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Musica

“Resina”, l’album srumentale d’esordio di Emanuele Via e Charlie T: otto temi rapsodici intagliati nel legno

Fabio Iuliano

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Esce in questi giorni “Resina”, un album strumentale per l’esordio di questo progetto nato dall’incontro musicale tra il pianista Emanuele Via (membro degli Eugenio in Via Di Gioia) e il quartetto Charlie T, composto da Matteo Mandurrino (violino), Chiara Di Benedetto (violoncello), Fortunato D’Ascola (contrabbasso), Antonella De Franco (arpa).

Anticipato da due singoli che hanno superato complessivamente le 60mila riproduzioni su Spotify, il disco è dedicato al legno, il materiale di cui sono fatti gli strumenti ai quali i cinque musicisti sono profondamente legati.

Dal punto di vista musicale, l’elemento fondamentale su cui si basa questo lavoro è la resa acustica, con una forte ricerca della distinguibilità del suono di ogni strumento e del suo ruolo specifico: il pianoforte crea un tappeto che si prepara ad accogliere i temi e i controcanti del violino e del violoncello i quali, a loro volta, si intrecciano e dialogano, mentre il contrabbasso interviene con la sua potenza e il suo calore insieme all’arpa che colora e gioca per rendere tutto più leggero e suggestivo.

Se volessimo definire questi brani, potremmo dire che sono rapsodici sia da un punto di vista formale – composti cioè da un solo movimento ed un carattere libero, a tratti improvvisativo – che da un punto di vista espressivo, dato l’intento narrativo ed evocativo di un disco che vuole raccontare in musica un viaggio attraverso ricordi di infanzia e sensazioni primordiali di attaccamento alla natura.

L’odore del legno vecchio, del pianoforte, del violino, del violoncello, del contrabbasso e dell’arpa. Quelli che lavorano il legno lo chiamano essenza. Note, silenzi, respiri, scricchiolii, fruscii, imperfezioni.
Graffi, carezze, pizzichi.
Liscio e ruvido, lucido e opaco.
Polvere nelle insenature, corde molli e dure, calli, facce tese, muscoli che si scaldano,
Tendini che si rilassano.
Tensione e serenità.
Abbiamo messo tutto questo in otto brani fatti col legno che sa di resina.

Resina – racconta Emanuele Via – “è un disco di otto brani che ho scritto appositamente per questa formazione. Dedicato al legno, il materiale di cui sono fatti i nostri strumenti. Materiale a cui siamo legati visceralmente, come agli alberi dai quali proviene, che evocano ricordi di infanzia e sensazioni primordiali di attaccamento alla natura. Queste sensazioni abbiamo provato a replicarle in musica. Solo musica, senza testi, per rendere tutto più legato all’istinto. Così sono diventate fondamentali le dinamiche, le esitazioni, i silenzi e anche i rumori”.

“I Charlie T sono riusciti a farmi comprendere ancora di più le possibilità e i limiti di ogni strumento”, prosegue. “Per questo Resina è perfettamente cucito sulle nostre personalità e sulle ispirazioni musicali di ognuno, che vanno dalle colonne sonore di film (come i capolavori di Ennio Morricone e Danny Elfman) alle composizioni di Ezio Bosso, fino all’impressionismo di Debussy, alla musica classica, e a quella contemporanea”.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Dua Lipa porta la musica nel futuro: 5 milioni di spettatori per Studio 2054, il concerto in streaming

Federico Falcone

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Dua Lipa ha intrattenuto il mondo la scorsa settimana con il suo spettacolo di live streaming online “Studio 2054“, battendo i record di live streaming online con oltre 5 milioni di spettatori. I fan si sono sintonizzati da oltre 176 paesi e si sono registrati 1,9 milioni di accessi unici dalla Cina, 95.000 dall’India e 287.050 biglietti sono stati venduti sulle piattaforme di ticketing.

Per la grande richiesta il live streaming di “Studio 2054” continuerà ad essere disponibile on demand fino a domenica 6 dicembre alle 23:59 su LIVENow con biglietti al prezzo di € 8,50 Euro (per questo motivo, essendo lo show ancora disponibile, il numero di 5 milioni di visualizzazioni non è ancora definitivo).

Marc Watson, Direttore di LIVENow: “Siamo molto orgogliosi di ciò che abbiamo ottenuto venerdì sera. Questa è stata una produzione molto complessa e ha dimostrato che il nostro business musicale può operare su scala globale. “Studio 2054” mostra che gli artisti possono creare eventi live unici, progettati per essere vissuti da casa, che deliziano i loro fan e attraggono importanti sponsor. Non è facile, ma abbiamo dimostrato che se ottieni il format creativo e il marketing giusto, c’è una domanda significativa e crescente da parte dei consumatori in tutto il mondo per eventi di musica dal vivo in streaming.”

Ben Mawson di TaP music ha commentato: “Sono incredibilmente orgoglioso di Dua e dell’enorme team dietro questa incredibile performance. Era davvero importante per Dua creare qualcosa che andasse oltre i limiti di un normale spettacolo dal vivo o streaming e lei ha più che raggiunto questo risultato con “Studio 2054”. Per quanto riguarda il pubblico, sarebbe stato difficile fare previsioni solide in quanto il live streaming è un mercato ancora nuovo ed in evoluzione, il che rende ancora più eccitante l’aver raggiunto cifre di visualizzazione sorprendentemente elevate. Abbiamo stimato oltre 5 milioni di spettatori, ma considerando una media di due persone in ogni casa, il numero reale potrebbe essere più vicino a 8 o 9 milioni. Mi aspetto che molte famiglie lo guardino insieme. È stata un’impresa enorme, ma sono così orgoglioso che ancora una volta Dua abbia dimostrato di essere una delle più grandi pop star del mondo “.

Il team musicale di LIVENow, guidato da Marc Watson, sta lavorando per offrire prossimamente “Song Machine Live” dei Gorillaz. “Song Machine Live” il 12 e 13 dicembre segnerà le loro prime esibizioni dal vivo dopo l’ultima del 2018. Tre spettacoli separati vedranno 2D, Russel Hobbs, Murdoc Niccals e Noodle insieme sul palco con le apparizioni di diversi collaboratori di Song Machine Season One: Strange Timez.

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Musica

Trentasette anni di thrash metal con “Show No Mercy” degli Slayer

Era nato il filone più feroce del thrash metal

Luigi Macera Mascitelli

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Se “Kill ‘Em All” dei Metallica è il fondatore del thrash metal, “Show No Mercy” degli Slayer è il cugino cattivo dal quale tua madre ti raccomanda di stare alla larga.

3 dicembre 1983 , Los Angeles, in quel lembo di terra conosciuto come Bay Area. Tra surfisti, spiagge incontaminate, sole e belle ragazze, qualcosa di oscuro, maligno e sulfureo iniziava sgorgare dai meandri più bui della Terra. Quell’aura che segnerà a fuoco con il suo infernale marchio la storia della musica aveva un nome, “Show No Mercy”: primo album degli Slayer, ad oggi la band che, assieme a “Kill ‘Em All” dei Metallica, ha dato vita al thrash metal.

I quattro kids vennero notati in un locale qualche mese prima dal fondatore dell’allora neonata Metal Blade Records, Brian Slagel. Questi rimase piacevolmente colpito dalla performance degli sbarbatelli Tom Araya, Kerry King, Jeff Hanneman e Dave Lombardo. In particolare, ciò che suscitò ammirazione fu la violenza e la velocità della musica che la band proponeva. Un heavy metal pesantemente influenzato dall’oscurità di Venom e Mercyful Fate e dall’energia martellante di Judas Priest e Iron Maiden.

Con un background di questa portata, i neonati Slayer non potevano non avere la loro occasione. Considerando soprattutto che qualche mese prima i colleghi Metallica pubblicarono il debutto “Kill ‘Em All”, molto simile nell’approccio ma meno oscuro, frenetico e tetro. Insomma, era nato il filone più feroce del thrash metal e con esso tutto quel percorso che porterà, anni dopo, all’avvento dei due generi più estremi della musica: il death e il black metal.

“Show No Mercy” venne completamente finanziato dal vocalist e bassista Tom Araya e dal chitarrista Kerry King. Al suo interno si trovano tracce tutt’ora considerate delle perle, come Black Magic, l’omonima Show No Mercy e la micidiale The Antichrist. Con una produzione ancora acerba ed un sound sulfureo, l’album introdusse i temi principali che gli Slayer da sempre trattano: satanismo, guerra (soprattutto il secondo conflitto mondiale), violenza e nazionalsocialismo. Del resto la stessa copertina non lasciava certo spazio ad interpretazioni.

Nonostante le numerose accuse di veicolare messaggi negativi e di fare propaganda satanista e nazista, la band ha sempre preso le distanze da simili illazioni. Anzi, in un’intervista nel 2002 il cantante Tom ha così dichiarato in merito:

“Non ce ne fregava niente di quanta gente ci fosse ai nostri show, non ci interessava quanti pensavano che facevamo schifo. Volevamo essere la faccia cattiva di tutto quello che ci circondava, volevamo essere quelli brutti e cattivi in contrapposizione a quelli che giravano con le belle macchine e le belle ragazze. Ecco perché abbiamo sempre giocato la parte di quelli incazzati che fanno musica oscura e satanista! “

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Musica

Ligabue, 30 anni di carriera in 77 tappe + 7 inediti

Fabio Iuliano

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“Se non puoi guardare avanti, guardi indietro. E per la prima volta mi sono soffermato sul passato. L’essere obbligato a stare chiuso in casa ha favorito la voglia di fare musica in studio, visto che non la potevo fare fuori”. E così Luciano Ligabue ha riaperto cassetti chiusi da tempo, ripreso in mano vecchi demo, embrioni di canzoni, spunti di melodie raccolti in 30 anni di carriera. Li ha smontati, riscritti, ripensati.

Il risultato è un album di sette inediti (tra cui il duetto – il primo vero duetto della sua carriera – con Elisa Volente o Nolente), dal titolo “7”, un numero ricorrente e da sempre speciale per Ligabue che torna anche nel cofanetto “77+7” che raccoglie i 77 singoli usciti in carriera, uno ogni 5 mesi, più i nuovi. Entrambi i lavori sono in uscita venerdì 4 dicembre per Warner Music Italy.

“Sono canzoni nuove – racconta all’Ansa – anche se il seme viene dal passato, ma forse per festeggiare è giusto anche così”. Perché il Liga di oggi è il Liga che è stato. E si sente in certe sonorità rinnovate che arrivano però da dischi e anni lontani. Ma non è sempre stato rose e fiori. E dato che i festeggiamenti si portano inevitabilmente anche tempo di bilanci, Luciano non si nasconde. “Sono grato per questi 30 anni intensi di musica e di successi, ma l’intensità si paga e a volte mi sono perso. Nel ’99, dopo “Buon Compleanno Elvis” e “Radiofreccia”, avevo meditato di smettere: non ero preparato a quella mole di successo e all’isolamento che questo portava con sé, né ero pronto a essere raccontato come non sono”.

A fermarlo dall’abbandonare tutto è stata la stessa voglia che lo aveva fatto arrivare fin là, quella di stare su un palco, indissolubilmente legata alle emozioni che tutto questo gli dava. “Mi sono detto: se smetti, come fai a non fare concerti? E a 20 anni da quel periodo critico sono ancora qui”. A scrivere canzoni “che diano conforto e siano utili”. Anche ora, in una guerra invisibile contro un nemico altrettanto invisibile. “Dobbiamo cercare di proteggerci, ma di non avere paura più di tanto. E sperare che presto ci possa essere la ricostruzione”.

Una situazione psicologicamente difficile che per contrasto “può portare a un sentimento di speranza. Ed è quello che io sempre cercato di fare con il mio lavoro. E penso ci sia anche in queste sette canzoni nuove. Sono nate in momenti diversi, ma in qualche modo fanno comunque i conti con quello che stiamo vivendo, come Volente e nolente. Del resto le canzoni non risolvono i problemi, ma portano calore e tengono compagnia”.

Ed è anche per questo, secondo Ligabue, che il futuro dei live non dovrebbe essere in streaming. “Ho cominciato questo mestiere per l’emozione che mi ha dato salire su un palco scalcinato a 27 anni, davanti a cento persone. Un’emozione che ho cercato di replicare più volte possibile – racconta -. Un concerto vuol dire avere qualcuno davanti che ti rimanda quella stessa emozione, con il suo corpo, con il suo ballare, con il suo stare a tempo. Non può essere ridotto tutto a un corrispettivo in grande di noi in sala prove. Non riesco a pensare a un concerto dentro ad uno schermo. Non sappiamo niente del futuro, ma spero per il bene della musica che i concerti non siano ridotti solo allo streaming perché manca l’elemento essenziale della presenza umana”.

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