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Teatro

Singin’ in the Rain, il grande musical torna in Italia

redazione

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Il grande spettacolo ‘SINGIN’ IN THE RAIN – CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA Il Musical’ torna a Milano. Stage Entertainment e il Teatro Nazionale sono fieri di annunciare il gradito ritorno del grande successo della stagione 2019 ‘Singing in the rain’. Il musical andrà in scena a Milano da venerdì 28 febbraio a domenica 15 marzo.

Lo spettacolo ha avuto un grande successo di pubblico nel corso delle prime 8 settimane di rappresentazione ed è stato uno dei musical più amati della prima parte di stagione. Stage Entertainment è felice di dare ai propri spettatori la possibilità di vedere lo spettacolo per altre due settimane. Il teatro Nazionale il cast e i tecnici sono ansiosi di accogliere tutti quanti per le nuove recite di ‘Singing in the rain’. 

I biglietti sono già disponibili sul sito www.teatronazionale.it, www.ticketone.it, presso il Box Office e l’Ufficio Gruppi del Teatro.

Questa produzione è presentata grazie a un accordo con Music Theatre International (Europe) Limited: www.mtishows.eu

SINOSSI

Non è tutto oro ciò che luccica a Hollywood. Don Lockwood è un’acclamata stella del cinema muto e, insieme alla splendida Lina Lamont, forma una delle coppie più ammirate dello show business. Peccato che Lina, in realtà, sia una starlette viziata e insopportabile. L’avvento del sonoro porta un ulteriore grattacapo a Don e al produttore R.F. Simpson: la voce di Lina, infatti, è sgraziata e squillante. Ecco, quindi, arrivare la dolce Kathy Selden, forse meno appariscente, ma decisamente più talentuosa di Lina.

In gran segreto, Kathy doppierà la bionda star che nel frattempo, ingelosita dalla storia d’amore tra lei e Don, ne combinerà di tutti i colori pur di mettere i bastoni tra le ruote alla sua antagonista. La resa dei conti arriverà alla prima del film Il Cavaliere della Danza, durante la quale Lina verrà smascherata nella maniera più esilarante e plateale che ci sia.

Considerato uno dei primi esperimenti di cinema nel cinema, Singin’ in the Rain mostra i retroscena di Hollywood e ci insegna che, dietro lustrini e paillettes, si possono nascondere gelosie, invidie e ripicche. Ma che è anche possibile trovare il vero amore e combattere contro tutto e tutti per farlo trionfare.

Singin’ in the Rain è considerato l’apice della carriera dell’iconico Gene Kelly, uno dei più grandi performer di musical della storia. Nel 2008, l’American Film Institute inserisce Singin’ in the Rain al quinto posto nella classifica dei 100 più grandi film statunitensi di sempre.  Si trova, invece, saldamente al comando in quella dei migliori film musicali. 

Dopo il debutto sui palchi teatrali nel West End londinese nel 1983, Singin’ in the Rain ha ben presto stregato il mondo. Giudicato dalla critica come il miglior musical di tutti i tempi, è stato incoronato simbolo del teatro musicale americano e mondiale.

NOTE DI REGIA

«Affrontare da regista un cult come “Singin’ In The Rain”, è un’occasione unica, nel mio percorso professionale perché è un musical eccezionale, una meraviglia di intrattenimento: numeri musicali, melodie indimenticabili e gag comiche esilaranti, oltre a una bellissima storia d’amore. Inoltre, è la prima volta che mi capita di dirigere un musical che interpretai come attrice, anni fa; avrò la fortuna di affrontare questo titolo intramontabile, dall’altra prospettiva.

“Singin’ In The Rain” ha un potere ineguagliabile, anche oggi: è una macchina drammaturgicamente e musicalmente perfetta. È una storia che strappa una risata e fa sognare, la perfetta “evasione” senza mai un momento di noia, quell’ “evasione” unica, che capita solo quando siamo chiusi in un teatro, immersi in una storia che ci porta in un mondo lontanissimo dal nostro, che parla di poesia, talento, musica, arte, di quella “materia divina” di cui, a mio avviso, abbiamo una grande nostalgia.»

Teatro

Lino Guanciale al debutto con Dialoghi di Profughi di Brecht: un testo della crisi molto attuale

La lettura di Guanciale è accompagnata da una partitura di musiche, a cura della violinista Renata Lackó

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Martedì 6 ottobre il Teatro Arena del Sole inaugura la stagione 2020-2021 con Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht, con Lino Guanciale e la musicista Renata Lackó. Uno spettacolo che ERT presenta nella versione dal vivo in prima assoluta a Bologna.

“L’emigrazione è la miglior scuola di dialettica. I profughi sono dialettici più perspicaci. Sono profughi in seguito a dei cambiamenti, e il loro unico oggetto di studio è il cambiamento. Essi sono in grado di dedurre i grandi eventi dai minimi accenni, […] e hanno occhi acutissimi per le contraddizioni. Viva la dialettica!”.

Memore della propria esperienza dell’esilio, Bertolt Brecht così fotografava, con la consueta lucidità, il rapporto fra discontinuità esistenziale e necessità della metamorfosi, individuando nel soggetto strappato al proprio sistema di abitudini e sicurezze il propulsore ideale del cambiamento politico e culturale.

“Un vero testo della crisi – scrive Lino Guanciale – un vero testo generato da uno stato d’emergenza. Una rappresentazione vivida della balìa cui sono soggette le illusioni di stabilità della civiltà occidentale, soprattutto quando esse servono, coscientemente o meno, a nascondere sotto il tappeto le miserie e le fragilità di un mondo abituato a disprezzare la dialettica come strumento di rigenerazione della democrazia”.

“Un testo che molto ha da dire, crediamo, a noi orfani della fine della storia, cui la pandemia ha consegnato l’epifania di una dimensione di precarietà le cui radici – lo stiamo apprendendo con forse troppo colpevole sorpresa – sono in realtà molto più profonde di quanto potesse sembrare. Un orizzonte problematico senza precedenti, cui rispondere con le più varie forme di resistenza estetica e culturale messe a disposizione dalla complessità del linguaggio teatrale, proprio come ci pare avvenga al Brecht di quest’opera».

La lettura di Guanciale è accompagnata da una partitura di musiche, a cura della violinista Renata Lackó, scelte tanto dal repertorio classico della musica colta europea e da quello più brechtiano, quanto dalle sonorità “erranti” della tradizione Yiddish, a significare acusticamente il complesso paesaggio esistenziale e culturale dell’incontro fra i due personaggi.

Negli anni dell’esilio in Nord Europa, in fuga dal potere nazifascista che corre inarrestabilmente verso il proprio culmine espansivo, Brecht attraversa la fase probabilmente più alta e autentica della propria vocazione di poeta e drammaturgo politico, in cui scrive alcune delle sue opere più conosciute.

Sono gli anni, infatti, de Il romanzo dei Tui, Terrore e miseria del Terzo Reich, Madre Coraggio e i suoi figliVita di Galileo, La resistibile ascesa di Arturo Ui, Il cerchio di gesso del Caucaso, ovvero dei testi in cui la lotta contro le forze disumane della Storia si fa più cruda ed efficace.

Di questa stagione è figlio anche Dialoghi di profughi, terminato nel 1940: un ritratto dello sradicamento come topos esistenziale, un omaggio alla marginalità come matrice di elevazione filosofica e politica.

Nei Dialoghi si confrontano due voci “sospese”, quella di uno scienziato e quella di un operaio, identificati con un ironico compendio della lotta di classe, “Quello alto” e “Quello basso”: due “piccoli uomini” di fronte alla Storia, appartenenti a fronti opposti del conflitto sociale pre-esilio e ora accomunati da un destino forzatamente erratico.

Si incontrano la prima volta in una stazione, non-luogo simbolico della reciproca sorte, e casualmente ingaggiano un primo confronto sul rapporto, non a caso, fra l’uomo e il proprio passaporto. Da quel momento inizia una spirale dialettica che li conduce, in giorni e scenari diversi, a toccare – quando con cinica ironia, quando con accalorata partecipazione – le più varie questioni etiche, estetiche e sociali connesse al mondo da cui vengono e a quello, che si interrogano possa essere, il futuro.

Si alternano, dunque, commenti ai modelli educativi egemoni, rilievi personali sulla vita nella dimensione della fuga perenne e notazioni umoristiche sul rapporto fra politica e pornografia, critiche all’ideologia superomistica dominante e osservazioni tese a smascherare le falle di sistema di un mondo convinto, ebbro della propria volontà di potenza, del proprio destino di eterna crescita.

Il finale non declina un epilogo preciso delle rispettive biografie, ma lascia aperta qualunque prospettiva, dalla salvezza alla rovina definitiva, nel solco, però, di una comunanza di intenti, sogni e visioni.

«I due profughi, così diversi, così lontani in condizioni storiche “normali”, si avvicinano finalmente liberi da differenze di classe e discriminanti razziste di ogni genere, – continua Guanciale – dialogano radicalmente e cambiano, crescono, nel momento della sospensione assoluta delle loro esistenze precedenti, nel momento in cui quasi tutto è perso a parte la volontà, o necessità, di costruire germi comunitari attraverso il linguaggio. Questo fa del testo un luogo in cui di fatto il teatro viene praticato come strumento di rigenerazione, come spazio di mutamento e maturazione attraverso l’incontro, come luogo dell’amplificazione decisiva del potere rivoluzionario dell’ascolto.

Fattori che ne rendono non tanto l’attualità al tempo dell’attuale pandemia, quanto la forza strategica e l’autorevolezza. Il teatro non come eredità o ispirazione, non come nostalgia. Ma come valore d’uso. Per tutti».

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Teatro

Officina Teatrale: nasce ad Avezzano un nuovo centro di arti sceniche

L’Officina Teatrale, perciò, non è un semplice laboratorio, ma un vero e proprio “luogo di Arte Scenica” che pone le sue fondamenta su tre colonne portanti che la contraddistinguono: formazione, ideazione e produzione

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Dalla collaborazione tra il Teatro Off (Limits) e Seven Arts Theatre Studio nasce in Abruzzo una nuova realtà per le Arti Sceniche: l’Officina Teatrale, che sarà presentata al pubblico il prossimo 4 ottobre a partire dalle 17 presso la sede del Seven Arts Theatre Studio, in via XX Settembre 429/D – Avezzano (AQ).

Il nome non è un caso, perché si tratta di una vera e propria Officina dove vengono realizzate in modo separato diverse discipline (Recitazione Teatrale e Cinematografica, Musica, Danza, Canto, Scrittura, Scenografia… ecc.) le quali, una volta assemblate, creano delle vere e proprie Opere Artistiche. L’Officina Teatrale, perciò, non è un semplice laboratorio, ma un vero e proprio “luogo di Arte Scenica” che pone le sue fondamenta su tre colonne portanti che la contraddistinguono:

Formazione: È rivolta a tutti, qualunque sia il grado di preparazione: da chi non ha mai calcato un palcoscenico, per paura o per impedimento, ma ha sempre sognato di farlo, a chi vuole muovere i primi passi verso la professione attoriale, passando per tutti quelli che vogliono semplicemente divertirsi e rilassarsi coltivando la propria passione. I corsi sono tenuti da insegnanti professionisti e si rivolgono a bambini, ragazzi e adulti.

Ogni corso sarà integrato periodicamente con delle Masterclass tenute da professionisti che calcano i maggiori palcoscenici italiani e internazionali e con giornate “in esterna” per assistere ai migliori spettacoli presenti nelle stagioni teatrali nazionali e non solo.

Ideazione: L’officina Teatrale nasce anche per dare libero spazio a tutti coloro che hanno un’idea in campo artistico, ma che hanno difficoltà nel capire come svilupparla. L’ intento è coltivare queste idee e trasformarle in spettacoli, gestendo in affiancamento tutti processi creativi: scrittura del testo, ideazione e realizzazione degli impianti scenografici e audiovisivi, casting, prove, e infine, messa in scena.

Produzione: Una volta realizzato, lo spettacolo non può essere fine a sé stesso.  Non può limitarsi alla semplice “rappresentazione di fine anno”. L’obiettivo dell’Offciina è perciò quello di creare degli spettacoli curati nei minimi dettagli che possano ottenere continui gradimenti e richieste di rappresentazione.

La produzione è rivolta anche all’esterno e ad ogni tipo di collaborazione e di “contaminazione”, pertanto chiunque può proporsi per un progetto, che verrà valutato ed eventualmente prodotto.

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Teatro

Romaeuropa, doppio appuntamento con Ascanio Celestini: prima assoluta per Pierino e il lupo e Pulcinella

Celestini porterà in scena Pierino e il lupo di Prokof’ev e Pulcinella di Stravinskij

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Tra i più importanti attori, registi e autori teatrali del nuovo teatro di narrazione, Ascanio Celestini, dopo il successo di Barzellette, torna a Romaeuropa Festival, in prima assoluta e in corealizzazione con Musica per Roma. Sarà sul palco della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica con Tonino Battista e il PMCE – Parco della Musica Contemporanea Ensemble.

Celestini porterà in scena Pierino e il lupo di Prokof’ev e Pulcinella di Stravinskij dando vita a un confronto tra tradizione musicale e popolare che permette di indagare con ironia gli archetipi sottesi ai personaggi che abitano le due composizioni.

Nell’interpretazione di Pierino e il lupo Celestini pone l’accento sul gioco, sullo sguardo di un ragazzino e degli animali, sulle paure ancestrali e sulla natura rappresentando i personaggi della storia attraverso fiati, archi, percussioni e timpani dell’Orchestra diretta dal Maestro Tonino Battista, tra i più versatili direttori della scena internazionale, concentrando maggiormente l’attenzione sulla dimensione musicale della fiaba che su quella metaforica.

Pierino e il lupo è una fiaba moderna” afferma Celestini “Parente delle fiabe di tradizione orale solo nella forma, ma in realtà con una finalità diversa: raccontare un mondo musicale, fare da ponte tra la grande musica e la sua fruizione da parte dei giovanissimi. Dunque, il testo è poco più di un appiglio per imbarcarsi in un viaggio sonoro”.

La fiaba sinfonica di Sergej Prokof’ev, composta nel 1936, ha in sé una semplicità nelle parole che consente di “giocare con il testo senza il bisogno di interpretare metafore complesse, immagini archetipiche. Altre fiabe hanno uno spessore antropologico diverso, hanno attraversato culture differenti e vanno a scavare in maniera metaforica nel vissuto. In Pierino e il Lupo invece il meccanismo è semplice, c’è la semplicità delle parole e quella leggerezza che comporta non avere simboli o sensi nascosti dietro i suoni“.

Se in Pierino e il lupo Celestini s’interroga su chi tra i due personaggi è lo sciocco e chi il furbo, in Pulcinella di Stravinskij (1919-1920), seconda parte dello spettacolo, gli interrogativi ruotano attorno all’identità del personaggio e la musica ancora una volta ha un ruolo preponderante.

“La tradizione orale ci offre un incredibile repertorio di racconti dal quale attingere. E noi ne rendiamo un po’ qua e un po’ là. Pulcinella si potrebbe chiamare Giufà come lo chiamano i siciliani, ma anche Djuha, Djeha, Khoja, Hoca Jusuf, e pure Jugale e Ciuccianespole. Mia nonna di Anguillara Sabazia lo chiamava Zi’ Checco. E non si sa mai se viva sfalsato alla realtà comune perché stupido o perché vede molto più a fondo e lontano degli altri” racconta Celestini.

Tonino Battista, a proposito dell’assenza di un testo in Pulcinella di Stravinskij, afferma: “Stravinsky cominciò a pensare al soggetto Pulcinella su sollecitazione di Diaghilev andando a cercare l’ispirazione consultando un canovaccio del repertorio della Commedia dell’Arte napoletana depositato nella Biblioteca Nazionale di Napoli: “I Quattro Pulcinelli simili”. Per le musiche del balletto pensò di usare alcune musiche del ‘700 napoletano, in particolare attinse all’opera di Pergolesi.

In realtà solo la metà dei pezzi del balletto sono attribuibili a Pergolesi, altri brani sono originariamente di Ulrich Wassenaer, Domenico Gallo e Fortunato Chelleri. Il balletto fu terminato nel 1920. La fortuna che riscosse suggerì al compositore di praticarne una riduzione per sola orchestra in forma di Suite. Così due anni dopo Stravinsky completò la scrittura di quello che conosciamo come Pulcinella Suite (revisionata poi nel 1949): una successione di 9 danze che rappresentano una sorta di summa del balletto Pulcinella e sono la cifra più significativa di quello che viene definito il periodo neoclassicista del compositore russo.

In questo prezioso lavoro, Stravinsky mantiene inalterate le linee melodiche e di basso delle partiture originali del ‘700, intervenendo su tutti gli altri parametri: frasi, accentuazioni simmetrie che si trasformano in asimmetrie, elisioni o aggiunte di tempi nelle battute, ricreando un insieme fonico finto-originale del concerto barocco».

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