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Se Chiara Ferragni catalizza attenzione sugli Uffizi, lo Stato italiano ha fallito?

Federico Falcone

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L‘ostinata e ostentata ricerca della polemica è uno sport tanto caro agli italiani, siano essi appartenenti alla società civile o alla classe politico-dirigenziale del Paese. In questo, va detto, siamo bravi. E uniti come in pochi altri settori. Da nord a sud dello Stivale quella frenetica attività consistente nel puntare il dito contro qualcosa o qualcuno per vomitargli addosso insulti, ingiurie, illazioni, anatemi e qualsiasi altro tipo di abominio verbale, non risparmia nessuno. Adolescenti, adulti o persone in là con gli anni, c’è sempre un “nemico” da mettere nel mirino.

Poco importa, poi, se il malcapitato di turno sia un personaggio pubblico famoso per aver reinventato i canoni della comunicazione e fatto da apripista a una nuova generazione di informatori digitali. Cosa volete che sia se la suddetta persona ha varato modelli di approccio al marketing online in grado di rompere col passato tanto da essere studiati in alcune tra le più importanti università del mondo. Di chi parliamo nella fattispecie? Di Chiara Ferragni. Che piaccia o meno, l’influencer italiana è quanto sopra descritto. Nel suo campo è stata una pioniera e continua a essere un faro da cui in migliaia attingono luce. Contro di lei, però, vanno da sempre in scena campagne di odio, shitstorm sotto articoli o post sui principali social netwrok, oltre che una costante diffamazione nei confronti delle iniziative intraprese.

Lungi, in questa sede, dal voler fare un trattato di antropologia sul perché ciò si verifica con preoccupante reiterazione, ma il dato di fatto, quello che deve far riflettere, è che, nel leggere molti dei commenti legati alle sue attività, ciò che emerge è una sincera invidia nei confronti dell’ex Diavoletta87. Potrà non essere simpatica, potrà suscitare gelosie per una vita lussuosa e ricca di sfizi, potranno non essere condivise le sue campagne e i suoi metodi di lavoro – questo ci sta, fa parte del gioco e guai a eliminare la possibilità di non essere in linea con tutto ciò – ma il potenziale della sua comunicazione è quanto di più necessario all’Italia per rilanciarsi.

C’è chi le mode le lancia e chi le segue. La Ferragni appartiene alla prima categoria. Non sempre impeccabile ma indubbiamente talentuosa e intuitiva. In un Paese che fatica a promuovere le proprie eccellenze, se non ricorrendo alla solita retorica di autoreferenzialità e autocompiacimento, davvero possiamo permetterci di non sfruttare (che brutto concetto) le sue competenze e qualità? In un’Italia in cui molti dei luoghi più visitati non hanno ancora sviluppato un apparato digitale tale da essere fruibile alle apparecchiature mobile (d’altronde, si sa, il cellulare è ancora un lusso riservato a pochi) è indispensabile lasciare fuori dal contesto una figura in grado di togliere polvere e ragnatele a degli asset comunicativi stantii e incancreniti da mille criticità?

Chiara Ferragni non è la donna in missione. Non è neanche la salvatrice della patria e neanche colei che potrà far cambiare definitivamente rotta al settore culturale tricolore, ma la polemica che in questi giorni l’ha investita a seguito della sua visita alla galleria degli Uffizi di Firenze, è quanto di più assurdo, incomprensibile, illogico e stupido cui si possa assistere. Sotto accusa è finito lo shooting. Perché? “Perché non sa neanche di cosa si sta parlando però si fa le foto con quei quadri“: risposta di un utente. Sfortunatamente sono tantissimi coloro i quali condividono l’autorevole opinione. Non lo trovate demoralizzante?

Con quello shooting finito sotto i riflettori per molteplici versi, l’influencer ha fatto pubblicità a un’eccellenza italiana tra le più celebrate e osannate al mondo, ha ingenerato curiosità in quelle fasce d’età più giovani che la seguono per le sue altre attività e, soprattutto, ha spogliato le Gallerie di quella veste eterea ed esclusivista (come molti altri luoghi d’arte) che suggerirebbe poter appartenere solo a coloro che vivono, respirano, si nutrono di arte. Ma quando mai! Non comprendere l’importanza di un’operazione di marketing come questa è semplicemente folle. In un Paese che stenta a valorizzare e tutelare le sue eccellenze, non possiamo e non dobbiamo permetterci di precludere alcuna strada atta a generare nuova curiosità, interesse e appeal commerciale. Con buona pace dei leoni da tastiera e dissacratori seriali. Non è solo l’essere umano a nutrirsi di arte, ma anche l’economia. Non percepire la necessità di proiettarsi in una nuova era della comunicazione vuol dire lasciare morire quelle peculiarità che vengono sbandierate come eccellenze.

Dati alla mano, lo shooting incriminato ha prodotto 9312 visitatori tra venerdì e domenica, l’equivalente di un più 24% rispetto al fine settimana precedente. “Oltre al dato della crescita generale, che per la prima volta dalla riapertura post lockdown indica più di 3000 persone al giorno di sabato e domenica, annotiamo con immenso piacere un vero e proprio boom di giovani in museo: da venerdì a domenica abbiamo avuto tremilaseicento tra bambini e ragazzi fino a 25 anni. Nel weekend passato erano stati 2.839: dunque, stavolta sono venuti a trovarci 761 ragazzi in più, con un aumento del 27%. In questo fine settimana abbiamo visto, letto e sentito un sacco di tuttologi che ci hanno insegnato di tutto e di più. Alla luce di questi numeri, posso solo dire che mi dispiace per loro”.

E’ quanto dichiarato dal direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt. Provate a chiedere a lui, dunque, se non esiste un effetto Chiara Ferragni o se vorrebbe privarsene. Chiara Ferragni non è la soluzione, quella richiede numerosi altri fattori e settori da coinvolgere, ma sicuramente rappresenta un know how indispensabile per svecchiare metodologie comunicative ormai obsolete al fine di tentare di stare al passo coi tempi. Lo Stato italiano in questo deve continuare a interrogarsi (in molti hanno intrapreso iniziative lodevoli) per cambiare marcia e valorizzare appieno il proprio patrimonio artistico e culturale negli anni della digitalizzazione estremizzata. In italia nascono task force per ogni evenienza, potrebbe non essere una cattiva idea quella di affidare idee e proposte di rilancio a imprenditori come la Ferragni. Proviamo a scrollarci di dosso quella patina conservatrice che condiziona il nostro pensiero. Chissà, magari ci rendiamo conto che possiamo tutti giovarne di più.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Tra mente, cuore e carne: la poesia di Patrizia Valduga

Redazione

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Poetessa e traduttrice veneta Patrizia Valduga è stata la compagna del poeta, traduttore e critico letterario Giovanni Raboni con cui ha condiviso un’intensa storia d’amore durata 23 anni, dal 1981 fino al 2004, anno della morte di Raboni.

La vita di Patrizia Valduga è intrisa di grande letteratura. Nei suoi scritti troviamo, infatti, un uso impeccabile e sensuale della metrica. Tutto accade in una stanza, in quattro mura: un uomo e una donna sono uno davanti all’altra, pronti al combattimento amoroso. La donna è la scrittrice. La stanza è la sua mente, dove l’incontro d’amore si trasforma in un teatro di parole e di carne, dove le voci ben distinte dei due amanti si alternano e dialogano durante l’incontro, in un andamento emotivo che segue il ritmo di una marea, di un’onda trasportata, schiaffeggiata e gonfiata dal vento.

Ma quel che accade è soprattutto poesia.

Leggi anche: Street art, geometrie e working class: New York fotograta da Marco Cimorosi

Di seguito un componimento tratto da  “Medicamenta e altri medicamenta”(Einaudi, 1989)

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…
comprimimi discioglimi tormentami…
infiammami programmami rinnovami.
Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami. 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domami, sgmominami poi sgomentami…
dissociami divorami… comprovami.
Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami.

Di Erica Ciaccia

Leggi anche: Riscoprire la poesia con il MeP, il movimento che opera al servizio dell’arte

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Librerie aperte nei centri commerciali, anche nei giorni festivi

Redazione

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Le librerie resistono, provano a farlo anche con le piccole ma significative novità rappresentate dall’ultimo Dpcm. “Nell’ultimo Dpcm il governo ha concesso anche alle librerie ubicate nei centri commerciali di rimanere aperte nei giorni festivi”.

Lo dicono i librai di Ali Confcommercio sottolinenando di essere contenti che siano “state accolte dal governo le nostre sollecitazioni”. “Come Associazione ci siamo spesi molto per sensibilizzare le istituzioni affinchè il principio dell’essenzialità del libro valesse anche per le librerie nei centri commerciali che molto hanno sofferto nelle settimane scorse; diamo pertanto atto al Governo di aver risposto positivamente alle nostre sollecitazioni” ha affermato Paolo Ambrosini, presidente di Ali Confcommercio.

Leggi anche: La cultura è sparita dai Dpcm. L’urlo disperato degli operatori: “quale sarà il nostro futuro?”

Il libro ha comunque dimostrato la sua forza di bene primario e grazie a un impegno di forze congiunte, del governo, degli editori e dei librai, ha saputo percorrere le nuove sfide con una grande capacità di resilienza. Leggi il nostro articolo.

Una novità che lascia ben sperare per l’immediato futuro, dove si dovrà ridare vigore a un comparto economico in profonda crisi. E’ stata definita l’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo, nell’ambito del disegno di legge, depositato in Senato e alla Camera per lo “Statuto sociale dei lavori nel settore creativo, dello spettacolo e delle arti performative” che protegge con un reddito di discontinuità i lavoratori intermittenti dell’industria culturale. Leggi il nostro articolo.

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La cultura è sparita dai Dpcm. L’urlo disperato degli operatori: “quale sarà il nostro futuro?”

Fabio Iuliano

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Aggiorniamo il conteggio. Siamo oltre gli 81 giorni. Quelli che intercorrono tra la pubblicazione di questo nuovo articolo e il Dpcm che il 24 ottobre aveva disposto per la prima volta la chiusura di teatri e cinema. Siamo anche alla vigilia di un nuovo Dpcm di contrasto al coronavirus, che tra le altre cosa proroga lo stato d’emergenza per la pandemia da Covid-19 fino al 30 aprile.

La situazione, dal punto di vista dei luoghi della cultura non cambia. Da domenica quasi tutta l’Italia rischia di finire in zona arancione, con Lombardia, Emilia Romagna e Sicilia che rischiano addirittura le misure più stringenti da zona rossa. Confermati il coprifuoco, lo stop all’asporto dalle 18 (sarà consentito solo il domicilio). Ristoranti e bar aperti fino alle 18 nelle zone gialle, chiusi nelle altre. Negozi aperti nelle zone gialle e arancioni. Con indice Rt maggiore di 1 si finisce in area arancione, maggiore di 1,25 in area rossa. In arancione finiranno anche tutte quelle Regioni classificate a rischio alto secondo i 21 parametri, anche se l’indice Rt è minore di 1.

Confermata la chiusura di palestre, piscine, cinema, teatri. Da valutare la riapertura di alcuni musei nelle zone gialle.

Il Dpcm prevede anche l’istituzione della zona bianca, in cui riaprirebbero palestre, piscine, teatri, cinema, ristoranti e bar h24. Ma per ora non ci rientra nessuno: riguarderà le Regioni con uno scenario di tipo 1, un livello di rischio basso, indice Rt inferiore a 1 e un’incidenza settimanale dei contagi per due settimane consecutive inferiore a 50 casi ogni 100mila abitanti. Un’utopia per il momento.

E intanto, cosa succede a chi campa con gli spettacoli?

Ha colpito tutti la storia di Adriano Urso, pianista per vocazione e rider per necessità colpito da un infarto mentre stava effettuando una consegna. Una vicenda tragicamente simbolica che la dice lunga sulla condizione di molti artisti e operatori culturali.

Gestori che continuano a pagare spese senza avere la benché minima possibilità di lavorare, allo stato attuale. Per non parlare dei soldi buttati per le operazioni di sanificazione, con dispositivi che stanno “marcendo” dentro alle sale. Come abbiamo scritto tempo fa, il problema potrebbe essere legato alle code all’ingresso o al botteghino. La prenotazione obbligatoria degli spettacoli potrebbe essere una soluzione, magari con un sistema elettronico che garantisce l’arrivo scaglionato nella struttura.

Definita l’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo, nell’ambito del disegno di legge, depositato in Senato e alla Camera per lo “Statuto sociale dei lavori nel settore creativo, dello spettacolo e delle arti performative” che protegge con un reddito di discontinuità i lavoratori intermittenti dell’industria culturale.

Ne dà notiziail Sole 24 ore che fa riferimento a un testo portato avanti da Francesco Verducci vicepresidente della Commissione Cultura a Palazzo Madama, ed dal deputato dem Matteo Orfini. Con questa proposta si cerca di riportare al centro del dibattito politico e dell’agenda del paese il settore dello spettacolo a lungo trascurato. Qui il nostro articolo.

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