Intervista a Sandro Bersani, dal web a Verdone rimanendo se stesso

Sandro Bersani, dai video su YouTube con gli Actual a “Vita da Carlo” al fianco di Carlo Verdone. Trentasei anni, attore emergente, romano autentico, verace, zero naïf. Tantomeno radical. Tra la passione per l’As Roma, Battiato e la commedia italiana, ci ha raccontato come si è avvicinato al mondo dello spettacolo. Tanta umiltà, pazienza e studio. Ma soprattutto restando se stesso. E tanta voglia di migliorarsi per i progetti futuri.

È da poco uscita la serie di Amazon Prime con Carlo Verdone. Come è stato lavorare con un totem del cinema italiano come lui.

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È una sensazione che faccio fatica a raccontare. Nel senso che questo è un lavoro particolare. Io non lo faccio da tantissimo e ancora mi sfuggono certe dinamiche. Avevo fatto il provino ed ero stato scelto per un altro ruolo nella serie. Poi mi hanno proposto di fare questo paio di scene con Carlo. Quando me l’hanno detto, chiedendomi se mi andasse ugualmente, ho risposto che sarei andato anche a portare i caffè!

Quando sono arrivato sul set e ho sentito “Sandro” mi giro ed era lui. Mi ha portato nel camerino, abbiamo parlato di tutto tranne che della scena. Per me è stata una situazione talmente assurda che se qualcuno me l’avessse detto non ci avrei creduto. Sul set è stato meraviglioso, il giorno che ho girato con lui ovviamente ho provato a rubare un po’ con gli occhi, sentendomi come un bambino. La cosa divertente è che a un certo punto lui mi ha chiesto come vedevo quel personaggio, come avrei girato quella scena. Mi sono girato e avrei voluto dirgli “ma davvero stai chiedendo a me?”. Cioè Carlo Verdone che chiede a a me come vedo un personaggio…comunque al netto delle battute, degli episodi è stata una soddisfazione infinita e lui ha l’umiltà dei grandi e mi ha ricordato la stessa aurea di Battiato con cui ho lavorato anni fa. Quei grandissimi che hanno l’umiltà di sedersi al tavolo con te. E questo è l’indice della loro grandezza.

Dal web con Actual a una serie Amazon con Verdone. Un percorso lungo che però ha portato i suoi frutti. Parlaci degli inizi, di come hai capito che stare davanti a una telecamera sarebbe diventato la tua vita.

Tutto inizia per gioco quando conobbi Leonardo Bocci nel 2015. All’epoca avevo un bar. Fu un incontro quasi casuale. Lui iniziava a fare i primi video con Lorenzo Tiberia e mi propose questa cosa. Io sono stato sempre un appassionato di cinema ma non ho creduto mai veramente alla possibilità di farlo. Quindi è nato così. A divertirmi mi divertivo, naturale mi riusciva naturale. E poi i video hanno avuto, per quanto riguarda il web, un successo molto importante. Senza nasconderci. Perché con “Serie Romanista” e “Actual” abbiamo fatto dei grandissimi numeri.

Inoltre un paio di anni fa mi chiamarono per un cortometraggio, fu la prima volta con dei professionisti e andai un po intimorito, anche se non fa parte del mio carattere, chiedendomi “sarò all’altezza?”. C’era Luca di Giovanni, Marco Todisco. Ragazzi che già facevano questo lavoro da un po di anni. Sul set ho avuto un ottimo riscontro e mi sono detto “perché non provarci?”. Un’agenzia mi contattò, che ora ho cambiato essendo con Valerio Ceccarelli che è il mio mentore. Però ho iniziato così. Scommettendo. E dopo un paio d’anni essere arrivato a fare questa serie con Verdone che spero sia un punto di partenza, per me è una grande soddisfazione.

A ridosso del lockdown hai lavorato anche con Stefano Calvagna nel docufilm “Distanziati”, con il quale hai assaggiato il red carpet del Festival di Venezia. Sensazioni?

Subito dopo il lockdown iniziammo a girare questa cosa in maniera estemporanea. Venezia per quanto fosse contingentata, perché vedendo il festival di quest’anno ciò che ho vissuto è stato molto diverso e c’era molta più paura, è stata comunque una bellissima esperienza. Perché l’idea era di fare qualcosa di sociale, di raccontare uno spaccato di vita quotidiana, non era recitata a tutti gli effetti. Ma essere invitati lì, ad un evento cosi importante, mi ha fatto sperare di tornarci con altri progetti. Chiaramente è stata una cosa forte, una cosa inaspettata. La speranza è di tornarci con lavori diversi in un momento diverso.

Il tuo modo di approcciarti al cinema, all’essere attore, sembra molto in controtendenza. Poco naïf e molto verace.

Domanda legittima. Io credo di avere un grosso limite che è allo stesso tempo il mio più grande pregio. Faccio fatica a non essere me stesso. La fortuna di poterlo trasmettere sul set è di essere un caratterista. Nel senso che tendenzialmente in questa parte del mio percorso trasmetto una romanità, un personaggio molto fisico, molto lontano dal borghese medio. Ovviamente  il cinema, la scena è una cosa. Questo è un momento in cui devo far valere questo credo. Vengo chiamato per questo. La speranza è, continuando a studiare, di essere chiamato anche per altro, di evolvermi, di migliorare e poter rappresentare anche altro.

Nella vita personale non sono uno da salottino, da pashmina. Conosco qualche attore ma è comunque un mondo particolare. Io sicuramente non ho intenzione di cambiare me stesso, se non in positivo, se non crescendo, ma non sono uno da cose patinate. Mi ritengo una persona che non fa di tutta un’erba un fascio, so distinguere, ma certamente ci sono dinamiche e situazioni radical e naif a cui sfuggo. Finora credo che questo mio essere mi abbia più avvantaggiato che svantaggiato. Magari c’è stata qualche situazione in cui avrei potuto giocare meglio ma comunque i registi con cui ho lavorato, Carlo Verdone, Arnaldo Carinari, con Michele Vannucci, abbia pagato l’essere me stesso, anche l’essere sopra le righe a volte. Io credo molto nei rapporti umani, cerco la lealtà, la verità, non sono uno che è dedito alle sciorinate, se una cosa mi piace lo dico, se non mi piace lo dico lo stesso. E credo che per ora sia un valore aggiunto. Poi magari tra qualche anno vedremo.

Il caratterismo è sempre stato l’arma vincete nel raccontare Roma e la romanità. Nella commedia all’italiana la forza è stata la realtà. L’accostamento con Bernabucci, Mario Brega mi è stato fatto. Ma per me sono figure mitologiche. Io cresco con il cinema di Verdone, e per me è già stato un sogno questo e i paragoni non li faccio.. Quando qualcun altro li ha fatti ho sempre risposto di non scherzare…perché quella è la storia del cinema, della mia vita. Sono film che mi accompagnano, di battute che recito quotidianamente. Ci sono amici con cui parlo solo con le parole di “Vacanze di Natale”, di “Troppo forte”, di “Borotalco”. E quindi al netto di questo è stata un’esperienza straordinaria. Qualcuno mi ha detto pure che se fossi nato 30 anni prima avrei fatto io Bernabucci. Ma non scherziamo. Mi godo quello che è stato fino ad ora.

Chi ti segue, anche sui social, sa bene quali sono le tue passioni. Oltre al cinema è evidente quella per Battiato e l’As Roma.

Ho una grande passione per la musica, ed è una di quelle cose che vorrei studiare e approfondire. Ma io sono uno che tende a non prendermi troppo sul serio ed è una cosa che magari mi ha svantaggiato. A me la musica piace. Mi piace cantare in macchina, sotto la doccia, dopo qualche bicchiere. Mi piace la musica in generale, sono un grande appassionato.  Battiato per me è stato un onore conoscerlo, quando anni fa ho avuto la fortuna di mangiare a casa sua perché lavoravo per un’etichetta con una cantante facendo tutt’altro lavoro rispetto a oggi. Stare a casa sua, sentirlo parlare, sono ricordi indelebili. La musica per me è lui, De Andrè, De Gregori. Sono un po’ antico, però mi piacerebbe far qualcosa. Ma ora rimango concentrato su quello che faccio. 

Per quanto riguarda la Roma, essere romanisti va al di là di qualsiasi situazione. Usando un parallelismo, stare con Verdone sul set e recitare con lui equivale ad uno scudetto della Roma. Un ricordo indelebile, emozioni autentiche. L’adrenalina che ti dà stare davanti la camera con un mostro sacro come Carlo, ma anche con Anita Caprioli, attrice straordinaria che ho amato follemente prima di conoscerla, a partire da “Santa Maradona” e tantissime altre cose che ha fatto, beh questa adrenalina è molto simile a ciò che dà la Roma. Come il sesso, le emozioni fortissime che dà la vita. Quel momento in cui puoi fare la differenza o che ci devi provare. Come quando stai in curva e vuoi cantare più degli altri. Per me la vita è tutta là. Allo spingere il più possibile per diventare qualcosa di migliore.

Che progetti hai per il futuro?

Il paradosso è che il primo provino della mia vita è stato fatto per una serie il 15 aprile del 2019. Quindi ho iniziato a lavorare a ridosso del covid. Ci sono una serie di cose tecniche, come i provini in presenza praticamente spariti, il self tape, una serie di cose che hanno cambiato il mondo del cinema. io sono entrato nel mondo dello spettacolo, della recitazione in un momento in cui per tutti i cambiamenti erano una novità assurda. Per me erano la quotidianità. Per il futuro girerò una serie Mediaset della quale non posso ancora dire nulla. Ma comunque spero di riuscire a studiare e a migliorare, ad evolvere. Questo c’è in cantiere.

Questo lavoro ha tra le tante difficoltà le attese e i no. Sono le due cose più importanti e questo lavoro mi sta insegnando l’umiltà, essendo entrato a 33 anni ormai grandicello essendo ancora nessuno. Ma anche la pazienza perché è un lavoro in cui bisogna crederci, credere in ciò che non è come se fosse finché non diviene dico sempre. Ma con una disperata speranza che ti deve spingere avanti. Per il futuro mi auguro di avere sempre questa forza. 

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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