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Interviste

La formica sghemba – gli equilibri spezzati raccontati nel nuovo romanzo di Paolo Romano

Sophia Melfi

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Un racconto ironico, crudo e intenso sulla rottura di flebili equilibri familiari riportati alla memoria da un padre che, come in una seduta psicoanalitica, rivive in maniera tragicomica l’eternità d’istante della separazione, trovandosi nuovamente a convivere con la propria natura “sghemba”.  

Ciao, Paolo, e benvenuto su The Walk Of Fame. Come sei riuscito a conciliare il mondo del giornalismo a quello della narrativa?

A volte me lo chiedo anche io… In effetti, nonostante l’apparenza, si tratta di due linguaggi molto differenti tra di loro; con il giornalismo c’è un patto di fiducia con il lettore, che è quello di raccontargli fatti e atti concreti, documentabili senza esprimere alcuna posizione o giudizio al loro riguardo. C’è tutta una liturgia di rispondere in primo luogo alle domande “base” del chi, quando, come, perché quella notizia è diventata tale e questo ha un riflesso nella scelta lessicale. Il ricorso solo eccezionale ad aggettivi, per esempio; una punteggiatura chiara e corretta che aiuti a leggere il pezzo; il ricorso a periodi possibilmente brevi, senza esagerare in subordinate. Ecco, tutto questo con l’invenzione narrativa e la scrittura di un romanzo non solo non c’è, ma deve essere scardinato alle sue basi. Qui il patto di fiducia con il lettore è l’onestà intellettuale con la quale t’approcci a un racconto che tutti sanno da subito essere fittizio. La libertà diventa il nuovo motore della tua credibilità, quindi non esistono confini di semantiche vietate, circuiti espressivi sconsigliati. Anzi! E’ l’occasione privilegiata per portare la lingua, il linguaggio un passo più in là.

Quali sono i modelli letterari che hanno ispirato la composizione del romanzo?

L’idea della psicanalisi come strumento di indagine narrativa viene certamente dalla letteratura europea, per una volta, diciamolo, soprattutto italiana che va dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta. Capuana, Pirandello, Svevo hanno dimostrato in una zona d’empireo inarrivabile, più che di eccellenza, come le teorie freudiane fossero un’occasione unica per girare e rigirare personaggi, storie e intimità. Invece, da un punto di vista di “scardinamento” del racconto, mi sento debitore – perché ho letto soprattutto loro in questi ultimi quindici anni – della letteratura americana postmoderna, quella che va da Pynchon a Foster Wallace, passando per De Lillo. Hanno un’intensità di scrittura, fondata sulla libertà e sulla mescolanza di realtà diverse e sfalsate, assolutamente ammirevoli, incredibili. Così, l’uso di digressioni, note a margine, incastri, diventa un gioco letterario che chiama in causa direttamente le competenze del lettore, lo sfida, pure se in modo giocoso e ironico.

Da giornalista affermato, ritieni sia stato difficile esporsi così in profondità?

Certamente mi piace mettermi in gioco, metterci la faccia; evidentemente il protagonista di questo romanzo ha qualche riferimento autobiografico e del resto non esiste narrativa che non si basi sulle esperienze di chi racconta, è anche una questione di onestà. Poi, la scelta della prima persona (azzardatissima e pericolosa) viene, anche lei, da quel genere che sta prendendo sempre più piede, con termine orribile si chiama “autofiction” ed è, in fondo, un gioco. Ti sembra che a raccontare son io, ma poi hai prove evidenti che non posso esser davvero io e allora perdi un po’ la bussola, devi valutare nuovamente l’attendibilità di quel racconto da un altro punto di vista; alla fine sei in un labirinto dove la domanda di partenza (autobiografia o no?) perde di senso. Però, ripeto, ho sempre avuto un approccio sfrontato, forse provocatorio, verso la realtà, se non ti esponi non rischi, ma non godi di nessun sapore o colore dell’esistenza.

In questo romanzo, sono presenti dei rimandi al mondo della musica, una delle tue grandi passioni. Puoi parlarcene?

La musica è la mia vita da quando ho memoria, sono cresciuto avendola sempre nelle orecchie, poi l’ho studiata, insegnata e praticata tanto. Inevitabile che non ci sia parte delle mie giornate e della mia vita che non possa essere raccontata attraverso una propria colonna sonora. Nel racconto è stato quindi facile utilizzarla come strumento d’accesso preferenziale ai ricordi, alle ricostruzioni. Ha un po’ la funzione che nella Recherche di Proust hanno le madeleine, il sapore dei biscottini: mette in moto le storie, le fa muovere e, se ci sono riuscito, gli da ritmo. Quindi, alle molte musiche citate, corrispondono atmosfere diverse e linguaggi diversi in base al mood evocato e poi, diciamoci la verità, mi piaceva l’idea di poter incuriosire il lettore e fargli sentire brani, che ritengo assolutamente straordinari e fondamentali!

Credi che l’immagine evocativa della formica sghemba possa rappresentare una metafora delle condizioni dell’uomo contemporaneo? Se sì, perché?

Più che dell’uomo contemporaneo, dell’uomo e basta. Ci riferiamo all’attualità del nostro tempo perché è solo da relativamente poco che si è entrati a fondo nell’indagine delle fratture interiori, ma è una faccenda che appartiene, più probabilmente, alla natura umana da sempre e convive nello sviluppo razionale della specie. Se ci distinguiamo dagli animali per il porci domande, ci distinguiamo anche perché a quelle domande spesso non sappiamo rispondere e questo causa una scissione, una sofferenza. L’immagine della formica viene da un passaggio di Shopenauer in cui racconta di questa curiosa specie australiana che, se divisa in due, mette in competizione la parte della testa con quella del corpo: combattono finché entrambe non soccombono. Probabilmente una roba un po’ pulp da Tarantino … ma certamente efficace per rappresentare il tipo di lotta quotidiana che tutti affrontiamo, specie quando restiamo soli con noi stessi e non abbiamo i veli utili delle relazioni sociali, che impongono ritualità e cliché condivisi per diventare comuni.

Ritieni che i “vinti dalla vita” possano avere una possibilità di riscossa, magari anche al di fuori del racconto letterario?

No. Su questo mi dispiace essere lapidario e poco confortante; quello che vedo è il dilagare di un’apparenza costruita sull’immagine di successo e di felicità, insieme ad un volto scuro e digrignante di rabbia che sta definitivamente lacerando il tessuto sociale, i rapporti civili, solidali, tolleranti tra le persone. Questa guerra, la continua contrapposizione si fondano sull’ignoranza e sulla presupposizione che tutti possano far tutto, trascurando completamente l’aspetto dello studio, dell’approfondimento, della competenza. Io posso capire l’altro solo se mi do il tempo giusto, interiore ma anche di conoscenza, per farlo. Se non ci sono questi elementi di base, e non ci sono, chi “non ce la fa”, chi è vinto, appunto, è destinato a restare sempre più indietro, a non trovare mai la grammatica delle relazioni, senza la quale non c’è margine di riscossa possibile.

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

Interviste

Dall’Argentina per sognare in Italia: il viaggio musicale di Diego Moreno non finisce mai

Antonella Valente

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Cantante e compositore argentino, Diego Moreno, ormai napoletano d’adozione, ha rilasciato da pochi giorni “Sogno (Sofia sul divano)”, terzo brano tratto dal nuovo album di inediti in uscita in autunno.

Il singolo scritto dallo stesso Moreno insieme alla cantautrice Gaia Eleonora Cipollaro, è una canzone estiva dal ritmo coinvolgente con un sound reggae che ricorda gli UB40, arricchito dal suono di strumenti come il charango e l’ukulele. Il brano invita gli ascoltatori, bisognosi di tornare a vivere dopo il periodo di estrema emergenza sanitaria trascorso, a non smettere mai di credere nei propri sogni.

Diego, piacere di averti con noi su The Walk of Fame! Come stai? Come hai trascorso i mesi passati?

Hola! Sto bene, grazie! – Per quello che si può “stare bene” di questi tempi! – Ho lavorato al nuovo album e sono davvero molto soddisfatto di ciò che è stato fatto, anche insieme a tutti coloro che hanno collaborato. Basterebbe nominare Roy Tarrant (produttore), Salvio Vassallo (produttore artistico), Gaia Eleonora Cipollaro (coautrice), Davide Aronica (regista video) e poi una lunga lista di formidabili musicisti. Mi sento e credo di essere molto fortunato. Questi mesi di lockdown li ho passati a casa con mia moglie Maddalena, provando ad affrontare il tutto con una quota di “filosofia” e aiutandomi con la musica. Non è stato facile, come per la gran maggioranza di noi artisti. Noi “viviamo di assembramenti!”.

“Sogno (Sofia sul divano)” è il tuo ultimo singolo. Come nasce e qual è il messaggio che vuoi trasmettere a chi ascolta?

La canzone è nata qualche anno fa. L’ho scritta in primis in spagnolo, la mia lingua madre. Nel 2019 con il mio produttore abbiamo pensato di realizzare un album completamente in italiano e da lì è iniziata anche la mia collaborazione con Gaia. In questo brano mi concedo il lusso di sognare. Credo che il viaggio per raggiungere i nostri sogni sia intenso… “sogno baciare la luna, corteggiare la fortuna … che poi se ne va!”, sogno addirittura Sofia Loren sul divano! (ride ndr). Oggi è difficile sognare, fa paura immaginare, tuttavia non vi è cosa più bella che sognare, valicare le montagne dell’impossibile con la fantasia, la speranza e la fiducia in se stessi. Ma la canzone è soprattutto un invito a vivere e a realizzare i propri sogni, o quantomeno a provarci!

Sei un musicista argentino ma napoletano d’adozione. Cosa è per te Napoli?

Si sono e sarò sempre un musicista Argentino! Napoli però è per me tante cose. Intanto è il luogo, per la precisione Pozzuoli, dove ho vissuto per quasi 20 anni. Mi sento un flegreo d’adozione! Napoli è poliedrica, è tanta “bellezza”. Qualche anno fa ho inventato il “TangoScugnizzo”, unico mix tra la musica di Buenos Aires e la melodia partenopea che si è aggiudicato nel 2014 il Premio Masaniello e nel 2020 il Premio Nicolardi. Mi sento, lo dico con amore, “un portatore sano di “napoletanità”. Uno dei primi partenopei che mi ha colpito al cuore è stato Eduardo De Crescenzo, un grande interprete! Poi che dire di Pino Daniele, mi querido amigo Enzo Decaro che mi ha ribattezzato “Tanghizzo” (un po’ tanguero un po’ scugnizzo) per il progetto “Poeta Massimo” (poesie di Massimo Troisi musicate da Decaro), mio hermano Antonio Onorato.

Qual è l’artista italiano cui sei particolarmente legato?

Sicuramente Eduardo De Crescenzo, Pino Daniele, ma ho ascoltato molto Raf, Baglioni, Samuele Bersani, Fabio Concato, con il quale ho potuto duettare nel mio progetto dedicato a Fred Bongusto e qui farei una giusta pausa per raccontarti in poche parole i miei quasi 20 anni di collaborazione con Fred. Da lui ho imparato quanto è vero ciò che diceva Vinicius: “La Vita è l’Arte dell’incontro”. Sono felice e sono stato fortunato ad aver incontrato Fred. Ci siamo incontrati 21 anni fa tra i corridoi della Rai di Roma a Via Teulada per un programma televisivo. Durante una pausa, quando scoprì che ero argentino, mi disse: “Mucho Gusto Fred Bongusto!”. Non mi manca la sua musica, perché la sua musica vivrà per sempre, mi manca tanto Alfredo, l’uomo. Un amico speciale e un confidente. A lui ho dedicato un album duettando, tra gli altri, con Peppino Di Capri, Fabio Concato, Maria Nazionale. S’intitola “Che Bella Idea! Canzoni di BuOngustO”. Sono sincero: ne vado fiero!

Come giungi in Italia dall’Argentina e come mai decidi di trasferirti nel nostro paese?

Sono arrivato qui quasi per gioco, per salutare una coppia di amici argentini che si era trasferita in Italia. A Mar del Plata, Buenos Aires – Argentina, ero uno studente di architettura. Ho lasciato tutto e tutti per sognare con la mia musica e sai? Ci sono riuscito praticamente da subito! Il mio primo ingaggio da musicista fu nella meravigliosa terra sicula a Taormina, dove ho trascorso i primi 6 mesi di vita italiana. Indelebili ricordi!

Diego, lascio a te le ultime parole di questa intervista per promuovere la tua musica, i tuoi messaggi e i tuoi progetti…

Sono felice di aver avuto questo spazio e vi ringrazio. Sono altrettanto contento di poter dire che i “sogni” si possono, anzi si devono seguire.  Io il mio sogno l’ho realizzato: ho festeggiato 30 anni di carriera musicale. Auguro a tutti coloro che amano la musica e sognano di esprimersi ed esibirsi di poter realizzare questo loro desiderio.

ph. Gino Tramontano

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Interviste

Scanzonati e istrionici, gli Ecklettica e la loro Vita Stronza sono pronti a far scatenare gli italiani

Federico Falcone

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“Una vita stronza è nato durante un week end. Jimmy (cantante) e Matteo (chitarrista) hanno improvvisato due giorni fuori Roma. È nata cosi di getto, pensando di scrivere qualcosa che fosse diverso da tutto quello che abbiamo fatto fin ora, una canzone che avesse in sé la voglia di evadere, appunto, dall’ordinario”. Gli Ecklettica si presentano così ai microfoni di The Walk Of Fame. Puntuali e precisi ma anche istrionici e dinamici. Ci presentano il loro nuovo lavoro, “Una vita Stronza“.

“Ha da subito accomunato tutti, dal testo all’arrangiamento è stato tutto un flusso continuo di nuove idee. La canzone, parla di festa, parla di after alle sei di mattina, racchiude il nostro desiderio di vivere il presente con lo spirito goliardico che ci contraddistingue, di voler vivere la nostra vita in generale all’insegna del divertimento. C’è anche malinconia nel brano, la stessa della nostra generazione, in bilico tra incertezze e voglia di fare, di essere protagonisti della propria esistenza.

Descrivete il singolo come “specchio della nostra generazione”, come credete che questa sia cambiata dopo l’esperienza coronavirus?

Crediamo che “cambiata” non sia il termine giusto, questo periodo ha mostrato tutti i limiti che abbiamo. Purtroppo, le consapevolezze acquisite durante la quarantena, i temi sociali su cui abbiamo tanto riflettuto, non avranno continuità nel tempo, siamo una generazione sempre più individualista e stiamo sempre di più standardizzando le nostre vite. La nostra generazione, nata negli anni ‘90 e cresciuta negli anni 2000, ha costruito certezze fittizie intorno a tematiche superficiali, dove l’immagine e l’apparire sono più importanti che essere.

Avete un approccio scanzonato alla musica, indice che non bisogna sempre prendersi sul serio…

Come dicevamo prima ci piace vivere all’insegna del divertimento ma dai nostri brani emergono anche le difficoltà della nostra generazione.

Fra le vostre ispirazioni annotate Franco Battiato. Quali elementi del suo sound e della sua scrittura vi affascinano?

Battiato è stato molto eclettico nelle sue varie fasi. La scrittura è sicuramente una delle cose più affascinati della sua carriera. I suoi testi sono un vero è proprio cavallo di battaglia ricco di cultura, arte e citazioni raffinate. Noi sicuramente non ci rifacciamo al modo di scrivere unico nel suo genere di Battiato, bensì alle sonorità tipiche dei suoi album dei primi anni ‘80. “La Voce Del Padrone” è un album a nostro parere che è una grande prova di stile da parte del Cantautore siciliano, in cui ha conciliato sonorità New Wave ma anche Pop con dei Testi tutt’ altro che popolari. La nostra stima nei suoi confronti è immensa.

Per una band come la vostra, quali sono le difficoltà principali nel farsi notare al grande pubblico?

È una costante salita, ripida tra l’altro, in cui è facile fermarsi. Principalmente le difficoltà sono tutte legate agli strumenti per la diffusione, alle leggi del mercato e alla competizione sempre più ingente. L’ascoltatore è sommerso di nuovi prodotti costantemente, quindi per emergere tra i moltissimi prodotti bisogna trovare il modo più interessante di colpire chi ascolta. Siamo anche convinti però che la dedizione e la professionalità nei confronti ti questo bellissimo mestiere siano la chiave per ampliare le possibilità di arrivare al grande pubblico

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Interviste

Manuel Finotti descrive “Forse dovremmo parlare”: un singolo per parlare di sentimenti e sincerità

Federico Falcone

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E’ da poco uscito “Forse dovremmo parlare”, nuovo singolo di Manuel Finotti. Le cose non dette, a volte, sono quelle che aprono la strada alle più grandi opportunità, eppure verbalizzarle fa paura. Il brano è scritto per tutti i rapporti da salvare, per tutte quelle verità da tirare fuori anche quando sembra troppo tardi.

Come descriveresti “Forse dovremmo parlare”?

Ciao ragazzi, grazie per l’invito. La canzone è nata perché nella vita non sono mai riuscito a dire le cose al momento giusto e quindi è stato molto istintivo raccontare quello che provavo sotto forma di canzone.

Descrivi l’importanza di abbracciare e manifestare i sentimenti. Come si può contestualizzare tutto ciò all’interno del periodo storico che stiamo vivendo?

Credo sia l’unica cosa di vero che abbiamo sempre avuto a disposizione, in quarantena questa considerazione è stata fondamentale perché ci ha fatto capire veramente le cose importanti della vita, facendo una selezione naturale importante tra le mille cose che facciamo ogni giorno.

Come è nata la tua collaborazione con Ash Soan?

Con Jacopo Federici, con cui ho scritto il brano, avevamo sempre sognato di avere il suo sound nel brano e riuscire a realizzare questa cosa è stato veramente importante.

A cosa stai lavorando ultimamente?

Sto scrivendo moltissimo per il mio progetto e per dei progetti inediti di alcuni ragazzi molto bravi.

Pensi che ci siano spiragli per andare in tour?

Tempo al tempo, stiamo cominciando ora a seminare le prime occasioni poi appena ci sarà modo sicuramente proveremo a organizzare qualcosa di molto bello per i live.

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