Terezín e il set della “città donata” per nascondere l’Olocausto

Un’illusione ottica,  quello che provarono a creare i nazisti nella fortezza settecentesca di Terezín adibita a campo di concentramento (non di sterminio ma di smistamento verso luoghi come Auschwitz e Treblinka). Le condizioni di vita erano difficili, ma questo luogo fu scelto come territorio di propaganda. Altissime le morti, visto che la gente non più utile alla causa veniva deportata altrove.  L’idea però era quella di fare credere al mondo (attraverso delle visite della Croce Rossa Internazionale) e dei filmati costruiti ad hoc che l’Olocausto fosse una montatura. Fu allestito un set in cui far muovere comparse costrette a recitare scene di vita quotidiana con tanto di sport e teatro e che per dire: “qui a Terezin non manca nulla”. Fuori dalle telecamere era un campo duro come molti altri e si viveva in condizioni proibitive.

“Qui a Terezín si sta bene e non ci manca proprio nulla”, ripetono loro malgrado alcuni protagonisti del filmato sulla “città donata”. Chi sorride, chi lavora nei campi ostentando un fisico tutt’altro che malridotto. Chi gioca a pallone. Sullo sfondo, le note dell’operetta Brundibar (scritta dal deportato Hans Krása) eseguita dai bambini del campo.

Un’illusione ottica, nulla di più, quella compiuta all’interno del ghetto e del campo di concentramento nazista di Theresienstadt (il nome tedesco), Presentato dalla propaganda nazista come esemplare insediamento ebraico “una città donata appunto”, fu in realtà un luogo di raccolta e smistamento di prigionieri da indirizzare soprattutto ai campi di sterminio di Treblinka ed Auschwitz. Secondo i dati confermati dall’Istituto Yad Vashem, su un totale di “155mila ebrei passati da Theresienstadt, nella Repubblica Ceca, fino alla sua liberazione l’8 maggio 1945; 35.440 perirono nel ghetto e 88mila furono deportati” per essere eliminati. Nel computo finale (degli arrivi e dei morti) sono inclusi anche i circa 15mila ebrei che giunsero al campo nelle ultime due-tre settimane, sfollati da altri campi di concentramento.

In realtà, il campo appariva l’ideale per costruire questa montatura: costruita tra il 1780 e il 1790, nacque come città-fortezza, all’interno del sistema di fortificazione antiprussiano voluta da Giuseppe II d’Asburgo-Lorena e dedicata a sua madre Teresa (di qui il nome). Presentava due poli distinti: la “grande fortezza” e la “piccola fortezza”. Nel 1882 la “grande fortezza” fu abbandonata come sede di guarnigione e la “piccola fortezza” fu adibita a carcere di massima sicurezza e, durante la Seconda Guerra Mondiale fu occupata dai nazisti. La restante parte della cittadina fu progressivamente trasformata in un campo di concentramento, nascosto abilmente all’interno di un tessuto di una piccola cittadina di provincia che, prima del 1940 non contava più di 7mila persone.

Nel periodo 1941-1945, Terezín funse da stazione di transito per i campi di concentramento e di sterminio a est. Tuttavia, l’idea di dover realizzare una vetrina per la propaganda, spinse i nazisti a convogliare qui tutte le forze artistiche, dalla letteratura alle arti figurative alla musica.

Gli ebrei rinchiusi nel campo di Theresienstadt “nonostante la costante minaccia della deportazione, ebbero una notevole vita culturale”: Potevano ad esempio avere accesso ad una biblioteca di 60mila, “scrittori, professori, musicisti e attori tennero conferenze, concerti e spettacoli teatrali”.

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Le condizioni di vita a Theresienstadt si fecero subito molto difficili: all’interno della fortezza grande, in un’area precedentemente abitata da 7mila cechi, si trovarono a convivere oltre 50mila ebrei. Il cibo era scarso, le medicine inesistenti, la situazione abitativa drammatica. Nel 1942 morirono nel campo almeno 16mila persone, inclusa Esther Adolphine (una sorella di Sigmund Freud), che morì il 29 settembre 1942; Heinrich Rauchinger, pittore polacco, Friedrich Münzer (un noto studioso di storia classica tedesco) che morì il 20 ottobre 1942 e due fratelli della nonna del politico statunitense John Kerry. Per far fronte al numero elevato dei decessi un crematorio fu costruito nel campo.

Completano questo quadro i disegni dei bambini realizzati nel biennio 1942-1944 nell’ambito dei corsi d’arte tenuti clandestinamente da Friedl Dicker-Brandeis (1898-1944) pittrice, designer di interni, costumista e scenografa, diplomata alla scuola artistica d’avanguardia del Bauhaus e allieva di Franz Čížek, Johann Itten, Lyonel Feininger, Oskar Schlemmer, Paul Klee e deportata a Terezín il 17 dicembre 1942 da Hronov in Cecoslovacchia.

Solo pochi dei bambini di Terezín sopravvissero. La gran parte fu deportata ad Auschwitz-Birkenau dove si trovò ad affrontare la morte certa. Immagini di questo tipo sono spesso tutto ciò che resta per commemorare la vita dei bambini. Senza di esse i loro nomi rimarrebbero dimenticati.

 Proprio le opere realizzate e conservate clandestinamente da queste persone hanno permesso di ricostuire una verità ben diversa da quella propinata alla Croce Rossa Intenazionale. Nel giugno del 1944 Adolf Eichmann ritenne opportuno acconsentire alle insistenze del governo danese, accordando il 23 giugno 1944 una visita al campo ai rappresentanti della Croce Rossa al fine di dissipare le voci relative ai campi di sterminio.

Per eliminare l’impressione di sovrappopolazione del campo e nascondere gli effetti della malnutrizione, 7.500 ebrei giudicati “impresentabili” vennero deportati verso un tragico destino ad Auschwitz alla vigilia dell’arrivo della delegazione della Croce Rossa. L’amministrazione del campo si occupò inoltre di costruire falsi negozi e locali al fine di dimostrare la situazione di benessere degli ebrei di Theresienstadt. I danesi che la Croce Rossa visitò erano stati temporaneamente spostati in camere riverniciate di fresco, e non c’erano più di tre occupanti per camera.

La mistificazione operata nei confronti della Croce Rossa fu così riuscita che i tedeschi girarono un film di propaganda a Theresienstadt le cui riprese iniziarono il 26 agosto 1944 e furono completate nella prima metà del mese di settembre. Diretto da Kurt Gerron, la proiezione era destinato a mostrare il benessere degli ebrei sotto la “benevolente” protezione del Terzo Reich. Sotto minaccia nazista, in cambio del film, il regista ebbe la promessa d’aver salva la vita. Dopo le riprese la maggior parte del cast, e lo stesso regista, vennero invece deportati ad Auschwitz dove Gerron e sua moglie vennero uccisi nelle camere a gas il 28 ottobre 1944. Il film completo non venne mai proiettato ma alcuni spezzoni vennero utilizzati dalla propaganda tedesca ed oggi ne rimangono solo alcuni frammenti.

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.