Connect with us

Speciali

Live Report: Tamino, Monk – Roma

Domenico Paris

Published

on

Per fortuna la musica. Nell’infausta notte calcistica (si, sono interista) di stasera e dopo la brutta, bruttissima delusione dell’AmataBene, almeno Tamino

Entrato in ritardo a causa della partita (finora unico caso di questo genere e secondo in assoluto in un quarto di secolo abbondante di concerti), ho avuto la ventura di assistere al live del belga d’Africa e di bearmi della conseguente rigenerazione di spirito che ne è derivata.

Considerazione, fondamentale: la sua meravigliosa ugola è tanto bella quanto quella che si sente nelle prove in studio

Non un miracolo di estensione come certuni, ma un incanto di espressione e un vero sollazzo per le orecchie e pel cuore. Certo, questo continuo tirare in ballo Jeff Buckley, well, no, proprio no. E non per una questione di valore o paragone, ma perché, al di là di una certa somiglianza fisica, per il resto si procedeva su binari differenti.

L’Angelo di Anheim viaggiava su registri più alti e con una dinamica molto più sviluppata, come pure le architetture sonore e le trame di chitarre differiscono assai, ‘ché in complessità e scalpello quelle di Peppinuccio mio erano altra cosa rispetto alle articolazionipure originali ma essenzialmente scarne e di vocazione contornistica al cantato di Tamino.

Però… Uau, il ragazzo sarà di certo una delle Voci di questi anni! Che bravo e che capacità di avvolgere con quei bassi infiocchettati da delicati ed efficacissimi falsetti! Davvero una perla e credo proprio che nei prossimi anni sarà difficile poterlo riascoltare in contesti così “intimi” come quello che tutto sommato offre il Monk.

È destinato a un successo che ha già cominciato a macinare in Europa, anche se il quasi sold out di stasera è indicativo di quanto il dolce “usignolo” (ma proprio quello di Keats! ) abbia fatto breccia anche qua da noi. Credo quindi che questa sua tappa romana, la prima se non erro, verrà ricordata tra qualche tempo con un certo epos da chi stasera ha presenziato.

Tamino è una stella di prima grandezza si è già ritagliata un suo proprio spazio nel firmamento delle sette note attuali

Arrivederci, o giovane. Certamente sì, che Lemmy, no, che Jeff ti benedica. E benedica il Belgio tuo e quello di Lukaku Nostro, che anche oggi ha dato prova di assoluto valore. Per aspera ad Astra. Pugnando Mortalia. E forza Inter, sempre forza.

Speciali

155 anni di Alice nel Paese delle Meraviglie: il suo universo è più affascinante che mai

Federico Falcone

Published

on

Sono passati esattamente 155 anni da quando Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie vide la luce in attesa della sua pubblicazione, avvenuta solo pochi mesi dopo. L’opera di Lewis Carroll, comunemente conosciuta come Alice nel Paese delle Meraviglie, anche a distanza di tutto questo tempo non smette di affascinare e stupire il pubblico di tutte le età. Chissà se Charles Lutwidge Dodgson, questo il vero nome dello scrittore, aveva effettiva cognizione di come il suo scritto sarebbe entrato prepotentemente nella vita di tutte le generazioni che da allora si sarebbero succedute. Un classico in grado di trascendere i confini dello spazio-tempo, influenzando gran parte dell’universo culturale che in esso vedeva idee e spunti originali, freschi e fantasiosi al tal punto da tramutarsi in evergreen.

Pochi sanno che l’autore non era solo uno scrittore di indubbia fantasia e talento, ma anche matematico. Lewis Carroll, intatti, è uno pseudonimo, un gioco di parole fra i suoi due nomi di battesimo: Charles è diventato Carroll; Lutwidge è diventato Lewis. Come riportato in un vecchio articolo del quotidiano inglese Guardian, egli soffriva di un disturbo neurologico che generava potenti allucinazioni e distorsioni della realtà, al punto da far sembrare gli oggetti e il mondo circostante di dimensioni differenti rispetto alle originali. E questo nel libro è presente in più di un’occasione.

Tra chi lo considera un romanzo, chi una favola, chi ne riscontra la natura nonsense, chi lo riconduce a una fetta di pubblico talmente limitata da essere una nicchia (questa, poi) o talmente articolata da essere eterogenea e quindi troppo commerciale, il lavoro era e resta un capolavoro della letteratura dell’Ottocento. E non potrebbe essere altrimenti. Ognuno può vederci ciò che vuole, e questo ne caratterizza la grande identità e forza narrativa. Ed ecco dove si esplica la sua forza di trascendere lo spazio e il tempo in cui altrimenti sarebbe confinato.

“Si può leggere di primo acchito, senza pause, o comunque indifferenti alle interruzioni; poiché da qualsiasi punto si ricominci la lettura, è come riprendere la storia da un punto fermo, senza nessi da ricordare con quanto precede. Ogni pagina è un inizio. Rinunciare a cercare troppo astrusi significati ha un grande effetto liberatorio; alla luce di quello che ancora una volta il saggio Re di Quadri sentenzia nell’ultimo capitolo: ‘Se non c’è nessun significato… questo, sapete, ci risparmia un mondo di guai, perché non abbiamo più bisogno di cercarne uno'”.

Questa prefazione di Luigi Lunari su una delle ultime riedizioni del libro potrebbe essere sufficiente per descrivere l’incredibile capacità di veicolare emozioni che Carroll ha saputo convogliare nel testo. Ma anche il come queste riescono a incastrarsi all’interno di una trama articolata, spesso complessa se vista nelle sue sfumature metaforiche o allegoriche. Un viaggio surreale, onirico. Attraverso gli occhi di Alice, la dolcissima bambina protagonista del racconto, incontreremo il Coniglio Biancoil Brucaliffo, la Lepre Marzolina, il Cappellaio Matto, il sonnolento Ghiro, il Gatto del Cheshire, la Regina di Cuori e tantissime altre creature di questo meraviglioso mondo, tutte protagoniste di usi e costumi che anche al giorno d’oggi hanno una straordinaria influenza su trame o sceneggiature o brani musicali. Sono parte integrante della nostra vita.

Non si contano le trasposizioni cinematografiche dell’opera, a volte riuscite, a volte claudicanti. La prima versione in assoluto durava scarsi 10 minuti. Fu realizzata in Gran Bretagna nel 1093. Tra le più famose vi sono senz’altro quella Disney del 1951, quello del 1999 con Tina Majorino nei panni di Alice, Martin Short in quelli del Cappellaio Matto e Gene Wilder in quelli della Finta Tartaruga. La versione di Tim Burton con il fido Johnny Depp e la straordinaria presenza di Helena Bonham Carter e Anne Hathaway è, se vogliamo, ancora più surreale. Ha spaccato il pubblico, non a tutti è piaciuta, ma è stata un successo commerciale.

L’universo di Alice, il suo mondo, il suo fascino, probabilmente non smetteranno mai di affascinare e conquistare sempre nuovi appassionati. Persino la Royal Mail britannica lo ha celebrato con una serie di francobolli. Sono circa ottomila le edizioni del libro, una cifra straordinaria, impensabile per i più. Fra queste, tenetevi forte, ve n’è una con i geroglifici. Un classico che non potrà mai passare di moda e continuerà ad alimentarsi della passione dei suoi lettori che, generazione dopo generazione, non solo ne custodiscono la memoria, ma che ne tramandano l’eredità. Immortale

Continue Reading

Speciali

“Doctor Doctor” è l’inno di cui abbiamo disperatamente bisogno

Federico Falcone

Published

on

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. Stanchi e provati da una giornata d’interminabile attesa, sotto il cocente sole estivo, dopo aver tracannato una birra dopo l’altra in compagnia degli amici di sempre, fidati compagni di concerti, e di persone conosciute sul posto, capaci di entrare di diritto nella combriccola del momento dove età, esperienze personali e provenienze geografiche e sociali si annullano. Dove, in fin dei conti, ciò che conta è solamente il perché si è presenti lì, quel giorno, in quel preciso istante.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. Lì, in quell’arena, schiacciati gli uni contro gli altri, sudati, appiccicosi, sporchi. Eccitati, adrenalinici, pronti a lasciarci alle spalle i problemi del momento, le turbe della nostra vita, le preoccupazioni del domani e le ansie del presente. T-shirt e pantaloncini. Un cappello, tutt’al più, o il giubbino di jeans smanicato e con le toppe delle nostre band preferite. Indomabile icona di stile capace di sopravvivere a tempo e mode.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. A vedere il sole tramontare lentamente, che si lascia alle spalle scie rossastre prima di spalancare le porte alle notte, frizzante e carica di passione da scatenare all’unisono come non ci fosse un domani, sperando che una leggera brezza possa rinfrescarci e ripagarci dell’attesa passata sotto il caldo asfissiante. Si parla, si dialoga, si ricordano concerti ed episodi che hanno segnato un amore lungo una vita. Si elevano cori, si getta acqua sulla testa della gente. Si fa casino. Perché si. Ci si intrattiene, ma è tutta una messa in scena per ingannare il tempo prima di vedere Loro fare l’ingresso sul palcoscenico.

Loro, sì,a gli Iron Maiden. Dopo la playlist diffusa dagli altoparlanti finalmente arriva quell’inno, quel brano che riecheggia nell’aria e che separa la realtà dal sogno. Quell’attimo dalla durata di poco più di quattro minuti in cui tutto si ferma e le vibrazioni del cuore e dell’anima sono il perfetto antipasto per un’imminente esplosione di gioia. Pura, sincera, incontenibile. Sono sufficienti le prime note di “Doctor Doctor“, celebre brano degli Ufo che i Maiden utilizzano per aprire i loro concerti, a farci entrare in un universo parallelo. Si accendo le luci sul palco. Manca sempre meno, l’ingresso della band è imminente.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. A provare quella botta di vita chiamata concerto. Il primo coro segue l’iniziale arpeggio di chitarra, il primo urlo all’unisono è con l’ingresso della batteria all’interno del brano e il grande boato, quello che dà il via a tutto e che sancisce l’inizio del countdown prima dell’inizio dello show, arriva quando parte la prima strofa. “Doctor, doctor, please, Oh, the mess I’m in, Doctor, doctor, please, Oh, the mess I’m in“.

Brividi, emozioni, pelle d’oca. Tutto si annulla, tutto viene messo da parte. Che il mondo vada al diavolo. Sudore, stanchezza, fatica, centinaia di chilometri macinati da ogni angolo d’Italia e d’Europa per vedere sua maestà Steve Harris, l’Air Red Siren Bruce Dickinson, Dave Murray, Adrian Smith, Janick Gears e Nicko McBrain. Tutto viene ampiamente ripagato. Ma quali musicisti, quei sei sono eroi, sono i nostri eroi.

Gli occhi delle migliaia di presenti trasudano commozione. Ma come potrebbe essere altrimenti? Come si fa a restare inermi o semplicemente attendisti quando sai che da lì a pochi minuti assisterai all’ennesimo, incredibile, concerto della Vergine di Ferro. E’ lì, a portato di mano. Mancano tre minuti e il pubblico canta, fischia, impreca. Mancano due minuti, le urla si elevano, il coro “Maiden Maiden” ormai sovrasta tutto. Tremano le gambe, sale l’eccitazione. Manca un minuto, il grido “Up The Irons” non lascia scampo. Ci siamo, le casse diffondono l’ultima strofa di “Doctor Doctor”, il pubblico avanza e si accalca sotto al palco. Mancano pochi secondi, si spengono le casse, si spengono le luci, sale il boato della folla in fibrillazione e “Churcill’s Speech” dà il via al concerto.

Non ci siamo, ma vorremmo esserci. Ci manca dannatamente provare quel brivido lungo la schiena, quello strattonare l’amico incredulo al nostro fianco, quell’urlare al cielo la nostra passione e la nostra voglia di vivere. Ci manca terribilmente ascoltare quella “Doctor Doctor”, ultimo baluardo prima di due ore memorabili. Sarà un’estate senza concerti degli Iron Maiden e tutti ci sentiamo un po’ più orfani, più soli, più privi di una parte essenziale della nostra esistenza. Dopo una vita passata a programmare le vacanze in base al calendario concertistico da seguire, siamo condannati a due mesi di vuoto assoluto. Niente festival, niente arene stracolme di appassionati, niente concerti da migliaia e migliaia di persone. Niente nuove conoscenze. Niente maglie celebrative del tour da acquistare. Nulla. E’ tutto così vuoto, brutto, insensato. Recupereremo l’anno prossimo ma, nel mentre, come si resiste senza quel countdown chiamato “Doctor Doctor”?

Continue Reading

Speciali

‘Lucio dei miei occhi’. L’universo poetico di Dalla nella voce di Rosalia Misseri

Avatar

Published

on

By

Non era ancora arrivata la primavera del 2012 quando Lucio Dalla ci lasciò improvvisamente. Correva lo stesso mese che, 69 anni prima, lo vide nascere in quella data in cui è racchiusa una delle sue canzoni più celebri. Se ne andò in silenzio, Lucio, con la stessa riservatezza che lo caratterizzò per una vita intera, lasciando un vuoto abissale nel panorama musicale italiano.

Una mancanza che solo chi lo ha conosciuto e amato, come Rosalia Misseri, in arte MisRos, riesce a colmare spaziando nel suo universo poetico e attraversando quei brani che almeno tre generazioni hanno cantato e canteranno ancora per decenni.

Lei, l’artista che Dalla volle come personaggio principale della sua ‘Tosca Amore Disperato’, colei che oggi dedica al suo amico perduto e ad uno dei più grandi protagonisti della musica italiana un contributo prezioso dal titolo ‘Lucio dei miei occhi’. Ben otto capolavori del geniale poeta e cantastorie bolognese, da ‘Vita’, a ‘La sera dei miracoli’, a ’Stella di mare’, a ‘Balla balla ballerino’, arricchiti da uno speciale inedito scritto dalla stessa Rosalia e che dà il nome all’intero lavoro.

Una versione moderna delle sue ballate, delle sue poesie, della sua ironia, di quelle fotografie di marginalità e solitudine che contraddistinsero tutti i suoi successi, raccolti in un Ep prodotto da Rosalia Misseri e Andrea Casamento, con gli arrangiamenti dello stesso Casamento e la collaborazione di Angelo Anastasio.

Lei, la Misseri, interprete, attrice, cantautrice e doppiatrice, che trasforma ogni nota e ogni parola del geniale cantautore in un richiamo nostalgico al suo idealismo politico, alla sua eccentricità, al suo pessimismo, al quel “patologico senso di smarrimento” quale elemento fondante di tutta la sua produzione, dimostrando una bravura che, unita all’eccezionale bellezza mediterranea, diventa quasi imbarazzante. Una storia artistica imponente, quella di Rosalia, che inizia dall’opera ‘Notre Dame de Paris’ di Riccardo Cocciante che la vuole nel ruolo della zingara Esmeralda. Poi il tour europeo con Andrea Bocelli in Irlanda, in Inghilterra e in Russia, e il trionfo dinnanzi a 100.000 persone che l’applaudono a San Pietroburgo.

Una lunga serie di trasmissioni televisive e di collaborazioni prestigiose in cui i suoi occhi, passionali e penetranti come la sua straordinaria terra di Sicilia, bucano, anzi, perforano il video. Il sorriso che disarma, la voce che emoziona. Impressionante quel ‘Ciao Amore’ di Dalida, durante la trasmissione ‘Tale e Quale’, in cui ricostruisce tutta la sofferenza di un grande amore infranto da un tragico destino e che solo una straordinaria interprete può riportare in vita dinnanzi a un pubblico incantato.

È lei la regina del palco, anzi, l’imperatrice assoluta che domina la scena. Una ‘regalità’ scritta nel suo nome, Rosalia, e che risplende in quello di Lucio, la ‘luce’, appunto. Un connubio più sacro che profano, una presenza infinita, come infinita è l’assenza dell’eclettico cantautore.

Chissà che il Maestro, da lassù, non le sorrida sussurrando ancora: “Azz… come canti bene la mia canzone!”, come quella volta che la sorprese in casa mentre intonava ‘Stella di mare’.

Intanto ci complimentiamo noi, grati per averci restituito un po’ di Lucio.

‘Lucio dei miei occhi’ sarà su tutte le piattaforme musicali digitali a partire dal 6 luglio, il giorno del compleanno di MisRos.

di Alina Di Mattia

Foto e grafica: Barbara Gallozzi

Continue Reading

In evidenza