Renton Lee, l’illustratrice tra espressionismo e horror – vittoriano

L’amore per l’arte contraddistingue The Walk of Fame fin dalle origini. Ed è per questo che abbiamo deciso di immergerci anche nel mondo del disegno insieme a Lisa Merletti, giovane illustratrice milanese in arte “Renton Lee“.

Di origini sicule da parte di madre, la giovane Lisa che finge di essere una “sedicenne (sedicente) con una coroncina di cartapesta in testa ma che si sta pericolosamente avvicinando ai trenta“, ha seguito un percorso di studi classico tra liceo artistico e ad una scuola di illustrazione prima di partecipare a diversi concorsi. In alcuni casi Renton Lee ha raggiunto anche il podio come il terzo premio al concorso “Just Breathe” indetto dall’azienda General Filter in collaborazione con Teeser nel 2016, il cui ricavato è andato in beneficenza. E’ arrivata terza al concorso “NotteBianca” di Locarno, nel 2019, e ha vinto il concorso “Restiamo in casa” realizzato da This Is Not A Love Song nel 2020, creando un’illustrazione sulle note della canzone di Colapesce.

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Come e quando è iniziata la tua passione per il disegno?

Come ogni artista sognatore stereotipato! La mia passione per il disegno è iniziata praticamente da quando ero in fasce. Ricordo ancora la maestra d’asilo che diceva fieramente ai miei genitori di aver trovato la nuova Picasso. A posteriori le direi che il paragone è un tantino esagerato, ma sul momento ero troppo piccola anche per montarmi la testa. Comunque, disegno da che ho memoria, è sempre stata la mia valvola di sfogo e la mia comfort-zone, avendo spesso preferito passare interi pomeriggi a disegnare piuttosto che a giocare con gli altri bambini. Infatti da Picasso mi hanno cambiato il soprannome in “Mercoledì Addams”. Ops. (ride ndr)

Quali sono i soggetti che prediligi?

Mi piace molto disegnare le figure umane e, nello specifico, quelle femminili, perché si accostano perfettamente alle linee fluide (e poi spezzate) del mio tratto. Trovo estremamente soddisfacente dare vita a composizioni che trasmettano particolari liaisons tra esseri umani e mi piace porre un focus sull’interiorità dei soggetti ritratti, tramite concept a volte surreali e a volte intimisti. Un’altra atmosfera in cui amo immergermi è quella inquietante, che si tratti di un’illustrazione horror-vittoriana o uno schizzo crudo e grottesco.

Qual è il lavoro a cui sei più legata e perché?

Sono piuttosto affezionata a tutti gli abbracci che ho disegnato durante il 2020, un po’ perché influenzata dall’impossibilità di poter effettivamente abbracciare i miei amici causa pandemia, un po’ perché trovo davvero riposante creare una composizione basata sul legame tra due persone. L’abbraccio racchiude in sé ogni sfumatura di amore, dall’amicizia al rapporto di coppia più canonico, al rispetto reciproco, ma anche sentimenti meno nobili come la possessività e la prevaricazione. Mi piace rappresentarle tutte.

Prendi spunto da qualche artista?

Sono sicuramente stata influenzata da diversi artisti, nel corso degli anni, da un classico e intramontabile come Caravaggio, passando per Edvard Munch, Egon Schiele e Francisco Goya, fino ad un più contemporaneo Mel Odom o al maestro del fumetto horror giapponese Junji Ito. Mi piace evolvermi e sperimentare, cercando di mantenere uno stile riconoscibile nonostante i mutamenti e le influenze.

Qual è la corrente artistica a cui ti ispiri?

Credo di essere piuttosto affine al concetto di Espressionismo, per i temi, le cromie variegate e i soggetti spesso ritratti dagli artisti di questa corrente, ma mi piacerebbe buttarmi anche su qualcosa di più romantico.

Osservando i tuoi lavori ne troviamo sia in bianco e nero sia a colori. Tu cosa preferisci?

Adoro creare palette accattivanti e che possano trasmettere a chi osserva il “sentimento interno”, ma le atmosfere cupe date dal monocromatico o da tinte meno sature, oppure l’utilizzo esclusivo di bianco e nero puri a contrasto, mi catturano in una maniera indescrivibile.

Svelaci qualche segreto: da dove prendi ispirazione? Segni tutte le idee che ti vengono per poi realizzarle o inizi di getto?

Per quanto riguarda le illustrazioni singole, solitamente mi butto: creo un nuovo file o prendo un foglio pulito e comincio a tracciare cerchi e linee, lasciandomi suggestionare dalla musica o da ciò che mi circonda. Per progetti più strutturati, tuttavia, ho bisogno di mettere giù le idee e fare brainstorming per capire in che modo impostare il lavoro. Mi piace che ogni lavoro segua un filo, una sceneggiatura, un andirivieni di concetti tutti concatenati insieme, ma mi affido anche all’istinto, specie se si tratta di un progetto personale.

Da dove viene il tuo nome d’arte?

Oh beh, è un nickname che uso sui canali social da ormai una decina di anni. Tutto è nato dalla mia smodata passione per le opere letterarie di Irvine Welsh, derivata dalla ri-scoperta del film ‘Trainspotting’. Il protagonista si chiama Mark Renton, dunque è da lì che ho preso il “cognome”, addizionandolo al soprannome che dall’inizio dell’adolescenza ho fatto mio.

Come hai vissuto il periodo di quarantena in fatto di produzione artistica? Ti sei sentita bloccata o sei riuscita a produrre qualcosa? Pensi che quei mesi di pausa dal mondo possa averti aiutato a conoscerti meglio e fatto maturare?

Devo ammettere di essere, forse, una delle poche persone che durante il lockdown ha sperimentato al punto da produrre quotidianamente qualcosa: ho sfornato un numero di illustrazioni (tra piccole serie o pezzi singoli) soddisfacente, ed ho sfruttato il periodo per finire uno sketchbook appena iniziato. Dunque mi sono ritrovata a riempire ogni pagina di disegni, a partecipare al concorso di This Is Not A Love Song a tema “quarantena”, ad utilizzare tecniche pittoriche che non prendevo in mano da anni e a portare avanti un progetto editoriale in collaborazione con l’attrice e scrittrice Giulia Tubili. Penso che quel periodo mi abbia aiutata moltissimo a maturare a livello artistico, avendo avuto modo di guardare dentro me stessa e ad avere avuto il coraggio di buttarlo fuori, attraverso alcune delle mie opere. L’arte mi ha “cavata fuori dal buco”, costringendomi a non sprofondare in un momento difficile per tutti, dove ogni cosa sembrava priva di luce e di utilità: avere la possibilità di creare qualcosa – qualsiasi cosa – penso mi abbia dato la spinta giusta a non arrendermi.

Hai qualche nuovo lavoro in cantiere?

Il progetto in collaborazione con Giulia è alla ricerca di un editore per poter essere pubblicato, anche se in caso di insuccesso ci piacerebbe comunque auto-produrlo: si tratta di un racconto dal sapore vittoriano ed esoterico, basato sulla storia d’amore tra “Due Matti”. Inoltre, ho in cantiere un progetto di carattere fumettistico (di cui io curo solo l’aspetto grafico-visivo, mentre la storia è ad opera di un’altra persona) che spero di poter portare a termine entro il 2021 e che mi intriga parecchio sia per il tema che per la scelta di realizzarlo esclusivamente in bianco e nero (non posso aggiungere altro!). Infine, è in corso la realizzazione di un altro grande progetto, stavolta improntato sul gioco, dal vivo ma anche digitale. Non vedo l’ora di poter vedere ogni idea finalmente realizzata e mostrata al pubblico!

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Laura Aurizzi
Fotografa romana, si occupa prevalentemente di ritratto, moda, eventi e stage photography, ma sempre con la macchina fotografica a portata di mano per cogliere l’attimo. Dottoressa in lingue e letterature moderne. Appassionata di arti visive e musica. Alla continua ricerca di se stessa. In altre sedi, speaker radiofonica e redattrice web. Insomma, stare con le mani in mano non è il suo hobby.

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