“Terni 2023, tredicesimo lockdown”: il video ironico contro la mortificazione della cultura

Lo scenario è quello di Trainspotting e ti sembra di sentire la voce fuori campo di Marc Renton che dice: “Ci saremmo sparati anche l’AstraZeneca se l’avessero dichiarata illegale”. Ma qui non c’è nessuna sostanza chimica da spacciare, solo libri e performance: i ragazzi lasciati senza cultura, cinema e teatro cercano disperatamente di riemergere dal vuoto in cui sono precipitati.

L’idea arriva dalla Francia, ma le scene sono state riadattate e, tra una battuta e l’altra, fa breccia anche un po’ di dialetto umbro, con tanto di sottotitoli. Il cortometraggio è rimbalzato sui social nel giro di pochi giorni.

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“L’idea che vogliamo trasmettere è l’importanza della cultura nelle nostre vite, che si tratti di musica, teatri, biblioteche o altro, insomma dell’arte in generale” hanno spiegato i protagonisti Edoardo Fucile, Alessandro Barzetta ed Elisa Gabrielli Umbria On

Tematiche che la nostra testata ha portato avanti anche attraverso il libro “Black out, dietro le quinte del lockdown”

Pasolini si era trovato ad accostare droga e cultura: “La droga – aveva scritto – è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. Detta così la cosa è certo troppo lineare, semplice e anche generica. Ma le complicazioni realizzanti vengono quando si esaminano le cose da vicino. A un livello medio – riguardante “tanti” – la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura. Per amare la cultura occorre una forte vitalità. Perchè la cultura – in senso specifico o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso. Chi non ha neanche in minima dose questa energia, rinuncia”.

“E poiché in genere, a causa dei suoi traumi e della sua sensibilità si tratta di un individuo destinato alla cultura specifica, dell’élite, ecco che si apre intorno a lui quel vuoto culturale da lui del resto disperatamente voluto (per poter morire): vuoto che egli riempie col surrogato della droga. L’effetto della droga, poi, mima il sapere razionale attraverso un’esperienza, per così dire, aberrante ma, in qualche modo, omologa ad esso. Anche a un livello più alto si verifica qualcosa di simile: ci sono dei letterati e degli artisti che si drogano. Perchè lo fanno? Anch’essi, credo, per riempire un vuoto: ma stavolta si tratta non semplicemente di un vuoto di cultura, bensì di un vuoto di necessità e di immaginazione. La droga in tal caso serve a sostituire la grazia con la disperazione, lo stile con la maniera”.

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Fabio Iulianohttp://www.fabioiuliano.it
Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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