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Musica

The Biggest Combat Rock Band, un supergruppo in concerto con quattro canzoni sacre – il racconto

Fabio Iuliano

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Adattando a mio piacimento l’adagio di Giovanni Giolitti, fare una parafrasi dei testi di Kurt Cobain non è difficile, è inutile. Il senso di alcuni versi te lo puoi solo ritrovare tatuato addosso lungo la strada. E ieri, mentre facevamo il soundcheck, ho scoperto per la prima volta parole cantate e ricantate per anni: “I am worse at what I do best / and for this gift I feel blessed“. Qualcosa che a me ora arriva come “Do il peggio di me a fare ciò che faccio meglio. E per questo dono mi sento fortunato”.

Benedetto e fortunato anche dalla possibilità di “fare del mio peggio” in una serata di puro rock, in omaggio a quattro canzoni chiave, ciascuna a rappresentare una decade importante nella storia della musica: dagli anni Sessanta agli anni Novanta. L’occasione è “The Biggest Combat Rock Band” (Bcrb) un’iniziativa nata dal format “Combat Rock”, evento live che prevede l’esibizione di due band contrapposte sullo stesso palco che si sfidano suonando vicendevolmente cover rappresentando ognuna la propria band di riferimento.

Qui però la sfida viene meno: Bcrb è più che altro un supergruppo con decine di elementi – tra batteristi, bassisti, chitarristi e voci – che suona pezzi all’unisono, pur lasciando spazio alle parti soliste. Un’esperienza che, nel piccolo, è una sorta di Rockin’1000. Ne viene fuori comunque una serata straordinaria di sonorità prevalentemente elettriche, un’occasione (ben rara quest’estate a causa delle misure anti-Covid) per far vibrare gli amplificatori.

Appuntamento alla Marina di Pescara, in Abruzzo, per una serata di Estatica, il cui cartellone è stato rimodulato nelle ultime settimane. Una volta ricevuta la nuova convocazione dagli organizzatori della Spray Records, confermo la mia partecipazione come vocalist. Passo gli ultimi giorno in spiaggia con i testi delle quattro canzoni designate, tutto inutile: è solo il monitor laterale che trovo inaspettatamente di fronte alla mia postazione microfonica (la numero 15) ad evitarmi una performance simile a Bob Dylan nel video di We are the world.

Come band, occupiamo sia il palco sia parte della platea, lasciando il pubblico sulle gradinate, con tanto di posti ben distanziati. In realtà, sul palco ci sono solo i batteristi, una decina tra cui tre ragazzini. Immediatamente sotto, i bassi e le chitarre. Noi cantanti siamo disposti a semicerchio con la testa rivolta verso i musicisti, come se fossimo in sala prove. Mi scoccia dare le spalle alla gente. Per questo, quando l’atmosfera si scalda un po’, srotolo il cannon del microfono per avere modo di cantare salire su in platea e cantare da lì (sempre mantenendo le distanze per carità).

A cantare e “dirigere” c’è Simone Flammini, dalla postazione microfonica centrale. Con lui, Roberto Sala che si occupa anche di creare le condizioni ideali per realizzare vari videoclip (coordinamento organizzativo a cura di Marianna Di Vittorio). Di qui, la scelta di fare di ogni pezzo 3 take, nel tentativo di far concentrare le energie migliori sulle ultime versioni.

Si parte con gli anni Sessanta, e con Wild Thing dei Troggs, una canzone che vanta innumerevoli versioni realizzate dagli artisti più disparati. Tra le più famose, quella di Jimi Hendrix, con tanto di chitarra distrutta e un testo da antidoping. Flammini chiama tutti a raccolta, ma c’è da aspettare il via libera della sezine ritmica. Così chiama in causa i chitarristi dicendo: “Non dovete fare nulla di diverso che quello che farete tutta la vita, ossia aspettare che il batterista sia pronto”.

I’m worse at what I do bestAnd for this gift I feel blessedCombat Rockhttps://bit.ly/2Bx9BeB

Pubblicato da Fabio IUliano su Domenica 26 luglio 2020

Dal quattro iniziale esce subito un bel sound, già ben rodato nel soundcheck del pomeriggio. Nella band ci sono anche ben cinque bassiste, una di loro – Valentina Sigismondi – ha gli occhi puntati di fotografi e cameraman, ha anche una go pro installata sulla paletta e corna da diavolessa che compaiono per Highway to Hell, l’omaggio agli anni Settanta sulle note degli Acdc (il brano è del 1979). Tra i chitarristi, viene ricordato, c’è anche chi ha indicato questo pezzo in sede di esame come esempio di ritmo anacrusico, quel maledetto inizio in levare rispetto alla battuta che ci vuole un po’ a capirlo.

Gli anni Ottanta arrivano sulle note di “We’re not gonna take it” dei Twisted Sister, un bell’inno alla libertà che non fa mai male di questi tempi. Infine, i Novanta, con Smells Like Teen Spirit, canzone simbolo di Nevermind, l’album con cui i Nirvana superarono l’allora re del pop Michael Jackson su Billboard. Per me è il momento più atteso. Sono di parte, tanto che, preso dall’entusiasmo, canto l’ultima take in un’ottava che non mi compete, perdendo la voce su quel Denial, denial, denial.

E non tutti la pensano così, a partire dallo stesso Simone che, citando il buon Magnotta (“La presi e la pagai”) invita i chitarristi a riporre l’accordatore nel fodero, “tanto con questa canzone non serve”. Prima di rompere le righe, decidono anche di esprimere le proprie perplessità nei confronti della band di Seattle, dando voce a un’improbabile versione italica da parte della band Ciementificio (si scrive proprio così). Io mi assento un attimo e li lascio sfogare. “Il rock non eliminerà i tuoi problemi. Ma ti permetterà di ballarci sopra”, si è trovato a dire Pete Townshend. Poi l’ultimo bis, ancora con gli Acdc.

Dal Porto Turistico "Marina di Pescara" a poche ore da The Biggest Combat Rock Band, il concerto di un supergruppo sulle note di pezzi sacri del rock per Estatica Pescara.Combat Rockin diretta Fabio IUliano con Simone Flammini

Pubblicato da Virtù Quotidiane su Domenica 26 luglio 2020

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Patti Smith intona People have the power tra le strade di New York

Antonella Valente

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Il video è di qualche giorno fa, esattamente la sua esibizione. Patti Smith, la “sacerdotessa del rock”, ha intrattenuto una piccola folla di presenti tra le strade di New York con un’esecuzione di “People have the power”, tra le sue hit più conosciute e amate di sempre. Inutile dire che i passanti, stupiti e incuriosi dall’insolita scena, hanno filmato tutto e messo online sui principali social network.

L’esibizione della 73enne non è stata casuale, ma ha avuto uno scopo preciso: invitare gli americani ad andare a votare per le prossime presidenziali.

I was dreaming in my dreaming
Of an aspect bright and fair
And my sleeping it was broken
But my dream it lingered near

Il video di cui sotto è stato postato da un fan

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Musica

MustRow lancia “Un volontario dal pubblico”, primo album in studio in italiano

Fabio Iuliano

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È uscito oggi negli store digitali “Un volontario dal pubblico”, il primo album in italiano scritto, arrangiato e prodotto da Fabio Garzia, in arte MustRow. Dopo una lunga carriera, come collaboratore per artisti come Noemi, Elisa, Rkomi, Dj Shablo, Marracash, Carl Brave, Wrongonyou, MustRow decide di pubblicare un disco rock, puro e coraggioso: l’album è tutto ciò che non ti aspetti, è la porta in faccia ma anche la verità non detta, il vivere finalmente senza preoccuparsi di come si appare, è essere se stessi.

Il risultato è un sound internazionale ma assolutamente made in Italy, che dimostra come ancora oggi, anche in Italia, si possa fare un album rock moderno e credibile.

Voce graffiante e neanche troppo “educata”, MustRow, dopo l’album d’esordio in inglese “Sugar Baby”, autoprodotto e realizzato interamente da lui come musicista, compositore e arrangiatore, nel settembre 2019 pubblica il singolo “MALE(DIRE)”, prima canzone in italiano che segna l’inizio di un nuovo percorso musicale, nel quale il sound rock alternative d’oltreoceano rimane protagonista, ma questa volta incontrando il cantautorato italiano, senza nascondere le chitarre distorte che sostengono una vocalità particolare e dei testi che non vogliono essere leggeri.

L’utilizzo di strumenti fisici da una parte, e di campionamenti elettronici e synth dall’altra, danno alle sue produzioni un impatto potente che strizza l’occhio ad un sound internazionale. Caratteristiche che vengono riprese dal terzo singolo “Oggi sto bene”.

Qualche settimana fa era uscito anche “Non è musica”, un grido a qualcosa che non funziona dentro di noi. Un brano potente ed energico che dimostra quanto le chitarre distorte, se usate in modo moderno e senza i classici clichè, possano ancora essere rilevanti al giorno d’oggi.

Un fuzz sporco e uno stile che ricorda quello di Matt Bellamy (Muse) e Jack White e che si amalgama alla perfezione con i synth, la batteria ed i cori (registrati con la partecipazione de L’Avvocato dei Santi). Ogni strumento è al servizio del pezzo, dove strofe blues e parti parlate introducono ad un ritornello potente e cantabile. Il brano, prodotto e mixato dallo stesso MustRow nel suo home studio, dimostra come una vocalità blues con venature soul si possa conciliare con un’intensità testuale dura ma coinvolgente.

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Musica

Torino dedica i giardini di piazza Statuto a Ezio Bosso

La decisione arriva direttamente dalla commissione toponomastica del Comune

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Come riportato dal quotidiano La Stampa, il giardino in piazza Statuto 18 di Torino, davanti ai portici di Palazzo Paravia, sarà dedicato a Ezio Bosso, musicista e direttore d’orchestra scomparso a maggio. Pianista e compositore, era affetto da una malattia neurodegenerativa. La decisione arriva direttamente dalla commissione toponomastica del Comune.

Si attende solo l’autorizzazione del prefetto poiché il regolamento comunale prevede che affinché un luogo cittadino venga intitolato a una persona deceduta, siano trascorsi almeno dieci anni dalla morte. “Bosso ha portato la sua straordinaria arte in tutto il mondo e, soprattutto, ha dimostrato quanto la forza della vita possa vincere qualsiasi dolore”, commentò la sindaca di Torino, Chiara Appendino, all’indomani della morte di Bosso.

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