“Il senso di Hitler”: nei cinema, il fascino discreto del male

Il senso di Hitler

Klaus Heyne, esperto dalla fama internazionale delle tecnologie di amplificazione e registrazione della voce, mette sul tavolo un microfono CMV3 e si dispone come se volesse parlarvi attraverso. “Tutto è iniziato da lì, alla fine degli anni Venti”, non da atti di guerra, né da parate militari, neanche da segregazioni, campi di concentramento o campi di morte. 

Tutto è iniziato attraverso uno strumento tecnologico che ha permesso ad Hitler – nel parlare alle folle – di avere movimento e libertà sul palco. di avere efficacia attraverso il linguaggio del suo corpo e la sua voce, di arrivare al pubblico con la giusta consegna emotiva. 

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Quelli furono i primi suoni emessi dalla macchina della propaganda. Quell’intuizione segnò l’avvio di un percorso comunicativo i cui messaggi, vengono replicati ancora oggi, anche attraverso i media e i social network, come Facebook, Youtube, Tik Tok e Twitch.  Un percorso la cui influenza continua a segnare l’esperienza politica di tantissime persone. Gli stessi media tradizionali hanno fatto per decenni da cassa di risonanza:

“Chiamatelo il canale Hitler: abbiamo visto i suoi cani, le donne, le macchine il cibo, i generali, le segretarie, le armi segrete, il suo consumo di droga”

L’indagine di queste dinamiche arriva nelle sale italiane dal 27 gennaio, Giorno della Memoria, con il documentario “Il senso di Hitler” (Wanted Cinema), un film diretto da Petra Epperlein e Michael Tucker.

Un’analisi alternativa e rivoluzionaria sull’influenza che Adolf Hitler continua ad esercitare sulla società: da immagini dell’epoca nazista e documenti storici ai riverberi nella società attuale, nelle manifestazioni spontanee in strada o nelle reti virtuali. Fenomeni i cui confini sono sempre più difficili da definire. 

A partire dal libro, mai pubblicato in Italia, The Meaning of Hitler di Sebastian Haffner (1978), volto a smantellare i miti e le idee comuni su Hitler e la sua ascesa al potere, critici e storici rispondono a una domanda fortemente attuale: Hitler continuerà ad essere sempre più influente per le nuove generazioni?

Girato in nove Paesi, il docu-film ripercorre i movimenti di Hitler, la sua ascesa al potere e le scene dei suoi crimini dal punto di vista di storici e scrittori che esaminano l’impatto che ha avuto e che continua ad avere oggi l’ideologia violenta di Hitler sulla società. Il documentario, analizzando diversi aspetti, esplora i vari modi in cui la tossicità di Hitler ha continuato a diffondersi dopo la sua morte attraverso le pagine di storia, i social media, il cinema, l’arte e la politica contemporanea.

Il film è impreziosito da interviste e testimonianze tra cui quelle della scrittrice Deborah Lipstadt, dello storico britannico sir Richard J. Evans, dell’autore di romanzi sull’Olocausto Martin Amis, dello storico israeliano Saul Friedlander, dello storico e studioso dell’Olocausto Yehuda Bauer e degli attivisti e “cacciatori nazisti” Beate e Serge Klarsfeld. 

Non solo, il film svela particolari importanti sui campi di sterminio a partire dalla tragica pagina di Sobibor, in Polonia. Gli internati, qui deportati tramite convogli ferroviari, erano in gran parte ebrei, prigionieri di guerra sovietici e zingari. All’arrivo al campo, i prigionieri erano immediatamente separati: alcuni erano destinati al lavoro forzato, altri, la maggior parte, alle camere a gas.

Alle testimonianze storiche si alternano prospettive spiazzanti, come quella dello storico inglese  David Irving che nel film, parlando dal campo di Treblinka, in Polonia non esita a deridere gli ebrei “erano costretti a scavare la terra con dei cucchiaini da tè”. Non accorgendosi dei microfoni ancora accesi dice ridendo: “Gli ebrei non sono abituati ai lavori manuali ma solo a timbrare ricevute e robe fiscali”. Quasi a fingere di non sapere che sta camminando su centinaia di migliaia di morti.

“Questi luoghi isolati erano stati scelti, con l’approvazione del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler”, si legge nella prefazione di Treblinka 1942-1943 – Io sono l’ultimo ebreo, “per farne un enorme carnaio, quale l’umanità non aveva ancora mai conosciuto prima dei nostri giorni crudeli, neanche al tempo della barbarie primitiva”.

Poco più avanti, Irving cerca di minimizzare i numeri dello sterminio. Si sente anche mentre dice ad alta voce: “Lasciamo perdere Auschwitz”. Lo stesso Irving trascinò in tribunale la scrittrice Deborah Lipstadt, dopo essere stato da lei definito “negazionista”. Ma il contenzioso fu una specie di boomerang. La stima degli ebrei uccisi dall’Olocausto è di sei milioni di persone.

Tante le contraddizioni che si alternano sullo schermo, come le immagini di un uomo che aveva messo davanti l’amore per i cani, salvo poi usare i suoi come cavie per provare il cianuro.

Scandito da numerosi ciak, battuti davanti la telecamera e lasciati nel montaggio, “Il senso di Hitler” si apre e si chiude a New York e non solo perché il docufilm indugia a lungo sui fenomeni attuali, dilaganti negli Usa, si pensi alle fiaccolate notturne anti-immigrazione o a personaggi come la game streamer Brittany Venti, convinta sostenitrice della destra estrema.

Il racconto, parte e arriva a New York per far riferimento più o meno esplicito alla seduzione esercitata da messaggi di leader contemporanei, abilissimi a usare gli strumenti attuali. Viene ricordata a tal proposito la frase di Donald Trump: “Qualcuno ha detto che sono l’Ernest Hemingway dei 140 caratteri”, rimasta valida ed efficace almeno fino a quando l’ex presidente Usa non è stato bannato da Twitter. D’accordo, Trump è tutto fuorché un folle, ma siamo sicuri che Hitler lo fosse?

E come definire i rispettivi seguaci? La versione originale del documentario “Il senso di Hitler” è uscita nell’agosto del 2020, tre mesi prima dell’assalto a Capitol Hill.

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.