza sempre più feroce e organizzata, alla crescita di Starlight e a una generale maggior ferocia dei personaggi, la figura di Abisso sembra ormai fuori luogo, debole, decisamente inutile, ma anche troppo fiacca per essere un convincente supporto comico.

Pur non partendo con le miglior premesse, questa seconda stagione di The Boys è riuscita comunque a prendere quota e ci ha mostrato un Patriota completamente diverso, più fragile, e dall’ambiguo spirito paterno. Non è soltanto un malvagio miracle-man dal sapore alanmooriano – per coniare un termine che ci tornerà utile –, ma anche il trait d’union dell’intera stagione, nella sua dualità con Stormfront e nella sua introspezione – bellissime le sequenze all’interno della baita. Ciò che davvero lo rende amabile come personaggio è la capacità di essere perfettamente umano nonostante le aspirazioni divine.

È involontariamente umano quando, durante l’esplosione delle teste nel finale dell’episodio 7, si rende conto di non avere il controllo della situazione, e lo vediamo per la prima volta spaesato, impaurito, e ancora prima quando, all’ingresso di Vogelbaum in tribunale, ha lo sguardo vitreo e comprime nervosamente le mani. Ed è umano quando si rende conto che i suoi poteri straordinari servono a poco di fronte alla compromissione mediatica della sua immagine. La televisione e i mass-media, e di riflesso l’adorazione delle masse, è ciò che davvero sta a cuore a Patriota, spiritualmente da solo in un mondo convulso, che si evolve troppo velocemente e di cui non riesce a tenere le redini. E dobbiamo dirlo: Antony Starr è un attore straordinario. Dov’è stato finora? Il suo Homelander è perfetto, divertente, eccessivo, e le sue espressioni – decisamente molto cinematografiche – rendono dignità ad ogni momento della serie, anche il più fiacco e riempitivo.

Ottimo anche il minutaggio dedicato a Black Noir (Nathan Mitchell), decisamente maggiore rispetto alla prima stagione. È un personaggio divertentissimo, e trovarlo nell’inquadratura vuol dire garanzia di violenza. Entra in scena nel primo episodio di questa seconda stagione sulle note di Sympathy for the Devil, mentre combatte un super-cattivo islamico, e lo ritroviamo soffocato da una barretta alle noccioline, nelle battute finali di stagione. Ma ci sono anche Fiaccola (Shawn Ashmore) e Salsiccia dell’Amore, la colonna sonora di Billy Joel e tantissimi omaggi al mondo hollywoodiano – non ultimo, una parodia di Dawn of Justice – e un uso esagerato di sangue, come piace a noi (o come ci si aspetterebbe, quantomeno).

Nonostante questi eccessi, la formula vincente di The Boys sta nell’aver preso le dovute distanze da un fumetto decisamente più estremo nei contenuti: stupri di gruppo, macellazioni, e un parco di personaggi più ampio e mentalmente deviato. Cose che al cinema e in tv spiace sempre vedere, per un gusto puramente artistico e non per questioni di moralità.

Il risultato è una seconda stagione ogni episodio più sorprendente e scoppiettante. Più soldi, più azione, più sequenze memorabili, più personaggi, più divertimento. E un finale brillante, nella sua lunghezza, che si chiude sulle dolci note di “God only knows” dei Beach Boys, un’epifania di grazia dopo un fiume di sangue, e una promessa di ritorno per la – già in produzione – terza stagione, che vedrà l’arrivo tanto atteso di Jensen Ackles (Supernatural, sempre di Kripke) nei panni di Soldier Boy – Soldatino, in Italiano.

Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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Dal 29 ottobre al 30 novembre L’Aquila sarà la capitale dell’horror

redazione

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L’associazione L’Aquila Young è lieta di presentare la sesta edizione dell’Abruzzo Horror Festival che andrà in scena nonostante la situazione di emergenza che stiamo attraversando con la mostra “Dario Argento 50” e online con la sezione letteraria e cinematografica.

La mostra Dario Argento 50 è allestita sotto i portici che vanno da c.so Principe Umberto a Piazza Palazzo in centro storico all’Aquila, dove 11 gigantografie ritraggono i poster originali dei film di Dario Argento che quest’anno festeggia i 50 anni di carriera. Dal primo film “L’uccello dalle piume di cristallo”, passando per “4 mosche di velluto grigio”, “Il gatto a nove code”, “Profondo rosso”, “Phenomena”, “Suspiria”, “Tenebre”, “Inferno”, “La terza madre”, “Opera”, “Il fantasma dell’opera”.

La mostra sarà visibile fino al 30 novembre. Perr l’occasione è stato preparato un premio alla carriera che sarà visibile sui canali social da domenica primo novembre dopo la cerimonia di premiazione della sesta edizione dell’Abruzzo Horror Festival. Il premio è stato realizzato da due artisti aquilani, Riccardo Di Francesco Fantasy Lab e Federico Coda.

La competizione letteraria Abruzzo Horror Literary Contest, giunta alla seconda edizione, vedrà la cerimonia di premiazione in diretta streaming, domenica 1° novembre ore 18 sui canali web ufficiali del festival su Youtube e Facebook. La giuria di quest’anno è composta da Alessandra Prospero (Presidente), Paolo Di Orazio, Salvatore Santangelo, Federico Del Monaco, Alessandro Martorelli.

La competizione cinematografica vede 12 cortometraggi in concorso italiani e internazionali che sono visibili dal 29 ottobre al 1° novembre sul canale ufficiale Youtube dell’Abruzzo Horror Festival e la cerimonia di premiazione si terrà domenica 1° novembre alle ore 19 in diretta streaming sui canali web ufficiali del festival Youtube e Facebook. La giuria di quest’anno è composta da Roberto De Feo (Presidente), Paolo Di Orazio, Francesco Belliti, Piercesare Stagni.

Link per la visione dei corti e per le cerimonie di premiazione

Youtube: https://www.youtube.com/channel/uc3x9ilyzkfi9tmpvhae2c8q?view_as=subscriber pagina
Facebook: https://www.facebook.com/abruzzohorrorfestival

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La storia di Jack O’Lantern raccontata da Francesca Lucidi

Jack O’Lantern. La vera storia dei Digrignanti lumi di Halloween è un racconto che gli appassionati del genere, ma non solo loro, non possono mancare di avere

Federico Falcone

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“In un tempo lontano, ma vicino per screzi con il Creatore, il Diavolo era un passante e una compagnia nota”

Francesca Lucidi

E’ con queste parole che si apre Jack O’Lantern. La vera storia dei Digrignanti lumi di Halloween, racconto della scrittrice abruzzese Francesca Lucidi.

Lo scritto trae ispirazione da una storia tutta tanto singolare quanto affascinante, quella di Jack o’Lantern, fabbro irlandese con il vizio di alzare un po’ troppo il gomito. Un racconto che si tramanda di generazione in generazione, capace di trascendere i confini dell’isola per affascinare i quattro angoli del globo. Halloween, infatti, festa o ricorrenza che sia – ognuno può apostrofarla come meglio crede – nel corso degli ultimi decenni ha attecchito praticamente ovunque.

Leggi anche: I nostri dieci fumetti preferiti da leggere ad Halloween

Tra le tante leggende che costellano il 31 ottobre e le ore immediatamente precedenti o successivo a esso, questa è una delle più famose.

Jack, ubriacone, taccagno e scontroso, la notte di Halloween si reca al solito pub. Qui incontra il Diavolo. Ma lui, nonostante nelle vene abbia più alcol che sangue, riesce in qualche modo a imbrogliarlo. Gli fa credere che avrebbe venduto la sua anima in cambio di una birra. L’ultima della serata. Il Diavolo si trasformò in una monetina da sei pence per pagare l’oste e l’irlandese fu abbastanza veloce da riuscire ad intascarla.

Jack, in tasca, aveva con sé anche una croce d’argento. Elemento determinante, perché il Diavolo, vicino a essa, non riuscì più a tornare nella sua forma originaria. Tra i due intercorse un nuovo patto: se il fabbro lo avesse lasciato andare, il Diavolo non avrebbe potuto reclamare la sua anima per almeno dieci anni. Questi, se pur con disprezzo, accettò. Ma non finì qui, perché quando dopo una decade i due si incontrarono, Jack riuscì nuovamente a scappare da esso, facendogli promettere che non lo avrebbe più cercato. Anche in questo caso il Diavolo accettò.

Leggi anche: La ricezione artistica di Halloween: intervista all’illustratrice Diana Gallese

Quando Jack morì non venne accettato in Paradiso, dovendo così andare a bussare alle porte dell’Inferno. Il Diavolo ebbe la sua vendetta e lo respinse. Da quel momento, in attesa del Giorno del Giudizio, vagò con il tizzone che il Diavolo gli tirò usandolo come lumino, simbolo fatale delle anime dannate e perdute. Quel lumino assunse la forma di rapa, ma con l’immigrazione della comunità irlandese negli States, e con il conseguente trasferirsi di usi, costumi e leggende, queste vennero sostituite delle zucche. Da qui, Jack O’Lantern e il suo legame con Halloween.

“E’ una fiaba horror con evidenti elementi humor in grado di dare quelle suggestioni che ricercavo” – Francesca Lucidi

L’equilibrio tra i due aspetti è ben marcato nelle settanta pagine che compongono il lavoro della scrittrice abruzzese, appassionata di tematiche misteriose e leggende occulte. Ma anche di rock’n’roll, come le piace sottolineare. Bene, piace anche a noi, ci sentiamo di aggiungere.

La leggenda di Jack O’Lantern è raccontata in una veste inedita, con nuovi caratteri e nuove malevole presenze. Jack e il Principe della Menzogna: partite a carte e bevute di whiskey intratterranno i personaggi che si troveranno scaraventati in un susseguirsi di eventi dai risvolti assai inquietanti ma anche ironici, appunti.

Jack parla alle coscienze, ai desideri, alle bramosie. Il diavolo è il ribaltamento del bene, è male per antonomasia e nascita. Jack è un uomo e, in quanto tale, sceglie consapevolmente di perpetrare azioni poco cristiane attirando a se il principe, il guardiano e il padrone dei peccatori senza redenzione. Jack è una catarsi umoristica e orrorifica che vive nel mondo e conosce l’avarizia e l’arrivismo”, mi spiegò Francesca in una nostra vecchia intervista per il quotidiano Marsicalive.

Quando ci ritrovammo a parlare del libro, di fronte a un thé pomeridiano (neanche fossimo inglesi, vero?) mi definì questo racconto come una “storia di Halloween raccontata attraverso l’occhio della cinepresa“. Il mio consiglio, va da sé, è quello di dare un’opportunità a questo lavoro. Ben scritto, interessante, suggestivo. Si legge tutto d’un fiato ed è davvero ben pensato. L’umiltà con cui Francesca me lo presentò fu la più grande testimonianza di come la passione possa veicolare l’interesse a spingersi oltre e a cimentarsi in opere e progetti. Jack O’Lantern. La vera storia dei Digrignanti lumi di Halloween è un racconto che gli appassionati del genere, ma non solo loro, non possono mancare di avere.

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Ma perché proprio Jack O’Lantern tra le tante storie, miti, leggende, di Halloween? “Ho preso la leggenda di Jack, breve e lacunosa, e ho inserito personaggi nuovi e situazioni inedite. Il tutto è abile a intrattenere, sì, ma tanti simboli sono ben piantati tra le pagine e le nebbie”, spiega Lucidi.

“Cercavo qualcosa da leggere davanti al camino… che mi facesse sentire il mistero e anche i significati che sempre hanno circondato questo periodo dell’anno. La lotta con il male è un tema vecchio come il tempo, ed ecco che ho pensato alla leggenda di Jack. Ho cercato qualcosa da leggere che contenesse tutto ciò che ti ho citato: nulla, non ho trovato nulla. Allora ho scritto qualcosa che lo stessa avrei voluto leggere. Adoro i racconti, le leggende e le riflessioni che possono schizzar fuori dell’umorismo e dal folklore”.

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C’è acqua sulla Luna!

“Questa scoperta sfida la nostra comprensione della superficie lunare”

Federico Falcone

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Quella che era un’ipotesi, a lungo rincorsa come un sogno, si è trasformata in realtà. C’è acqua lontano dal nostro pianeta.

Lo ha reso noto la NASA, ieri, nel corso di una conferenza stampa. Sulla Luna, il nostro satellite, l’unico posto nell’universo finora raggiunto dall’uomo (salvo tesi contraria) è stata scoperta una chiazza d’acqua nelle zone illuminate dal Sole, quelle equatoriali che volgono sguardo verso la Terra. L’occhio del telescopio Sofia è andato più lontano del solito, ha esplorato, scrutato e, infine, trovato nella zona del cratere Clavius.

Non è facile comprendere quanto saranno sfruttabili queste riserve d’acqua. Certo è che, per la missione Artemis, si tratta di una scoperta fondamentale. Così come per i viaggi nello spazio e per le altre missioni che prevedono il ritorno dell’uomo sulla Luna, nel 2024. A questo punto cambiano gli scenari e le previsioni dei mesi e degli anni addietro e tale scoperta apre a nuove prospettive.

Punto di partenza, molto probabilmente, sarà lo studio della regolite lunare che ha intrappolato le molecole. Dai dati che emergeranno dalle ricerche si valuterà come procedere nelle prossime esplorazioni e, soprattutto, a cosa realmente ambire. Insomma, si apre una nuova pagina per la scoperta del cosmo. L’acqua sulla Luna, stando a una prima supposizione, sarebbe arrivata attraverso i meteoriti che, nel corso dei millenni, hanno impattato con la superficie.

Questa si sarebbe conservata grazie alle diverse zone in ombra che avrebbero preservato le molecole presenti. Si stima che la quantità individuata sia di 100 ppm – 412 ppm (parti per milione) nel primo metro circoscritto. La quantità totale, però, non è ancora chiara.

Il telescopio SOFIA ha dimensioni di 2,7 metri con un diametro effettivo di 2,5 metri. Questo consente di studiare il Sistema Solare e tutte quelle situazioni dove sono presenti polveri che bloccano la luce visibile (ma non gli infrarossi). Inoltre la possibilità di spostarsi in tutto il Mondo permette anche di cambiare “punto di vista” sul fenomeno da osservare.

Paul Hertz (direttore della divisione astrofisica alla NASA) ha dichiarato “avevamo indicazioni che l’acqua che conosciamo – potrebbe essere presente sul lato soleggiato della Luna. Ora sappiamo che è lì. Questa scoperta sfida la nostra comprensione della superficie lunare e solleva interrogativi intriganti sulle risorse rilevanti per l’esplorazione dello spazio profondo”.

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