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Interviste

La formica sghemba – gli equilibri spezzati raccontati nel nuovo romanzo di Paolo Romano

Sophia Melfi

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Un racconto ironico, crudo e intenso sulla rottura di flebili equilibri familiari riportati alla memoria da un padre che, come in una seduta psicoanalitica, rivive in maniera tragicomica l’eternità d’istante della separazione, trovandosi nuovamente a convivere con la propria natura “sghemba”.  

Ciao, Paolo, e benvenuto su The Walk Of Fame. Come sei riuscito a conciliare il mondo del giornalismo a quello della narrativa?

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A volte me lo chiedo anche io… In effetti, nonostante l’apparenza, si tratta di due linguaggi molto differenti tra di loro; con il giornalismo c’è un patto di fiducia con il lettore, che è quello di raccontargli fatti e atti concreti, documentabili senza esprimere alcuna posizione o giudizio al loro riguardo. C’è tutta una liturgia di rispondere in primo luogo alle domande “base” del chi, quando, come, perché quella notizia è diventata tale e questo ha un riflesso nella scelta lessicale. Il ricorso solo eccezionale ad aggettivi, per esempio; una punteggiatura chiara e corretta che aiuti a leggere il pezzo; il ricorso a periodi possibilmente brevi, senza esagerare in subordinate. Ecco, tutto questo con l’invenzione narrativa e la scrittura di un romanzo non solo non c’è, ma deve essere scardinato alle sue basi. Qui il patto di fiducia con il lettore è l’onestà intellettuale con la quale t’approcci a un racconto che tutti sanno da subito essere fittizio. La libertà diventa il nuovo motore della tua credibilità, quindi non esistono confini di semantiche vietate, circuiti espressivi sconsigliati. Anzi! E’ l’occasione privilegiata per portare la lingua, il linguaggio un passo più in là.

Quali sono i modelli letterari che hanno ispirato la composizione del romanzo?

L’idea della psicanalisi come strumento di indagine narrativa viene certamente dalla letteratura europea, per una volta, diciamolo, soprattutto italiana che va dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta. Capuana, Pirandello, Svevo hanno dimostrato in una zona d’empireo inarrivabile, più che di eccellenza, come le teorie freudiane fossero un’occasione unica per girare e rigirare personaggi, storie e intimità. Invece, da un punto di vista di “scardinamento” del racconto, mi sento debitore – perché ho letto soprattutto loro in questi ultimi quindici anni – della letteratura americana postmoderna, quella che va da Pynchon a Foster Wallace, passando per De Lillo. Hanno un’intensità di scrittura, fondata sulla libertà e sulla mescolanza di realtà diverse e sfalsate, assolutamente ammirevoli, incredibili. Così, l’uso di digressioni, note a margine, incastri, diventa un gioco letterario che chiama in causa direttamente le competenze del lettore, lo sfida, pure se in modo giocoso e ironico.

Da giornalista affermato, ritieni sia stato difficile esporsi così in profondità?

Certamente mi piace mettermi in gioco, metterci la faccia; evidentemente il protagonista di questo romanzo ha qualche riferimento autobiografico e del resto non esiste narrativa che non si basi sulle esperienze di chi racconta, è anche una questione di onestà. Poi, la scelta della prima persona (azzardatissima e pericolosa) viene, anche lei, da quel genere che sta prendendo sempre più piede, con termine orribile si chiama “autofiction” ed è, in fondo, un gioco. Ti sembra che a raccontare son io, ma poi hai prove evidenti che non posso esser davvero io e allora perdi un po’ la bussola, devi valutare nuovamente l’attendibilità di quel racconto da un altro punto di vista; alla fine sei in un labirinto dove la domanda di partenza (autobiografia o no?) perde di senso. Però, ripeto, ho sempre avuto un approccio sfrontato, forse provocatorio, verso la realtà, se non ti esponi non rischi, ma non godi di nessun sapore o colore dell’esistenza.

In questo romanzo, sono presenti dei rimandi al mondo della musica, una delle tue grandi passioni. Puoi parlarcene?

La musica è la mia vita da quando ho memoria, sono cresciuto avendola sempre nelle orecchie, poi l’ho studiata, insegnata e praticata tanto. Inevitabile che non ci sia parte delle mie giornate e della mia vita che non possa essere raccontata attraverso una propria colonna sonora. Nel racconto è stato quindi facile utilizzarla come strumento d’accesso preferenziale ai ricordi, alle ricostruzioni. Ha un po’ la funzione che nella Recherche di Proust hanno le madeleine, il sapore dei biscottini: mette in moto le storie, le fa muovere e, se ci sono riuscito, gli da ritmo. Quindi, alle molte musiche citate, corrispondono atmosfere diverse e linguaggi diversi in base al mood evocato e poi, diciamoci la verità, mi piaceva l’idea di poter incuriosire il lettore e fargli sentire brani, che ritengo assolutamente straordinari e fondamentali!

Credi che l’immagine evocativa della formica sghemba possa rappresentare una metafora delle condizioni dell’uomo contemporaneo? Se sì, perché?

Più che dell’uomo contemporaneo, dell’uomo e basta. Ci riferiamo all’attualità del nostro tempo perché è solo da relativamente poco che si è entrati a fondo nell’indagine delle fratture interiori, ma è una faccenda che appartiene, più probabilmente, alla natura umana da sempre e convive nello sviluppo razionale della specie. Se ci distinguiamo dagli animali per il porci domande, ci distinguiamo anche perché a quelle domande spesso non sappiamo rispondere e questo causa una scissione, una sofferenza. L’immagine della formica viene da un passaggio di Shopenauer in cui racconta di questa curiosa specie australiana che, se divisa in due, mette in competizione la parte della testa con quella del corpo: combattono finché entrambe non soccombono. Probabilmente una roba un po’ pulp da Tarantino … ma certamente efficace per rappresentare il tipo di lotta quotidiana che tutti affrontiamo, specie quando restiamo soli con noi stessi e non abbiamo i veli utili delle relazioni sociali, che impongono ritualità e cliché condivisi per diventare comuni.

Ritieni che i “vinti dalla vita” possano avere una possibilità di riscossa, magari anche al di fuori del racconto letterario?

No. Su questo mi dispiace essere lapidario e poco confortante; quello che vedo è il dilagare di un’apparenza costruita sull’immagine di successo e di felicità, insieme ad un volto scuro e digrignante di rabbia che sta definitivamente lacerando il tessuto sociale, i rapporti civili, solidali, tolleranti tra le persone. Questa guerra, la continua contrapposizione si fondano sull’ignoranza e sulla presupposizione che tutti possano far tutto, trascurando completamente l’aspetto dello studio, dell’approfondimento, della competenza. Io posso capire l’altro solo se mi do il tempo giusto, interiore ma anche di conoscenza, per farlo. Se non ci sono questi elementi di base, e non ci sono, chi “non ce la fa”, chi è vinto, appunto, è destinato a restare sempre più indietro, a non trovare mai la grammatica delle relazioni, senza la quale non c’è margine di riscossa possibile.

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

Interviste

Ominous Scriptures: i brutal death metallers bielorussi si raccontano [ITA/ENG]

“L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000”

Luigi Macera Mascitelli

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Da circa 10-15 anni a questa parte, nell’Europa dell’est si sta registrando un importante incremento della scena metal. In particolare, le frange più estreme del genere stanno trovando un terreno assai fertile, e non è un caso che molte grandi rivelazioni provengano proprio da questi paesi. Tra le tante band underground che hanno attirato l’attenzione ci sono sicuramente i bielorussi Ominous Scriptures.

Il quintetto di Minsk nasce nel 2013 e subito si fa notare per la sua musica: brutal death metal senza fronzoli e ferocissimo. Il secondo album, The Fall of the Celestial Throne, pubblicato nel 2020, è un esempio di quanto si affermava ad inizio articolo.

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Il 30 marzo 2021 gli Ominous Scriptures pubblicheranno una versione rimasterizzata del loro debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Per l’occasione abbiamo fatto loro qualche domanda, cercando anche di approfondire meglio la band e la situazione della scena metal in Bielorussia e nell’Europa dell’est. Buona lettura!

[English Version Below]

Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine. Il 30 marzo pubblicherete la ristampa del vostro album di debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Come mai avete deciso di riproporlo?

Ciao! Grazie per l’intervista! Sì, il 30 marzo abbiamo pianificato l’uscita di Incarnation Of the Unheavenly tramite Lethal Scissor Records. C’erano troppe ragioni per ripubblicare il nostro debutto. Innanzitutto, la produzione originale era super sporca, ma dopo il remix suonerà decisamente meglio! In secondo luogo, non sappiamo cosa stia accadendo all’etichetta che ha rilasciato l’originale, ma sembra che stia morendo. Quindi con la nuova versione possiamo riportare il disco negli store di tutto il mondo e rendere felici tutti coloro che lo volevano. Terzo: dopo l’uscita del nostro secondo album nel 2020 su Willowtip Records abbiamo ricevuto più attenzione. Perciò ora non vogliamo che i fan paghino il quintuplo per acquistare i cd tramite Discogs o Ebay.
Siamo davvero grati che i ragazzi della Lethal Scissor Records abbiano trovato interessante dare una seconda vita a questo disco.

Dopo l’ottimo lavoro fatto con The Fall of the Celestial Throne del 2020 avete già in mente un nuovo album?

Ovviamente. Con tutta questa situazione della pandemia non abbiamo potuto esibirci live, e quindi abbiamo deciso di non perdere tempo concentrandoci sulla creazione di materiale nuovo. L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000. Ma siamo comunque nel 2021, quindi non sarà un copia/incolla. Almeno lo spero. Ma sai una cosa, queste nuove tracce sono super esplosive!

Volete raccontarci come sono nati gli Ominous Scriptures? E perché la scelta di suonare un death metal così brutale?

L’idea per creare la band risale al 2012-2013. Volevamo solo suonare del brutal death metal con dei testi oscuri ed empi. In pratica lo stile che tutti amiamo. Nulla di speciale insomma…

Ho notato che negli ultimi 10-15 anni si è sviluppata un’importante scena metal nell’Europa dell’est. Mi viene da pensare ai vostri vicini di casa Eximperitus e Relics Of Humanity. O ai polacchi Mgła. Secondo voi, qual è la causa di questa incredibile ondata?

È vero! Stanno accadendo così tante cose fantastiche intorno a noi qui. La scena polacca è sempre stata una delle più apprezzate nell’underground mondiale, ma sì, così tante band provenienti da Bielorussia, Russia, Ucraina hanno pubblicato album fantastici negli ultimi anni. Come puoi non essere felice di questa situazione. Siamo sicuri che sia solo l’inizio.

La pandemia è stata decisamente un male per voi band underground. I concerti sono il modo migliore per farsi conoscere nella scena metal, ma il problema è che ora sono stati tutti cancellati e credo che questo vi abbia penalizzato. Cosa ne pensate? Avete una soluzione per ovviare alla questione?

Sì! Avevamo 2 tour in programma ed entrambi sono stati cancellati. Onestamente non vediamo altre soluzioni se non aspettare il giorno in cui l’umanità sarà in grado di controllare la malattia. Speriamo davvero che questa primavera/estate i fan di tutto il mondo possano riavere l’opportunità di tornare ad assistere a degli show. Di una cosa siamo sicuri ora: quella passione che abbiamo tutti, suonare ed andare ai concerti, non scomparirà ma ci renderà più affamati!

English Version

For about 10-15 years now in Eastern Europe there has been an important increase in the metal scene. In particular, the most extreme fringes of the genre are finding a very fertile ground. It is no coincidence that many great revelations come from these countries. Among the many underground bands that have attracted attention are the Belarusian Ominous Scriptures.

The Minsk quintet was born in 2013 and immediately got noticed for its music: brutal death metal without frills and very ferocious. The second album, The Fall of the Celestial Throne, released in 2020, is an example of what was said at the beginning of the article.

On March 30 2021, Ominous Scriptures will release a remastered version of their 2015 debut, Incarnation of the Unheavenly. For the occasion we asked them some questions, also trying to better understand the band and the situation of the metal scene in Belarus and Eastern Europe. Enjoy the reading!

Hi guys and welcome to The Walk Of Fame Magazine. On March 30, you will release the reissue of your 2015 debut album, Incarnation of the Unheavenly. Why did you choose to propose it again?

Hi there! Thanks for interview! Yes, on March 30 we have planned the reincarnation of Incarnation Of the Unheavenly through Lethal Scissor Records. There were too many reasons to rerelease our debut. First, the original production was super filthy, and after remixing/remastering it sounds even more better. Second, we really don’t know what happens with the label that released the original version, but looks like it near or dead already. So with new release we can bring it back to the stores all over the world and make everyone happy, who wanted to have it. Third, after the release of our second album in 2020 on Willowtip Records, we got more attention. Now we don’t want make fans  paying X5 prices to buy the OG cds through discogs/ebay sellers.
So we are really thankful that guys from Lethal Scissor Records found it interesting to bring the second life to this record.

After the great job done with 2020’s The Fall of the Celestial Throne, do you already have a new album in mind?

Of course. With all this pandemic situation we couldn’t make any tours/shows happened, so we decided to not waste the time and were focused on creation of new stuff. The way is still the same: Just brutal death metal inspired by late 90s/early 00s classic works. But we are breathing the air of 2021, so it not gonna be some copy/pasting. Anyway, i hope so. But you know what, these new tracks are super blasting!

Do you want to tell how Ominous Scriptures were born? And why did you decide to play such brutal death metal?

The idea to create the band is from 2012-2013 as I remember. We just wanted to play some Brutal Death Metal with dark/unholy lyrics. The style we all love. So probably nothing special here.

I have noticed that in the last 10-15 years an important metal scene has developed in Eastern Europe. It makes me think of your neighbors Eximperitus and Relics Of Humanity. Or to the Poles Mgła. In your opinion, what is the cause of this incredible surge in the Eastern European metal scene?

Thats true! We are looking for so many great things happens around us here. Polish scene always was one of the most markeble in worldwide UG, but yes, so many bands from Belarus, Russia, Ukraine have released amazing albums in last years. How can you not be happy with this situation. I am sure its just a begining.

The pandemic was definitely bad for you underground bands. Concerts are the best way to get known around the metal scene. The problem is that now they have all been canceled and I guess this has penalized you. What do you think about it? Do you have a solution in mind?

Yes! We had 2 tours in plans and both were canceled. I honestly don’t see any other decision as waiting the day when humanity will be able to control this disease. I really hope that this spring/summer fans all over the world will get back the opportunity to visit the shows/festivals. One thing I am sure now: that passion we all have, i mean play shows/come to shows, will not dissapear, but will make us more hungry!

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Interviste

Beati gli inquieti, il romanzo-reportage scritto da Redaelli nelle stanze della follia

Fabio Iuliano

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Si può costruire sul deserto? Si può abitare la follia per definirne le geometrie? Quella stessa follia che Stefano Redaelli ha scelto di guardare da vicino. Professore di Letteratura italiana alla facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, esce in libreria con Beati gli inquieti. Un libro che arriva dopo un lungo trascorso all’interno di una struttura psichiatrica di Lanciano, in Abruzzo, con il proposito di riuscire a raccontare senza filtri la vita degli ospiti che ha conosciuto, la follia nella sua immediatezza e spontaneità.

Un avvincente romanzo-reportage, dove realtà e finzione si incontrano a restituire un’immagine verosimile delle strutture di cura, che ancora oggi sembrano accogliere qualche “matto” solo per dare alle persone fuori l’impressione di essere sane. Anche i nomi di persone e luoghi sono alterati, ma la trama non si allontana molto da quello che è successo nella realtà: Casa delle Farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge.

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Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente e, nel libro, racconta in prima persona. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. Conosce Marta, Cecilia, Carlo e Simone; ma è anche costretto a conoscere se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura è immediata e senza fronzoli, pur senza rinunciare alla poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e si avvicina «anche se solo per un attimo» alla verità tutta intera. Il dialogo col lettore è diretto e vivace. È Angelo, tra gli ospiti, a introdurre un test di ingresso posto all’inizio del libro: «Se volete leggere questo libro dovete superare un test. Così saprò se mi posso fidare di voi. È il test dell’Fbi, serve per sapere se siete spie».


Beati gli Inquieti è uscito in tutte le librerie e negli store digitali. Edito dalla Neo Edizioni, il romanzo è candidato alla 75ª edizione del Premio Strega e alla 59ª del Premio Campiello. Il volume è anche secondo classificato al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2020. «Leggendo questo libro», ha scritto Remo Rapino, premio Campiello lancianese con il “matto” Bonfiglio Liborio «mi è sembrato di fare un viaggio dall’inquieto alla serenità, grazie alla scoperta di mondi, di anime». Addottorato in Fisica e Letteratura, Redaelli ha approfondito a lungo il rapporto tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. Vive tra Varsavia e l’Abruzzo e nel prossimo semestre sarà visiting professor all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Come è arrivato all’idea di questo libro?
Tredici anni fa, su invito di un’amica, raccolsi dei diari della Comunità di Sant’Egidio, con l’intento di trasformarli in un romanzo. Magari per vincere un premio in denaro a un concorso letterario da devolvere loro in beneficenza. Mi resi conto, però, che quelle parole avevano bisogno di storie in carne e ossa da incontrare. Di qui, iniziai a cercare e frequentare istituti psichiatrici della zona. Col tempo riuscii a fare un’esperienza simile a quella di Beati gli inquieti. Per farlo, ho frequentato una struttura lancianese per anni.

Realtà e finzione sullo stesso piano
Tutto quello che racconto è frutto di un vissuto reale, anche se reinventato in sede di scrittura. Non rinuncio a delle immagini che mi hanno accompagnato nei giorni vissuti nella struttura. Come l’immagine del deserto edificabile, il deserto dove si può costruire.

Genio e disagio, follia e pieghe della razionalità. Difficile trovare un equilibrio nei racconti dei suoi personaggi, alcuni dei quali molto affascinanti. Eppure lei scrive provocatoriamente: “Non andate a trovare i matti”.
I matti non mentono, i matti ci vedono, i matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità. La follia potrebbe sicuramente essere definita come un’enigmatica forma di vita, un’esperienza che vada ben oltre la distinzione tra sano e malato, cela un’importante verità della nostra umanità. Una verità che ci riguarda. Una verità che si può cercare dentro la follia, dentro noi stessi. Eppure, noi preferiamo confinarla in schemi, etichette e strutture psichatriche.

L’AUTORE. Redaelli (Chieti 1970) ha conseguito il dottorato in Fisica e il dottorato in Letteratura all’Università di Varsavia, nonché il master “L’Arte di Scrivere” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Docente di Letteratura italiana alla Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura, e di traduzione letteraria. È autore delle monografie: Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, Roma 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, Roma 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, Varsavia 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha tradotto e curato la poesia di Jan Twardowski, Sullo spillo. Versi scelti – Na szpilce. Wybór wierszy (Ancora, Milano 2012). Tra le sue pubblicazioni anche il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano 2011) e la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, Roma, 2008).

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Interviste

Greta Zuccoli: vivo la musica senza confini, Sanremo grande opportunità

Federico Falcone

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Greta Zuccoli è tra gli astri nascenti della musica italiana. La sua voce ha conquistato artisti come Damien Rice e Diodato e ora, con il brano “Ogni cosa di te“, mira a fare breccia nel cuore del pubblico e della giuria del Festival di Sanremo, dove parteciperà nella categoria Nuove Proposte. Il brano scritto da Greta stessa, vede la produzione artistica di Diodato e Tommaso Colliva. Una voce che si muove con un certo agio dal brit-folk alla melodia italiana, portando con sé gli echi delle suggestioni musicali che fanno parte del background artistico di Greta Zuccoli: trip hop, cantautorato, brit rock.  

“Mi piace pensare che attraverso la musica io riesca a sciogliere tutti i miei contrasti, mettere insieme le diverse sfumature di quello che sono; tracciare un confine, per poi cancellarlo e spingermi sempre oltre i miei limiti”, dichiara Greta.

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Arrivi al Festival di Sanremo con sound personale e frutto delle tue influenze. Credi che l’Ariston stia spalancando le sue porte a sonorità più moderne e meno tradizionali?

Sicuramente si. Anche vedendo quella che è la proposta artistica di quest’anno, sia tra big che nuove proposte, c’è sicuramente spazio per sonorità non proprio consuetudinarie. Sarà un’edizione particolare, che prende vita all’interno di un anno difficile e delicato per il mondo dello spettacolo. Ci auguriamo tutti che sia un punto di ripartenza per il nostro settore. Ho scelto di presentarmi per l’artista che sono, con le mie influenze e i mondi che sento più vicini a me. Classifico poco i generi musicali, ma ci tengo molto alla mia identità. Ciò che realmente mi interessa è far arrivare la sincerità della mia musica. Ritengo che con mediante essa si possa sperimentare e guardare avanti, anche verso un rinnovamento.

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Il brano con cui gareggi mostra la tua eclettica estrazione musicale. E’ questo il tuo punto di forza?

Amo moltissimo la musica folk, Joni Mitchell, e il cantautorato femminile di artiste come Joan Baez. Mi piace un sound molto essenziale e minimale. Negli anni sono arrivata The National, Bon Iver, e alla scena indie che adesso rappresenta una fetta importante della scena musicale attuale. Adoro le atmosfere di Massive Attack, Bjork, Portished che hanno condizionato il mio modo di intendere l’arte e l’approccio dietro al microfono.

In che modo, l’incontro con Diodato e Tommaso Colliva, ha inciso sul brano? Quanto e quale è stato il loro apporto in sala di produzione?

La produzione è di Diodato e Tommaso Colliva. Insieme abbiamo cercato di far venire fuori le mie influenze e le mie idee creative. Antonio condivide con me le stesse influenze. Durante i tour estivi abbiamo sempre proposto, perché entrambi la amiamo, “Out of time” dei Blur. Apprezziamo gli stessi artisti. Poi ci sono gli archi di Rodrigo D’Erasmo, anch’egli esponente di una scena che adoro. Quando senti dentro qualcosa di forte, poi alla fine si percepisce quando un sound è sincero. E’ il tuo modo di esprimerti. E’ il mio modo di fare arrivare la mia musica.

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L’indie è il nuovo pop?

Da questo punto di vista non mi piace fare classificazioni o dare etichette. La musica la vivo come se non ci fossero confini specifici. La qualità prima di tutto. Penso all’epoca dei nostri nonni, dove la musica jazz era considerata pop. Dipende dall’accezione che uno vuol dare al concetto di popolare.

Cosa ti aspetti dall’esperienza al Festival di Sanremo?

E’ senz’altro un’esperienza importante iniziata diversi mesi fa con le selezioni. Per me, già questo passaggio, rappresentava una dimensione nuova. Non mi era mai capitato di esibirmi in un contesto dove ci fosse una selezione. Vivo la musica con molta serenità e condivisione, anche con gli artisti che hanno preso parte a questo viaggio. Soprattutto per il periodo che stiamo vivendo, c’è bisogno di ritrovare una comunione artistica. Non vedo l’ora di andare lì e immergermi nel contesto musicale per eccellenza. E’ la cosa che adoro di più al mondo. Speriamo che l’arte possa ripartire proprio dall’Ariston.

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