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Micheal Scofield è pronto a tornare: confermata la sesta stagione di Prison Break

“Grandi compagnie come Netflix sono in disperato bisogno di contenuti”

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Adesso c’è la conferma, la sesta stagione di Prison Break ci sarà. Ad annunciarlo sono stati Wentworth Miller e Dominic Purcell tramite i propri account social network. Nonostante l’ultima stagione non sia stata valutata positivamente dalla maggior parte degli appassionati di Michael Scofield, la serie che mosse i suoi primi passi dal carcere di Fox River nel 2005, tonerà con nuovi episodi.

Circa la sceneggiatura, però, ancora non sappiamo nulla. Non abbiamo dettagli circa le avventure che i due fratelli si troveranno ad affrontare, né se ci saranno clamorosi ritorni o nuove aggiunte. Nelle necessità di rinnovare la proposta, non si può escludere l’ingresso di nuovi personaggi capaci di tenere testa al protagonista principale. Anzi, è fondamentale presentare un villain di spessore e che sia quantomeno credibile.

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Il problema della credibilità dei personaggi è stato infatti il punto debole della serie a partire dalla terza stagione in avanti. Tolto l’agente dell’FBI Alexander Mahone non si è più avuto un villain tanto forte da tenere testa alla coppia Scofield – Burrows, e tutti gli altri personaggi, per quanto bene incastrati nella storia, non hanno saputo reggere il confronto che gli ex detenuti.

“Siamo tutti d’accordo che verrà realizzata solo se ne varrà la pena per la storia. Ora, gli orrori che stanno accadendo a causa dell’emergenza Coronavirus mi spingono a concentrarmi su Prison Break 6. Sono convinto che con la distanza sociale e seguendo i consigli degli esperti sui modi per combattere questo catastrofico evento senza precedenti, tutti noi usciremo vincitori in questa lotta contro il Coronavirus”, dichiarò pochi mesi fa Dominic Purcell.

“Grandi compagnie come Netflix sono in disperato bisogno di contenuti. Il più grande regalo che gli artisti possono farvi è l’intrattenimento, perciò riprendiamoci le nostre vite ascoltando gli esperti! Non farò più commenti su Prison Break 6 fino a quando non sarà il momento. Siate intelligenti, attenti e vigili. Il vostro Dom”.

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Walt Whitman, il padre della poesia americana

Erica Ciaccia

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Walter Whitman, noto come Walt Whitman (West Hills 1819 – Camden 1892) è stato un poeta, scrittore e giornalista statunitense. Considerato il padre della poesia americana, è stato il primo poeta moderno ad utilizzare comunemente il verso libero, di cui è considerato in un certo senso “l’inventore”.

Le sue radici si rintracciano nel visionarismo profetico di William Blake, quei suoi versi lunghissimi e prosatici provengono infatti dall’influenza di quest’ultimo, anche se il poeta americano ne stempera la carica alchemico-mitica e li usa in una versione più franta, metricamente più fluida, tanto da fargli guadagnare appunto un posto tra gli iniziatori del verso libero.

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La famiglia di poeti cui Whitman appartiene e della quale è considerato il patriarca, è una famiglia che purtroppo negli ultimi decenni non ha avuto in Italia una buona reputazione: vi appartengono cantori di una americanità continentale, come Rubén Darío, Pablo Neruda, Allen Ginsberg e perfino Borges, che fu anch’egli un whitmaniano.

La sua raccolta più famosa “Foglie d’erba” fu pubblicata nel 1855 in occasione del giorno dell’Indipendenza e proprio per questo sarà un’opera destinata ad essere considerata la “Bibbia democratica americana”. Come poeta e come persona, Walt Whitman resta grande e sfuggente.

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Non si riesce a sapere, nemmeno al giorno d’oggi, la maggior parte di ciò che egli non voleva che si sapesse, malgrado i grandi sforzi di molti devoti e colti biografi. Il legame tra la sua poesia e la sua vita è molto più incerto di quanto non creda la maggior parte dei lettori. Eppure Whitman è tanto importante per noi, tanto crucial nella mitologia americana, tanto assolutamente centrale nella nostra cultura letteraria che abbiamo bisogno di progredire nel tentativo di mettere insieme la sua vita e la sua opera. 

Di seguito alcuni versi tratti da “Foglie d’erba”: 

C’è questo in me – io non so che cosa è  – ma so che è in me. 
Contorto e sudato – calmo e fresco poi diventa il mio corpo, 
io dormo – dormo a lungo.
Io non lo conosco – è senza nome – è una parola non
detta,
Non è nei dizionari, tra le espressioni, tra i simboli.
Qualcosa lo fa oscillare su più terra di me,
amica ne è la creazione, il cui abbraccio mi sveglia. 
Forse potrei dire di più, Lineamenti! Io intercedo per 
i miei fratelli e le mie sorelle.

Vedete, miei fratelli e sorelle?
Non è caos o morte – è forma, unione, progetto – è vita eterna – è Felicità.

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Pompei: scoperto il primo carro da parata in Italia

Licia De Vito

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Non smette di sorprendere Pompei, il sito archeologico fiore all’occhiello del panorama culturale del nostro Paese. È proprio di queste ore infatti la notizia dell’ennesima sensazionale scoperta. Si legge sulle pagine social del parco archeologico:

Il carro da parata di Civita Giuliana. L’ultima scoperta di Pompei

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Il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, annunciano il rinvenimento di un reperto straordinario, emerso integro dallo scavo della villa suburbana in località Civita Giuliana, a nord di Pompei, oltre le mura della città antica, nell’ambito dell’attività congiunta, avviata nel 2017 e alla luce del Protocollo d’Intesa sottoscritto nel 2019, finalizzati al contrasto delle attività illecite ad opera di clandestini nell’area.

Un grande carro cerimoniale a quattro ruote, con i suoi elementi in ferro, le bellissime decorazioni in bronzo e stagno, i resti lignei mineralizzati, le impronte degli elementi organici (dalle corde a resti di decorazioni vegetali), è stato rinvenuto quasi integro nel porticato antistante alla stalla dove già nel 2018 erano emersi i resti di 3 equidi, tra cui un cavallo bardato. Un ritrovamento eccezionale, non solo perché aggiunge un elemento in più alla storia di questa dimora, al racconto degli ultimi istanti di vita di chi abitava la villa, e più in generale alla conoscenza del mondo antico, ma soprattutto perché restituisce un reperto unico – mai finora rinvenuto in Italia – in ottimo stato di conservazione.”

Ph. Luigi Spina

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Per l’uomo sarà più complesso vivere su Marte oppure affrontare il viaggio di andata?

Gaetano Miranda

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Solo pochi giorni fa il rover Perseverance è arrivato su Marte. Un evento atteso, seguito in diretta televisiva e sui social network che ha lasciato tutti con il fiato sospeso. Il segnale, arrivato a distanza di 11 minuti dall’evento a causa del ritardo nelle comunicazioni fra Marte e la Terra, ha confermato il contatto col suolo. Applausi, soddisfazione alle stelle (è proprio il caso di dirlo) e la consapevolezza di aver aperto una nuova pagina nella storia dell’esplorazione spaziale.

La missione è infatti destinata a cercare tracce di vita passata e a raccogliere i primi campioni del suolo marziano che nel 2031 saranno portati sulla Terra da una staffetta di missioni nella quale l’Italia avrà comunque un ruolo importante.

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A cercare le tracce di una vita passata nel bacino di un antichissimo lago, che ora è il cratere Jazero, ci sarà proprio Perseverance. E’ il quinto rover che l’agenzia spaziale americana ha inviato sul pianeta rosso. La Nasa ha definito la manovra come “la più precisa di sempre per raggiungere il suolo marziano”.

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Ora tutti si chiedono: potrà l’uomo vivere su Marte? Sarà in grado di farlo?

Ce lo spiega il professor Gaetano Miranda, antropologo fisico con indirizzo evolutivo e palepateologico

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