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Sono le 8.15 del 6 agosto 1945: Hiroshima è rasa al suolo da Little Boy

Federico Falcone

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Settantacinque anni fa gli Stati Uniti sganciavano su Hiroshima, in Giappone, “Little Boy“, la prima bomba atomica della storia a essere utilizzata in un conflitto. Questa la testimonianza di Akihiro Takahashi (Hibakusha, sopravvissuto alla bomba atomica, ex-direttore del Peace Memorial Museum di Hiroshima) presa dalla Terza conferenza internazionale per la messa al bando dell’uranio impoverito. Hiroshima – 6 Agosto 2006. Testo tradotto da Francesco Iannuzzelli per www.peacelink.it .

“Mi chiamo Akihiro Tahakashi. In rappresentanza dei sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima, sento un forte senso di responsabilità del raccontarvi la mia esperienza a riguardo durante questa conferenza contro l’uranio Impoverito. Nonostante tutto il tempo che e’ passato, e nonostante tante altre cose siano successe, la devastazione causata dal bomba atomica e’ scolpita nella mia memoria”.

Il 6 Agosto 1945, alle 8 e 15, la prima bomba atomica esplose su Hiroshima

“Avevo 14 anni ed ero uno studente del secondo anno della scuola superiore. Mi trovavo nel campo da gioco della scuola a circa 1,4 chilometri dall’ipocentro, il punto dell’esplosione della bomba”.

“L’effetto complessivo provocato dal calore, dall’esplosione e dalle radiazioni della bomba atomica sono qualcosa che va oltre ogni immaginazione. Quasi tutta la città fu bruciata e rasa al suolo e la maggior parte della popolazione che ci viveva fu uccisa. Posso solo dire che un tale indiscriminato bombardamento fu di una atrocità diabolica e immorale. Secondo coloro che sganciarono la bomba, la completa distruzione di città e il massacro di civili innocenti e disarmati era un’azione giustificata per vincere la guerra”.

“Andati, soldati, andate!” – questa frase appariva nei libri di scuola che leggevo alle elementari

“Durante la guerra eravamo tutti sottoposti a un’educazione fortemente militarista. La maggioranza degli studenti delle scuole superiori di quel periodo davano per scontato che sarebbero diventati militari una volta finita la scuola. Io stesso pensavo di entrare nell’Aeronautica della Marina Militare presso Kasumigaura, nella prefettura di Ibaraki. A scuola indossavamo tutti un uniforme, giacchetta bianca con sette bottoni, pantaloni bianchi e un cappello anch’esso bianco. Ma la divisa dei piloti era molto più bella. I nostri insegnanti di raccontavano di quale privilegio fosse diventare un pilota di aerei della Marina militare, e di come fosse giusto e necessario marciare in territorio nemico e uccidere più nemici possibile. E noi credevamo loro”.

“Ad ogni modo, il Giappone perse la guerra. Accadde quando ci rendemmo conto di quanto sbagliato fosse il militarismo; quando venimmo a conoscenza delle sofferenze e del dolore provocato dal Giappone ai nostri vicini asiatici. Sono convinto che la responsabilità principale della guerra e’ del governo giapponese che la comincio’… ma al tempo stesso mi sento profondamente dispiaciuto e in colpa come giapponese che visse durante la guerra, anche se al tempo ero solo un ragazzo. Mi fu insegnato che era giusto uccidere la gente, e lo credei”.

“Oggi, nonostante l’insegnamento ricevuto, mi pento profondamente delle mie convinzioni di allora. Durante la guerra, gli studenti delle scuole superiori venivano spesso chiamati a svolgere mansioni di vario tipo: invece che studiare, dovevamo demolire delle case di cittadini per ordine del governo”.

“Queste demolizioni servivano per creare delle zone tagliafuoco dove la gente potesse fuggire in caso di bombardamenti aerei statunitensi. I residenti delle case demolite non avevano altra scelta che abbandonare le loro abitazioni e trasferirsi altrove presso parenti o amici. Venivano evacuati con la forza su ordine del governo.

Il 6 agosto, poco prima dell’esplosione atomica, c’era stato un allarme aereo, rientrato subito dopo. Sentendoci al sicuro, eravamo andati all’aperto sul campo da gioco in attesa dell’inizio delle lezioni

C’erano circa 150 studenti sul campo, dei quali circa 60 erano miei compagni di classe. Vedemmo in quel momento un bombardiere B29 statunitense che si avvicinava, nonostante l’allarme fosse rientrato. Non avremmo mai immaginato che questo aereo stesse trasportando una bomba atomica”.

“In Hiroshima, il cielo era perfettamente azzurro quel mattino. Sentendoci tranquilli, osservammo il B29 mentre volava sopra le nostre teste lasciando una bella scia bianca. A un certo punto il nostro insegnante corse fuori dalla stanza dei docenti gridando “Attenzione!”. Fu in quel momento che avvenne la tragedia”.

Sentii un incredibile rumore e un’oscurità totale copri’ i miei occhi

“Impossibilitato a vedere alcunché, non avevo idea di cosa fosse successo. Alcuni dicono che ci fu un lampo, ma non lo ricordo. Ho sentito dire che ci fu una intensa luce blu in tutte le direzioni, seguita da una potente esplosione. Fummo scaraventati via senza poter opporre alcuna resistenza”.

“Dopo un po’ ripresi conoscenza, mentre il fumo che aveva coperto tutto comincio’ a diradarsi e un po’ di luce riapparve. Ero stato scaraventato a circa 10 metri rispetto a dove mi trovavo prima dell’esplosione ed ero caduto sul selciato. Era stata l’onda d’urto a gettarmi cosi’ lontano. Mi resi conto che anche gli altri 150 studenti erano stati scagliati in tutte le direzioni e giacevano a terra intorno al campo da gioco. La scuola, costruita in legno, era rasa al suolo. Ogni casa e ogni palazzo che circondava la scuola era crollato a causa dell’esplosione”.

Guardai in lontananza e non vidi nessuna casa, tutto era crollato a parte alcuni palazzi in cemento. “Oh no, Hiroshima e’ sparita

“Mi resi conto delle condizioni del mio corpo. La mia divisa scolastica era tutta bruciacchiata e lacerata. Al momento dell’esplosione della bomba atomica nel cielo, la mia uniforme aveva preso fuoco, bruciando fino a ridursi in brandelli. La pelle si era staccato dalla mia testa e lungo la mia schiena, fino alle braccia, alle mani e alla gambe. Potevo vedere la mia carne viva, rossa, esposta, con solo alcuni brandelli di pelle rimasti, bruciati dai raggi di calore. Rendendomi conto che le mie condizioni erano simili a quelle di molti altri studenti intorno a me, fui colto dal panico”.

‘Scappa al fiume in caso di bombardamento aereo’

Mi ricordai quello che mi era stato insegnato durante le prove di evacuazione. Lasciai allora il campo da gioco in direzione del fiume. Sulla strada sentii qualcuno chiamare il mio nome da dietro “Hey, Takahashi, Takahashi, aspettami, aspettami”. Mi girai e vidi un mio amico, Tatsuya Yamamoto. Mi stava chiamando. Eravamo compagni di classe, andavamo a scuola insieme tutti i giorni”.

“Stava piangendo, “Mamma, aiuto, aiuto”. Piangeva senza sosta. Gli dissi, “Smetti di piangere, e’ inutile. Muoviti invece o potremmo trovarci nei guai. Dobbiamo andarcene da qui, subito”. Un po’ lo scuotei e un po’ lo incoraggiai. Durante la guerra portavamo un cappellino che chiamavamo “berretta da combattimento.” La’ dove copriva le nostre teste ci era rimasto ancora qualche capello, ma il resto era stato tutto bruciato dal calore. Il cappellino, naturalmente, era volato via.

Un gran numero di sopravvissuti stava scappando in tutte le direzioni. Tenevano le braccia dritte davanti a loro, mentre la pelle bruciata penzolava dalle loro dita

I loro vesti erano tutti stracciati

Alcuni erano praticamente nudi, con la pelle assente e la carne viva a vista

“Tutti scappavano, trascinandosi a piedi nudi, ciondolando. Sembrava una processione di fantasmi.
Molti nella processione erano gravemente feriti. Un ragazzo era ricoperto di frammenti di vetro dalla cintola in su, probabilmente si trattava di frammenti di una finestra frantumata dall’esplosione. Potevo vedere alcuni di questi frammenti anche nel mio corpo, in diversi punti, dal torace alle braccia. Una donna era coperta di sangue con un occhio che penzolava. Anche questo a causa dell’esplosione. Un uomo sulla sinistra era ustionato cosi’ gravemente che la pelle della sua schiena era completamente lacerata e mostrava la carne viva bruciata”.

“C’erano molti corpi morti. Tra di loro vidi una donna ridotta in condizioni indescrivibili. I suoi organi interni era sparsi per terra. Anche questo era dovuto all’esplosione. Vidi anche un bimbo che giaceva a fianco di una donna, probabilmente sua madre. Ambedue avevano delle ustioni molto gravi e la maggior parte della pelle mancava. Il bimbo emetteva un lamento acuto, era ancora vivo. Ma noi eravamo solo ragazzi, non potevamo fare nulla per salvarlo. Un cavallo giaceva morto,col suo collo in una mangiatoia e la pelle rimossa dalla gran parte del corpo.

Era una scena orribile, impossibile da descrivere a parole

“Ci dirigemmo verso il fiume. I detriti delle case distrutte dall’esplosione bloccavano tutti i vicoli dalla strada principale verso il fiume. Era impossibile camminare normalmente. Ci arrampicavamo disperatamente sopra i detriti delle case, camminando a quattro zampe, e finalmente riuscimmo ad arrivare alla sponda del fiume. Non appena la raggiungemmo, i detriti delle case che avevamo appena attraversato presero fuoco. L’incendio si propagava velocemente e un’alta colonna di fumo si alzo’ nel cielo con un suono fragoroso, come l’eruzione di un vulcano. Ancora oggi ricordo quanto ero spaventato”.

“Fummo molto fortunati a fuggire dall’incendio. Il fuoco bruciava i detriti delle case che avevano spontaneamente preso fuoco per via del calore, e molti restarono intrappolati al loro interno senza alcune speranza di essere salvati. L’incendio avanzava rapidamente e molti sopravvissuti non ebbero altra scelta che abbandonare i propri cari mentre morivano tra le macerie. In un raggio di due chilometri dal centro dell’esplosione, il fuoco brucio’ qualsiasi cosa incluse le case, per la maggior parte costruite in legno”.

“Mentre arrancavamo verso la riva del fiume, vedemmo un piccolo ponte che era miracolosamente rimasto intatto dopo l’esplosione. Quel ponte salvo’ le nostre vite. Attraversai il ponte e mi resi conto che il mio amico Yamamoto non era piu’ con me. In seguito scoprii da sua madre che era stato portato a casa da un gentile straniero, ma mori’ dopo 6 settimane, il 16 settembre, a causa degli effetti delle radiazioni. Attraversai il ponte e arrivai sull’altra sponda da solo”. L’altra sponda era a 3 chilometri dall’esplosione. Fortunatamente l’incendio non arrivava fin li’.

““Ce l’ho fatta”, pensai. E mi lasciai andare. Non riuscii piu’ a trattenere le lacrime. Al tempo stesso, mi accorsi che il mio corpo stava diventando caldo – terribilmente caldo – e quindi entrai nel fiume e mi immersi nell’acqua. L’acqua diede un grande sollievo al mio corpo ustionato.

Ero circondato da cadaveri galleggianti nel fiume. Sembrava l’inferno

Migliaia di persone stavano immergendo i loro corpi come me, ma molti morivano ed erano trasportati via dalla corrente del fiume. Subito dopo uscii dall’acqua e andai a una postazione di soccorso arrivata li’ dalle montagne. Fui velocemente medicato e mi riposai.

“Molte vittime del bombardamento aspettavano in coda per una medicazione. All’improvviso, delle grosse gocce scure di pioggia cominciarono a cadere. Era la cosiddetta “pioggia nera”. La pioggia nera si era formata per via delle polveri alzatasi in cielo a causa dell’esplosione. Questa pioggia nera era radioattiva. Alcuni che furono esposti a questa pioggia svilupparono in seguito malattie tipiche di esposizione a radiazioni. Fortunatamente, mi trovavo al coperto in una tenda e non fui contaminato dalla pioggia.

Osservando la pioggia nera, sembrava tutto cosi’ strano: non avevo mai visto prima una cosa del genere

“Aspettai che la pioggia smettesse e mi incamminai verso casa da solo. Ero preoccupato, temevo di non farcela a camminare per 6 chilometri soffrendo di ustioni cosi’ gravi. Dopo aver camminato per un po’, sentii ancora qualcuno che mi chiamava: “Takahashi, Takahashi, portami a casa con te”. Era un lamento, che veniva dal lato della strada. Guardai meglio e trovai un mio compagno di classe, Tokujiro Hatta. Vivevamo nella stessa citta’ e andavamo a scuola insieme tutti i giorni. Osservai il suo corpo: la pelle era caduta dalle piante dei piedi e la carne viva era visibile. Era impossibile per Hatta camminare”.

“Gli chiesi “Come hai fatto ad arrivare fin qui?”. Mi rispose che uno straniero molto gentile lo aveva portato su una bicicletta. Ero preoccupato, non sapevo come aiutarlo. Era un mio compagno di classe, non volevo andare a casa da solo e lasciarlo li’. Volevo aiutarlo in qualche modo, ma non sapevo come fare. Nella sfortuna di essere vittima del bombardamento, aveva avuto pero’ la fortuna di non riportare altre ferite, per cui mi vennero in mente due idee per aiutarlo: – che camminasse carponi come un gatto o un cane, in modo che i suoi piedi non toccassero per terra – che camminasse sui talloni mentre io lo sostenevo da dietro”.

“Alternando questi due metodi riuscimmo a camminare insieme verso casa, ma molto lentamente, a passo di lumaca. Ancora adesso non ci posso credere che riuscimmo a farcela. Camminando in questo modo, ci riposavamo spesso sul ciglio della strada. In uno di questi momenti, notai mio zio e mia zia che si avvicinavano in lontananza. Fui felicissimo di vederli e li chiamai a gran voce. Anche loro erano sorpresi, non si aspettavano per niente di trovarmi in quel luogo. Erano sulla via del ritorno dalla campagna dopo aver visitato il funerale di un parente. Fummo estremamente fortunati a incontrarli”.

“Mio zio mi trasporto’ sulle spalle, mia zia porto’ il mio amico Hatta e in questo modo arrivammo finalmente a casa. Senza il loro aiuto, saremmo sicuramente morti lungo la strada e non avrei avuto la possibilita’ di parlarvi oggi. Io e il mio amico arrivammo finalmente a casa grazie a una barella recuperata da mio nonno. Una volta giunto a casa, mia madre im spoglio’ tagliandomi i miei vestiti con le forbici, in modo da evitarmi il dolore che avrei provato nel togliermeli, sfregandoli contro le ferite aperte. Mi vesti’ con uno nuovo yukata, una specie di kimono dal cottone piu’ sottile. In seguito venni a sapere che il mio amico Hatta mori’ per via delle radiazioni l’8 di Agosto, due giorni dopo il bombardamento”.

Le mie ustioni furono sottoposte a medicazione per un anno e mezzo

Fortunatamente uno dei nostri conoscenti era un medico e faceva visita due volte al giorno, la mattino e la sera. Questo medico era pero’ un otorinolaringoiatra e questo tipo di dottori di solito non hanno a che vedere con le ustioni; casomai sarebbe servito un chirurgo o un dermatologo. Non potevo comunque chiedere di piu’ perche’ con la citta’ completamente distrutta mancava tutto, dottori, infermieri, medicine e cibo.

Si stima che circa 300 medici e 1800 infermiere fossero in Hiroshima al momento del bombardamento, e piu’ del 70% furono uccisi dalla bomba

“La medicazione pero’ era estremamente dolorosa. Le ustioni venivano coperte con bendaggi imbevuti di medicine. Ogni giorno il dottore veniva a rimuovere le bende. Siccome il calore dell’estate asciugava completamente le garze, restavano incollate alla ferita. Il dolore della rimozione delle bende era insopportabile: sangue e pus sgorgavano dalla ferita, e mi ricordo distintamente che urlavo “No! No! Fa male! Basta!”. Mio nonno lavava le garze, rimuovendo il sangue coagulato e il pus, e le sterilizzava nell’acqua bollente per il giorno dopo. Non c’erano altri trattamenti disponibili in Giappone dopo la guerra”.

“Sebbene sia sopravvissuto, dal 1971 soffro di epatite cronica che ritengo dovuta all’esposizione a radiazioni. Sono stato in ospedale 14 volte e al momento sono sottoposto a una cura che richiede 3 o 4 iniezioni alla settimana. Soffro di molti problemi. Posso dire di aver sperimentato tutti i tipi di trattamento, a parte quelli ostetrici, ginecologici, pediatrici e psichiatrici. Ogni giorno sono consapevole delle mie difficoltà e di quanto sia doloroso continuare a vivere in queste condizioni. Nella disperazione, a volte, mi sono chiesto perché continuare a vivere per soffrire cosi’ tanto. Ma tutte le volte che la disperazione mi ha colto, mi sono fatto coraggio dicendomi che se sono riuscito a sopravvivere alla bomba atomica allora devo continuare a vivere. Per questo sono ancora qui”.

Le cicatrici delle ustioni sono rimaste in molte parti del mio corpo. Fra queste, le ustioni sulla mia mano e sul braccio destro erano cosi’ gravi che dal gomito destro alle dita la pelle era caduta ed era visibile la carne viva.

Il mio gomito e’ stato quindi bloccato a un angolo di 120 gradi e da allora non posso più muoverlo.

Le dita della mano destra, a parte il pollice, sono rimaste piegate e non posso muoverle. Devo affrontare numerose difficoltà per via di questi impedimenti

“Quattro delle mie dita non si muovono. Ho cheloidi sul mio polso. Di solito un’ustione guarisce in circa un mese. Quando le mie guarirono, grosse quantità di pelle si accumularono sulla cicatrice e ho dovuto rimuovere chirurgicamente numerosi cheloidi”.

“Ho anche una atipica unghia nera che cresce dal mio indice destro. Un frammento di vetro taglio’ la radice di quest’unghia e, secondo un dermatologo, distrusse le cellule che la producono. Correttamente mi predisse che quest’unghia non sarebbe mai guarita. Cresce cosi’ spessa che non puo’ essere tagliata con delle normali forbici. Di solito la lascio crescere 2 o 3 anni, dopodiche’ una crepa appare spontaneamente alla radice dell’unghia e cade da sola. Ho donato queste unghie al Peace Memorial Musem di Hiroshima, dove sono esposte nella sezione dedicata ai danni della bomba”.

“Anche i vestiti di Yamamoto, insieme a cui fuggii dopo il bombardamento, sono stati donati al Museo. Sua madre li aveva conservati come i suoi resti e i suoi parenti decisero di donarli al Museo nel giugno 2003”.

Rividi i vestiti del mio amico il 2 Agosto 2004, dopo 59 anni. Nel guardarli non riuscii a trattenere le lacrime. Perché gli Stati Uniti uccisero’ senza pietà 7200 studenti innocenti? Ancora sento una punta di odio verso gli Stati Uniti. Pero’ l’odio non distrugge mai l’odio. La’ dove c’e’ odio, non possiamo avere pace. Per quanto sia doloroso, dobbiamo superare i nostri sentimenti di odio. Anche nelle circostanze piu’ terribili, non dobbiamo mai dimenticare di aprire il nostro cuore agli altri.
Ho riflettuto a lungo su questo dalla guerra in poi e lo tengo scolpito nella mia mente”.

Di circa 60 compagni di classe, solo 14 sono ancora vivi. Io sono uno dei pochi sopravvissuti

Quasi 50, inclusi Yamamoto e Hatta, furono crudelmente uccisi dagli effetti della bomba atomica. Dalla guerra in poi, mi sono ripromesso di fare in modo che non siano morti invano. Vivo nella convinzione che sia dovere e responsabilità dei sopravvissuti riportare le voci inascoltate di coloro che sono deceduti. Vivo per conto dei miei amici morti”.

“Non importa quante volte cadiamo, noi, sopravvissuti alla bomba atomico, ci rialziamo sempre. E fino al nostro ultimo respiro continueremo tenacemente a lanciare appelli e azioni contro le guerre e per l’abolizione delle armi nucleari”.

“Se non rispettiamo il diritto internazionale, il mondo non conoscerà mai pace. Come abbiamo visto in Iraq, la vittoria, e certamente la pace, non possono essere ottenute con la forza. Dobbiamo dare valore a quanto costruito cosi’ faticosamente dalle nazioni del mondo ed essere determinati a vivere in coesistenza pacifica con gli altri popoli, le altre religioni e le altre culture.

Credo fermamente che solo su queste basi possiamo costruire un mondo sicuro e prospero

“La famiglia umana deve affrontare la pesante eredita’ del ventesimo secolo, fatta di guerre, armi nucleari, terrorismo, riscaldamento globale, carestie, profughi, violenze e violazioni dei diritti umani. Se le persone che vivono nel ventunesimo secolo non riusciranno a risolvere questi problemi, il secolo corrente potrebbe essere l’ultimo degli esseri umani sulla Terra. Rafforzo continuamente la mia determinazione a vivere i giorni che mi rimangono su questo pianeta in piena consapevolezza e responsabilità. E voglio comunicare queste mie convinzioni e aspirazioni a tutti i cittadini del mondo. Grazie per la vostra attenzione. Grazie”.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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C’è acqua sulla Luna!

“Questa scoperta sfida la nostra comprensione della superficie lunare”

Federico Falcone

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Quella che era un’ipotesi, a lungo rincorsa come un sogno, si è trasformata in realtà. C’è acqua lontano dal nostro pianeta.

Lo ha reso noto la NASA, ieri, nel corso di una conferenza stampa. Sulla Luna, il nostro satellite, l’unico posto nell’universo finora raggiunto dall’uomo (salvo tesi contraria) è stata scoperta una chiazza d’acqua nelle zone illuminate dal Sole, quelle equatoriali che volgono sguardo verso la Terra. L’occhio del telescopio Sofia è andato più lontano del solito, ha esplorato, scrutato e, infine, trovato nella zona del cratere Clavius.

Non è facile comprendere quanto saranno sfruttabili queste riserve d’acqua. Certo è che, per la missione Artemis, si tratta di una scoperta fondamentale. Così come per i viaggi nello spazio e per le altre missioni che prevedono il ritorno dell’uomo sulla Luna, nel 2024. A questo punto cambiano gli scenari e le previsioni dei mesi e degli anni addietro e tale scoperta apre a nuove prospettive.

Punto di partenza, molto probabilmente, sarà lo studio della regolite lunare che ha intrappolato le molecole. Dai dati che emergeranno dalle ricerche si valuterà come procedere nelle prossime esplorazioni e, soprattutto, a cosa realmente ambire. Insomma, si apre una nuova pagina per la scoperta del cosmo. L’acqua sulla Luna, stando a una prima supposizione, sarebbe arrivata attraverso i meteoriti che, nel corso dei millenni, hanno impattato con la superficie.

Questa si sarebbe conservata grazie alle diverse zone in ombra che avrebbero preservato le molecole presenti. Si stima che la quantità individuata sia di 100 ppm – 412 ppm (parti per milione) nel primo metro circoscritto. La quantità totale, però, non è ancora chiara.

Il telescopio SOFIA ha dimensioni di 2,7 metri con un diametro effettivo di 2,5 metri. Questo consente di studiare il Sistema Solare e tutte quelle situazioni dove sono presenti polveri che bloccano la luce visibile (ma non gli infrarossi). Inoltre la possibilità di spostarsi in tutto il Mondo permette anche di cambiare “punto di vista” sul fenomeno da osservare.

Paul Hertz (direttore della divisione astrofisica alla NASA) ha dichiarato “avevamo indicazioni che l’acqua che conosciamo – potrebbe essere presente sul lato soleggiato della Luna. Ora sappiamo che è lì. Questa scoperta sfida la nostra comprensione della superficie lunare e solleva interrogativi intriganti sulle risorse rilevanti per l’esplorazione dello spazio profondo”.

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Ascanio Celestini: “Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile e rispettoso, l’altro menefreghista e arrogante”

Antonella Valente

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Rabbia e incredulità regnano nel mondo dello spettacolo dopo la firma del nuovo DPCM emanato poche ore fa che vede le sale teatrali e non solo chiudere al pubblico, agli spettacoli e ai progetti fino al 24 novembre. Se tutto va bene. Milioni di lavoratori dello spettacolo resteranno a casa, ancora, per un altro mese.

Tra gli artisti che stanno mostrando il proprio disappunto, Ascanio Celestini, tra i primi attori a salire su un palcoscenico lo scorso 15 giugno alla – prima – riapertura dei teatri. E lo fece a mezzanotte e un minuto. Ora però la sua riflessione si concentra sull’esistenza di due Italie, una civile e rispettosa e l’altra arrogante e menefreghista.

Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile, rispettoso, l’altro menefreghista e arrogante. Dal 15 giugno a oggi, 25 ottobre, chi ha frequentato i luoghi della cultura se n’è accorto più che negli anni scorsi. Ho fatto spettacolo a Pesaro un minuto dopo la riapertura dei teatri. Gli spettatori in fila, con la mascherina, distanziati in entrata e uscita dalla sala. Seduti a più di un metro uno dall’altro. Ho visto il sollievo di chi ha potuto togliere la mascherina per restare in silenzio a vedere il primo spettacolo dopo oltre 100 giorni. Poi il ritorno in albergo. Il portiere mi dice “questo finesettimana era pieno. Un pullman, tutti senza mascherina”. E infatti li ho visti anche io affollare il ristorante per abbuffarsi, pescare con le mani dalle stesse insalatiere per tornare all’amato aperitivo”.

Inizia così la riflessione di Celestini pubblicata su facebook: “Pochi giorni dopo sto in Veneto. Ragazze e ragazzi che montano le colonnine per i dispenser col gel. Li ho visti misurare la distanza tra le sedie nel piccolo parco. Poi andiamo alla ricerca di un posto per la cena. La folla. Nel ristorante riusciamo a conquistare due tavolini stretti, da bar. La padrona voleva darcene uno solo per sei persone che mangiano più due che bevono soltanto. Otto in un quadrato di plastica. Non c’entriamo manco in tempi normali. Nel caos c’è anche l’assessore che non dice niente. O quasi. Giustifica. In fondo anche questi ristoratori devono lavorare! Poi arrivano due anziani in divisa. Sono guardie in pensione che girano nella movida per controllare che sia tutto a posto. Io chiedo “cosa controllano? C’è un gran casìno!”. E l’assessore “controllano che non ci siano ubriachi molesti. Controllano che si faccia la raccolta differenziata”.

“In questa grottesca alternanza di mondi ho letto anche i deliri dei negazionisti. Sì, ha senso chiamarli così. Prima cosa perché non è affatto vero che il termine si utilizzi solo per quelli che negano il genocidio, i campi di sterminio, eccetera. E poi perché hanno la stessa tattica retorica. Se non la pensi come loro fai parte del complotto, consapevolmente o inconsapevolmente. Sei uno stupido, ti hanno fatto il lavaggio del cervello, leggi la stampa mainstream. Oggi ci infilano il deep state, Microsoft, Biderberg, Soros.. Ieri erano le lobby ebraiche.E ovviamente odiano essere definiti negazionisti. Proprio come quelli che dicono “non esiste la destra e la sinistra” e sono sempre di destra. Proprio come i razzisti, quelli che dicono “non sono razzista, ma…” Le immagini di quei gruppetti in piazza senza mascherine con i cartelli “tamponatevi il culo” a parlare di dittatura sanitaria e deriva autoritaria insieme ai fascisti di Forza Nuova!… quelle immagini sono perfettamente sovrapponibili alle ammucchiate della movida.

“Un popolo che cerca una libertà che non condivido, che non ho mai condiviso. Provo disgusto a chiamarla “libertà”, a usare la stessa parola che utilizzo per la libertà di pensiero, di espressione, la libertà che cercano i popoli sottomessi dai dittatori, che cercano i poveri incatenati alla miseria. Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile, rispettoso, L’altro menefreghista e arrogante. Quattro mesi dopo la riapertura dei luoghi della cultura faccio un viaggio di lavoro verso Bologna. L’ultimo. Per almeno un mese resterò senza lavoro. E con me se ne staranno a casa migliaia di persone. Cittadini di quel paese civile che s’è mosso con la mascherina, che ha rispettato le distanze per difendere una libertà che abbiamo nella testa e nel cuore. E che oggi si trova a doverla perdere perché quell’altro paese, quello arrogante ci ha sputato sopra. Lo trovo intollerabile”

ph. Luigi Angelucci

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Pablo Picasso, il visionario che voleva restare bambino

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei”

Federico Falcone

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In presenza del genio artistico, l’etichetta diventa limitante.

Superflua. Effimera. Accessoria. Fuorviante.

L’estro non può essere bollato.

“Tutti i bambini sono degli artisti nati, il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”

Era solito affermarlo Pablo Picasso, tra gli artisti più influenti del XX secolo. Innovatore, inventore del cubismo, visionario, geniale, fuori da qualsiasi tipo di etichetta, appunto. Nato a Malaga nel 1881, nel corso della sua lunga e straordinaria carriera è stato pittore e scultore, ceramista e anche scenografo. Impossibile da contenere, impensabile imprigionarlo in stili e marchi.

Il 24 giugno del 1901 la sua prima mostra. A Parigi, nella galleria in Rue Lafitte. Era giovane, ma non giovanissimo se consideriamo l’età di “esplosione” dei suoi predecessori. “A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino“, disse anni più tardi. Ad accorgersi del talento dell’artista spagnolo fu Ambroise Vollard, mercante d’arte tra i più autorevoli in quegli anni, noto anche per aver lanciato Matisse e Cézanne).

Quell’incontro fu il primo di una collaborazione duratura. Cinque anni più tardi Vollard acquistò 27 quadri di Pablo Picasso il quale, in seguito, realizzò un ritratto del suo amico. La capitale francese fu culla del “periodo blu” (individuato nel triennio 1901 – 1904) che spianò la strada al “periodo rosa“, anticamera del cubismo, appunto. Qui, la sua gioventù dal sapori a tratti agrodolci, è bene espressa.

In quel di Parigi, Picasso trovò ispirazione anche dalla vita notturna, effervescente e imprevedibile. I luoghi bohemien, come caffè e sale da ballo, spalancarono le porte della sua visione artistica a nuove concezioni pittoriche. Molte scene, realmente viste o vissute, vennero infatti impresse su tela come, ad esempio, L’appuntamento, La vita, Due sorelle, Vecchio cieco con ragazzo, Vecchio chitarrista.

L’ascesa dell’artista fu inarrestabile e da quel momento i suoi quadri e le sue opere più in generale sono state vendute a cifre esorbitanti. “Les femmes d’Alger”, del 1995 fu acquistato a 179 milioni di dollari.

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei”

Per ottanta anni, Picasso si è dedicato all’arte. Coltivata, studiata, sdoganata e, infine, rinnovata. La sua mano ha contribuito a gettare le basi per l’arte moderna, stupendo in continuazione sé stesso, critici, appassionati e gente comune. “Si è detto sovente che un artista deve lavorare per se stesso, per l’amore dell’arte e fregarsene del successo; è falso. Un artista ha bisogno del successo. E non soltanto per vivere ma, soprattutto, per realizzare la sua opera“, rispose a un giornalista dopo una domanda piccante.

Pablo Picasso, il gigante che voleva restare bambino. Non solo Parigi ebbe su di lui un ascendente forte e indispensabile, ma anche l’universo femminile. Dal cosmo rosa, il pittore spagnolo attinse a piè mani con continui tributi e omaggi al fascino delle sue amanti. Modelle, scrittrici, ballerine, artiste. Dall’amore all’ammirazione il passo era quasi sempre breve, e quasi sempre corrispondeva a un ritratto, un dipinto, un’opera. Del suo rapporto burrascoso col gentil sesso ne parleremo in altra sede.

“I sessant’anni sono quell’età in cui ci si sente finalmente giovani. Ma è troppo tardi”

Una tra le sue frasi più celebri, pronunciate in un’età nella quale luci e ombre si alternavano con equità in un susseguirsi di episodi contraddittori. Troppo avanti – artisticamente parlando – per i suoi anni, troppo indietro rispetto al futuro. Lo anticipò, lo scrisse, ma non poté godere appieno del crollo di alcuni pregiudizi e stereotipi relativi al suo modo di intendere l’arte e il sentimento.

La carnalità era un rischio e intraprendere una relazione con una modella francese di 22 anni fu, per l’opinione pubblica, un passo azzardato. Lui, infatti, ne aveva esattamente 40 di più di più. Otto anni più tardi, quando di anni ne aveva 70, conobbe la futura seconda moglie. Che di anni, allora, ne aveva 27. “L’arte non è mai casta, e quando è casta vuol dire che non è arte“. Accuse respinte in colpo di fioretto.

“In ogni bambino c’è un artista. Il problema è capire come rimanere artisti diventando grandi” – Pablo Picasso

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