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Live Report: Tamino, Monk – Roma

Domenico Paris

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Per fortuna la musica. Nell’infausta notte calcistica (si, sono interista) di stasera e dopo la brutta, bruttissima delusione dell’AmataBene, almeno Tamino

Entrato in ritardo a causa della partita (finora unico caso di questo genere e secondo in assoluto in un quarto di secolo abbondante di concerti), ho avuto la ventura di assistere al live del belga d’Africa e di bearmi della conseguente rigenerazione di spirito che ne è derivata.

Considerazione, fondamentale: la sua meravigliosa ugola è tanto bella quanto quella che si sente nelle prove in studio

Non un miracolo di estensione come certuni, ma un incanto di espressione e un vero sollazzo per le orecchie e pel cuore. Certo, questo continuo tirare in ballo Jeff Buckley, well, no, proprio no. E non per una questione di valore o paragone, ma perché, al di là di una certa somiglianza fisica, per il resto si procedeva su binari differenti.

L’Angelo di Anheim viaggiava su registri più alti e con una dinamica molto più sviluppata, come pure le architetture sonore e le trame di chitarre differiscono assai, ‘ché in complessità e scalpello quelle di Peppinuccio mio erano altra cosa rispetto alle articolazionipure originali ma essenzialmente scarne e di vocazione contornistica al cantato di Tamino.

Però… Uau, il ragazzo sarà di certo una delle Voci di questi anni! Che bravo e che capacità di avvolgere con quei bassi infiocchettati da delicati ed efficacissimi falsetti! Davvero una perla e credo proprio che nei prossimi anni sarà difficile poterlo riascoltare in contesti così “intimi” come quello che tutto sommato offre il Monk.

È destinato a un successo che ha già cominciato a macinare in Europa, anche se il quasi sold out di stasera è indicativo di quanto il dolce “usignolo” (ma proprio quello di Keats! ) abbia fatto breccia anche qua da noi. Credo quindi che questa sua tappa romana, la prima se non erro, verrà ricordata tra qualche tempo con un certo epos da chi stasera ha presenziato.

Tamino è una stella di prima grandezza si è già ritagliata un suo proprio spazio nel firmamento delle sette note attuali

Arrivederci, o giovane. Certamente sì, che Lemmy, no, che Jeff ti benedica. E benedica il Belgio tuo e quello di Lukaku Nostro, che anche oggi ha dato prova di assoluto valore. Per aspera ad Astra. Pugnando Mortalia. E forza Inter, sempre forza.

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Nirvana, Roma – 22/02/1994: la nostra testimonianza di un concerto passato alla storia

Marielisa Serone

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Accendiamo la macchina nel tempo. Torniamo indietro di 26 anni, al 22 febbraio del 1994. Destinazione Roma, Via Appia, Palaghiaccio di Marino. Io sono in macchina con mio padre, mia sorella e la mia cugina più grande. I biglietti comprati pagando un vaglia in posta, col desiderio di partecipare ad un evento che non sapevamo sarebbe entrato a suo modo nella storia del rock. Sul palco infatti  sono attesi i Nirvana, arrivati in Italia il giorno prima in occasione del concerto di Modena.

Vivere come volare
Ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere
Del resto non si può ignorare
La voce che dice che oltre le stelle
C’è un posto migliore

Di nuovo in sella alla macchina del tempo. Siamo sempre nel 1994, ma è l’8 di aprile. Il corpo esanime di Kurt Cobain, cantante e personalità di riferimento dei Nirvana e della scena grunge mondiale, viene trovato nella serra accanto al garage nella sua casa sul Lago di Washington. Io compivo i miei diciotto anni, e dalla piccola tv in cucina venni a sapere di questa morte. Immobilizzata di fronte a quello strambo appuntamento con la storia e con la mia giovinezza.

Un giorno qualunque ti viene la voglia
Di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero
Che non sei soltanto una scatola vuota
O l’ultima ruota del carro più grande che c’è

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Oggi Cobain avrebbe avuto 53 anni, e io, all’alba dei miei 44 – nonostante gli anni passati, mi ritrovo a ripensare a quei mesi, a quegli avvenimenti come se fossero prossimi, vividi ricordi di una me giovinetta, a caccia di risposte e desiderosa di vivere. Quel concerto ha rappresentato per me uno spartiacque, un momento insieme di svolta e di consapevolezza. Le premesse perché fosse un gran concerto c’erano tutte: moltissimi erano gli adolescenti che come me erano arrivati lì carichi di entusiasmo per l’apertura dei cancelli.

Ricordo perfettamente i varchi, le perquisizioni – fermarono anche mio padre che all’epoca aveva la mia età di oggi, portava i capelli lunghi raccolti in un codino e fumava Marlboro rosse. Aveva accettato di buon grado di accompagnarci, non avremmo avuto diversamente il permesso di arrivare fino a Roma da sole, ma anche perché Nevermind era uno dei suoi dischi preferiti, aveva la cassetta nello stereo della macchina con cui tutte le mattine ci accompagnava a scuola.

In verità Cobain non era al massimo della forma, stava vivendo già da tempo (o forse non era mai stato diversamente da così?) un periodo difficile, fatto di uso di droghe e disagio profondo. Rimase fermo sul palco durante tutto il concerto, non muovendosi mai dalla sua posizione; sembrava stanco quasi distaccato da tutto quello che gli succedeva intorno. La gente sotto al palco si accalcava pogando e creando un magnifico e dirompente giro di corpi, spesso interrotti dal bassista Novoselic che in un italiano spagnoleggiante, lanciando anche più di qualche imprecazione, si preoccupava delle persone nella calca che avevano la peggio, con svenimenti e calpestamenti.

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D’altronde c’era davvero tanta gente, un gran caldo e poco ossigeno – io con il mio gruppetto ero nella parte centrale del secondo o terzo anello di quello che allora si chiamava PalaLottomatica, e ricordo che il fumo denso di sigarette e canne aveva saturato l’aria e reso l’atmosfera fosca e pesante.

Ricordo che la scaletta filò liscia per un bel po’, fino a che Kurt non voltò le spalle al noi altri sparendo dietro le quinte e da lì afferrando e scaraventando una delle sue chitarre sul palco, oltre gli amplificatori. Un gesto strambo che mal si sposò con la sua fissità in scena, forse un gesto di ribellione, che mi parve più simile ad un clichè che a una vera e propria esigenza, o anche solo voglia di spettacolarizzare. Per poi sparire definitivamente dopo aver lasciato il palco senza neanche un ciao, lasciando il resto della band a suonare in attesa, divenuta poi vana, del suo ritorno.

La chiusura fu definitivamente chiara quando Dave Grohl – allora batterista del gruppo, che poi diventerà leader dei Foo Fighters, abbandonando la batteria si mise al posto di Cobain, davanti al microfono lasciato abbandonato dicendo, alzando le braccia tese in aria “I’m the rockstar!”. Penso non lo dimenticherò mai!

Fu un concerto insomma caratterizzato da molti segnali di stanchezza e di sofferenza della band, in continuo bilico, oggi possiamo dire prova di un vero e proprio scollamento in atto, dipendente di certo dall’umore e dal carattere del nostro Kurt.

Il resto poi è storia. La settimana successiva al concerto – mentre era a Roma con la moglie e la figlia, fu ricoverato a causa di una overdose da farmaci e alcool. Curtney disse tempo dopo che quello era stato di certo un tentativo di suicidio da parte del marito, sempre più martoriato dalle droghe che avevano lasciato emergere il buio, l’insofferenza profonda che abitava chi come Kart Cobain aveva da sempre odiato il machismo di una certa musica rock, e mal sopportato il clamore eccessivo e l’onda spasmodica e straniante del successo.

Ma chiedilo a Kurt Cobain
Come ci si sente a stare sopra a un piedistallo
E a non cadere
Chiedilo a Marilyn
Quanto l’apparenza inganna
E quanto ci si può sentire soli
E non provare più niente
Non provare più niente
E non avere più niente
Da dire
Vivere come sognare
Ci si può riuscire spegnendo la luce
E tornando a dormire

Un poeta moderno, un interprete del malessere profondo che attraversò quegli anni novanta, con la sua carica dirompente, a tratti distruttiva, fino alle estreme conseguenze.

Da parte di chi come me era lì a ballare e urlare alla sua vita, e oggi si trova a ripensarsi alla luce della enorme fragilità in cui ci siamo trovati (non tanto) repentinamente immersi, non può che continuare ad esserci amore profondo per quel tempo e per quella musica, che in quei giorni d’inizio aprile ha visto la fine del Grunge insieme a quella di uno dei maggiori, o per chi non sarà d’accordo, almeno dei più rilevanti interpreti del rock moderno.

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A 26 anni da quel ritrovamento, a 26 anni da quel corpo allungato a terra privo di vita, da quell’ultimo concerto a Roma, Kurt Cobain resta consegnato al mito, personale e collettivo – non già per via dei milioni di dischi venduti in pochi anni, ma per la sua fragile ruvidezza, per la sua incapacità a difendersi da se stesso, dall’urto con quel mondo in cui gli era capitato di trovarsi.

Vivere come nuotare
Ci si può riuscire soltanto restando a pelo del mare
D’altronde non si può tacere
La voce che dice che in fondo a quel mare
C’è un mondo migliore
E proprio quel giorno ti viene la voglia
Di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero
Che il senso profondo di tutte le cose
Lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo*[1]

SETLIST NIRVANA ROMA 1994:

Radio Friendly Unit Shifter
(Deep Purple “Smoke On The Water” Intro)
Drain You
Breed
Serve the Servants
Come as You Are
Smells Like Teen Spirit
Sliver
Dumb
Run to the Hills (Iron Maiden cover) (Jam session)
In Bloom
About a Girl
Lithium
Pennyroyal tea
School
Polly
Very Ape
Lounge Act
Rape Me
Territorial Pissings
Encore:
All Apologies
On a Plain
Scentless Apprentice
Heart-Shaped Box + Jam


[1] Kurt Cobain, Brunori Sas in Il Cammino di Santiago in taxi, vol. 3 (2014)

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Francis Ford Coppola non dimentica le sue origini. Il video d’incoraggiamento per l’Italia è da brividi

Federico Falcone

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Non dimentica le sue origini, Francis Ford Coppola, regista tra i più autorevoli e apprezzati del cinema statunitense considerato, a giusta ragione, come uno dei maggiori cineasti del Novecento. L’autore dell’indimenticabile trilogia del Padrino, pur essendo nato a Detroit, ha origini italiane. I suoi nonni, infatti, erano di Napoli. Nonno Francesco, in particolare, era musicista e proprietario di un cinema che, in quegli anni, equivaleva a un lusso non da poco.

Coppola, che in carriera ha vinto anche sei premi Oscar, sei Golden Globe, tre David di Donatello e due Palma d’Oro, non dimentica le sue origini e in questi giorni drammatici che fanno dell’Italia il Paese più duramente colpito (anche se gli Stati Uniti potrebbero superarla molto presto, sia in termini di contagi che di vittime), ha voluto prestare la sua voce a un bellissimo messaggio di speranza.

Ieri, 7 aprile, il regista anche autore di Apocalypse Now ha compiuto 81 anni e, per l’occasione, ha voluto fare lui un regalo alla sua nazione d’origine prestando la sua voce al video “Letter of Hope” (“lettere di speranza”) che, a partire da oggi, verrà veicolato dai canali social media della Fiat. Nel corso dei suoi cinquanta secondi si susseguono alcuni degli scorci italiani più belli, dal Vittoriano di Roma al Duomo di Milano, dai vicoli della costiera amalfitana alle frecce tricolori che svettano lassù nel cielo.

Ma c’è anche memoria storica in Letter of Hope. Si dalle immagini dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale alle navi stracariche dei nostri avi pronte ad attraccare al porto di New York. La Statua della Libertà fa da sfondo alla gioia di quegli italiani che, con valige di cartoni, tanti sogni e tanta speranza, andarono oltreoceano in cerca di fortuna.

La camera, però, stacca dal passato e fa un balzo nel presente ritornando ai giorni attuali. Gente con la mascherina, persone anziane (le più colpite da questa tragedia), finestre a separare un bacio tra due amanti e quei tanti, bellissimi e fieri, tricolori appesi ai balconi. L’unità d’Italia, ecco. Questo il messaggio integrale di Francis Ford Coppola. Toccante, profondo, identitario.

Ciao Italia
é un momentaccio, eh?
il momento è difficile
ma ne abbiamo già affrontati tanti di momenti duri
però sai una cosa
quello che sempre ci ha tenuti in piedi
è stata la nostra energia
la nostra determinazione ad affrontare
e ad abbracciare l’ignoto
Ora, questo spirito speranzoso che non si spezza mai
diventa il nostro principale alleato
oggi più che mai
dalla “little Italy” alla grande Italia
siamo con te, con amore

fonte: La stampa

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5 aprile: il giorno in cui morì il grunge. Kurt Cobain e Layne Staley uniti da una tragica ricorrenza

Il 5 aprile sarà per sempre ricordato come il giorno il cui il grunge morì. Non cessò di esistere il genere nato in quel di Seattle, quello no, cessò però l’esistenza delle sue due stelle più luminose.

Federico Falcone

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Il 5 aprile sarà per sempre ricordato come il giorno il cui il grunge morì. Non cessò di esistere il genere nato in quel di Seattle, quello no, ma l’esistenza delle sue due stelle più luminose. Kurt Cobain, fondatore, cantante – chitarrista e leader dei Nirvana, e Layne Staley, cantante degli Alice In Chains. Chi la strada l’ha tracciata e chi la strada l’ha seguita. Due musicisti straordinariamente talentuosi, due uomini terribilmente fragili, schiavi della propria emotività e delle proprie fragilità.

Un destino ineluttabile, scritto con largo anticipo. Cosa vuoi che importi la scalata al successo fino alle punte più alte, cosa che vuoi che possano rappresentare milioni di dischi venduti o cosa vuoi che interessi se nel giro di brevissimo tempo si è diventati i massimi esponenti di un filone che vedrà negli anni ’90 la sua massima espressione e che coinvolgerà milioni di persone in tutto il mondo, se poi, dentro di te, nel profondo del tuo cuore, si annidano demoni subdoli e tentatori?

Nulla. Tutto ciò non conta nulla. A Kurt e Layne non è mai interessata la fama, esattamente come il vendere dischi o essere i migliori lì, sopra quel palco nel quale il proprio ego poteva trovare l’unica stabilità possibile. Due uomini in missione, verrebbe da dire. Effettivamente era così. Dare voce agli ultimi, rompere con quel sistema che vedeva nell’ordinarietà e nell’ostentazione i punti cardine cui aggrapparsi, ridicolizzare il music business, spesso tanto effimero quanto asettico e privo di contenuti umani.

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Largo alle emozioni più nascoste, al grido di disperazione di una generazione, al disagio di una società ipocrita e malata. Tutto ciò alla fine ha avuto il sopravvento, ha logorato, sfinito e dilaniato l’animo dei due artisti che, sotto il peso di questi flagelli, ha ceduto. Il picco è stato raggiunto il 5 aprile. Anni diversi, modalità non propriamente analoghe ma tragicamente simili. A loro modo precursori anche in questo. Come non citare le drammatiche coincidenze che legano la morte di John Lennon e Dimebag Darrell.

Kurt Cobain si suicida il 5 aprile del 1994, dopo aver imbracciato il suo fucile calibro 20 ed essersi sparato in testa. Il corpo viene ritrovato tre giorni dopo, nella sua villetta nella contea di King, nello stato di Washington, da Gary Smith, elettricista che si trovava a lavoro nei paraggi. Racconterà di aver visto un corpo riverso a terra e di averlo inizialmente scambiato per un manichino. Solo in un secondo momento avrebbe notato una pozza di sangue. L’autopsia accerterà che nel sangue del cantante dei Nirvana c’è una quantità esagerata di eroina e valium.

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Mark Lanegan, amico di Kurt Cobain e componente degli Screaming Trees dichiarò: “Non lo sentivo da almeno una settimana. Non mi ha chiamato e non ha chiamato neanche altre persone. Non ha chiamato la sua famiglia, non ha chiamato gli amici, non ha chiamato nessuno“.

Layne Staley, invece, non si è sparato in testa. Non ha scelto una morte violenta, si è abbandonato al peggiore nemico, la droga. Venne ritrovato morto il 19 aprile del 2002, due settimane dopo una dose fatale di speedball. Il cadavere, già in procinto di decomporsi, fu l’ultimo, umiliante, atto del talentuoso vocalist. La depressione, mista all’uso di stupefacenti e vicissitudini personali, lo han condotto lentamente verso un destino che in molti avevano intravisto. Un’angosciante caduta verso il basso culminata con l’eccesso che meglio gli riusciva. Isolato dal mondo esterno, lontano dall’energia espressa con gli Alice In Chains, Staley capitolò il 5 aprile di diciotto anni fa.

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Layne, come Kurt, non ha mai giocato a essere un’altra persona. Non ha mai sacrificato alla gloria la sua personalità. Non fiero, non orgoglioso, semplicemente reale, se stesso. La tossicodipendenza del padre è stata la chiave di volta verso una vita vissuta sempre sull’orlo del precipizio. Una debolezza mai celata, mai messa da parte. Quella debolezza, però, è stata la sua forza, capace di veicolare una vena artistica stupefacente. Ma quel senso di vuoto no, non l’abbandonerà mai e lo traghetterà verso le sponde della perdizione. Un viaggio di sola andata. Fatale, purtroppo.

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