Il malato immaginario di Emilio Solfrizzi: ogni comico ha dentro un mostro che deve venir fuori

Debutta stasera al Teatro Quirino e rimane in cartellone fino al 9 gennaio uno dei grandi classici del teatro di ogni tempo, “Il malato immaginario” di Molière, diretto da Guglielmo Ferro. Ne abbiamo parlato un po’ con il protagonista, un molto disponibile Emilio Solfrizzi.

Dopo “Il borghese gentiluomo” di 4 anni fa, ancora Molière. Qual è la peculiarità del teatro di questo grande autore ad attrarla di più e che sente più vicina alle sue corde espressive?

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Dopo “Il borghese gentiluomo”, uno spettacolo che avuto davvero ottimi riscontri di pubblico e di critica, ho scoperto che Molière mi si confà e quando è arrivata la proposta di portare in scena “Il malato immaginario” non ho dovuto pensarci neanche un attimo, anche perché lo considero, e non solo io, come il “testo dei testi” Da Molière parte tutto, è l’inventore della comicità moderna, un punto di riferimento con il quale è necessario confrontarsi sempre quando si fa il mio lavoro.

Pur essendo un uomo del Seicento la sua visione della vita è ancora straordinariamente attuale e, di conseguenza, il suo teatro è carne viva, è una sfida irresistibile e un cimento massimo per qualsiasi attore. A maggior ragione per uno come me, che si è formato nelle piazze, con il cabaret.

In Molière c’sempre una componente ben riconoscibile di avanspettacolo, lui sapeva cosa significava essere “itinerante”, confrontarsi con pubblici eterogenei e doverli accontentare. Ecco perché io mi sento “allenato” a interpretarlo. Amo il suo modo di giocare, di prevedere sempre un tot di improvvisazione. Io, contrariamente ad altri, cerco di affrontarlo sempre lasciando da parte ogni forma di intellettualismo. Per me i suoi sono personaggi primordiali e come tali mi sento di interpretarli.

Come sosteneva Giovanni Macchia (forse il più grande intenditore in materia), mai come nel “Malato immaginario” il drammaturgo francese si è sentito “costretto” a far ridere di sé e della sua nota ipocondria. Questa necessità di dover consegnare al pubblico la propria nevrosi che difficoltà crea a chi deve impersonare Argante? È un ruolo che richiede un’introspezione di sé più faticosa del solito?

Beh, io la vedo un po’ diversamente dal grande Macchia, ad essere onesti. Quando ha scritto “Il malato immaginario”, Molière era un uomo che già da qualche tempo si sentiva segnato. Era uscito dalle grazie del sovrano Luigi XIV, la tubercolosi lo attanagliava.

Però, nonostante tutto, voleva ancora dimostrare che sulla scena nessuno poteva sperare di toglierli il focus dell’attenzione: infatti, la sedia centrale a forma di trono che spesso si vede negli adattamenti teatrali del testo, sta simboleggiare proprio questa sua consapevolezza di essere un “re”.

Detto questo, io considero Argante un uomo completamente estroverso, non introspettivo. Perfino i suoi tratti farseschi sono manifestamente dichiarati. Ed è per questa ragione che non ho voluto sovradimensionarlo. D’altronde, si sa, ogni comico ha dentro di sé un mostro che deve venir fuori da solo, in automatico. Ed io non faccio certo eccezione.

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A proposito dei tratti fondamentali del testo: questo contiene una vasta gamma di sfumature che vanno dalla commedia alla, appunto, farsa, passando per la Commedia dell’Arte e forse anche alla tragedia. Che tipo di lavoro ha dovuto svolgere per coglierle tutte e quanto è stato importante coordinarsi con i suoi partner di scena per ottenere un buon risultato?

Io penso che uno degli aspetti fondamentali per riuscire a ottenere una buona versione del “Malato immaginario” risieda proprio in questo lavoro di insieme. È una specie di commedia dell’assurdo ed ha bisogno di uno sviluppo di ogni singolo ruolo molto importante. Per funzionare, è necessario che ci sia grande coordinazione. Io ho chiesto ai miei attori, che amo e che ringrazio per il loro impegno costante, di dare ai loro personaggi una chiave di credibilità e di coerenza che fosse immediatamente intuibile dallo spettatore.

Gli ho chiesto, soprattutto, di metterci una parte di se stessi. Per quanto riguarda invece il mio lavoro individuale, direi che non è stato molto diverso dal solito. Io sono abituato a studiare molto a tavolino e poi a dimenticare tutto una volta che sono sulla ribalta. Il teatro va agito, deve essere sempre essere così, funziona solo così. Forse ho dato al mio Argante una sfumatura malinconica più accentuata rispetto ad altri interpreti, io perlomeno l’ho tenuta molto in considerazione mentre mi preparavo a recitarlo e spero si veda.

Come spero si noti la profonda vigoria fisica che lo contraddistingue: Argante, infatti, è un uomo che, nonostante la sua malattia immaginaria, urla, strepita, si intestardisce. È, in una parola, molto vitale. E proprio su questa sua caratteristica abbiamo molto lavorato (e ci siamo trovati d’accordo) con Ferro.

Leggendo attentamente l’opera, si potrebbe affermare che abbia come tema principale il rifiuto dell’esistenza da parte del protagonista. È effettivamente così? E, nel caso, con le devastanti conseguenze psicologiche e sociali indotte dalla continua recrudescenza della pandemia in atto, di quali ulteriori significati si carica ai giorni nostri?

Io penso che chi è in fuga dalla vita, nella maggior parte dei casi, è anche chi la ama di più e, nel tentativo di preservarla, la fugge invece di affrontarla. Argante è esattamente questo e nello spettacolo lo si intuisce ancor di più grazie ad alcuni accorgimenti, come la particolare scenografia a forma di torre e piena di medicine che domina la ribalta.

Ad essa è collegata una scala a forma di spirale che simboleggia con una certa chiarezza la follia. Ecco, ad utilizzarla per l’intera rappresentazione è il solo Argante e questo dà un’idea molto forte, molto strutturata della sua natura diversa da quella degli altri personaggi. Lui è un depresso e, per tornare ai giorni nostri, uno che è spaventato di uscire, di fare qualsiasi cosa.

Quanti Argante ci sono oggi dietro le mura delle proprie case? Pensiamo solo al fatto che ben il 59% delle persone che prima si dichiaravano assidue frequentatrici dei teatri, da giugno non ci sono più tornate. E pensiamo a tutto quello che hanno determinato certe disabitudini sociali, o lo strapotere di certe piattaforme per gli acquisti o per la fruizione degli spettacoli. Mi sembra evidente l’incredibile modernità di un personaggio così. Direi che è più vivo che mai e… non lotta, come molti di noi!

Mentre lavorava nella strutturazione della parte, aveva per caso in mente qualche modello “2.0” di Argante al quale ispirarsi, qualche personaggio reale che la faceva pensare più di altri all’antieroe di Molière?

No, direi di no, anche perché considero Argante un personaggio soggetto ad un’infinita serie di varietà interpretative e spiegazioni.

Il suo eclettismo attoriale la porta a lavorare spesso su più fronti. Qual è la dimensione che trova più propria e perché.

Senza alcun dubbio quella del teatro. Io mi sono formato innanzitutto in questo senso e poi sono un passionale, uno che ama la risposta immediata, che, tanto per fare un esempio, la televisione non ha. Nella televisione, come nel cinema, sei sempre un ingranaggio di qualcosa di più grande, di più derivativo, mentre invece sulla ribalta si vive di immediatezza e di adrenalina.

Il teatro accade sempre mentre si sta svolgendo, il suo senso è quello. Che diventa ancora più evidente in alcuni contesti come quelli nei quali io ho esordito: lavorare nelle piazze, davanti a gente assolutamente eterogenea, fatta da chi ti sta a sentire e da chi invece, magari, ti ignora e mangia le noccioline, ti costringe inevitabilmente a vivere di impulsi immediati. Devo però anche dire che, rispetto al passato, trovo che oggi il teatro sia un po’ più…” imborghesito”, “educato”.

Oggi siamo abituati a sentire gli applausi quasi sempre solo alla fine. Non ci sono più certe “esplosioni” in media res in grado di farti schizzare alle stelle. Speriamo si possa tornare ad un certo tipo di spontaneità in questo senso. Uno spera sempre di poter ottenere un trionfo impagabile, no?

Comunque, ci tengo anche a dire che non sono affatto snob nei confronti di qualsiasi proposta che arrivi al di fuori del teatro. Se c’è la qualità, ben vengano cinema, televisione e tutto il resto!

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In ultima battuta: teme che le paventate misure restrittive attualmente al vaglio possano frenare questo principio di ripresa per gli eventi in presenza dopo questi ultimi tre mesi di relativa fiducia? Come vede il futuro in questo senso?

Male, purtroppo. La fiducia di cui parli c’era ma mi sembra che in qualche modo stia svanendo sotto i colpi di un autentico bombardamento mediatico. Per carità, assolutamente giustificato dalla situazione e dall’emergenza sanitaria. Però le vibrazioni nel nostro ambiente al momento non sono troppo positive, diciamocelo.

Io ho una grande paura, ce l’ho anche quando vado in scena e vedo davanti a me gli spettatori con la mascherina. So che la debbono indossare e so quanto sia necessaria, ma penso inevitabilmente che in qualche modo la loro fruizione non sia completamente libera e quindi completamente appagante. Ecco, spero passi presto questa brutta sensazione e che le cose possano presto migliorare. Chissà…

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