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Interviste

Scopriamo i Bloop: la nostra musica per abbattere confini e mescolare sound e stili diversi

Federico Falcone

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“Schiacciatempo” è il nuovo EP autoprodotto dei milanesi Bloop, pubblicato il 14 febbraio. Un disco che non vuole legarsi ad alcun genere in particolare, costruendo un’esperienza rock – cantautorale con richiami agli autori di qualche generazione fa, nella quale si alternano stati d’animo diversi: a volte più riflessivi, altre volte quasi rabbiosi, altri ancora ironici. La migliore caratteristica, però, è il cantato in italiano. Scelta coraggiosa, soprattutto se in un campo in cui l’esterofilia regna sovrana.

Ciao, ragazzi, come state? Per rompere il ghiaccio, volete presentarvi ai nostri lettori?

Siamo una band milanese, ma caso vuole che tutti i componenti vengano da sotto il Tevere, tre quarti sono pugliesi e un quarto è campano. Facciamo pezzi nostri con testi in italiano, senza porci paletti di genere. Mescoliamo i nostri percorsi musicali e le nostre diverse influenze per concentrarci sul vestito migliore da dare ai singoli brani. Caratteristica che emerge spontanea una volta creato equilibrio e affiatamento nel gruppo. La formazione attuale è composta da Francesco Libertini (voce, tastiera, chitarra acustica), Claudio Nasti (chitarra elettrica, cori), Francesco Franky Todisco (basso, cori), Giuseppe Antonacci (batteria).

Da qualche settimana avete dato alle stampe “Schiattempo”, ep che unisce la poesia del cantautorato all’energia dell’indie-rock. Quando avete iniziato a lavorare a questo progetto?

E’ stata un’evoluzione durata per i nostri primi quattro anni con questa struttura e formazione, ma cominciata già prima. Dico “questa struttura” perché il gruppo inizialmente aveva due fondatori, entrambi autori e cantanti. Alessandro, che suonava anche il basso, è dovuto rientrare a Lecce e attualmente ci segue sulla parte grafica, oltre ad essere coautore di alcune delle canzoni che tuttora suoniamo. Tutte le canzoni dei nostri due primi EP, o per lo meno le bozze, risalgono a quei tempi. Tra le prime riarrangiate e inserite in scaletta con Claudio, Franky e Gabriele c’erano quelle che poi sono rientrate nella demo fatta a casa del 2016, tre più la quarta mai pubblicata perché incompleta, e una versione completamente diversa di Telenovela. Poi è toccato a Di Corsa e Disincontro, quest’ultima in particolare era poco più dell’arpeggio iniziale di chitarra, su cui abbiamo continuato a lavorare successivamente con Diego, il batterista con cui abbiamo registrato Schiacciatempo. Con lui abbiamo composto l’attuale arrangiamento di Telenovela e ripescato, stravolgendola, Non è importante, prima scritta e ultima che abbia trovato una forma soddisfacente. Il lavoro di registrazione e missaggio ci ha impegnato da fine 2018 a metà 2019.

Come si sviluppa il vostro processo di songwriting?

Partiamo da una bozza di struttura e testo. Poi ci lavoriamo in sala, modificando anche la struttura stessa quando serve. Ogni canzone ha una storia a sé, alcune nascono in un’ora e altre si evolvono in anni. Stesso dicasi per gli arrangiamenti, questi poi possono anche cambiare drasticamente negli anni. Faccio qualche esempio. Margherite sulle rocce della vecchia demo è venuta giù subito, arrangiamento idem ed è rimasta sempre più o meno quella. Telenovela è nata rockettara, dritto per dritto e con i chitarroni. Non è importante è stato un parto di anni e senza il contributo di ogni membro del gruppo sarebbe finita nel cesso. 

E’ corretto affermare che tra le vostre influenze musicali, una tra le più evidenti e, chissà, fondamentali è stato Franco Battiato?

Battiato è uno dei pochi italiani che ascoltiamo da sempre, anche quando la quasi totalità degli ascolti viaggiava sul rock in lingua straniera. Sicuramente quindi fa parte del nostro bagaglio di influenze e ci fa piacere che questo emerga in modo spontaneo, pur senza avercelo inserito con intenzione.

La band nasce a Milano ma voi non siete originari del capoluogo lombardo. Come, le vostre rispettive terre di provenienza, hanno influenzato il vostro sound? Quale è il contributo personale di ognuno di voi?

Una delle fortune dei nostri tempi è sicuramente poter avere accesso a una quantità enorme di musica. Di contro, magari viene trascurata quella parte di musica popolare più legata al territorio e alla tradizione locale, che si diffonde molto meno tramite i canali più noti. Credo che le rispettive terre di provenienza abbiano influenzato il nostro sound attraverso le esperienze di vita in contesti diversi, più che attraverso la tradizione musicale locale.

Francesco: sono sicuramente quello più sbilanciato verso il mondo cantautoriale e, in quanto autore, credo che questo si rifletta nel sound complessivo attraverso la scrittura. Negli arrangiamenti prevale il resto delle mie influenze, che mi piace mescolare e inserire senza tenere minimamente conto del loro ruolo originario. Ad esempio nelle parti di pianoforte e piani elettrici, spesso miscugli tra rock, blues e qualcosa di più classico.

Claudio: Mi occupo principalmente di arrangiamenti e a volte può capitare di divertirmi nel fare citazioni intenzionali. Negli arrangiamenti hai la possibilità di prendere del materiale sonoro, decontestualizzarlo e reinserirlo in temi e ambienti completamente diversi dal loro habitat di origine. Il risultato che viene fuori é nel 90% dei casi imprevedibile. Quando parlo di materiale sonoro chiaramente non mi riferisco a brani o autori precisi (quello è plagio), ma magari a frasi musicali che possono avere caratteristiche tipiche di un genere o di un periodo. Mi viene in mente, come esempio più rappresentativo, la chitarra che ho estrapolato dai miei ricordi di bambino, un po’ “watchu wari wari”, un po’ “Rimini Rimini”, insomma una chitarra tipicamente Italian B Movie, inserita in un pezzo quasi prog come Di Corsa. Mi ha riempito di soddisfazione :).

Franky: porto dentro di me il sound e il mood che contraddistingue la mia terra (la Puglia) anche se il mio percorso musicale, come per tanti, è iniziato ascoltando i capisaldi del rock prog anni ’60/70, la new wave anni ’80, il grunge dei ’90, come si fa un po’ a scuola studiando la letteratura e la storia dell’arte degli anni addietro. In questo percorso ho scoperto tante sfumature musicali che credo aver fatto mie e che sicuramente si manifestano in ciò che arrangio e quindi suono, come esperienza e conoscenza appresa, nulla di voluto e di prestabilito. Ecco sicuramente c’è un filo conduttore che esprime la mia attitudine musicale che attraversa tanti continenti, questo è il Groove.  

Beppe: io che sono l’anima sicuramente più pop del gruppo e sono l’ultimo arrivato, non nascondo che sono entrato un po’ in “conflitto” inizialmente con quel che erano già gli arrangiamenti dei brani, però abbiamo insieme ricercato cosa utilizzare e cosa no per amalgamarci al meglio, mantenendo però la mia propria identità proveniente un po’ dal (power) pop internazionale, l’indie britannico e il funky/hip hop dei fratelli neri. Potrei accennare anche al post rock e un periodo radioheadeggiante particolarmente intenso per cui potrei avere dei bug di sistema che ognittanto mi portano a viaggiare. Sono consigliati da nove dentisti su dieci.

Cosa è per voi l’originalità?

Lasciarsi influenzare da molti e imitare nessuno. Non indossare cappellini e orribili felpe dai colori accesi perché va di moda, al contrario, farlo assolutamente se ti piacciono davvero. Fare qualcosa di diverso, diverso e valido chiaramente. Abbattere i paletti, sciogliere il concetto di genere musicale e mescolare. Mettere se stessi in quello che si fa, arricchendosi a vicenda: un insieme di ingredienti che sicuramente evocano sapori già apprezzati, ma che senza dubbio racchiudono qualcosa di unico.

Cosa ne sarà della scena underground quando questa crisi sanitaria sarà cessata? Quali saranno le difficoltà maggiori che ci troveremo ad affrontare?

Molto dipende da quanto ci vorrà per tornare ad una vita normale, o per lo meno prossima alla normalità, e da quali saranno le azioni per sostenere il settore. Non ci lasciamo andare in previsioni in questo senso, in quanto non ci sono gli strumenti necessari. I problemi maggiori riguardano chi in questo periodo è completamente impossibilitato a lavorare, quindi nell’ambito musicale chi lavorava principalmente con i concerti dal vivo. Sicuramente ci saranno dei danni, ma non sarà questo a fermare la musica.

Il tempo a nostra disposizione è finito, lascio a voi le ultime parole famose per salutare i nostri lettori…

Un grande augurio che questa situazione finisca quanto prima. Non vediamo l’ora di portarvi la nostra musica dal vivo, intanto sfruttate il tempo #acasa per ascoltare il disco!

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Interviste

“Racconto l’Abruzzo di cui sono innamorato”, Roberto Giacobbo alla scoperta della regione verde

“È una regione ricca di storia e di documenti legati a un lontano passato, ma è anche una regione piena di possibilità e con un grande potenziale”

Alberto Mutignani

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Venerdì 25 settembre è andata in onda su Italia 1 la nuova puntata di ‘Freedom – oltre il confine‘, il programma di divulgazione condotto da Roberto Giacobbo. Tra le mete esplorate durante il viaggio, Giacobbo e il suo team si sono fermati in Abruzzo, nell’antica città di Amiternum e nelle acque gelide del lago di Capodacqua, tra i più limpidi d’Europa, definito l’Atlantide italiana.

Dopo aver girato il mondo, passando dalle grandi città europee agli Stati Uniti e all’Oriente, cosa porta il viaggio di Freedom in Abruzzo?

Viaggiare per il mondo è sempre bello, e chi fa il mio lavoro è abituato anche se poi non ci si abitua mai davvero. L’arrivo in Abruzzo è stata una scelta dettata anche dalle grandi qualità storiche e naturalistiche di questa regione. Abbiamo voluto raccontare questi luoghi, di cui sono innamorato e che frequento riservatamente anche fuori dal lavoro.

Uno dei punti d’interesse della puntata è il lago di Capo D’Acqua: perché è considerato l’Atlantide d’Italia?

Beh perché come sappiamo tutti la leggenda di Atlantide parla di una città sommersa dai flutti. Il lago di Capodacqua avendo sommerso delle costruzioni ricorda l’immagine che ognuno ha costruito nella sua mente di Atlantide. Naturalmente non c’è connessione tra queste due cose, ma l’immagine è forte e la limpidezza di questo lago e le sue rovine sommerse fanno davvero sognare.

Al di fuori del campo d’interesse della puntata, cosa la affascina di questa regione?

È una regione ricca di storia e di documenti legati a un lontano passato, ma è anche una regione piena di possibilità e con un grande potenziale. Non solo l’Abruzzo si trova in un luogo strategico della penisola ma ha anche tutta una serie di attrattive che meritano di essere scoperte e vissute.

Lei si occupa da sempre di divulgazione. Freedom è stata in qualche modo una scommessa, dopo tanti anni in Rai, ma è una scommessa vinta. Qual è il segreto o la formula del successo di questo programma, in un momento in cui la divulgazione in TV sembra in via di estinzione?

Mi permetto di dissentire: la divulgazione non è in via di estinzione, anzi c’è un grande interesse, ma c’è poca offerta. La verità è che è un lavoro difficile, che richiede grande preparazione, molta gavetta che non tutti si sentono di affrontare. I pochi che fanno questo lavoro ci mettono veramente l’anima, per cui sia io che i miei colleghi ci dedichiamo con passione a questo tipo di lavoro. I risultati arrivano proprio per questo, perché c’è grande attenzione e desiderio da parte nostra, ma per arrivare a questi risultati ci vuole un sacrificio forse superiore a quello richiesto da altri settori della televisione.

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Interviste

Valentina Bertuzzi, la regista romana che rilancia l’horror italiano

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano

Alberto Mutignani

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Si è da poco conclusa l’ultima edizione dell’Apulia Horror Festival, che ha visto vincitore “Delitto Naturale” di Valentina Bertuzzi come miglior cortometraggio, in una selezione di 15 film da tutto il mondo. L’Apulia Horror Festival è però solo una delle numerose tappe nel viaggio che il corto horror della Bertuzzi sta percorrendo dentro e fuori dall’Italia, addirittura oltreoceano dove è candidato al San Diego Italian Film Festival.

Scritto dalla stessa Valentina Bertuzzi assieme alla sorella Francesca, e interpretato da Alida Baldari Calabria (Dogman, Pinocchio), Olivia Magnani (Le conseguenze dell’amore, Tutti i soldi del mondo) e Cecilia Scifoni, “Delitto Naturale” racconta l’avventura di Aida, una bambina alla ricerca della sua migliore amica, Lola, misteriosamente scomparsa tra i corridoi della propria scuola, probabilmente popolati da presenze maligne.

Originaria di Roma ma molto legata all’Abruzzo, terra natale dei suoi nonni, Valentina Bertuzzi ci ha raccontato l’origine del suo fortunato cortometraggio e qual è il destino del cinema horror italiano.

Delitto Naturale sta vincendo premi importanti in Italia e all’estero. È il tuo primo lavoro con un riscontro internazionale?

A dire il vero no. L’ultimo lavoro prima di Delitto Naturale era una web-serie, “Ghost Cam”, girata interamente in inglese, che ha vinto a Vancouver e addirittura a Seoul. In Italia non ha avuto molto seguito, ma all’estero abbiamo fatto un bel giro di festival.

E mi pare di capire che c’è un’idea di partenza molto diversa dal tuo ultimo lavoro

L’idea iniziale era un progetto interattivo. Io e Andrea Natella, di Guerriglia Marketing, abbiamo creato dei profili Facebook fittizi, dei veri e propri personaggi virtuali con le loro storie, le loro identità. Dopodiché abbiamo iniziato a postare sui loro profili alcuni self-tape, quelli presenti nel corto, e questa cosa ha avuto subito grande seguito, soprattutto grazie al pubblico più giovane. È stato divertente.

Delitto Naturale è un horror più tradizionale, ma è un bel passo avanti…

Lì c’è stata una vera e propria orchestrazione, abbiamo messo su una squadra di gente che lavora da anni nel cinema, Ferran Paredes Rubio per la fotografia, Paola Freddi al montaggio, Paki Meduri come scenografo e tanti altri. Sono persone che hanno un profondo rispetto per questa forma d’arte, e credo che questo nei festival sia stato molto apprezzato. Abbiamo fatto attenzione al suono, soprattutto, perché fosse olofonico, avvolgente.

Guardando il corto mi è venuto in mente “Stand by me”: il superamento dei limiti infantili e il trauma della crescita attraverso la paura, l’orrore. È giusto dire che “Delitto Naturale” è anche una storia di formazione?

Assolutamente sì, e sono contenta che si sia notato. È una storia fortemente ispirata ai romanzi di formazione, però in chiave horror. Una scelta decisiva per la lavorazione è stata non far leggere mai ai bambini la sceneggiatura. Io davo delle linee guida, ma nessuno sapeva mai il destino della protagonista, neppure la protagonista stessa. Per loro era una sorta di caccia al tesoro.

L’anno scorso è uscito “The Nest” di Roberto De Feo. Si è parlato molto di nuovo horror italiano, tu l’hai visto?

Sì, l’ho visto e mi è piaciuto. Sono contenta che il cinema italiano si stia aprendo in questo senso. Noi abbiamo fortemente bisogno di alzare l’asticella della qualità, e questi film formalmente molto curati, con delle grandi produzioni alle spalle, possono entrare nei circuiti giusti e fare la differenza.

In America stanno riscoprendo il folk horror, una paura rurale su cui l’Italia potrebbe osare molto. Perché all’estero ci riescono e noi ci proviamo appena?

Forse una scarsa autostima. In Italia siamo troppo autocritici, mentre a volte le serie italiane sono anche più belle di quelle americane. Non dovremmo buttarci giù così, dovremmo essere più consapevoli delle nostre possibilità e crederci maggiormente. E poi l’horror deve fare paura, noi qui siamo troppo abituati a mettere il dramma ovunque. In passato abbiamo venduto come horror prodotti che poi hanno puntualmente deluso le aspettative.

Quando scrivi i tuoi film guardi certamente ai grandi maestri del passato. Ma c’è qualche nuovo autore da cui ti piace sbirciare?

Sì, certo. Per esempio, ho adorato “It Follows” di David Robert Mitchell. Ha creato un immaginario importante, mi ha stimolato moltissimo. Lui poi ha avuto la fortuna di potersi produrre da solo e mettere su un film stupendo, anche dal punto di vista visivo.

Cosa ti spaventa?

Domanda difficile. Può sembrare banale, ma mi fanno paura gli oggetti fuori posto. Quando esci di casa, poi torni e c’è un oggetto che non è dove lo avevi lasciato. Sai che c’è qualcosa che è fuori controllo, ma non sai esattamente cosa.

Dopo i corti, stai pensando a qualche lungometraggio?

Sì, sto lavorando a due film, entrambi horror: uno sarà psicologico e l’altro sovrannaturale. Sono due progetti a cui tengo moltissimo. Sto lavorando anche a una serie, sempre di genere horror.

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Interviste

All that man is, according to David Szalay

Alberto Mutignani

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Like many Italians, I’ve choose a summer reading. An almost obscene term for some academic circles, but the temperatures were too high for Goeth’s Faust. I therefore chosed two books that I had not yet heard of, and frankly, the way in which I came in contact with these works and their extraordinary author also escapes me. The books are “All that is a man” and “Turbulence”, the author is David Szalay.

Canadian of Hungarian origins, he has traveled the world. A true traveler who has thoroughly scrutinized Europe, knows it outside the commonplaces and the most widespread stereotypes, those that we Europeans have learned to accept as indisputable truths. This is already a valid reason to read Szalay: to know us. As men and as inhabitants, because we all felt dispersed, disoriented, and we found a center in a person or place that seemed familiar to us.

These collections of short stories, which are actually two great novels of inner growth, represent the journey of contemporary man into the open and connected world that we are experiencing. But they are also stories of fragility, of the precarious condition of modern man. In Italy, Szalay – who has also published three novels in English, still unpublished by us – is published by Adelphi.

Reading “All the man is” it seems to me that in this collection the short stories are combined together to form a unique bigger narrative structure. Can you talk about the genesis of the work?

Well it was always intended that it should be a single organic work rather than a collection of short stories. All the stories, with one exception, were written to fit into their specific place in the structure of the book. The one exception was the story that is now the third in the book, which was written first, and initially conceived as a stand-alone piece for Granta, the English literary magazine. I enjoyed writing it and was happy with it, and I wondered whether to make it the basis of a longer work. Obviously one way of doing this would be to expand it – but that didn’t appeal to me somehow: I liked the way it was a self-contained drama, the way that we didn’t know much about the characters beyond their parts in the action. My first idea was to write a series of stories that were each about someone travelling within contemporary Europe. I had not seen much written that seemed to me to capture the essence of contemporary Europe and that one thing that I wanted to write about. But it quickly became clear to me that that would still be simply a collection of stories. It would not really be a single indivisible work. Soon after that I had the idea that each story would be about a slightly older male protagonist, starting with a teenager and ending with a man in his seventies. Each one is simply part of an organic whole. I hope that taken together they are able to say things that, taken individually, they would not be able to say.

In your book there is a strong sense of uprooting and a sense of confusion of the characters in finding their centre in the World. How autobiographical is there?

I think there is certainly a sense in which the basic feeling of being unsure of where one’s ‘centre’ is might be said to be autobiographical, in that this is a feeling that I do have myself. And it’s true that in both ‘All That Man Is’ and ‘Turbulence’ it is indeed something that characterises many of the characters – that is almost hard-wired into the books, since they are both about people undertaking actual journeys, and therefore often finding themselves away from ‘home’. Because often I think it is a familiar context that tells us who we are – who we are is fixed by our context, perhaps, more than by anything ‘inside’ us – and finding ourselves in an alien environment can often seem to open the question of who we are, in ways that are at once liberating, even exhilarating, and also of course frightening and confusing. This feeling is at the heart of many of the stories in both books. Of course more people travel now than have ever done so before (or at least that would have been true in 2019…) so this experience might be more common than in the past. But at the same time we tend, thanks to modern communications technology, to take more of ourselves with us when we travel then we ever did the past as well. There is a sense in which both books are about how small the world is now. It is harder now to run away than it ever has been before.

What gives you satisfaction when you write?

I take a particular pleasure in depicting the world I live in myself. The depiction of my own world in an entirely literal sense – the actual physical, emotional, intellectual texture of it – is what fascinates me. This is true of books I like to read as well as books I like to write. (And so, I have no interest in historical novels, fantasy, science fiction – many genres and literary subcultures are in that sense closed to me, as a reader and a writer.) I think that fiction has a unique ability to capture every aspect of what it means to be alive in a particular time and place, all the facets of human existence – it can do that, I think, in a more complete and ultimately more intense way than any other art form. 

In ‘All that man is’ there is a male centre of gravity that is often shaken by the experience with the opposite sex. Women are corpulent and mysterious figures, very reminiscent of the female characters of Federico Fellini. Did sexuality scare you when you were younger? 

Probably yes, in what might seem an almost cliched English way. It’s interesting that you make the Fellini comparison – it’s not one that I have thought of myself but there might be something in it. And certainly, I think you’re right that the sections of ATMI often seem to be about ‘a male centre of gravity shaken by the experience with the opposite sex’. Some of the stories obviously leave a stronger impression on readers in this respect than others, particularly perhaps the second about Bernard’s adventures in Cyprus. I do think there are also more nuanced depictions of female characters in the book, but it seems that they are not so vivid and memorable. (Which in itself says something of course.) Generally speaking, I think the female characters in the book are depicted as being more proactive and more sure of themselves than the male characters.

You were born in Canada but you are of Hungarian descent. What relationship do you have with these two worlds so distant?

In fact, I feel neither truly Canadian nor truly Hungarian – I feel British more than anything but even that is complicated, especially as I have not lived there for some years now. I suppose the result is that I have a certain detachment from the whole concept of nationality. At the same time, I envy people who have a clear sense of being rooted in a particular place – I think that is a nice thing to have, but perhaps only in theory because I seem to be restless by nature and have spent quite a lot of my adult life moving around Europe. My parents are like that too (they now live in Bahrain) and perhaps it was something I picked up from them – that that was somehow a ‘normal’ thing to do, not to be too attached to any one place. My childhood conception of Hungary was dominated by the fact that it was a Communist country – that was really its defining characteristic for me at that time (and I visited it almost once a year while I was growing up.) Of course, having lived there for a while, I now have a much more complex sense of the place but as with all the countries of the region, the traumatic experiences of the 20th century have cast a long shadow over them. In marked contrast, people often talk about Canada as some sort of perfect country – I was in Poland last week and it was described by some of my Polish hosts without irony as ‘paradise’. But my own way of seeing Canada is through the prism of my family there. Seen from this personal angle it is just another group of people trying to live their lives in a way that makes them happy, sometimes successfully, often not so successfully. On the whole, people exaggerate the differences between countries – and of course the differences are obvious and on the surface – but in deeper ways all countries are more alike than they are different, I think.

About the “aerial” setting of “Turbulence” and the device of communicating vessels that bind the stories: what different characters does it give us compared to those of “All that is a man”? How different is the inner drift you describe in the two books?

‘Turbulence’ started off as a commission for BBC radio. They wanted 12 stories that were strongly linked and yet definitely individual. I suppose they asked me to do this precisely because I had already done something similar in ATMI. And had it not been for this commission I probably wouldn’t have written something quite so similar as my next book. Of course, I was keen not simply to repeat myself so from the beginning I thought about how I could make ‘Turbulence’ different. One clear difference is that of the 12 protagonists in the book 7 are women, compared with zero in ATMI. The way the characters are connected to each other is also different, in that there are literal narrative connections, actual crossed paths. And the stories are of course very much shorter – this was also a requirement of the radio format – they wanted stories that would take 15 minutes to read on the radio, so that they also all had to be more or less exactly the same length. I would not normally write such short stories, I don’t think. It was a challenge. This gives the book a very different sort of texture to ATMI, which is more than four times longer – we spend much less time with each of the characters, we really get no more than a glimpse (or two or three glimpses) of each other. This of course was part of the point, part of what the book is trying to ‘say’ – that we live in a world where we tend to have short encounters with many people, and perhaps fewer deeply engaged relations with a small number of people than might have been normal in the past. (When there were fewer opportunities, either physical or virtual, of getting away from the people who physically surrounded you.) But similarly to ATMI I would hope that there is meaningful interaction between the stories of ‘Turbulence’ as well – that the stories as it were comment on each other, enlarge each other.

In your opinion, why do collections of short stories find so difficult to impose themselves on novels in literary competitions? Is there still a prejudice towards this literary form? 

I suppose I don’t really think in terms of these categories. Both ATMI and Turbulence were published and marketed as ‘novels’, no doubt for the reasons you allude to – the relative lack of prestige of the short story form. I have to say again that I do not consider either of them to be ‘collections of short stories’ as such, but a sort of hybrid form. But I don’t really think too much about it while I’m working – I think the works define the form rather than the other way around.

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