Rodari come i Beatles, Max Paiella si racconta tra l’amore per la poesia e il rock n’roll. E quel like di Steven Tyler…

Un poeta può essere al contempo una rockstar? Si, se parliamo di Gianni Rodari. E si, se a dirlo è Max Paiella, speaker radiofonico, attore, comico, musicista e rocker capace di intrattenere migliaia di spettatori nell’ambito di quell’Hawaiian Beach Party al Summer Jamboree di Senigallia, festival a tema anni ’40, ’50 e ’60, tra i più amati e frequentati d’Europa.

Rodari è stato tra i più fieri araldi della letteratura per l’infanzia, talmente colta e ricca di contenuti che solo una visione superficiale e disattenta potrebbe confinarla a un’età ben definita. E’ stato più grande di confini e barriere. Ed è proprio sulla base di questa considerazione, oltre che della profonda attrazione per le sue opere, che Max ha scelto di portare sui palchi dei teatri italiani uno show incentrato su alcuni dei suoi scritti, da “Favole al telefono” a “Il libro dei perché”.

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Ma è facile uscire fuori da schemi e spazi predefiniti, quando si interloquisce con un artista così trasversale e, cosa ben più importante, loquace e disponibile. Non sono mancati aneddoti divertenti, storie degne di menzione speciale e curiosità di vario genere e natura.

Perché proprio Rodari? Cosa ti ha spinto a cimentarti in questa avventura?

Rodari è senz’altro un inno alla sensibilità, all’intelligenza, alla delicatezza e alla poesia. E’ immediato, possono capirlo tutti, sia bambini che adulti. Nei suoi testi ci sono messaggi sempre molto profondi, detti con semplicità e acume. Queste caratteristiche mi hanno sempre affascinato.

Cento anni dalla sua nascita, quale è il suo più grande insegnamento?

C’era una sua poesia, molto breve, che può essere considerata come uno dei suoi grandi insegnamenti: “Io son dell’opinione – sia detto senza danno – che i grandi hanno ragione quando torto non hanno”. Ecco, ho avuto l’onore di leggere e interpretare i suoi libri, compreso il Libro Dei Perché come audiolibro, ci sono anche altre canzonette e filastrocche molto carine, e diverse ne ho anche musicate. Leggo anche altre cose, in questo spettacolo, compresi brani presi in prestito da altre opere e scritti. Ognuno ha un sapore diverso e, quindi, si, anche un insegnamento.

Hai definito Rodari come “un inno alla libertà”, ma cosa è per te la libertà, specialmente in tempi bui come quelli che stiamo vivendo?

La libertà è una questione mentale. Gaber diceva che “non è stare sopra un albero”. La libertà è partecipazione. In questo vedo la mia idea, che si sostanzia nel fatto che la mia libertà finisce laddove inizia quella di un altro. Non è fare tutti come ci pare, è un insieme di persone che deve convivere, che si basano e strutturano anche con delle regole ben precise. La libertà è una scelta, non è il fare come si vuole. Credo che ci si possa sentire liberi anche dopo aver perso qualcosa. Ogni scelta, infatti, comporta una privazione. E’ una questione prima di tutto interiore. Sbarre e condizionamenti sono prima di tutto mentali e poi, di conseguenza, blocchi emotivi e fisici. Secondo me, nella nostra immaginazione, nel nostro cuore, dobbiamo imparare e essere liberi e a non essere un gregge, avere una propria individualità che rispetta quella degli altri. E’ un meccanismo che deve partire dal nostro interno. Questa, però, è la cosa più difficile.

Altra tua grande passione è la musica. Se dovessi paragonare Rodari a uno dei tuoi artisti preferiti, quale sceglieresti?

In musica per me I Beatles equivalgono a Gianni Rodari. Con l’aspetto più delicato e leggero di Paul e quello più graffiante e profondo di John.

Sempre in ambito musicale, ma anche artistico più in generale, le tue collaborazioni con Greg sono tra le più divertenti e originali. Dal teatro ai Jolly Rockets, quale pensi sia il segreto della vostra alchimia?

Ho conosciuto Claudio (Gregori, alias “Greg”, ndr) molti anni fa, in una palestra a Roma. Sai, una di quelle vecchissime, con i pesi fatti sfera, di quelle che sembrano uscite da un cartone animato. Una palestra ruvida, ecco. All’epoca lui non era famoso e io non pensavo di fare questo mestiere. Avevo 16 anni e lui 21. Parlavamo di fumetti, altra nostra grande passione comune, ma anche di country blues e rock n’roll. Lui è più orientato su queste sonorità, verso gli Dei del genere come Chuck Berry e Buddy Holly, mentre io più sul finire dei ’60 con Led Zeppelin e Rolling Stones. Lui sa, però, che tra Chuck Berry e Jerry Lee Lewis preferisco quest’ultimo. Inoltre lui adora Beach Boys Brian Wilson, che negli anni sono rimasti sempre uguali, mentre io i Queen. Voglio raccontarti un aneddoto fantastico. Un giorno apro Twitter e mi trovo la richiesta d’amicizia di Steven Tyler degli Aerosmith. Sono rimasto colpito, a bocca aperta. Non ci credevo. Di questa cosa mi sono vantato con tutti, mi ha onorato tantissimo.

Quale ruolo può avere la comicità in questo momento drammatico?

Penso che avrà un ruolo sempre più importante. Il modo per farla sarà senza dubbio online o per via televisiva o radio. Sarà più a distanza. Al limite potremo utilizzare i segnali di fumo. Non sarebbe male studiare uno spettacolo comico sostenibile. La comicità è importante, ma lo è ancora di più far parlare la gente, ecco perché ho questo sodalizio bellissimo con il Ruggito del Coniglio, realtà composta da ragazzi bravissimi nel far uscire la parte comica della gente.

Cosa servirà al mondo della cultura per uscire dalla crisi che inevitabilmente ci sarà?

Deve finire la quarantena. Solo allora potremo tornare a fare una vita normale. Non accadrà subito, ma accadrà. Per chi, come me, fa teatro e anche altro sarà comunque una remissione importante, speriamo non eccessiva (ride, ndr). Servirà tornare alla normalità per fare ciò che facevamo prima. Ma è difficile capire quando. La differenza, in un momento del genere, la farà la qualità della proposta, e la gente in questi momenti tende a unirsi. La comicità può dare e darà tantissimo, ma non lasciamo da parte l’etica.

Chiudiamo con un sorriso, quali canzoni consiglieresti a chi è a casa per tenere alto il morale?

Ah, che domandona…dunque, proviamo: “All You Need Is Love” dei The Beatles, “Highway Star” dei Deep Purple, “Rido” di Enzo Iannacci, “Quello Che Perde i Pezzi” di Giorgio Gaber e, in ultimo, “Kashmir” dei Led Zeppelin. Che ne dite?

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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